Viaggio sentimentale nella storia dei cuori di insigni e bugiardi poeti

di Manuela Maddamma

A Parigi, in una notte del 1119 Pietro Abelardo, celebre maestro di dialettica e retorica alla scuola episcopale di Notre Dame, dormiva profondamente in un luogo appartato della sua casa. I congiurati furono guidati al suo letto da un servo, che durante il giorno si mostrava fedele, ma alla devozione verso il padrone aveva preferito il denaro. Alla testa dei congiurati c’era Fulberto, canonico di Notre Dame e zio, forse padre, di Eloisa, la fanciulla oltraggiata. “Si vendicarono su me in quel modo così crudele e ignominioso che riempì tutti di inaudito stupore: mi amputarono la parte del corpo con la quale avevo commesso il peccato di cui si disperavano, e subito si diedero alla fuga”, scrive Abelardo molti anni più tardi, nella “Storia delle mie disgrazie”.
L’eccesso della punizione corrispondeva alla smisuratezza della passione. Una passione nata da un innocente, casto rapporto di maestro e allieva, il non ancora quarantenne filosofo ammirato per la sottigliezza dei suoi argomenti logici e le soavi esposizioni, era stato ospitato dallo zio di Eloisa nella sua umile dimora per arricchire della sua scienza la talentuosa e incantevole nipote di sedici anni. Ben presto a Lucano e Boezio si sostituì l’alfabeto dell’amore, l’ardire della conoscenza carnale. “Dinanzi ai libri aperti parlavamo più di amore che di filosofia, ed erano più i baci che le sentenze. Più ai seni che ai libri correvano le mani, e gli occhi riflettevano l’incanto dell’amore più spesso che non si volgessero alla lettura del testo. Per non suscitare il minimo sospetto talvolta la percuotevo, ma era per amore non per furore, era per piacere non per ira, un piacere più soave di qualunque balsamo. A poco a poco gustammo bramosamente tutti i gradi dell’amore, senza trascurarne alcuno e se l’amore ebbe mai il potere di escogitare piaceri insoliti noi ce li concedemmo”. Abelardo alla stesura del Commento a Ezechiele e alle glosse bibliche preferì il verso e il canto, al punto che in tutta Parigi si cantavano le canzoni d’amore a Eloisa. L’imprudenza dei due amanti nel lasciare che il vento portasse l’annuncio della loro scandalosa amicizia unì i numerosi nemici di Abelardo attorno all’umiliato Fulberto, che impose la separazione degli amanti. Ma una lettera raggiunse Abelardo: Eloisa, colma di gioia, gli annunciava che presto sarebbe diventata madre. In una notte in cui lo zio era assente, Abelardo la rapì e la nascose nel suo paese, Palais nella Bretagna meridionale, a casa della sorella, dove Eloisa diede alla luce un bambino cui si pose il nome di Astralabio, “prendo gli astri”. Pazzo di rabbia per quella fuga, lo zio di Eloisa pretese pubblica riparazione, ciò che ottenne fu un matrimonio da tenere segreto e contro il quale Eloisa lottò strenuamente, avversa a trasformare la sua libera passione in un vincolo formale. “Non miravo né al matrimonio né alla ricchezza. E se il nome di moglie appare più sacro e più valido, per me è stato sempre più dolce quello di amica, o, se non ti scandalizzi, di concubina o di prostituta”, confesserà, già vestito l’abito monacale, in una lettera al suo sposo. Gli eventi precipitarono quando, tentando vanamente di allontanare da sé lo scandalo che avrebbe potuto nuocere alla sua carriera nella Chiesa nonché al rango e all’onore, Abelardo ordinò a Eloisa di allontanarsi da lui, presso il monastero di Argenteuil, e di prendere