Credere in Dio? (quinta puntata – Opinione personale)

Nei post precedenti ho cercato di fare divulgazione, e cioè di dar conto degli argomenti pro o contro l’esistenza di Dio nel modo più obbiettivo possibile, cercando di dipanare i contorcimenti mentali di cui si compiacciono i filosofi professionisti. Ma ora devo affrontare il quinto argomento di Tommaso (che coincide con il terzo di Kant) e cioè la necessità di dare un senso alla vita umana e all’universo. Qui devo ammettere che faccio fatica a essere obbiettivo.
Il senso dell’universo, lo confesso, non è cosa che mi tolga il sonno. È un problema che mi pongo, naturalmente; ma con la stessa freddezza con cui analizzo l’argomento ontologico. Ciò che invece mi tocca profondamente è il senso della vita, la mia vita. E questo, se da un lato mi fa sospettare di essere sulla strada di un argomento convincente, dall’altro mi fa temere di non saperlo valutare in modo spassionato.
Tanto per cominciare, ho un dubbio. Il problema di dare un senso alla mia vita non mi ha sempre angosciato. Fino ai trenta/quarant’anni credo di averlo considerato solo come un problema del tipo: “Cosa farò da grande?”. Immagino che siano in tanti a pensarla così. Forse perché, senza saperlo, si è sicuri di quale sia, questo benedetto senso, e solo più tardi bisogna ammettere che no, non era quello (ma allora qual era?). Oppure perché da giovani le energie sono così esuberanti che l’unico scopo della vita sembra quello di consumarle. Fatto sta che fino a una certa età semplicemente non ci ho pensato. Volevo affermarmi, cercavo gratificazioni professionali, avevo obbiettivi che mi sembravano ambiziosi.
Ma il guaio degli obbiettivi è che qualche volta si riesce a ottenerli. Quando ho raggiunto i miei traguardi mi sono guardato alle spalle e ciò che avevo fatto mi è sembrato penosamente privo di scopo. Sì, mi ero affermato. Potevo cercare di affermarmi ancora di più, ma per chi? Per che cosa? Chi ha una famiglia lotta per i figli. Io, per correre dietro ai miei dannati obbiettivi, avevo rinunciato a farmi una famiglia. I miei successi erano di tipo professionale e collegare una attività economica al bene dell’umanità è un esercizio troppo astratto: il risultato è così indiretto che non dà la sensazione di aver fatto qualcosa di utile anche per gli altri.
Certo, questo discorso lo capisce solo chi l’ha provato, e ognuno lo prova con sfumature differenti. Certo, nessuno è tenuto a pensarla come me. Ma, per quanto mi riguarda, di tristezze è pieno il mondo e non mi sembra il caso di fabbricarne delle altre. L’idea di un universo generato a caso e che evolve in modo casuale mi fa venire la depressione. So bene che questa è la teoria che oggi va per la maggiore, ma le teorie cosmologiche cambiano. Si sa: non c’è niente di meno definitivo delle teorie scientifiche.
Ciò che sento adesso, e lo sento con una sofferenza lancinante, è che senza uno scopo la vita è una crudele presa in giro. Tanto vale non vivere. Se davvero l’universo è il regno del caso, meglio suicidarci in massa e far scomparire questa umanità inutile.
Insomma: io non sono in grado di dare un senso all’universo. Potrebbe averglielo dato Dio, se ci fosse. Io posso solo (e sono costretto a) scegliere se comportarmi come se l’universo avesse un senso oppure come se non l’avesse. Un altro sceglierà l’universo caotico. Io personalmente preferisco un universo sensato, quindi mi regolo come se Dio ci fosse. Non so se c’è. Non posso neanche essere sicuro di crederci. Però ci spero.
Visto che ognuno ha le sue certezze ma nessuno possiede la verità, preferisco vivere sperando di non essere un prodotto del caso, destinato a sparire nel nulla con la certezza che la sua vita non ha significato niente.
***
È un argomento questo? No, visto che convince solo me e chi ha sensazioni o esperienze analoghe alle mie. Però me ne accontento, anche perché mette in evidenza una necessità fondamentale di tutti gli esseri umani: la speranza. Nei momenti di più profonda depressione, quando mi sentivo sigillato vivo dentro una bara e non riuscivo a muovermi tanto ero impietrito dall’orrore, la speranza mi ha aiutato a resistere. In fin dei conti, c’è la speranza alla radice del giusto, del bello e dello scopo.
Non mi azzardo a montare sulla speranza un ragionamento come quello di Kant sulla giustizia, ma è un fatto che chi non ha uno scopo non ha nemmeno una speranza e non ha motivo di combattere. Anche senza il conforto di un sondaggio della Doxa, immagino che chi ha speranza creda in Dio, in un modo o nell’altro. Chi non spera, o deve fabbricarsi una fede nell’umanità, e cioè in un progresso indefinito e interminabile (senza uno scopo ultimo), oppure deve abbandonarsi alla disperazione.
Un ateo coerente e disperato replicherà che tutte queste sono chiacchiere: a lui interessa la verità. Ma il fatto è che non esiste un argomento che dimostri inoppugnabilmente che Dio c’è oppure che non c’è. Esiste una ragione umana che produce gli argomenti che abbiamo visto. Esistono necessità dell’essere umano che lo inducono a sperare che Dio ci sia. Ma esiste anche il dolore e la morte, che lo conducono a pensare che Dio, se c’è, non ci vuol bene. La scelta se credere o non credere è una responsabilità personale.
Da quando mi interesso del problema, sono sempre stato colpito da un’osservazione ben poco filosofica, ma dalla quale non riesco a liberarmi: se fosse possibile dimostrare inoppugnabilmente che Dio esiste, non ci sarebbe alcun merito a credergli.
La conclusione che ne traggo è che la condizione umana è problematica: brancoliamo nel buio, in metafisica come in morale, e dobbiamo arrangiarci. Non illudiamoci di scaricare le nostre responsabilità su un ragionamento.

