Meditazione sull’oggettività (scuola di poesia 3:3)

di Massimo Sannelli

Tra un periodo morto e uno che emette segnali – ma molti, esageratamente molti – il più caro è il secondo. Perché oscilla tra le possibilità: oboe comune, oboe d’amore, corno, flauto. Si tratta di utilizzi diversi del fiato; e dello studio che si autoimpone; non è la violenza; no: perché è voluto; sì, ma è preso, e – dopo preso – sofferto, analizzato e fatto a pezzi, ora stesso.

*

Una letteratura completa vuole l’alleanza tra dire e non dire, aspro e non aspro. E l’uomo completo non dissocia la bontà da ogni cosa. Non pronuncia altro che il bene. Quindi: questa mi sembra la perfezione, e in me non la vedo. // Con poco sforzo, e in poche decine di minuti, la fine non coincide con l’inizio, ma lo integra. Nemmeno questo poco è disprezzabile: se vale, è un effetto buono dopo cause minori e note. Ne sono (stato) lo schiavo per mesi e anni: // l’oggetto e non il soggetto; l’oggetto è oggetto di un uso; più tardi, consapevolmente, non si è più schiavi, né il servizio continua. Finita l’estate del superlavoro, l’inverno può invocare la calma, in tutti i modi. // Ad esempio, tre cose verranno meno: *la parola senza santità, la speranza con esaltazione, la necessità di dimostrare*. A poco a poco, saranno deviate in un altro campo, tempo, mondo; quindi scompariranno.

*

Ciò che vuole essere *net*, rete, deve contenere, conservare, trattenere. Il possesso è una rete estesa. Non è difficile vedere come. L’appartenenza che crea voluttà è indecente. E l’appartenenza non voluta, che *non* sa di avere diritti, piange e urla. In Arcadia o in Accademia non si urla e non si piange: per una convenzione che riduce la vita ad una serie di atti (o attacchi) morbidi, ad una tranquillità anche buona, ma non perfetta, perché è insincera. Fuori dall’Arcadia o dall’Accademia il problema è un altro: si fa fatica a credere che esista un libro, una grazia felice, una donna o un uomo attenti ai libri.

I clienti fissano il selciato. E insieme molte altre persone – per commistione; e comportano una mescola che non è Arcadia, né Accademia. Il mondo *è bello perché è vario*. La varietà rappresenta il mondo, ridotto a pochi metri. «Il mondo che ci circonda è nemico di queste percezioni della mente, le contraddice in maniera viscerale e assoluta, per il solo fatto di esserci» (Giulia Niccolai, *Esoterico biliardo*). Ma qui la mente può essere fedele alle cose umane che vede. Non è un’inezia. La città è un reticolo, con incastri abbondanti. Quindi nasce un ritmo vario e la moltiplicazione delle voci (la moltiplicazione delle lingue, attraverso le voci che le sostengono praticamente). E solo per un atto di amore, anche pagato, che non è vero amore («qui non si cerca l’amore»), la vita si illumina. Se non è vero amore, è un abbandono pagato, su un corpo magro; giustamente è peccato; ma si compie sotto un Cristo a colori vivaci, sotto l’acqua di Lourdes. Né con ironia né con bestemmia contro le icone, le più popolari. E tu cosa fai, e quanti anni hai; da quanto tempo sei in Italia. Sono due anni; e da due mesi a Genova, piuttosto che a Milano o a Roma. Ho una figlia; guarda: questo l’ho comprato per lei. Vuoi un po’ di musica. Sì, ti ringrazio. L’occhio non può fingere che questa stanza sia bella. Vi agisce sempre una forma di luce, che cala nell’umido e nel buio; nell’umido e nel buio delle stanze al piano terra; e anche ai piani più alti questa città rischia di essere buia; la luce si accende fin dal principio della giornata. In una casa sulla collina, all’ultimo piano, non è così: la luce è continua, da ponente e da levante, in ogni ora. Scendendone, si visitano (per necessità, per caso, per una volontà precisa, che tende a questo) i vicoli che iniziano sul lato destro della Strada Nuova; e sembrano più sgradevoli che mai: brutti, o neri, o umidi, a paragone di quella luce, abbagliante in inverno, limitata in inverno, e già in ottobre inizia a diminuire.