il velo. “Ti ho sempre amato di un amore senza limiti. Ho compiuto tutto ciò che hai comandato, fino a subire la mia rovina per ubbidirti, poiché non potevo ammettere di farti dispiacere in nessun caso. Il mio amore è stato così folle da privarsi da sé, senza speranza di recupero, dell’unico oggetto del suo desiderio, quando, per ubbidire prontamente al tuo comando, ho cambiato a un tempo e l’abito e l’animo: proprio per dimostrarti che soltanto tu sei l’unico padrone del mio corpo e della mia anima”. Consegnatasi a Cristo nella veste, Eloisa rimane fedele a Abelardo nel cuore fino alla fine, senza mai dimenticare né rinnegare quelle gioie da amanti che provarono. “Dovunque mi volga sono sempre presenti ai miei occhi e m’accendono di desideri. Anche quando dormo, la loro suggestione mi tormenta. Perfino in mezzo ai solenni riti, quando più pura deve essere la preghiera, le immagini impudiche di quelle voluttà inchiodano tanto nel profondo l’infelicissimo mio animo che mi sento disposta più a quei turpi godimenti che alla preghiera”. Abelardo, menomato, “uomo incompleto” come lo definirà uno dei suoi più violenti avversari, Roscellino, fu spinto a cercare il segreto rifugio del chiostro più dalla vergogna che dalla devozione. Indossata la veste, invano predicherà a Eloisa di accogliere le loro nuove vite quali benevolo dono della grazia divina, che dal fango della lussuria ora sono sollevate alla comunione in Cristo. Eloisa rimarrà obbediente al suo maestro, ma appartenendogli innanzitutto come donna e amante, prima che nella fede. Alla morte di Abelardo, la salma fu nascostamente traslata nell’oratorio dove Eloisa era divenuta badessa, dedicato allo Spirito Santo. Vent’anni dopo il corpo di lei si unirà al suo. Singulariter, non specialiter, nella singolarità del suo essere donna e non nella specie di monaca.
Storia non meno maledetta, tinta delle ombre che sempre si nascondono in ogni secolo illuminato e presuntuosamente liberato dalla superstizione, è quella narrata nel libro dell’amore romantico per eccellenza, “I dolori del giovane Werther” di Goethe. Si formò nell’immaginazione del suo autore quando apprese del suicidio di un giovane che aveva conosciuto nella piccola e noiosa cittadina di Wetzlar e aveva poi nuovamente incontrato nella “piccola Parigi”, Lipsia. Si trattava di un tal Jerusalem, respinto da una donna sposata, che si era dato la morte utilizzando le pistole del comune amico Kestner. La vicenda lo turbò al punto che volle conoscerne tutti i dettagli, vide in Jerusalem un possibile gemello. Anche Goethe era stato, in passato, terzo di un ambiguo triangolo tra lo stesso Kestner e la sua sposa di nome Lotte, nome che trasferirà all’ossessivo oggetto amoroso di Werther, prima di strapparsene via con due secchi biglietti di congedo. La scrittura avvenne di getto, “avevo scritto quest’operetta quasi inconsciamente come un sonnambulo”, ricordò molti anni dopo, e fu subito un successo immenso. Ma l’origine sanguinosa dell’opera sembrò contagiare quel successo: tristi sacrifici gli vennero tributati. Numerosi lettori si riconoscono così completamente nello spirito quasi bipolare di Werther, asceso ora sulle vette di un’esaltazione panica e grata del mondo, ora precipitato nell’abisso di un rimuginare nero sulla condizione della morte: “Eppure dirsi: questo è l’ultimo mattino, assomiglia a un sogno nel dormiveglia. L’ultimo! Lotte, non riesco a capire che significhi questa parola: l’ultimo! Non sono forse qui in tutta la mia forza?