29 pensieri su “Credere in Dio? (quinta puntata – Opinione personale)

  1. > Se davvero l’universo è il regno del caso, meglio suicidarci in massa e far scomparire questa umanità inutile.

    Eh, però alla fine vien sempre fuori il bambino ingordo che batte i piedi quando le caramelle gli finiscono, mica prima. Dopo aver cercato (più o meno complesse) “soddisfazioni personali” per tutta la vita, vogliamo anche che, alla fine, l’intero universo si disponga nella nostra personale prospettiva. Sono proprio queste pulsioni patetiche a comunicarmi quasi la certezza che l’universo non punta su di noi, e mantiene ben stretto il segreto del suo significato ultimo.

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  2. La conclusione che ne traggo è che la condizione umana è problematica: brancoliamo nel buio, in metafisica come in morale, e dobbiamo arrangiarci. Non illudiamoci di scaricare le nostre responsabilità su un ragionamento.

    ..e siamo punto e a capo! :)))
    baci
    la fu

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  3. “Chi non spera, o deve fabbricarsi una fede nell’umanità, e cioè in un progresso indefinito e interminabile (senza uno scopo ultimo), oppure deve abbandonarsi alla disperazione”.

    Scusami, ma hai poca fantasia (anche i ragionamenti e argomenti hanno bisogno di fantasia, o meglio di immaginazione). E certo metterla in questi termini è definire un piano preciso per vivere di angoscia fino alla fine.
    E il quadro che dai della tua opinione (ma non solo), perché accompagnata da ragionamenti che attribuisci ad altri come se ci si dovesse muovere negli aut-aut in cui sarebbe costretto – costringi!- il pensiero altrui (vedi: “Esistono necessità dell’essere umano che lo inducono a sperare che Dio ci sia. Ma esiste anche il dolore e la morte, che lo conducono a pensare che Dio, se c’è, non ci vuol bene”), mi sembra viziato.

    nb. che poi la psicologia infantile sperimentale mostra come i bambini a queste cose ci pensano tantissimo. Che poi qualche bambino sfugga alle maggioranze statistiche, rimane un inestricabile destino senza perchè e pur sempre legittimo.
    Che poi brancoliamo nel buio è un plurale eccessivo. Certo non è tutto luce, che sarebbe poi lo stesso del buio, ma a mio parere passi in avanti in scienze, in fisica e metafisica come in ontologia (è più viva che mai!) se ne sono fatti. Che poi non li si voglia riconoscere questo è un altro discorso, che implica anche una certa ostinazione umana a misurare tutto sul metro della “propria” esperienza. Ma, come ben si sa in filosofia, come in scienza, il che cos’è un’esperienza è domanda con risposte ancora non ultimative. Figuriamoci la “propria”, quando se ne fa un possesso che fissa, genera le condizioni autolimitative (così direbbe il Dalai Lama attenendosi a una dottrina esplicitamente veritativa)

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  4. Elio e Funambola: eh sì, in fondo a tutte le “prove” pro o contro (ma soprattutto in fondo a quelle contro) è facile trovare una discreta percentuale di infantilismo, nel senso che, o la prova dice quel che voglio io, oppure mando tutto a monte e non gioco più! Astrarre dai propri interessi, piaceri, preferenze e portare avanti un discorso scevro da ogni pregiudizio è quasi impossibile. Anche per questo la condizione umana è problematica.
    Lumina, abbi pazienza, sicuramente alla mia fantasia qui mancò possa, ma anche questa volta non sono riuscito a seguirti.

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  5. Mi sembra un po’ che ci sia una sorta di filosofia in negativo nella tua posizione, una passività di fronte al fatto in se che rasenta la paralisi, provo a districarmi.
    Si può pensare a Dio al di fuori della religione? pensare e conoscere personalmente intendo dire. Si può considerare l’esistenza di Dio qualcosa di sufficiente a dare un senso alla propria vita intendendo questa convinzione come un ragionamento sostenibile? è così astratta l’idea di Dio?
    Francamente con le parole di santagostino kant eccetera mi ci pulisco le terga, il senso della mia vita proviene dalla prossimità con un’esperienza viva, non saprei che frmene di un teorema, fossanche inoppugnabile, sull’esistenza di qualcuno a cui vengono attribuite caratteristiche umane, solo più elevate e potenti.
    Io non credo che al di fuori della Scrittura e dall’esperienza dei Padri ci sia modo di avere nozione di Dio in senso proprio, se poi si pensa ad un principio occulto, generante tutto quanto come mera necessità del mondo di esistere, allora hanno ragione quelli che dicono che Dio è un parto della mente umana incapace di sopportare le difficoltà della vita.
    In tutto quello che hai scritto ho sempre solo visto la figura di Dio come un essere necessario all’uomo, questa tua ultima dichiarazione di angoscia non mi stupisce, se cerchi in quella direzione temo che le delusioni non ti mancheranno.
    Una frase che ho leto in qualche libro e che mi sembra abbastanza convincente è che: “non bisogna parlare di Dio, ma parlare a Dio” se consideriamo che esista e quindi abbia caratteristiche superlative, un salto di qualità rispetto alla natura umana e creata, pensare che non possa risponderci è un limite che solo noi poniamo, ma che non gli può appartenere.
    Interrogarsi su Dio significa interrogarsi sulla sua presenza reale e concreta nella nostra vita, non se c’è o meno nell’alto dei cieli, lontano da noi e dai nostri crucci.
    Credere a Dio da pagani non ci avvicina a lui.
    Mario