Non è per posa o per provocazione che quando si dice, si dice TUTTO. A costo di fornire informazioni esatte, con cui saremo aggrediti. Abbiamo dato esempi alla forza. Perché no? Chi tocca, non sa di farlo; chi riceve, cadendo in rete, non sa. Chi non capisce che le condizioni sono esterne, ma transitorie, eppure reali, ma transitorie, ragiona senza amore. Con la parola fu creato il mondo: sia, sia, sia, sia, sia. E noi in *realtà* non creiamo nulla. Le tende colorate oscillano all’aria, e all’alba la luce ne verrà modificata in rosa e in arancione: quasi contraffatta da mani umane, che le hanno montate per vedere una cosa bella, che hanno cercato pietà tra uomini-cani.

[da *Meditazione sull’oggettività*, 2004: con moltissime varianti, che riscrivono – come *non posso evitare* – la forma del passato: non il passato]

22 pensieri su “Meditazione sull’oggettività (scuola di poesia 3:3)

  1. passiamo alla pratica?
    ad es. prendendo per oggetto –Nikita– i seguenti versi possono essere definiti tali? ovviamente parlo di versi perché la poesia è qualcosa di estremente occulto e, per contrasto, trasparente che ancora non mi appartiene.

    lo spessore smarrito accarezza
    l’alba— apice che assale la mira…

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  2. Variazione criptata -e grazie, Massimo!-: Lacerti. Lancette. Corsetti che si riannodano, vertiginosi. Dentro, forse persino la pistola.. “Caramba”. Intanto sono tornata. Parlarne, dirlo a tutti, e invece non si può. Solo un viaggio, nulla di diverso. Forse non subito, anche se non credo proprio che vorrebbe dire ‘vantarsi di qualcosa’. Ma vorrebbe dire finalmente approdare, e davvero, in una dimensione che renda ragione delle varie voci presenti, delle esperienze che si stratificano senza posa. Non sempre è il momento giusto, oppure sì. Con quante identità si può giocare, giovare, giostrare l’attimo? Massimo mostra sempre le cuciture e l’imbastitura, le ferite e le possibili cicatrizzazioni, infine la pelle tersa e tesa. Un artista, ecco, si riconosce da questa precisa delicatezza nel dar da bere alle piante, e nel riconoscere e segnalare erbacce e insetti infestanti nascosti sul prato, persino su quello di pixel con parole da coltivare.

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  3. quei versi sono versi. in realtà è più facile scrivere bene che male. basta leggerli: si legge bene solo ciò che è scritto bene.

    *purché* chi scrive si riconosca in quella forma [altrimenti – lo ripeto e lo ripeto – sei un giovane rubicondo e simpatico che scrive “ardente giovinezza mia”, come un ultimo tardo dannunziano di provincia o un paroliere, che pospone il possessivo per ragioni metriche: la vita mia, come in Minghi; le labbra tue, come in Battisti]; quella forma abbia un popolo intorno e davanti; e purché vi sia una parte di mistero e di silenzio non nel testo MA NELLA VITA DI CHI HA SCRITTO (da un libro anche ingenuo e occidentale-troppo-occidentale come *Amore lontano* di Vassalli si impara una cosa *essenziale*: che i testi non sono senza autori, e questi autori hanno grandi parti di silenzio, come la Tomba vuota su cui si basano le parole dei 4 Narratori. nessuno sa che cosa si siano detti Virgilio e Mecenate nell’ultimo dialogo; chi fosse Qohelet, il “Predicatore”; chi fosse la donna lontana di Rudel, dove sia andato a morire Villon, ecc. E Vassalli lavora di suo, lavora di fantasia, ricostruisce quello che manca: sapendo che è solo un’invenzione. perché ci sia Madonna Poesia – è necessario *anche* questo silenzio, che crea – per compensazioni – miti e agiografie).

