Aria fresca

di Roberto Plevano

Le cose che si ricordano… le sigarette di Renato, il suo panino… Aveva preso a fumare tardi, e – accidenti a lui – un po’ di quel gusto acquisito me lo aveva attaccato. Così capitava, spesso al termine di una mattina di lavoro, quattro ore filate senza pause né soste. Mi appartavo su una panchina di fronte a una chiesetta in centro, all’ombra delle piante, dove non passa molta gente. La mia piccola solitudine. Renato era ancora in America allora. Mi sedevo, tiravo fuori dalla tasca il pacchetto verde, lentamente accendevo la sigaretta, rilasciavo la tensione per cinque minuti, la mia ricreazione. La solitudine non è mai perfetta, non è vero? Non nel senso che pensiamo sempre a qualcuno, questa è un detto trito e poco vero. No, nel senso che è arrivato qualcuno, un mendicante, e non era un vecchio arnese, aveva i suoi bravi capelli in testa, rughe ancora poco incise, il colorito dell’aria aperta che non è ancora un segno di malattia. Vestito di stracci, senza scarpe. Spesse calze bianche lerce ai piedi. Niente scarpe.

Mi vede e mi chiede quale sia il campanello del parroco, di indicarglielo, per favore, perché lui non sa leggere. Lo faccio senz’altro. Ascolto a un dipresso la conversazione al citofono. «Può darmi qualcosa?». Il portone rimane chiuso. Le frasi dell’uomo continuano stentate, io stringo la testa tra le mani e penso alla miseria del mondo. Tento di sospendere la mia esistenza, un altro inutile tentativo. Poi l’uomo si allontana dal portone chiuso e dal citofono ammutolito.

Lo chiamo, non posso fare a meno di chiamarlo. «Di dove sei?». «Sono rumeno». Resto seduto, lui mi è di fronte, fa penzolare le catenine che ha al collo. Rosari. Tintinnio. Mi mostra un piccolo crocefisso di legno, anche quello appeso al collo. Cristo in croce, e pure sospeso. “Medjugorje”, leggo inciso sul legno. Lui annuisce. Occhi simpatici, sembrano sorridere sempre. Gli passo diecimila lire, lui non ha chiesto niente. Devo dargli di più? O di meno, molto meno? «Hai mangiato oggi?». Ovviamente no, non ha mangiato, dice. «C’è una panetteria all’angolo, mi raccomando, fatti dare un buon pane». Sì, sembra deciso a farlo.

Poi si avvicina, si china e mi dà un bacio sulla guancia destra, un altro sulla guancia sinistra. «Grazie, grazie», dice. Sento il contatto della sua guancia ispida. Forse accenna un abbraccio, non saprei. In un certo senso me l’aspettavo, era forse la cosa più appropriata da fare, vista la circostanza. Io non mi sono mosso, lo lascio fare, tengo un atteggiamento sobrio, non rifiuto il suo gesto. Se ne va.

Un quarto d’ora dopo arrivo a casa, tra le braccia di mia moglie.

Mia moglie tra le sue molte doti ha un odorato molto fine. Mi vede sulla porta, mi guarda, tira su col naso, qualcosa dalle sue narici passa al cervello. «Tu… hai fumato, vero?». «Io? Ma figurati!». Il naso delle donne. Ci deve essere qualcosa in me, nel mio modo di fare, che esala sotterfugio e colpa e mette in moto il loro olfatto. Lo so, è così.

Passo in cucina, pensando a come lavarmi i denti in fretta senza farmi vedere. Lei comincia ad annusarmi (giuro, è vero!), collo, guancia destra, guancia sinistra. «Di chi è questo profumo? Questo è profumo di donna!».

«Questa poi!».

«No, sono sicura, è un profumo, è molto buono, deve essere costoso! Con chi sei stato?». So che sta pensando alla collega giovane con le tette grandi che mi telefona per avere consigli. O magari – orrore! – a qualche studentessa intraprendente. Devo raccontarle una balla! Non crederebbe mai alla pura e semplice verità. Affronto la cosa da vero uomo: «Darling, non voglio mettere in discussione il giudizio del tuo naso, ma non ho nessun profumo addosso. Te lo giuro! Sono solo stanco e sudato. Domani compro un qualcosa di buono». Il suo naso è sempre attivo, lei rimane poco convinta. «Non hai mai comprato del profumo!». Beh, non di recente, ho altre cose a cui pensare. «Non dovrai nascondere qualcosa?», insiste lei.

Aria, aria fresca. “Porterò più spesso la famiglia in montagna”, penso, e mi ricordo della gita con Renato l’anno prima, altra neve, un altro cielo, e le nuvole.

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