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  6. Vedi, Mario, io sono consapevole dei limiti di ogni approccio razionale (credo di aver espresso piuttosto chiaramente la mia convinzione al riguardo). Ma sono anche consapevole del fatto che chi con le parole dei massimi pensatori dell’umanità ci si pulisce le terga, di strada ne farà poca. Le crisi capitano a tutti.

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  7. non delego alcun “massimo pensatore” a pensare per me.
    non si tratta di spocchia o invidia o arroganza.
    trattasi di consapevolezza.
    prendo atto umilmente della infinita finitezza del mio essere, ma riconosco in me la possibilità di essere pensatore del mio pensiero, dubitando anche di me.
    i massimi sistemi devono seguire una logica, una premessa dalla quale partire per mantenere “coerenza” all’impianto pensatorio che vanno via via dipanando.
    e questa necessità (in minuscolo) di coerenza porta per esempio all’imperio della forza come necessità (sempre in minuscolo) di ordine, disciplina, realismo, forza, sopruso e violenza di pochi (illuminati) sulla “massa” silenziosa, ridotta al silenzio.
    i massimi sistemi non riconoscono il soggetto, la peculiarità e la dignità di ciascuna vita, ma la dolente (ahhhhhhh,ipocriti sepolcri imbiancatai, miseri esseri privi di dignità, falsi profeti al servizio della loro paura, trombettisti del Potere) “necessità” (sempre in minuscolo)di mortificare l’uomo in nome di un presunto “bene” che trascende la comprensione di noi poveri perenni sudditi e comparse della “storia” disegnata da questi “pensatori” che noi legittimiamo nel momento in cui non ci fidiamo di noi.
    di quale strada parli? cosa significa farne tanta o poca?
    la strada della consapevolezza è una sola ed è la sola strada che ci può avvicinare ed è una strada che si percorre nel silenzio delle nostre vite, un silenzio buono e com passionevole.
    è la strada del cuore, illuminata dalla ragione, la nostra di ragione.
    l’Anarchia è assunzione di Resposabilità grande, è abiura di qualsiasi pensiero sistematico, è Orgoglio di riconoscersi incredibilemente soli, è allungarti una mano e dirti: anche io, anche io sono nella paura, come te, uguale a te.
    baci
    la funambola

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  8. “l’Anarchia è assunzione di Resposabilità grande, è abiura di qualsiasi pensiero sistematico, è Orgoglio di riconoscersi incredibilemente soli, è allungarti una mano e dirti: anche io, anche io sono nella paura, come te, uguale a te.”

    Ho seguicchiato questa interessante dipanazione prima logica e quindi umana e trovo che queste funamboliche parole della funambola racchiudano abbastanza bene, e con pochi ma essenziali concetti, il mio pensiero.

    e aggiungo: quando sei solo allunghi una mano verso il tuo prossimo quando credi di credere a dio si passa il tempo a guardare in alto.

    Perché è una scelta eh: possiamo cantarcela e suonarcela quanto ci pare, sono millenni che lo facciamo, poi alla fine c’è chi sceglie di credere (per questo, questo e quest’altro motivo) e chi invece no (per questo, questo e quest’altro motivo)

    tanto cambia poco.

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  9. Be’, ognuno è responsabile delle sue scelte, compresa la scelta di dire: tanto cambia poco (ma sarà vero?). Poi, senza delegare
    nessuno a “pensare per me”, mi interessa sapere cosa hanno pensato altri. Se invece a voi non interessa, e s’è riuscito solo ad annojarvi, credete che non s’è fatto apposta.

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  10. Una scelta, si, sono d’accordo, la fede è una fede e non un teorema ed è una scelta, in quanto l’uomo è libero a 360 gradi.
    Non sarebbe possibile se no quella trasformazione teandrica, quella divinizzazione dell’uomo di cui parlano i vangeli e la tradizione apostolica e patristica se non ci fosse un rapporto libero e non di schiavitù tra Dio e l’uomo.

