PATATE FRITTE

Ti scrivo perché ho deciso di dimenticarti. Sei stato per me una splendida utopia, una magnifica sfida. Ora basta. Ti comunico che non voglio amarti più. Perché non posso amare un uomo che non mangia patate fritte.
Come vedi non ho cominciato questa lettera con “Carissimo” o “Amore mio”, o con qualsiasi altra smanceria. Sono così arrabbiata con te, con me e con il tempo che ho sprecato che non mi sento di vezzeggiarti. Avresti potuto dirlo subito del tuo odio per le patate fritte, tutto sarebbe morto ancora prima di nascere.
Non che ci sia mai stato niente, a dire il vero. Sono anni che fra noi c’è solo un gioco crudele e affascinante: il tentativo della conquista, l’innamoramento leggero, superficiale, ma tenace. Un va e vieni di emozioni che oggi crolla miseramente, senza essere riuscito a dar corpo a nulla. Ti chiarirò le idee, giacché mi sembra di vederti d’un tratto confuso, nonostante la tua grandiosa intelligenza.
Ricordi, ci siamo conosciuti più di dieci anni fa. Niente di particolare, una conoscenza occasionale e frettolosa come tante. Mi avevi subito colpito al cuore, ma non volli fare lo sgambetto al destino, lasciai le cose così com’erano. E il destino, beffardo e complice come solo lui sa essere, dopo un periodo di lontananza ci ha fatto ritrovare nello stesso ufficio, con te come mio diretto superiore. Ahi, che sorpresa! Ahi, che saetta! Il colpo di fulmine veleggiava leggiadro e s’impiantò, stabile, nel centro della mia anima. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Tu, già brizzolato, più grande di me di 12 anni, eri così… tutto! Affascinante, bello, colto, persino sexy e… sposato. Quest’ultimo particolare conta poco ai fini della nostra storia. La tua consorte legittima è sempre stata poco meno che un’ombra tra noi, per cui non ti meravigliare se da ora in poi cercherò di non nominarla.
Per quasi un anno ti adorai in silenzio. Mi sforzavo di comunicarti con il solo pensiero la forza del mio amore. Non osavo niente di più, né parlarti né guardarti. Poi avvenne il miracolo. Ti accorgesti di me! E non solo mi parlasti, ma la tua mano, con quelle dita così lunghe e delicate, sfiorò la mia guancia in una carezza tenerissima. Non so che collante mi tenne insieme, ma fui brava e riuscii a non sciogliermi dall’emozione. Scommetto che tu non lo ricordi quel tuo gesto; eppure da lì cominciò la nostra avventura. Perché quel contatto scatenò un’autentica scossa in entrambi, o così mi parve di leggere nei tuoi occhi sorpresi. Di fatto qualcosa cambiò.
Non m’ignoravi più, ma cercavi la mia compagnia. Sempre e solo in ufficio, d’accordo, ma talvolta anche fuori, a qualche cena tra colleghi. Per parlare, scherzare, giocare, volevi me. Per far l’amore, no. Non ci siamo mai dati un appuntamento, mai scambiati tenerezze o un bacio meno che casto sulle guance, per un nuovo anno, per Natale, per la nascita del tuo terzo figlio… Io ero confusa, emozionata, lusingata. Il tuo interesse per me, sia pure con i suoi limiti, era esaltante e per un po’ mi bastò. Anzi, mi domandavo umilmente, povera sciocca, cosa mai vedessi in me d’interessante. Tu, laureato con lode, eri un pozzo di conoscenze che amava conversare di qualunque cosa. Io, diplomata con la sufficienza, non trovavo mai le parole giuste, balbettavo e arrossivo. Però ogni tanto mi riusciva una battuta scherzosa e allora tu ridevi e io gongolavo di felicità.
Bei tempi, quelli. Sai, quando inizia un amore provi una costante sensazione di leggerezza, tutto sembra rosa, le nuvole sono sotto di te, tanto voli alto. Io ho vissuto in questo stato per dieci anni. Solo grazie a te il mio cuore ha battuto per tutto questo tempo, sia pure al ritmo di ben più dei canonici sessanta battiti al minuto: la mia media era di almeno centoventi pulsazioni! Ora, con una semplice, innocua affermazione hai decretato la mia fine. TU DETESTI LE PATATINE FRITTE!