… e domani sarò disteso per terra, irrigidito. Morire! Che significa? Come vedi, sogniamo quando parliamo della morte”, che decidono di porre fine alla propria vita come il giovane e infelice innamorato dalla marsina azzurra e il panciotto giallo, taluni, quasi a indicare un responsabile, o un fratello nella sventura, si fanno trovare con una copia del romanzo in tasca. Goethe scrisse su una delle successive edizioni un avvertimento: “Sii uomo e non seguirmi”, faceva dire allo spirito trapassato del suo eroe. Ma le forze spirituali che, inconsciamente come egli stesso ammise, aveva scatenato scrivendo la storia apparentemente semplice e quasi ingenua dell’infelice amore di Werther per Lotte, maritata al suo amico Alberto, erano incontrollabili anche al suo autore, cosa che dovette essergli ben chiara forse anche nella composizione del suo capolavoro, il Faust. “Come io mi sentivo alleggerito e illuminato per aver tramutato la realtà in poesia, i miei amici ci si confusero, credendo di dover tramutare la poesia in realtà, imitare un tale romanzo e spararsi…” ricorderà con lucida amarezza nella sua autobiografia giovanile, “Poesia e Verità”. Ma un autore è a suo modo responsabile di tutte le conseguenze che le sue opere scatenano, se non le ha intenzionalmente volute le ha però nobilitate, e benché il suicidio di Werther cada ambiguamente a metà tra il gesto di puro folle, un fanciullo divino che non vuole a nessun patto riconciliarsi col principio della realtà, e l’ultimo ricatto messo in gioco dal pretendente respinto, che addirittura ha la sfrontatezza di chiedere le pistole in prestito a Alberto, il marito di Lotte, che con mano tremante le consegna al servo di Werther, l’identificazione del lettore è ancora più potente proprio in virtù del realismo ripugnante con cui Goethe fa precipitare gli eventi verso la soluzione estrema. In quel momento, tutto il romanticismo di Werther si rivela per quel che è: il sogno mirabile e rapinoso di un fanciullo che non vuole aprire gli occhi, non vuole privarsi delle ali di cera con le quali sorvola i miserabili compromessi della realtà. E la sua fantasticheria morbida, la sua passione per i sinistri canti di Ossian dalle atmosfere mortifere, rivela dietro la maschera epica le sembianze di una vocazione all’autodistruzione come ossessione primaria, confusione delirante tra onnipotenza e annullamento di sé. Il fascino del Werther sta nel fatto che egli delira sempre, fin dal primo momento in cui i suoi occhi incrociano quelli di Lotte il delirio è in lui, ma non lo si capisce ancora, la follia pare esaltazione amorosa, passione genuina, né la sua amata né il marito Alberto capiscono mai con chi hanno a che fare, non con un molesto seduttore, non con un avventuriero che agisce per vanità, ma con un uomo ossessionato e fatale, che prima di uccidersi medita lucidamente che eguale soluzione sarebbe uccidere lei, oppure l’altro, e quando nelle pagine finali, stabilito di essere lui a dover andarsene per sempre, si abbandona maniacalmente a visioni postume, indicando i luoghi della sua sepoltura, immaginando la sua tomba sotto i due tigli all’angolo del cimitero di campagna, fuori dalla cerchia delle rispettabili sepolture cristiane, si tocca con un brivido il realismo psicologico di pagine che scandagliano la natura a suo modo innocente, tenera e rigenerante, che, secondo l’immaginazione del suicida, lo attende quasi consolante dopo lo sparo.