    Mi dispiace aver usato quell’espressione nei confronti di autori che per alcuni hanno evidentemente un significato e sono stati oggetto di studio passione e pensiero, ma ritengo che questo aspetto emotivo sia la vera ragione di tanto attaccamento ad un pensiero che trovo così arido.
    Trovo incredibile che degli uomini evidentemente dotati di menti e volontà così forti pensino di dare una risposta al dilemma “Dio esiste o Dio non esiste”, prescindendo radicalmente dalla scrittura e dalla teologia che hanno mostrato al mondo la natura divina e i modi in cui questa si manifesta, chè senza dati, solo con le parole non si fa che ragionare su un buco vuoto.
    Mi ricorda l’aneddoto che mi raccontò un amico laureato in antropologia, alcuni capoccioni che si decisero finalmente ad andare i Africa per verificare alcune loro teorie sui rapporti di parentela e il loro codice di alcune popolazioni, tornarono indietro delusissimi dicendo che quei negri non avevano capito nulla della loro cultura.

    Testi di padri come San Massimo il Confessore, San gregorio Nazianzeno San Giovanni Damasceno, San Dionigi L’aeropagita e molti altri, hanno espresso una conoscenza prima di tutto della complessa natura della mente e delle azioni dell’uomo e di come queste abbiano relazione con la conoscenza di Dio e dei suoi effetti nella realtà sensibile.
    Non è una dottrina morale la teologia, ma l’esposizione razionale dei risultati di una ricerca concreta; negli anni in cui veniva pubblicata l’Enciclopedia di Diderot e D’alembert, a Venezia veniva pubblicata l’enciclopedia della teologia mistica, raccolta di testi patristici sulla preghiera e sulla conoscenza di Dio attraverso i mezzi che le sono propri, la Filocalia. molti degli autori contenuti nell’opera non avevano letto ne conosciuto le opere degli altri, ma la concordanza tra percorso e risultati, per usare un’espressione commerciale, è straordinariamente coerente.

    Leggendo “il racconto del pellegrino russo” (consiglio l’edizione Bombiani con la prefazione di Cristina Campo) ci si trova davanti ad un “Metodo” spirituale che conduce alla conoscenza di Dio attraverso diversi gradi ed esponendo i fenomeni che ne derivano analizzandoli e mostrandone le caratteristiche ora psicologiche ora spirituali, senza fronzoli catechistici.
    Io non voglio discutere che qualcuno dal punto di vista Fisico, psicanalitico, marxista, filosofico o logicomatematico, possa ricondurre queste cose a categorie proprie di ognuna di queste discipline, solo non capisco perchè non venga usata la disciplina propria per avvicinarsi al fenomeno in oggetto, se così posso esprimermi.

    Ecco, il limite che vedo in questa esposizione, (di cui ti ringrazio perchè ho scoperto cose che non avrei comunque studiato per molte ragioni, quindi mi ha arricchito), è proprio il fatto di escludere l’unica forma di conoscenza che abbia Dio per oggetto e fine; la teologia mistica.
    Mi permetto di escludere l’opera San Tomaso d’Acquino, (non la persona della cui fede non posso evidentemente giudicare, come di nessuno in generale) da questa disciplina e in generale la dottrina scolastica, perchè sono convinto che sia filosofia travestita da teologia, un po’ come l’arte barocca delle chiese che è arte sensualissima venduta per arte sacra.
    Ecco, non voglio essere considerato un fondamentalista, non sto facendo questioni su chi si salva e chi no, in genere chi si esprime in questa direzione non lo ascolto, ma ritengo opportuno esprimermi dove vedo che si parla di viaggi sulle cartine geografiche e non si va a vedere cosa c’è quattro isolati più in là, cioè, sarebbe a dire, che in generale (non è un sistema meccanico ne strettamente logico, è un’esperienza umana, quindi soggetta alle differenze degli uomini tra loro) non c’è teologia senza esperienza e non c’è conoscenza di Dio senza teologia, la fede è democratica, non richiede lauree specialistiche, ma rigore e impegno si.
    E lo dice un accidioso della peggiore specie, quindi potete tranquillamente non credermi.

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  11. “Io non voglio discutere che qualcuno dal punto di vista fisico, psicanalitico, marxista, filosofico o logicomatematico, possa ricondurre queste cose a categorie proprie di ognuna di queste discipline, solo non capisco perchè non venga usata la disciplina propria per avvicinarsi al fenomeno in oggetto, se così posso esprimermi.”

    Mario, il motivo è molto semplice: la “disciplina propria per avvicinarsi al fenomeno” dà il fenomeno già per acquisito. Di che si occupa la teologia? Di Dio, dei suoi attributi, dei suoi rapporti con l’universo, ecc. Il problema se Dio esista o no non se lo pone nemmeno. Capisco che a te questo problema può non interessare, così come non interessa agli atei, ma a molti altri interessa.