Il tempo trascorreva ignaro e la nostra sfida continuava, sempre più coinvolgente. Sguardi, parole, sorrisi, allusioni. Qualche pizzicotto amichevole da parte tua, ma solo sulle braccia, purtroppo…
E la tensione cresceva.
Un giorno ho raccolto alcune tue intime confidenze che mi hanno onorato e imbarazzato. Avrei voluto portare il tuo capo al mio seno per consolarti. Ti avrei dato tutta me stessa, incondizionatamente, in qualsiasi istante. Se solo me lo avessi chiesto. MA PERCHÈ DIAVOLO NON ME LO HAI MAI CHIESTO?!! Ero sicura che tra noi sarebbero stati fuochi d’artificio, molto più che spettacolari, che neanche il nuovo millennio quando è iniziato ha di certo visto in nessuna parte del globo. Oggi, a dire il vero, nutro qualche dubbio in proposito, ma allora ne ero convinta.
Non ho mai saputo se tu avessi fatto altrettanto, ma io avevo assoldato delle spie per sapere tutto di te. Si fa per dire, naturalmente. Comunque le chiacchiere d’ufficio tra colleghe sono più esaurienti di un rapporto di 007. Sono venuta a conoscenza di molti particolari della tua vita. Comprese, ahimè, alcune tue scappatelle extraconiugali, extra-ufficio, extra-me! Ma come potevi tradire tua moglie, e me, per qualche sbarbatella? Che cosa avevano loro che noi non avevamo? Erano solo più giovani, più alte, più magre, più bionde… Eppure non erano niente per te, non eri capace di appassionarti a nessuna di loro, lo so. Perché alla fine tornavi da me, a ricominciare il nostro gioco. Sguardi, parole, sorrisi, allusioni. Risate. E nient’altro.
Ad un certo punto, nel corso di questi dieci anni, pensai che forse avevi bisogno di un piccolo incoraggiamento. Mi sembrò di capire che non avresti potuto desiderarmi fisicamente fino a che sarei stata così diversa da te, così lontana dal tuo ideale di donna, o quello che io ritenevo tale. Così ho cercato di adeguarmi e ho dato il via ad una strepitosa e fallimentare carriera di trasformista.
Tu sei uno sportivo. Non c’è competizione che non ti tenti, o specialità in cui non eccelli anche a livello agonistico. Ami la gara, ami sfidarti, hai un fisico splendido che te lo consente. Ho voluto emularti, sia pure nel mio piccolo, per guadagnare con il sudore della fronte quello che madre natura si è dimenticata di mettere nel mio corredo. Purtroppo però io sono una sedentaria incallita e i miei tentativi si rivelarono disastrosi.
Cominciai con lo jogging.
Mi slogai una caviglia e rimasi a letto una settimana.
Comprai allora una bicicletta da corsa, ma durante una salita (nota bene: una salita!) caddi e mi fratturai un polso.
Indomita, provai con lo sci: il tentativo di somigliare ad una valanga e la mobilitazione del 118 e dei cani da ricerca mi regalarono la diffida dal presentarmi di nuovo presso un qualunque ski-lift.
Certa che con il nuoto (la tua passione) non avrei avuto problemi m’iscrissi ad una piscina. Nel giro di due settimane contrassi un’infezione della pelle che impiegai mesi a debellare.
Ti risparmio gli altri pietosi tentativi di intraprendere una pratica sportiva, per non annoiarti. E poi, chissà, forse ti sono già giunti all’orecchio, forse hai già riso di me. Nel nostro ambiente così piccolo e pettegolo nulla si può nascondere. Se non la nostra passione.
Ma poco importavano le sofferenze fisiche se lo scopo era quello di conquistarti.
Cambiai tattica.
Sapendo della tua propensione per le bionde dalle folte chiome, io che sono mora tinsi i capelli di giallo e li allungai pagando una salatissima extension da una parrucchiera compiacente e vorace. Non riuscisti a vedermi. Un corso di aggiornamento ti portò via per sei lunghi mesi. Quando tornasti io ero già tornata al naturale, giacché non riuscivo più a riconoscermi allo specchio.