Indagine non meno scandalosa sui lati oscuri del sentimento amoroso sono “Le relazioni pericolose” del capitano Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, romanzo epistolare che dalla prima edizione parigina del 1782, più ancora dei poco posteriori capolavori di Stendhal e Balzac, ha conosciuto una stupefacente fortuna presso i moderni e la contemporaneità, misurabile nelle numerose versioni teatrali, operistiche e cinematografiche in cui è stata trasposta la vicenda. Interamente composto di lettere scambiate tra i protagonisti, scritte in una lingua straordinariamente camaleontica, che imita alla perfezione i diversi caratteri che il militare Laclos dispone sull’anomalo campo di battaglia del cuore, ciascuno armato di un proprio talento nella seduzione, nell’inganno, nella menzogna, nel saper solleticare l’orgoglio o la vanità ferita, nel rammentare una passata umiliazione, al fine di uscire trionfatore su tutti, dobbiamo al genio di Laclos la concezione di due tra i personaggi più diabolici e, al tempo stesso, commiserevoli della letteratura: il libertino visconte di Valmont, che si vanta apertamente, perché la sua reputazione non fa che crescere a ogni impresa a tal segno che anche la sua vanità contribuisce della sua fama, di far precipitare nella riprovazione di tutta la bella società quante più probe e devote fanciulle abbiano la sventura di incrociarlo, e la sua confidente e compagna di manipolazioni sentimentali, la Marchesa di Merteuil, superba sostenitrice della superiorità del genere femminile sul maschile, in intelligenza, astuzia, capacità di intrigo e di influenza, che fin da bambina ha praticato le difficilissime arti della dissimulazione e della menzogna, diventando in entrambe maestra: “Entrai nel mondo ancora ragazzina, perciò votata al silenzio e all’inazione; ma seppi trar profitto per osservare e riflettere. Mentre gli altri mi credevano stordita o distratta, io, ascoltando ben poco i discorsi che tutti si sentivano in dovere di farmi, raccoglievo con cura quelli che cercavano di nascondermi. Quest’utile curiosità servì insieme ad istruirmi e ad insegnarmi l’arte di dissimulare; costretta spesso a nascondere l’oggetto della mia curiosità agli occhi di coloro che mi circondavano, cercai di manovrare i miei come volevo e fin da allora riuscii a darmi quello sguardo distratto che voi avete tante volte lodato. Incoraggiata da questo primo successo, cercai di regolare nello stesso modo tutti gli altri movimenti del mio volto. Se provavo qualche dolore, cercavo di assumere un’espressione serena e persino lieta; il mio zelo era tale che mi causai volontariamente dei dolori per cercare di assumere, nel frattempo, l’espressione del piacere. Con la stessa cura e con maggior difficoltà lavorai a plasmarmi per reprimere i sintomi d’una gioia inattesa. Così giunsi ad avere quell’assoluto dominio sulle mie espressioni che talora vi ha stupefatto”. Da consumato maestro di strategia, Laclos lascia che le danze, o le ostilità, comincino quasi sotto tono, in sordina. La lettera con cui si apre il libro è quella in cui una goffa, incolta e vergine fanciulla, Cecilia Volanges, comunica a una sua amica, educanda dalle Orsoline, la sua emozione e poi il suo tenero imbarazzo nell’aver scambiato la visita di un signore vestito di nero, poi rivelatosi essere solo il calzolaio, per il suo promesso sposo, stabilito, si capisce, dalla madre. L’odore d’incenso e le visioni del chiostro sono stratagemmi ricorrenti nel libro, che Laclos magistralmente utilizza per contrapporre gli struggimenti e le vane promesse di