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  12. Ma scusa Riccardo, se esiste il “problema” della esistenza o non esistenza di Dio, evidentemente c’è un contesto in cui la nozione di Dio si è manifestata.
    Ora, che su questa nozione, dal punto di vista storico o politico ci siano molte cose discutibili lo capisco e la mia strada è partita proprio da questi dubbi, ma pensare di indagare una nozione, se non vogliamo considerarlo un fatto, escludendo a priori l’ambiente e le testimonianze che l’hanno reso percepibile mi sembra velleitario, sarebbe come psicanalizzare qualcuno in contumacia, senza interrogarne direttamente i segni manifesti, voler stabilire a priori una diagnosi.
    Poi come ho detto , la fede resta una scelta, non c’è nessun teorema o legge fisica o matematica o alcuna evidenza incontrovertibile che possa costringere un uomo a credere se non vuole credere, o, credendo, a comportarsi in conseguenza, che poi io credo sia l’unica cosa veramente importante a riguardo del proprio rapporto con Dio.
    Infatti la Teologia non ha per oggetto un fenomeno già acquisito, piuttosto è il contrario, dai segni visibili pone, in forza dell’esperienza di chi già l’ha fatto, le basi di un metodo proprio per acquisire il suo oggetto che dichiara comunque “inconoscibile” se non per conoscenza diretta, nell’incontro personale.
    Se tu ti sposassi per corrispondenza e ti garantissero con i sillogismi più chiari e indiscutibili che la donna che hai sposato è la più bella del mondo e che i documenti saranno conservati in una cassetta di sicurezza svizzera a prova di olocausto nucleare, solo che non puoi godere della sua presenza, che te ne fai? puoi solo andare in giro a raccontarlo, così è delle prove logiche dell’esistenza di Dio, anche quando ne fossi convinto razionalmente non per questo ti si spalancherebbero davanti le porte del paradiso.
    Io credo che le prove dell’esistenza di Dio non siano che una vanità, e che è più l’orgoglio a muovere verso tale ricerca che non un sincero desiderio di verità, per me almeno è stato così e sono ben felice di aver superato, o meglio lasciato perdere quell’interrogazione che si morde la coda.

    PS
    Nel mio primo commento di questo post c’è un refuso di cui vorrei fare ammenda, tra i pensatori scherniti ho scritto Sant’Agostino in vece di san Tomaso, non ho una particolare venerazione per il vescovo di Ippona, mentre non amo davvero l’acquinate, ma mi sono comunque lasciato trasportare e il lapsus ne è la dimostrazione, nei confronti degli altri non ho problemi di sorta invece.

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  13. La mistica rimane l’unica strada provata del Divino (preferisco il termine divino a dio perché dio rimanda a un sospetto di Dio personale, senza questo sospetto si potrebbe usare tranquillamente l’espressione io credo in Dio, il problema della rappresentazione rimane ancora sostanzialmente aperto e in altri ambiti ha trovato altre forme e termini) la mistica è una teologia, ma la teologia spesso non è stata mistica. La mistica, che dovrebbe essere la norma dell’esistenza umana e non l’eccezzione è poi sempre stata vista con sospetto dalla Chiesa Cattolica

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  14. Mario, non voglio insistere oltre il lecito, anche perché la tua posizione è chiarissima e spero che sia chiara anche la mia. Immagino che tu sia cosciente del fatto che la tua argomentazione, così come la esponi nelle prime righe del tuo ultimo commento, non ha alcuna presa sui laici razionalisti, cioè su coloro i quali sostengono (e sono una larga maggioranza) che non esiste strumento di indagine più affidabile della ragione e che niente può essere accettato se non ha superato il vaglio della ragione. Io sostengo che per discutere si deve essere a conoscenza degli argomenti altrui, e non solo epidermicamente, ma “dal di dentro”. Anche perché è solo dal di dentro che si possono esplicitare le contraddizioni. Sulle contraddizioni della Dea Ragione credo di aver detto a sufficienza. Sul tuo approccio al problema, mi limito a confermare che, da un punto di vista razionalista, tu semplicemente lo eviti dando per scontato che Dio esista. Se poi tu, parlando di un contesto, stai parlando di Gesù Cristo, allora la faccenda diventa ancora più complicata. Bisogna dimostrare che Cristo è Dio, e io non sono qualificato per un discorso simile. Ci vorrebbe un esperto in apologetica.
    Come vedi, la mia posizione è piuttosto problematica. Per il momento non so andare al di là della speranza. Ma di quella, almeno, mi sento sicuro.

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  15. La ragione, i laicisti razionalisti, dovrebbero sapere, ricordare che la ragione si apre nell’Intelletto, perché senza questo passo, la ragione è monca!

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  16. In quanto a Cristo risultato dimostrato che era il Messia. Il rabbino Benamozegh lo ha chiaramente provato, mettendo in imbarazzo parte della teologia cattolica che ha sempre sostenuto che la Kabbala era posteriore al Cristianesimo. E invece non è così!