    buon giorno Anne. vi sono cuciture e cicatrici, sì. ma non è massimo a mostrarle: ci sono. e massimo, qui, non ha parlato di altro che di mujeres alegres, come le chiamano i loro connazionali: prostitute, con i loro clienti. Genova è *anche* un grande bordello sotto il cielo.

    nelle stanze di questo bordello non avviene un peccato, ma un lavoro libero o uno sfruttamento, a seconda dei casi. las mujeres alegres lavorano sotto grandi icone di Cristo o di Maria. Maria è “regina di Genova” per decreto pubblico, da 300 anni. tanto basta a riconoscere sorelle le allegre. [e ne saremo preceduti in quel Regno in cui crediamo e non crediamo]

    [il sesso – soprattutto quello che avviene in condizione *estreme*, di povertà e di dolore – è una realtà troppo grande per tacerne e una metafora troppo grande per non parlarne e parlarla: ancora possibile, ancora inesaurita]

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  4. sono d’accordo ma la scelta della forma può essere mutevole, per ricerca. la ricerca di una parola-semantica. io sono in una fase di rodaggio e la mia è una ricerca d’identità. la metrica mi affascina per la sua precisione matematica in un’estetica, però, che NON trascenda il significato. in caso contrario saremmo di fronte a slogan.

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  5. ma il significato non si trascende. la forma sì. e i giochi di parole. e tutte le cose a cui (in cui) crediamo – alla fine sono giochi di parole. rimane quella forma felice in cui tout se tient – e si tratta di un miracolo.

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  6. il miracolo è un mistero-fattivo: la vita, e in questo senso, è vero, non si trascende. sebbene la forma vada ricercata scientificamente per poter modellare un pensiero reale: vitale e no. sono un’anti-d’annunziana e le esperienze di ungaretti, e ai nostri giorni, di marina pizzi sono due momenti storici trainanti il mio sentire, sintesi e flusso di pensiero. ma credo che solo attraverso un severo studio-osservazione si possa giungere alla “forma felice” più vicina al proprio essere. ben consapevole che anche nel miracolo-poesia non esiste riscatto.

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  7. e quando i giochi di parole si uniscono ai giochi delle forme, nasce un senso che dispone della luce, a raggiera come un sole …:-)

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  8. ieri – la piccola troupe nei vicoli della Barbara ha incontrato i trans. ha incontrato il trans che ha detto: il Regno di Dio è vicino. e ha detto: sono di Mantova, come Virgilio che annunciò un Bambino sacro. ecco il Regno. di cui la poesia è l’ombra [e disse un Narratore che “tutto è santo tutto è santo tutto è santo”] [questa è la poesia, e nessuna poesia è senza rito: senza enfasi: con abiti da donna e quasi befana sul corpo del settantenne travestito. che annuncia a noi; e precederà molti di noi…]

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  9. la veste pasoliniana del sacro rovesciato. mi hai fatto ritornare alla mente l’opera teatrale di P. “orgia”: neppure la consapevolezza dei protagonisti sulla loro condizione salva: la poesia ha un volto osceno, e solo la purezza può attraversarlo.

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  10. l’angelo, che è una persona, guarda il suo amico addormentato, che è una persona. “chi ti avrebbe mai svegliato? io no di certo…”. correre, correre alla stazione, abbracciare l’angelo, andrà tutto bene andrà tutto bene andrà tutto bene. [l’*intensità* – che nella scrittura si esprime con climax e anafora – nasce come sentimento: climax e anafora vengono dopo, dopo, dopo]