anime consacrate alla devozione religiosa con le umane troppo umane tentazioni cui il diabolico duo costituito da Valmont e dalla Merteuil si compiace di esporle al puro scopo di compatirle ipocritamente, una volta cadute nel fango. Ma la piccola Volanges, che pure non sfuggirà alle brame di Valmont, è un boccone troppo facile per un artista del suo calibro, per lui si richiede una sfida che rasenti l’impossibile, che lo metta, per una volta nella sua vita, al cospetto della possibilità dell’insuccesso, egli stesso cita i seguenti brutti versi, così li definisce, di La Fontaine alla marchesa: “Se il premio non avrò d’aver vinto l’impresa / l’onore almeno avrò d’averla intrapresa”. L’oggetto di tale ambiziosa sfida, dopo una prima prova di cui a fare le spese sarà, appunto, la sciagurata Volanges, glielo fornisce l’incontro con colei che, saggiandone l’inaspettata resistenza, egli nominerà nelle sue lettere “crudele devota”, “bella disumana”, “barbara presidentessa”, la pia, gentile, raffinata, puro simbolo di amore coniugale, diafana Madame de Tourvel, sposa del Presidente de Tourvel, provvidenzialmente impegnato in un difficile processo in Borgogna. La marchesa di Mertueil, dopo aver schernito la capacità di resistenza di una creatura tanto inesperta e devota, che passa le sue giornate in compagnia dell’anziana zia del Visconte, della quale è ospite così come lui, e in opere di beneficenza presso i poveri, accetta tuttavia la sfida, e con spregiudicatezza si pone ella stessa quale premio, al Visconte, in caso di successo. La doppia sfida, tra Valmont e la marchesa di Mertueil, e tra Valmont e Madame de Tourvel, avrà un esito tragico. L’intrattenimento, il capriccio nato per scacciare la noia da due cuori induriti, cinici e viziosi, diventa la prova più alta cui il loro animo ghiacciato dovrà sottoporsi, e nessuno dei due se ne mostrerà all’altezza, perché integralmente convertiti alla menzogna e alla crudeltà, non sapranno riconoscere la purezza di un cuore che gli si offre nudo, se non quando è troppo tardi. La madre della sventurata Cecilia, ella stessa umiliata per l’onta subita dalla figlia, chiude la vicenda non ravvedendo alcuna consolazione: “Chi può non rabbrividire pensando alle infelicità che una sola amicizia pericolosa può causare?”.
E molta infelicità a sé e alle sue donne cagionò Ugo Foscolo, delle cui conquiste il catalogo è questo. Isabella Teotochi, sposa di Carlo Antonio Marin e poi dell’inquisitore di Stato Giuseppe Albrizzi, nata da una nobile famiglia greca, conosciuta nel pieno rigoglio della sua bellezza nella trevigiana villa Franchetti, bellezza procace e probabile svezzatrice del poeta. Diciannovenne, a Milano, si innamora di Teresa Pikler, delicata e felice moglie del “gran traduttor dei traduttor d’Omero”, Vincenzo Monti. Sentimento destinato a naufragare contro le convenienze della società e la fondamentale probità della Pikler, ma dal quale Foscolo trasse ispirazione per la protagonista della prima versione del suo capolavoro, “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. A Firenze, ventenne, conobbe e amò con focoso ardore la giovinetta pisana Isabella Roncioni, promessa al ricco marchese Pietro Bartolommei, fu una passione travolgente e disperata che gli cagionò acuta sofferenza e stimolò la sua tendenza a commiserarsi. Da una rara lettera del Foscolo alla fanciulla, nell’atto dell’inevitabile quanto amaro congedo: “Il mio dovere, il mio onore, e più di tutto il mio destino mi comandano di partire. Tornerò forse; se i mali e la morte non m’allontaneranno per sempre da questo