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  17. Luminamenti dice una cosa molto importante, così importante che riporta la posizione dei laici razionalisti nel suo seno intimo, quello della tradizione cattolica occidentale.
    La concezione dell’uomo come composto di corpo e anima, o se si vuole sensi e ragione è una concezione monca e non corrispondente alla natura dell’uomo che da sempre è stato considerato tripartito in corpo anima e spirito, quest’ultimo elemento, il nous dei greci o intelletto è una realtà soprarazionale in quanto è capace di acquisire intuitivamente le realtà che sfuggono ai sensi e alla ragione e attraverso questa attività di portare nell’uomo intero l’ordine che per comodità possiamo considerare cosmico, ma che in definitiva è quello divino.
    Privare l’uomo del suo centro fondamentale siignifica porre la questione di Dio come irrilevante in quanto manca quella facoltà attraverso la quale è possibile conoscere Dio.
    In nessun momento della storia dell’uomo si è posto il problema dell’esistenza di Dio o delle realtà divine, dagli aborigeni ai sottili bramini, dalla cina a israele, in tutte le epoche il problema è stato la conformità o meno delle azioni o dei pensieri umani alla legge divina e al suo riflesso nelle leggi naturali.
    La mia religione è il cristianesimo e non trovo in alcuno scritto fedele alla costituzione apostolica, cioè dei testimoni oculari, qualcosa che contraddica la natura divina di Cristo, a questo punto mancano solo più gli esperti in apologetica… ma questo è ancora un altro problema, la domanda è ancora come è fatto l’uomo per contenere in se la realtà divina che ne consente la presenza, la conoscenza reale.
    Tu mi stai dicendo che c’è un modo di cercare Dio che deve, si impone, di usare unicamente gli strumenti della logica moderna e di quella parte di razionalità più legata all’aspetto materiale del mondo, un po’ come quegli scienziati del caso Semmelweis a Vienna, che non credendo a ciò che non vedevano, continuavano imperterriti a propagare la febbre puerperale di cui morivano decine e decine di donne, causata dal contatto delle mani con i cadaveri nell’ora di anatomia precedente la visita alle puerpere.
    L’esempio è forte, ma calza, il manicheismo agostiniano che ha pervaso la chiesa cattolica è uno dei responsabili di questa concezione limitata della razionalità e i primi esempi che si conoscono di ricerca delle prove razionali dell’esistenza di Dio nascono nelle università cattoliche in seno alla dottrina scolastica.
    Si potrebbe per iperbole dire che l’ateismo esce da quelle scuole, infatti come qualcuno ha cercato una dimostrazione razionale della sua esistenza qualcun altro ha cercato la dimostrazione razionale del suo contrario, anche per mero esercizio accademico o per dimostrare le sue superiori capacità di dominio dei mezzi retorici.
    Il fatto è che ridurre l’uomo al modello corpo-anima significa farne un golem, riconoscerne la composizione spirituale significa aprirsi alla ricerca e all’incontro, liberi da schemi precostituiti.
    Poi, come dice Abramo al ricco Epulone, se anche qualcuno risuscitasse dai morti non crederebbero, quindi non è un vero problema l’ateismo, il problema è quando uno sente la domanda dentro di se e si rivolge al ragionamento di un computer, quando sentendo l’ansia di capire e il desiderio di cercare non si rivolge a chi quella strada l’ha percorsa, ma va in biblioteca a consultare le mappe, quando si sente malato non va dal medico ma dall’avvocato e invece di una cura riceve parole.
    Mi pesa sai discutere di queste cose, mi pesa dire che la mia strada è vera, mi pesa presentare un cammino la cui imperfezione dipende da me e solo da me come qualcosa di autentico in faccia alle scelte di altri uomini che hanno esperienze e modi di pensare diversi, ma visto che sono state poste delle ipotesi ne ho fatte presenti altre, suffragate da testimoni per me più attendibili, in piena libertà.

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  18. @Mario Pandiani

    Credo che il miglior modo di esprimere rispetto, assoluto e paritario, per la posizione di un altro, sia rappresentare la propria in tutta la sua nudità ed apparente miseria:

    Modello uno:
    corpo (= immane processo di materia, strutturata e strutturante, su molteplici livelli) e basta.

    Dunque, dal palmo della tua mano alla galassia di Andromeda si dispiega un solo abissale mistero: perché tutto questo? (dove “questo” ingloba ovviamente conoscente e conosciuto)

    Vi è dunque una prospettiva più austera, che può certo “alloggiare”, con rispetto ed interesse, quelle segmentazioni del reale che chiamiamo Tradizione, Spirito, anima, e tutto quanto può avere un valore psicologico, senza però concedersi dei “ribaltamenti” prospettici che facciano leva su una base sentimentale.

    E’ una prospettiva che si è rivelata enormemente feconda, ed è per giunta profondamente elegante.

    Certamente è anche fredda, nella sua essenza, ma molti non vedono alcun motivo di abbandonarla, se non vengono forzati a questo abbandono dal dolore o dall’angoscia.

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  19. Io però non ho ancora capito quale sia il motivo di tanto scandalo. L’essere umano, comunque lo si concepisca, possiede anche una facoltà che si chiama ragione. Non dovrebbe usarla? Neanche per accertarne i limiti?
    Il fatto che storicamente uomini che usavano la ragione si siano esercitati sul problema dell’esistenza di Dio è così scandaloso? A me pare che questo esercizio abbia chiarito molto sui limiti della ragione, e mi pare che di questi limiti si dovrebbe parlare di più, divulgarli a tutti i livelli, proprio per levare dalla testa della gente l’idea velleitaria che la ragione sia l’unico metro di ogni cosa. Ma anche per definire chiaramente i confini entro i quali la ragione è DAVVERO l’unico metro affidabile.