    *

    non esiste un sacro rovesciato. ce n’è uno solo. e il trans che annuncia Cristo e lo ama, in un vicolo nero [la spazzatura non è solo a Napoli, i topi non sono solo allegorie kafkiane, ma di notte corrono veloci sui tubi innocenti], non crede in un Cristo diverso: ama lo stesso Signore. che è più grande dei nostri abiti delle nostre abitudini dei nostri pensieri. Siria [è un uomo], nel suo vicolo, annuncia lo stesso Signore che – da luoghi diversi della Città Barbara – annunciano Gallo e Baget Bozzo. e Cristo è sempre lo stesso. noi siamo teste diverse. ecco perché servono molti maestri (compresa Siria) e molte antenne: una sola antenna non parla la lingua di tutti e tutte.

    la Barbara ha molte antenne tese, per le molte lingue e teste che qui coesistono.

    in termini di donne e madri cubane: así sea. “lascerò crescere i miei capelli”? c’è vento.

    avviene, molto semplicemente, un rito.

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  11. un sacro -per me trans-mentale, quartiere: bravetta- è rovesciato per la sua natura-rivelatrice, matrice surrealista, segno di una completezza, che genera spesso paura, orrore. penso al sogno che fece -ad occhi aperti- pasolini-bambino, in una chiesa, immaginandosi il cristo senza quel lembo di stoffa, atto a coprire i genitali.
    cerco di non cadere nel tranello degli idoli (autori e/o icontri fattivi), di seguire la mia strada fatta di Persone, di Silenzio, e Disincanto-talvolta-incanto. dando un senso alle parole-vita anche, e non solo, attraverso i versi. la vera Poesia, quella di cui parli, la vivo come –accesa– osservatrice. non credo nella differenziazione dei livelli del vivere un’esperienza (mentale, reale, onirica).

    spero che il prete non benedica, anche, questi due post (10-11), cancellandoli, come ieri sera.
    la mia risposta è rif. anche al tuo alter-post 10 di ieri sera.

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  12. a proposito: al prete – che è un uomo, e si chiama don Fabrizio – vorrei dire ancora **grazie**: perché (insieme a tutti i redattori, che sono donne e uomini, presenti, e non figure irreali) ha fiducia in questo spazio.

    lo spazio si chiama ancora “scuola di poesia”. ma ora – questa è una scuola di poesia? oggi, e da settimane, preferisco parlare di trans e vicoli e [da ieri] dei sette senegalesi in tre stanze: stanze dignitose, abitate da uomini dignitosi. che aspettano la troupe per ore. che mangiano dallo stesso piatto, in piedi (non ci sono abbastanza sedie per tutti). e tengono due piatti da parte, per noi. ho mangiato, non solo per cortesia: conoscendo la fame, sempre.

    invece dovrei parlare di stili ritmi e frasi. ma la forma è ancora difendibile? se dico che le poesie di Broggi su Nazione Indiana sono il contrario di quello che *secondo me* è poesia – ora sembrerà una critica gratuita, e ora Alessandro penserà che non sono più suo amico. ma perché un giudizio non dovrebbe essere libero? certo, i lettori di Nazione Indiana hanno amate molto quelle poesie. oggi io le posso amare *solo* come microinstallazioni che negano e beffeggiano un linguaggio freddo/tecnico/comune. ma le sento troppo *tragiche*: con uno strano incrocio di perfezione e sciatteria. nulla senza cultura, e anche nei campionamenti di Padua e di Broggi si sente la cultura. anche nei miei deliri si sente la cultura [nella sua forma più subdola: maree di citazioni nascoste]. siamo sempre molto acculturati e molto giovani, molto engagés, molto critici, molto molto molto molto – chissà se siamo anche felici. e se qualcuno sia più felice dopo averci letti. io non sono più felice dopo aver letto Broggi. non è colpa di Ale – è mia.

