Il mistero dei piedi sulla spiaggia

anatomia del piede

Qualche giorno fa, la mia devastata attenzione è stata sollecitata da una di quelle notiziole che appaiono nelle brevi di cronaca, nelle pagine interne, di altisonanti quotidiani altrimenti alle prese con fatti e notizie di portata ben più rilevante (penso ad esempio all’opportunità o meno che Mr.DonaToni rimanga incollato alla panchina di CT della nazionale).

 

La notizia, nella sua interezza, per chi volesse, si può leggere qui.

 

Bene, ammettiamolo, già il fatto di trovare un piede, da solo, su una spiaggia (ma anche altrove) è un fatto insolito. Trovarne, a distanza di poco tempo, addirittura sei, ha dell’eccezionale.

E narrativamente può costituire uno spunto irresistibile. Ricordo l’amico Leonardo Colombati, che nel suo Perceber si è occupato di un intiero arto, una gamba smarrita a Roma.

Ma uno straccio di romanzo o di racconto su una serie di piedi trovati sulla spiaggia in quel dei dintorni di Vancouver, ancora, “at the moment”, non l’ha scritto nessuno.

 

Dilettarsi a sbrigliare la matassa si presta, per l’intanto, a più di qualche malevola interpretazione.

C’e’ chi, come il mio amico Alfredo, da sempre attento e sintonizzato sulle frequenze dell’irrealtà,

può dare luogo alle ipotesi più suggestive. Come quella di ritenere la sequenza scandita dei ritrovamenti una sapiente, e macabra, campagna di marketing di una nota casa di calzature sportive mondiali. Il dettaglio della marca, nei verbali della povera polizia (fantastico il fatto che si chiamino ancora oggi Giubbe Rosse, come nei fumetti del Grande Blek, che leggevo da piccolo), un indizio consistente. L’articolo omette, ad esempio, di segnalare se e quanti di questi piedi calzassero anche dei calzini, si che tali indumenti, a loro volta, meriterebbero ben altro risalto, circa le abitudini di un popolo nella scelta dell’accostamento con le scarpe, la lunghezza, e soprattutto i colori. C’e’ tutta una letteratura, dentro, di cui occuparsi.

 

Ora, un piede non è un ombrello, un qualcosa cioè che si è portati a dimenticare, spesso, in giro.

Il fatto di smarrirli non può oggettivamente passare inosservato da parte dei rispettivi, sfortunati, proprietari. Azzardare altresì, che trattasi di porzione del corpo che rimane indigesta agli squali, posto che affollino detti mari, è ancora tutto da provare (dei test appositi, ad esempio, potrebbero essere eseguiti in alcuni acquari specializzati, utilizzando le estremità, entrambe, del centravanti della nostra nazionale). Resta, forte, nell’imminenza dei giochi olimpici, il sospetto che dietro a tutta l’operazione ci sia lo zampino di qualche stratega del marketing (o quantomeno un teorico della sua frangia estrema che prende il nome di guerrilla-marketing).

 

Un caso, quindi, sul quale le migliori menti della nazione si stanno scervellando, sospinti, in forza del culto al dio denaro, dalle lamentele degli operatori della British Columbia, terrorizzati dall’impatto negativo sul turismo che tali, cadenzati, ritrovamenti possono generare, alla stregua di quello della mondezza per il turismo in quel di Napoli.

 

Aspettiamo, perciò, fiduciosi. Prima o poi si farà avanti qualcuno, non tanto a reclamare l’arto smarrito, ma a svelarne i perché e i come.

Intanto, per ora, scommetto che nessuno, da quelle parti, userà ancora l’espressione augurale, nelle formule di commiato….”…in gamba, eh ?!”.

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