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  20. Io penso che “Ragione” sia un termine ormai logoro, che non fa altro che riproporre vecchie dicotomie, relative a paesaggi tramontati ai quali bisognerebbe dare una sepoltura onorevole ma un po’ meno ingombrante. Perché vi sono stati degli avanzamenti, da quando si deificava la Ragione.
    Quale sarebbe l’apice della ragione, il campo nel quale la sua costrizione sarebbe totale, e Dio stesso sarebbe costretto a convenire con essa? Quello dei sistemi assiomatici, completamente formalizzati. Lì possiamo dimenticare i sfuggenti significati e mettere in moto un meccanismo, certi di ottenere conseguenze congruenti. Ma è altresì evidente che di completamente formalizzabile a questo mondo c’è ben poco, ed ecco che quelli che erano meccanismi si moltiplicano e fluidificano, cominciano ad appoggiarsi alle autofascinazioni, al sentimento, inglobando gradualmente tutto quanto ma perdendo simmetricamente ogni garanzia. Ragione ed emozione non sono più opponibili: i meccanismi analitici sono impotenti nei confronti della complessità del reale e devono essere guidati su di un bersaglio delimitato dai marcatori somatici (emozioni) che non son altro che il sedimento di una vita sopra il sedimento di una specie. Queste cose la neurobiologia le ha mostrate molto chiaramente, ma si preferirà sicuramente rievocare il vecchio anatomista positivista che dichiara di avere sezionato migliaia di corpi senza averci mai trovato dentro l’anima.

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  21. ferrazzi@ “Io però non ho ancora capito quale sia il motivo di tanto scandalo. L’essere umano, comunque lo si concepisca, possiede anche una facoltà che si chiama ragione. Non dovrebbe usarla? Neanche per accertarne i limiti?”

    Non c’è peggior sordo di chi “non vuole” ascoltare. Non c’è nessuno scandalo nell’uso della Ragione e alle tue domande interrogative si può tranquillamente rispondere positivamente.

    Ma ciò che è arbitrario, “irrazionale” è dire che si possiede una falcoltà che si chiama ragione omettendo la conclusione.

    Se ci si prende la briga di riflettere sull’espressione “abbiamo una facoltà che si chiama ragione” ci si accorge che questa espressione ha una sua Storia molto ben delineata, una sua dimostrazione che è antichissima e che era inscindibile da quello che era chiamato Lume della Ragione. La quarta parte dell’Uomo che è l’Intelletto, che ora significa tutt’altra cosa perchè il concetto è stato deformato, ma che invece in passato era chiaro e limpido. Già Aristotile aveva argomentato con grande efficacia come l’uomo è anche direttamente toccato da una parte la quale si manifesta nel raccolgimento e non è né la ragione, né il sentimento e neanche la sensazione e che è conoscibile con la ragione. Con la ragione, per l’appunto. Essa viene detta Intelletto nella tradizione scolastica, in sanscritto bodhi, in greco nous (che si distingue dalla dianòesi o ragione), chiamato anche Sapienza, perchè come assaporando (sapere) coglie in modo immediato il suo oggetto; oppure Spirito. L’intelletto che oggi si usa in maniera interascambiabile, irrazionalmente con il termine ragione, è ed era invece la parte dell’uomo che coglie i principi supremi sui quali riposa la ragione tecnica o scientifica o rettorica. Già Dante l’aveva ben mostrato nel 19esimo canto del Paradiso: “Lume non è se non vien dal sereno/che non si turba mai”.
    Quando la ragione con le sue tecniche espositive, rettoriche, classificatorie e combinatorie si mette al servizio dell’Intelletto, allora si denomina metafisica.
    Non appena manca questa esperienza intellettuale, la razionalità metafisica scade a futile quanto litigiosa dialettica, a punto d’onore terminologico e persecutorio fanatismo.
    Ogni grande tradizione spirituale ha una sua logica argomentativa altamente razionale su questo tema, dove non c’è spazio per l’irrazionalità. Se uno per esempio osservasse quanto il Sufismo, tanto per dire di una tradizione come esempio, dà attenzione alle dimostrazioni razionali e all’analisi dello schema corporeo e alle verifiche empiriche, ci si renderebbe conto della enorme differenza che c’è razionalità e irrazionalità.
    Ma poi, non sono proprio le neuroscienze e la fisica quantistica che aprono scenari nei rapporti tra causa ed effetto, tra mente e materia che rivalutano come autentica l’esperienza spirituale? Sono proprio questi i campi disciplinari che ci indicano che la Ragione non può essere circoscritta solo a facoltà strumentale e tecnica, a mezzo idoneo alla costruzione di scienza (intesa nella sua accezione moderna come territorio di falsificazione di ipotesi scientifiche)!

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  22. Lumina, non c’è peggior conversatore di chi non risponde a tono. Io domando se dobbiamo buttar via la ragione e tu mi fai il panegirico dell’intelletto. Grazie mille. Se il nous avesse avuto a che fare con l’argomento del post ne avrei parlato sens’altro. Ma qui si parlava della ricerca di Dio con argomenti razionali. Tu e altri preferite la strada del misticismo? Prego, accomodatevi. Ma c’è un sacco di gente (la stragrande maggioranza) che del misticismo non sa che farsene. Chi sta attaccato al 2+2=4, prima di accettare l’idea che esistono casi in cui 2+2 NON FA 4, vuole essere convinto da un RAGIONAMENTO. A queste persone (cioè a quasi tutti) ho tenuto a ricordare i tentativi fatti con la ragione per ottenere la certezza che Dio esista oppure no. Adesso, spero, dispongono di qualche elemento in più per decidere se la ragione è lo strumento adatto per questo tipo di indagine. E se decidessero che non lo è, saranno sempre loro a decidere quali altri strumenti prendere in considerazione. Chi vuole utilizzare questo thread per fare propaganda a favore del misticismo faccia pure. Ma io mi chiamo fuori.

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  23. Hai scritto: “L’essere umano, comunque lo si concepisca, possiede anche una facoltà che si chiama ragione. Non dovrebbe usarla? Neanche per accertarne i limiti?”