Apprezzerai, spero, almeno il tentativo. Tutto per te, solo per te, per guadagnare una tua occhiata, una carezza affettuosa, l’inizio di una storia non più platonica. Ma ti sei mai davvero accorto dei miei sforzi?
Dopo aver fallito la trasformazione fisica nella tua donna ideale, arrendendomi davanti all’evidenza di un corpo piccino e rotondetto, incapace di qualsiasi agilità, giocai la carta intellettuale. La mia cultura era modesta, la tua infinita e complessa. Una breve indagine m’illuminò sui tuoi gusti letterari: letteratura russa. Andavi pazzo per scrittori dai nomi impossibili che fecero impazzire me: Puskin, Dostoevskij e Tolstoj. Mi fiondai in libreria e feci man bassa. Non si sa mai, poteva essere un argomento di conversazione che ci avrebbe accomunati e tra una chiacchiera e l’altra avrebbe potuto finalmente sbocciare l’amore latente che sentivo tra noi.
Questa è storia recente. Ci ho provato, te lo giuro, ma anche qui devo annunciare una sconfitta. Non ce la faccio ad affrontare quei romanzi che, come mi dicono, saranno anche capolavori, classici intramontabili, ma che a me si rivelano assolutamente ostici. Io sono abituata ai thriller americani, meglio se in versione economica, più facili da digerire, comprensibili anche ai bambini e più consoni alla mia preparazione intellettiva. E comunque, la frase che proprio ieri hai pronunciato così innocentemente mi ha sconvolto, ma finalmente mi ha illuminato.
Tu detesti le patatine fritte.
Non me l’aspettavo. È stata un’autentica mazzata. Credevo di conoscere tutto di te, dal numero di scarpe che calzi, alla taglia delle mutande che indossi, ai tuoi gusti culinari. Come può essermi sfuggita questa tua insana avversione? Che uomo è quello che non mangia patatine fritte? Non immaginavo neppure che ne potesse esistere uno. La patatina fritta è universale, indispensabile, un mito. Un intero impero, quello di Mc Donald, si è fondato su di essa. È la compagna di serate in allegria, di sagre all’aperto, lo stuzzichino prima della pizza, l’accompagnamento ideale di ogni piatto. La sua doratura calda rallegra, il suo sale condisce la vita. E TU NON NE MANGI?!! Io ne consumo a quintali, a volte mi nutro solo di patatine fritte e maionese, non manco mai di ordinarne in qualsiasi posto mi trovi.
Come sono potuti trascorrere dieci anni senza venire a conoscenza di questa tua manchevolezza? Di colpo ho capito che non sei l’uomo per me. Di colpo molte verità mi si sono rivelate. Io e te siamo incompatibili. Tu sei sportivo, io pigra. Tu istruito, io no. Tu introverso, io solare. Tu cinico e freddo, io romantica e passionale. Tu non mangi patate fritte, io le adoro. Ed è stato quest’ultimo punto, fondamentale, che mi ha svegliato, ha gettato acqua fredda sul fuoco dei miei sentimenti. Ho capito che davvero non fai per me. Ho perso dieci anni dietro ad un uomo con cui non ho nulla in comune, che non ha saputo darmi affetto o calore, ma solo sguardi, parole, allusioni.
Sai che ti dico? Tieniti pure i tuoi sguardi, le tue parole e i tuoi freddi sorrisi. Da oggi mi dichiaro libera dal tuo fascino, dal tuo gioco perverso, da un sogno ormai divenuto incubo. Tieniti pure le tue bionde, i tuoi sport, tua moglie e Dostoevskij. Io stasera avrò i capelli neri a spazzola, l’ultimo romanzo di Ken Follett in una mano e almeno un chilo di patatine fritte con ketchup nell’altra. Sarò me stessa e sarò felice. Ti penserò certo, con compassione, perché, poverino, non sai quello che ti stai perdendo. Ma poiché ti ho amato davvero, ti faccio comunque un regalo. Lascerò aperta la porta del cuore: se dovessi cambiare gusti, in fatto di donne, libri e culinaria, io sarò qui ad aspettarti, per amarti di nuovo. Come sempre, fra mille patatine dorate..