sacro paese, io verrò a respirare l’aria che tu respiri, e a lasciare le mie ossa alla terra ove sei nata”. Le chiede un ritratto, per confortarsi “malinconico, ramingo, con un piè nella fossa” baciando notte e giorno la sua sacra immagine. Segue la marchesina Antonietta Fagnani, conosciuta in un caffè di Milano, lui ha ventitré anni come lei, la notte stessa, insonne e ardente, non può cessare di pensarla e alle prime luci dell’alba le manda un biglietto con le seguenti parole: “Un bacio, un solo bacio”. Pochi giorni dopo sono già amanti. L’amore viene alimentato dall’astuto Foscolo di epistole che cava talvolta letteralmente da quelle immaginarie composte per la prima edizione dell’Ortis. Esempio: “È vero, io non ti posso fare felice. Quel mio Genio di cui spesso ti parlo mi condurrà al sepolcro per la via delle lagrime. Io non posso farti felice…” (Ortis). E: “È vero, io non ti posso dar tutto. Io sono melanconico, perseguitato da chi non mi conosce, e sommamente infelice; sì, infelice, perché possedo un cuore che mi rende la vita tempestosa e dolente, e che mi condurrà al sepolcro per la via delle lagrime… è vero; non ti posso fare felice, ma io ti do tutto quello che ho; io t’amo, t’amo estremamente” (lettera alla marchesina). Appena un anno dopo eccolo a Valenciennes intrecciare una relazione amorosa con la giovane inglese, Sophia Saint John Hamilton, sposa di Lord George Hamilton, relazione da cui nacque la piccola Mary che Foscolo abbandonò alle cure della madre. La rivide adolescente quando andò in Inghilterra e più volte la ricorda nelle sue lettere appellandola Floriana. Brescia, 1807, è il luogo e il tempo dell’incontro con l’affascinante contessa Marzia Martinengo-Cesarasco dai bruni occhi, che gli dispensa dolci e amorose cure. A Pavia, nell’anno seguente, tiene una cattedra di eloquenza alla locale università, docenza fugace: la cattedra verrà in breve tempo soppressa da Napoleone, ma la città lombarda ove riposano le reliquie di sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro, è il teatro dell’incontro con la contessina Francesca Giovio. Da una lettera a lei: “Addio. Io vi amerò per sempre, ve lo giuro dal profondo del cuore, vi amerò sino all’estremo respiro; e giuro sull’onor mio di non ammogliarmi finché non sarete d’altri. Se l’infermità, se gli anni, se gli accidenti vi rapiranno la beltà e gli agi; se sarete padrona di voi, se sarete disgraziata; se vi mancasse al mondo un marito, un amico, io volerò da voi: io vi sarò marito, padre, amico, fratello”. Il celeberrimo “Inno alle Grazie” gli viene, nella parte dedicata alla poesia, ispirato dagli amorosi colloqui con la contessa romagnola Cornelia Rossi Martinetti, chiamata dai frequentatori del suo salotto bolognese di via san Vitale “la maga”, donna acuta che frequentò anche la corte di Napoleone e con la quale Foscolo scoprì le finezze di una passione che univa alle attrattive dei sensi l’elevatezza del gusto. Nel 1813, nel salotto fiorentino dell’amico Leopoldo Cicognara, conosce Quirina Mocenni Magiotti, che sarà sua amante per il tempo di due settimane, senza che questo impedisca alla sventurata Quirina di amarlo per sempre. A lei seguirono varie altre dame: Charlotte Campbell, Anna Wilbraham, Pamela Fitzgerald, Carolina Lamb, Barbarina Wilmot Dacre, Carolina Russel… avventure che lo accompagneranno anche nei momenti più dolorosi, come quello della perdita della madre, indicando un bisogno disperato di sfuggire alla solitudine, alla dimenticanza, al buio di una vita apolide che sempre gli fece sentire la terra cedere sotto i suoi piedi.
