Le cose come stanno / La misura della soglia – di effekappa & effemme

(Maria Amalia Cangiano, Sensazioni, 1997)

Da: Franz Krauspenhaar, Le cose come stanno, Milano, Baldini & Castoldi, 2003.

[…]

     Ho ripreso a scrivere che è notte quasi avanzata: mi sto trasformando in uno scrittore di memorie scandite al tempo presente. Pensavo di poter dipingere, un giorno: ma me ne manca la forza, mi manca la benedetta forza di afferrare le mie budella e schiantarle, così come si trovano, contro la tela. Solo così potrei dipingere, ora. Lascio fare tutto a te, che nel vento fai entrare, risucchiato da un violento pensiero, tutto il tuo pancreas, che nella bile insanguinata fai scorrere il fiume delle tue ore ispirate, che nei minuti feroci fai sprizzare il sangue dell’espressione di uno scarafaggio antropomorfo, un mostro surreale. Mi sto trasformando, nella notte. La notte trasforma, purifica, getta nei gangheri l’apparente bontà del giorno; il giorno, già, che indossa l’abito talare del salvatore di anime, quelle anime, appunto, che riescono a salvarsi soltanto se invischiate nel grigiore senza speranza di una normalità circostanziata, melliflua, e funerea. A proposito: ieri c’è stato un altro funerale, questo è il periodo buono, le buone anime a quanto pare lasciano tutte insieme il mondo in questo freddo, conveniente periodo. Domani è Natale, e per me sarà giorno di fiera. Dovrei dormire per recuperare le forze, se mai ne ho avute, ma non importa. Mi sto trasformando nello scrittore delle mie angosce, delle mie assenze angosciose. Sai come funziona: prendi il turibolo, aggeggio manda-avanti-e-indietro-incenso, ci ficchi dentro un paio di pastiglie di carbone, dai il turibolo al sacerdote, il quale, al momento della comunione, ci infilerà l’incenso. Io posso metterci solo il carbone. Accidenti. A me l’incenso niente. Ma poco male. Quel buon tizio insomma era morto, tutto morto nella sua bara, una bara proprio da povero, e tutt’intorno fluiva un buon silenzio cerimoniale. E anche Dio stava ben attento a non dire nulla. Lo sentivo distintamente tacere, infatti: e questa, secondo me, è la prova più inconfutabile della sua esistenza. Già, quanto è difficile credere nelle apparizioni, nei miracoli. Nelle manifestazioni… Mentre quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quanto tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere. E ieri, mentre quel tizio era distesamente morto nella sua bara, ho sentito Dio tacere come non aveva mai taciuto, l’ho sentito tacere d’incanto, tacere con inaudita potenza; ma non come un morto, no, no assolutamente: bensì come un vivo, che nel silenzio esprime, pezzetto per pezzetto, il suo carbone da bruciare, per alimentare il fuoco di una consacrazione a esistere.
     E’ una notte, questa, che potrebbe risvegliare duemilacinquecento alienazioni mentali. E’ una notte che potrebbe risvegliare l’incubo dal suo turibolo. E’ una notte che potrebbe essere un vuoto, dentro il quale potremmo non esistere, e saperlo perfettamente, senza peraltro dolercene. E’ una notte che potrebbe essere la morte vivente della nevropatia, se essa non fosse così abbarbicata al grigiore senza speranza del giorno che, in maniera sorniona, afferma nonostante tutto di vivere. Ti scrivo quasi al buio, un buio che parla di me, che fa parlare una matita vibrante. L’aria si fa matita, la matita corre, sola, nel buio, e incide nella scorza aerea del sogno a occhi aperti. Sono il candore acceso. Sono il gigante invisibile che crede nell’infallibilità della pena. Carcerato alla speranza, io, come solo chi crede. Ho spalancato la finestra: nemmeno un cane che abbai, nemmeno un gatto che miagoli, nemmeno una minima mistificazione notturna. Tutto è così naturale, così naturale alla notte, così perfettamente notturno, che la mia carne non trema neppure per il freddo che agevolmente s’è incuneato dalla finestra: eppure sono quasi nudo. Potrei uscire, così come sono, e non sentire un bel nulla sulla mia pelle. Credo nella spossatezza dell’estate e nel bisogno d’incoraggiamento dell’inverno: l’inverno ha quella voglia di vivere e quell’ingenuità speranzosa che ti viene dalle difficoltà; l’inverno ha lo slancio di chi ha bisogno del pane; nella primavera vive l’esaudimento dei nostri desideri di sole; nell’estate, invece, il sole immancabile si soffoca da solo; l’inferno sarà forse caldo come l’estate, e il purgatorio sarà quest’inverno, così immancabilmente rigido e così pieno di voglia di riscatto? E il paradiso, allora? Il paradiso è la foglia d’autunno. Forse è la foglia di fico della vita, con la quale nasconderemo il sesso nudo: ma un paradiso senza sesso è meglio di un purgatorio asessuato: che è questo mio presente interminabile, questo mio sadico inverno di notti, nelle quali la luna è una cipolla di tristezza, il sole maionese impazzita, la neve sperma sulla carne ossuta d’una città frigida.