    Broggi parla del mondo al mondo, con la lingua di una parte del mondo (che coincide con il paesaggio urbano, ma che esclude il Ghetto, ogni Ghetto bianco o nero). e questo è anche interessante – ma è un segmento, ancora e sempre, e un segmento di un segmento…

    i corpi non mentono, è stato detto. e questa frase non va enfatizzata, ma nemmeno ridotta. indica una via: anche al timido, all’uomo-femmina, all’infelice che [Wittgenstein] *non* vive nello stesso mondo del felice.

    anche per questo ora parlo più di realtà e meno di stili. sono nato qui, è certo. ma è anche certo che il “qui e ora” è largo, largo, largo… e gli stili sembrano stretti, stretti, stretti… e sempre più inadeguati…

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  13. glossa al commento 3, sui misteri dello spazio bianco tinto di sanguigno – cioè la letteratura, non solo contemporanea. e poi glosse sulle glosse. nelle orecchie Paolo Conte fortissimo, anche nell’orecchio quasi-sordo, il destro.

    un giorno pensai (scrissi: avevo ancora il blog, anzi due): basterebbe andare a Tolosa e rifare il percorso di Cavalcanti e trovare Mandetta, che per me è la Matelda di Dante… ecc.

    in realtà quel viaggio fu fatto da Enzo Giudici, che ne scrisse in un vecchio numero della riv. dell’Univ. di Macerata. Giudici insegnò a Tolosa, visse lì ed esplorò gli archivi, e non trovò *nessuna traccia*: né Guido né Amande.

    è come chiedersi se il canto delle sirene fosse modale o tonale.

    *

    quello che sai, in questo campo, è solo l’immaginazione che proietta ombre dove c’è solo il bianco delle tombe vuote. per inciso: più una cosa è vuota più le parole sbocciano sbocciano sbocciano.

    *

    è assurdo parlare di TESTI CHE RENDANO PIU’ FELICI? Baudelaire sbagliava, quando esaltò i VETRI CHE FANNO SEMBRARE BELLA LA VITA? una parte della possibile felicità è nel MISTERO? e oggi? c’è qualcosa di misterioso? *potrà questa bellezza salvare il mondo?*

    *

    sì, forse l’opposizione *anche* politica è *anche* linguistica. Marco Giovenale lo dice, anche disperatamente, da settimane, e con quella prosa ritmica e anagrammatica che contiene molto. il lettore vede ironia, e sappia che l’antifrasi è forte (e anche Leopardi era ironico). ironia – e IRA. Marco ha ragione, e Marco ha una sapienza anche politica che io non ho.

    Marco ha ragione e io gli credo; ma quello che dice non mi basta. perché? se potessi saperlo, avrei risolto anche i miei problemi con gli ambienti, con i membri del sesso maschile, con i poeti della poesia, con la loro grandezza… Tori Amos canta i depeche Mode e dice “Parole come violenza”. e alla fine, solo questo: ok guys bye bye. basta questo, basta così. e así sea.

    forse la grazia è quella che parla per sempre. e che alla fine non fa un comizio, dice cia’ ragazzi, a presto. e si stacca dal piano. scrissi che “il mondo non comincia”. mi pento. il mondo comincia quando si alzano le mani dalla tastiera: performance finita, atmosfera ripulita.

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  14. trans-13 (bis)

    il silenzio è il più bel verso [da coltivare]
    ombra dell’ombra nascosta
    d’incanto –sazia–

    un saluto al fanta-interlocure

    da un’impunita intemperante

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  15. ‘i corpi non mentono, è stato detto…’
    i corpi parlano, eccome…
    bisognerebbe inventare il linguaggio del corpo, per chi non lo conosce.

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  16. tutto è già noto, da sempre. tutto è così vecchio che sembra nuovo – che deve essere reinventato. anche i corpi, compresa la loro intimità. e le parole. felice di essere parte della Barbara – laboratorio vivo di queste cose.