Addio.

12 pensieri su “PATATE FRITTE

  1. E mica è detto che l’aria fritta sia sempre inutile e inconsistente. Ci sono capolavori fatti d’aria fritta,aria fritta croccante e gustosa al palato del lettore (quasi quanto una patatina!), magari come questo racconto…

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  2. ramona. il racconto è carinissimo. leggerezza e croccantezza! perché tutto deve sempre pesare e trasudare?
    e poi: come si fa a non vedere il peso che strizza l’occhio dietro l’apparente “inutile inconsistente aria fritta”? mi viene in mente (ci sono tornata su ieri), tommaso landolfi: capace di parlare di niente e inchiodarti. e manganelli e il grande padre gadda. ce n’è una sfilza. non ti sto buttando addosso il PESO di costoro, ramona, ma lo dico perché leggero non è sinonimo di brutto in letteratura, come non fanno male per forza al fegato le patatine. anzi: ora me le fo per pranzo! baci.
    lu

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  3. Paolo, ma te l’ho mai detto che come fan sei un fen(omeno)?!
    Grazie mille! E se vuoi un po’ di patatine fritte, oggi fanno proprio parte del mio menu… Direi che spartircele è il minimo che possa fare per te.
    Un bacio!!!!!

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  4. Cara Lucy, innanzi tutto grazie per le tue carinissime parole, che molte altre volte negli anni mi sono state ripetute, da più persone, e quindi per me ormai sono verità…
    Certo io non mi paragonerei mai agli esempi che fai tu, ma nemmeno per sogno!!, però so cosa intendi dire e davvero ti ringrazio.
    In secondo luogo a me nulla pesa, quando ascolto le opinioni altrui. L’importante è che non siano offensive gratuitamente, cosa che del resto non mi sembra sia in questo caso.
    Perchè il primo commento non è che un’opinione personale e dunque va rispettata. Cosa che io faccio. Il tono della mia risposta voleva solo essere ironico, perchè mi ha rimandato effettivamente al mio post precedente, quello del diario segreto… e volevo metterne a conoscenza chi mi aveva dato quell’ottimo consiglio… nulla più!

    Ho mangiato anche io patatine fritte, oggi, e sto benissimo!!
    W il sale della vita!
    Baci e grazie!

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  5. Ramona, quale cibo migliore oggi che è il mio onomastico?
    Pazienza, mi sono accontentato dei manicaretti della mamma, che in quanto tali hanno sempre il loro perchè.

    Baci dal tuo fen.

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  6. è vero la vita è fatta di gesti normali- popolari- e il tuo manifestare anche con un sottofondo d’ironia più nera di quando il testo stesso –apparemente– rimandi mi sembra il risultato di uno scrittore che abbia raggiunto la capacità di cimentarsi in varie esperienze espressive. credo che tu abbia saputo dosare questi “ingredienti” in contrasto tra loro. un’operazione peraltro non facile. complimenti. ;))

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  7. Caspita se hai ragione!
    Per me la patatina fritta è vita, proprio non riesco a starne senza e l’amore senza patatine fritte non esiste, non può esistere! 😦
    W la vita sedentaria!
    W i tappi come me (e immagino come te)!
    W i capelli scuri!
    W il corpo rotondetto!
    E che Dio ci mandi un sacco di patatine fritte!

    Complimenti, il tuo lavoro è decisamente GNAM!

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  8. Pingback: PREMIO SAN VALENTINO (prima parte) « la vetrina dei ricordi

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