    E ho risposto a tono a quanto c’è qui sopra. Chi del misticismo non sa che farsene sono coloro che non usano la ragione di cui ti ergi a paladino invocandone l’esistenza come facoltà. lo scrivi qui sopra tu stesso. La ragione non è solo ragionamento, come ormai persino le neuroscienze vanno rendendosi conto e quindi non è con il ragionamento che si può ottenere la certezza che Dio esiste. La ragione non è una cosa astratta, seppure fa uso dell’astrazione. Si confondono i suoi strumenti dalla sua produzione. L’empasse della logica infallibile ormai è stata smentita (carnap e il circolo di vienna. Ma la ragione usata fino in fondo porta all’esperienza mistica, all’esperienza divino o di Dio. Se della ragione fai l’uso limitato che dichiari e nello stesso tempo la difendi, è evidente che vai in una contraddizione irrisolvibile. Io difendo la ragione ma per quello che è, alla quale poi andrebbe aggiunta quella facoltà intermedia tra i sensi e la ragione che è l’Immaginazione. Poi, il pensiero tradizionale è ricchissimo di rigore argomentativo. Non mi sembra che hai scelto il meglio del pensiero umano.

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  24. A proposito di aiuto, sai come si dice nello chassidismo? Dio incomincia a lavorare su di voi solo quando voi avete fatto tutto il meglio; se c’è ancora qualcosa di intentato e una parte di voi non è ancora coinvolta, Dio non può venirvi in aiuto. Dio aiuta solo coloro che aiutano se stessi. Si chiama il sentiero del paradosso.

    Cmq non fraintendermi, sebbene osservo della distanza dai tuoi ragionamenti, ho letto e apprezzato il modo come hai svolto il tema e ripreso autori. Come vedi hai scatenato riflessioni e reazioni, contributi che ognuno potrà ripensare. Un lavoro del pensiero utile.

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  25. Ragazzi, forse non mi spiego, ma ho l’impressione che voi vogliate parlare d’altro. Preferite la via del misticismo? Benissimo. Ne prendo nota. Io ne ho trovata un’altra. Altri ne troveranno altre ancora. Altri non ne trovano nessuna.
    Io credo che in queste cose sia un po’ come in amore: non siamo noi che conquistiamo, sono le donne che ci scelgono.

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  26. Io parlo per me e non certo a nome di altri. Se non avevo capito male, la serie dei tuoi articoli su credere in Dio, che ho apprezzato, riguardava le prove di questo credere. Alcune delle prove. Beh, non mi sembra di aver parlato d’altro, se si ritiene, e io lo ritengo, che la prova dell’esistenza di Dio (preferisco però il termine divino) è data essenzialmente dall’esperienza mistica, quindi l’intervento mi sembrava pertinente al tema. Poi, credo, che esistono ragionamenti, argomentazioni, che supportano questa prova, che anzi sono stati usati e possono essere usati per entrare nell’esperienza mistica. Quindi, sono la via che conduce alla prova.
    Ma da soli, i ragionamenti, se non portati fino in fondo, non aiutano granché, se non come esercizio speculativo e tenendo presente, come ho già accennato, che già in clima neopositivistico e nell’eco del concetto kantiano di oggettività come intersoggettività che la riflessione critica sulla scienza e sul pensiero logico e argomentativo rende completamente esplicito il carattere intersoggettivo e linguistico del dato. Nella sua forma esterna questa esplicitazione si presenta (in Neurath, Popper, Reininger, Carnap, Reichenbach) come negazione del valore assoluto delle proposizioni che si riferiscono ai dati empirici (“proposizioni protocollari”) – un valore assoluto che pure era stato affermato nella fase iniziale del neopositivismo (da Wittgenstein, Schlick e dallo stesso Carnap). E’ quindi evidente che oggi esprimersi nei soli termini di ragionamento astratto sull’esistenza di Dio, risente di questa posizione che nega l’infallibilità della logica e del linguaggio esatto. Questo atteggiamento, a sua volta, nasce dalla convinzione delle filosofie del linguaggio, che ritengono generalmenre di avere emarginato il pensiero fenomenologico che concepisce il “dato” come dimensione semantica originaria che esiste indipendentemente dal linguaggio da cui è indicata. Ma, propriamente, con la filosofia del linguaggio l’atteggiamento fenomenologico è solo trasportato su di un altro piano: quello dove viene effettuata la descrizione – la fenomenologia, appunto – dei cosidetti “giochi linguistici”. Si è così entrati in un epoca dove ognuno crede di potere avere una opinione leggittima su tutto che valga quanto un’altra opinione. Con il 68 siamo entrati nel mondo della doxa e non c’è ragionamento che non possa essere smontato e rivoltato nel contrario. Si è aperto così un baratro, dove si è gettato il pensiero tradizionale, dove la trasmisione accertata del sapere è stata smantellata. Da qui la deriva, evidente sotto gli occhi di tutti. Parlare di misticismo? magariiii!!! il punto è che non se ne può parlare, non c’è chi voglia ascoltare. E’ cosa che non vuole e non è analizzata dalla mente comune del razionalismo empirista laicista. In sostanza l’esperienza mistica non per nulla conosciuta e quindi la sua critica si configura come pura irrazionalità

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