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  17. da *per quanta memoria si perderà*

    tre uomini hanno amato ieri un uomo, un uomo ha detto dopo: io sono solo. io non sono qui solo, ho scritto i miei messaggi (sms). può uno, non può uno. compra uno, non un altro. e vince un uomo, discende l’altro, vede polvere, compra e vende banane e acqua in bottiglia. Parlo dell’India, dall’India. nell’attesa è un uomo dignitoso, perché tutto è Dio. Da I. – aspetti le sue lettere, le «schifose poesie» lei scrive per lettera; sono belle e consolano. per quante volte, dopo, si dice ancora: tu mi consoli? tu mi conosci? mi consoli e conosci, e anche tu, ti alzi, cammini, lavi la biancheria – strutturi le parole, cerchi il ritmo, imiti gli uccelli, desideri la schiena nuda, che torna da una foto. vieni da me? mi vuoi bene? Ma invochi la mano che ti accompagna in strada, negli uffici, in banca, al lavoro.

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  18. tre anni fa, via boccea (Roma), uscendo dalla metro sono stata spettatrice di un miracolo:

    per strada un uomo rovistava tra l’immodizia, immerso nel cassonetto fino al busto, gli si avvicina una donna con una banconota da 10 euro. lui, con un sorriso appena accennato, le risponde: “no, grazie.”
    il decoro-ricamo della parola.

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  19. conosco bene quei tesori.

    il denaro non vale niente e non è niente, se non per un patto convenzionale tra chi lo eroga e chi lo usa, se ne ha. l’autore della povertà è il denaro “sterco del demonio”. la coperta che trovi, la camicia, la scatola di cibo scaduto il giorno prima, ma commestibile – quelli valgono. non tutto è casa, non tutti sono uomini domestici; su una strada, come 50000 anni fa, le COSE – da indossare e mangiare – valgono più di un simbolo (i soldi sono un simbolo). nudo e mi avete vestito, ecc. – non “nudo e mi avete dato i soldi per andare in un negozio”…

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  20. capisco sempre di più che non è un film [un libro; una poesia; una forma, ecc.] quello che *apparentemente* stiamo facendo. e questo fa giustizia di tutte le ambizioni, ecc. [un disegnatore ironizza su XL di Repubblica: Popy Dak incontra Nerella, la “rockstellina di provincia”, accompagnata dal fido Darkenstein. Popy dice: finirai come una grigia bottegaia, questo è pur sempre il Nordèst! Nerella: eh no, anima avulsa, ameba, io uscirò di qui!]

    lettore… quante Nerelle e quanti Popy hai già incontrato?

    posto un trono, tu non sei su quel trono. lo guardi. non lo riponi “al lato della testa” [è più grande di te]. non lo ignori [ci sei davanti]. tra poco arriva il Re, si siede e tiene corte. e tu e io siamo qui. qui non siamo né pochi né molti: solo il re lo sa. certamente non si può andare via. è meglio restare, meglio aspettare gli ordini – il cui nome è lógos, dicono. dicono anche che si chiama agápe. è naturale che NON CAPIREMO QUESTI ORDINI. non è necessario capirli. incipit vita nova, la sera serena, la realtà di tutti i giochi di parole assonanzati e anaforici che abbiamo escogitato per anni…

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  21. delle volte si fanno degli incontri speciali, io amo dire normali, perché nella normalità c’è la vera misura di un sentimento, una mediocritas per pochi, non in senso elitario ma fattivo. nessuno vuole appartenere a questa categoria come se fosse un male da espellere a tutti i costi; avere un nome, ambire ai “cinque minuti di celebrità” -predetti dall’astuto (soprattutto nell’accezione negativa) warhol- rappresentano l’emblema dei desideri dei più. la società odierna si basa su una concezione essenzialmente medievale: l’uomo vale in base al numero degli ettari del proprio dominio. orwellianamente ritengo che società e individuo non possono coincidere, e forse ho scelto la via del cinismo per una sorta di ribellione contro una realtà divisa tra le lacrime-lacrimevoli e l’indifferenza allo stato più (s)puro. il cinismo come mezzo per permettere di condividere — quello che rimane — con persone che hanno una Parola-Poesia da donarti.

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