La fatalità che distrusse il sogno foscoliano di un amore accogliente e durevole ritorna, sotto nuove e più sinistre vesti, perché meno appariscenti, nel lungo racconto di Benjamin Constant, “Adolphe”. Una fatalità quieta e micidiale, una peste che inquina l’amore fin dalla sua nascita, lo sterilizza mettendolo in scena nel panorama scheletrico di due cuori che nutrono odio nella stessa misura in cui amano, che si feriscono mortalmente nell’istante stesso in cui giurano reciproco sostegno, che sono incapaci di piegare il linguaggio alle dolci e soavi parole di convenienza, essendo quello stesso linguaggio l’unico spiraglio che hanno per esprimere la sofferenza inestinguibile di un’unione maledetta. La parola che oggi può placare la donna infelice viene dalla stessa voce che domani può uccidere. La parabola di Constant mette in scena un giovane incostante e debole, Adolphe, che per noia e vanità seduce la più matura Ellénore, amante chiacchierata dell’Elettore di un innominato staterello tedesco, peraltro suo amico. Ellénore dapprima gli resiste, per riconoscenza verso il suo protettore, infine travolta dai parossismi d’amore di Adolphe, quasi fisicamente prevaricata, forse spiando in lui quell’irrazionalità che le appartiene da sempre e che da troppi anni vive repressa all’ombra decorosa dell’Elettore, abbandona il suo amante per donarsi tutta a Adolphe. Mai principio di storia d’amore ebbe per i suoi spettatori un più acuto presentimento di catastrofe. Dopo l’iniziale idillio, presto, ma solo attraverso minimi indizi magistralmente esplorati da Constant, Adolphe rivela la sua maledizione: essere in grado di amare solo nell’assenza, solo nella tensione a una meta che lo elude, solo nello sforzo di comprendere un enigma che non sa sciogliere. Adolphe ama il mistero, il vuoto, l’infinita dissonanza della possibilità che non si risolve mai in effetto. La libertà della giovinezza per lui è il più atroce dei dilemmi. Quella che per la non più giovane Ellénore è armonia, umile quiete domestica, appagata quoditianità, o ne costituisce perlomeno un credibile simulacro (per Adolphe ha pur sempre abbandonato i suoi due figli e si è di nuovo esposta alle chiacchiere circa le sue origini, messe a tacere dal prestigio del precedente amante, l’Elettore), è per Adolphe intollerabile rimorso di veder perduta la sua giovinezza, le brillanti promesse di una carriera segnata per un giovane talentuoso e di elevata provenienza sociale. Ma tale è la vanità e l’irresolutezza di Adolphe che non riesce in nessun modo a confessare il fallimento del suo cuore, e avendo cominciato a mentire a Ellénore circa la natura delle sue insofferenze, dei suoi sogni a occhi aperti, dei suoi malumori, si trova presto inspiegabilmente impaniato nel contraddittorio bisogno di liberarsi una volta per tutte di lei, del suo amore affaticante, e, al tempo stesso, di starle accanto e soccorrerla finché ella vivrà. Formalmente sembra un violento contrasto: un uomo che desidera di tornare libero, senza responsabilità alcuna verso la donna che pure in passato ha scatenato la sua fantasia amorosa, e al tempo stesso, quell’uomo, vittima di un’oscura obbedienza a quella sua antica e violata promessa, che si diffonde in false rassicurazioni, in realtà spargendo i semi di nuovo dolore, alla vista di quella donna travagliata dalla prospettiva di essere lasciata sola. Adolphe è doppio, ma di nessuno dei suoi due lati ha stima e fiducia: né del giovane e estroverso corteggiatore della chiacchierata signora, né del crudele uomo pratico che mette fine a una relazione che non può altro che osteggiare la sua carriera. Egli incarna istante per istante questa doppiezza, quando rassicura sta in realtà odiando, quando odia, in fondo, si rammarica delle lacrime che sa di cagionare. Adolphe è un precursore di Büchner, di Rilke, gli apocalittici cantori di universi divorati dall’interno, di fiori sbocciati già morti: “Avrei voluto dare a Ellénore prove di tenerezza che la allietassero, riprendevo talvolta con lei il linguaggio dell’amore, ma quelle commozioni e quel linguaggio somigliavano a certe foglie pallide e scolorite che, per un resto di funebre vegetazione, crescono languidamente sui rami d’un albero sradicato”. Adolphe è il segnato, colui che portando la croce deve mostrare la perigliosità, l’infida natura del linguaggio, a cui non si crede perché esso dica o esprima il vero formale, ma perché gli si vuole credere, e nel momento in cui non lo si vuole più, troppo tardi giunge anche la verità. Così si conclude la vita di Ellénore, guardando Adolphe che ancora le parla sul suo letto di morte: “Che cos’è questo rumore?” gridò. “È la voce che m’ha fatto male”.

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