[…]

***

La misura della soglia
(Leggendo Le cose come stanno, di Franz Krauspenhaar)

come si svuota questo nevoso

come si svuota questo nevoso
cielo quando fiorisce
dall’aria
qualche parola ebbra e
si accosta alle labbra un soffio
che la voce
può rovesciare in canto un solco così
profondo sulla pagina come oltrarsi
ora nel silenzio

*

                       non più divisa in nomi da ardere

                       non più divisa in nomi da ardere
                       mentre vortica lungo le correnti
                       lieve una traccia fiammante
                       di segni anche
                       la luce pensata nella dura cenere
                       invernale quest’ultimo
                       canto alla prua quanto resta
                       annodato a reticoli d’inchiostro
                       all’ombra di una mano che attinge
                       un po’ inclinata
                       sulla cresta del respiro e immobile

*

spento nel silenzio di lacrime stella

spento nel silenzio di lacrime stella
l’ultimo grido
del giorno il suono
ronzante si diffonde
affonda
nell’ultima luce e l’eco
è un calice che ancora riversa
il blu fondo di un intimo gioco
dentro un corpo disposto a parole
che tardano agli occhi
rapprese

*

                        s’inarcano le ombre che fioriscono

                        s’inarcano le ombre che fioriscono
                        invalicabili e
                        sul ciglio del tuo stellato
                        labbro cicatrici di parole sillabe
                        di ricordi franati qualche
                        segno di neve sul vetro
                        getta l’àncora millenaria
                        senza il lievito di altre solitudini
                        in cui specchiarsi forse canta
                        tracce di cose viste
                        udibili
                        in questo grumo di macchie che sanguina
                        nell’iride

*

nella casa che beve silenzi

nella casa che beve silenzi
e fumo azzurrato di
parole che scortano il giorno
al suo sepolcro d’aria le pareti
si stringono come labbra intorno al calice
di soli fermentati che
è della luce questa fonte di memorie
gorgogliante al di là degli sguardi
segreta vertigine d’acqua
di oblio

*

                        negli specchi della notte fingendo inutili

                        negli specchi della notte fingendo inutili
                        rovine forse l’immagine
                        del proprio volto come
                        accade nel senso d’una
                        parabola postuma o percorrendo
                        inestricabili crocevia di
                        voci parvenze
                        che slontanano simili a
                        stormi al passo mentre la neve
                        scioglie litanie di lune
                        in bilico su azzurre rupi invernali

*

quando sussurra in altra immagine

quando sussurra in altra immagine
l’istante scalfito
dalla lampada che
la mano appresta per leggere
l’età già ammantata di notti
o quando sulla riva sconosciuta
approda la verdeggiante
vela quella crepa florescente
che si alimenta di fuochi navigabile
rimane solo l’estremo
specchio di cielo
dove immergersi con quell’ultima
luce passata attraverso crune di sillabe
e cenere

*

                        nell’ora che emerge

                        nell’ora che emerge
                        unica tra vuoti di mondo
                        anche gli alberi naufragano nella
                        traccia piena d’occhi di
                        stelle fatte d’autunno e
                        lingue spente a ogni immagine
                        di luce anche per te
                        morso da foglie vanescenti
                        acqua e fuoco ricamano addosso
                        un mantello di notti e lo sguardo
                        vagante rivive come
                        una conchiglia
                        svuotata di labbra tempestata
                        di onde

*

arreso al respiro che transenna

arreso al respiro che transenna
cristalli di parole tracima
dal labbro spine
lucenti sabbie assetate di
passi questo giorno che nel silenzio
si trascina solchi gravidi d’echi e
semi imprecisati di sorgente questo
giorno che innerva il sonno
senza lune dentro
voragini aperte da lame di domanda
di preghiera

*

                               increspato di enigmi

                               increspato di enigmi
                               il nulla che s’annuncia sotto palpebre
                               di luce l’oblio
                               dell’evento che già fummo carne
                               attraversata dai silenzi
                               affilati di dio dal suo occhio
                               nudo che stordisce mentre
                               trascorre in respiri di radici e
                               detta segni all’alba fuochi alla luna
                               insonni edere alle rovine
                               notti alle notti perché
                               più alto risplenda
                               l’astro che batte l’ora del migrare

*

traduce il respiro in un libro

traduce il respiro in un libro
di sogni
creati al lume di
occhi senza sonno strappa
tatuaggi d’astri
alle fontane lacrime
alla polvere
l’idioma di cui crepita
il silenzio

*

                               laddove fluttua inalberata parola

                               laddove fluttua inalberata parola
                               lunare sopra prodigi
                               che la notte schiuma
                               in voci di deriva non resta
                               che l’ombra per accostare
                               il transito di mondi
                               sciamanti in altre immagini non resta
                               che il labbro del silenzio
                               per salpare verso l’ultima sorgente
                               sfrondando l’onda da
                               canti trapassati
                               in cenere

(nov./dic. 2005)

                                                ***

12 pensieri su “Le cose come stanno / La misura della soglia – di effekappa & effemme

  1. Stu cazz’e’llibro lo vorrei tanto comprare ma non lo trovo in nessuna libreria. Cosa faccio, dove vado?
    Sono convinta che Franz sia IL MIGLIORE fra gli scrittori italiani cosiddetti giovani. Non tanto per i contenuti, peraltro ottimi, ma per la forza espressiva. Alla faccia del mondo cane. Avrei voglia di spaccare tutto o di baciarvi, invece sono qui a lasciare questo commento di nascosto dall’ufficio. Tanti saluti dalla vostra affezionatissima schiava. Anna L.B.

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  2. “mi sto trasformando nello scrittore delle mie angosce, delle mie assenze angosciose”

    FK, ibidem, 2003 p.13

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  3. Grandioso per scrittura diretta e senza mezzi termini. Un mondo evocato attraverso uno sputo che viene dall’anima. Poetico come pochi altri. Armonia che nasce dal dramma di un’espulsione inevitabile. Complimenti davvero.

    Giovanni A.

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  4. ” Accidenti. A me l’incenso niente. Ma poco male”.
    “Arreso al respiro che transenna”
    Dei limiti umani…e della capacità di rispecchiar(se)li…un corpo corpo sulla finitudine, riuscito, un saluto, Viola

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  5. Una sorpresa veramente bellissima, un Francesco Marotta davvero unico nel trovare parole poetiche su un testo di romanzo, su uno stralcio.

    Ringrazio lui e voi per l’attenzione e la cura, davvero rari.

    E vi mando un abbraccio con affetto.

    Franz

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  6. Grazie a tutti, anche da parte mia.

    Stiamo parlando, per quel che mi riguarda, di uno dei più bei libri di narrativa comparsi in Italia negli ultimi anni. Vi invito a leggerlo, e a rileggerlo. Contiene in filigrana, tra le altre cose, il profilo più vicino al vero di un grande scrittore: uno che, tanto per parafrasare una felicissima metafora di Raul Montanari, ha in mano una Ferrari e sta cercando il circuito di Monza sul quale scatenare tutta la sua potenza.

    Io mi accingo a vedere se il circuito, come penso, è bello che definito in “Era mio padre”; ma in questo libro c’è già un tracciato da brividi, di pura vertigine.

    fm

    p.s.

    @ effekappa

    Mi devi, come minimo, un paio di birre… (tre è anche meglio, perché odio i numeri pari).

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  7. la soluzione è più sempplice: ordinarlo in libreria. io ho fatto così da “Rinascita” e nel giro di un paio di gg me lo hanno trovato. ;)), poi sono andata a ritirarlo dopo un paio di mesi ma quasto è un altro discorso…

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  8. Eh, finirebbe che anch’io dopo mi dimenticherei, non disponendo purtroppo di spazio esistenziale per piccoli sbattimenti… Ma prima o poi succederà anche questo. Ciao e grazie!

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