Prospettive di integrazione e di dialogo, di Piero Coda

Intervento su fede e ragione, in un dibattito a Genova (il 20 giugno) con Mons. Luciano Pacomio e il Prof. Giulio Giorello

0. Parliamo stasera di prospettive d’integrazione e dialogo tra fede e ragione. Guardiamo dunque al presente e al futuro in atteggiamento positivo e costruttivo. Ma diamo al tempo stesso per scontato il significato del punto di partenza dal quale muoviamo: fede e ragione come due grandezze ben distinte, che non di rado la modernità e la contemporaneità hanno visto e vedono in conflitto tra loro.

Ora – dobbiamo chiederci – è proprio questo il necessario punto di partenza: sotto il profilo storico e sotto il profilo teoretico? Non possiamo troppo sbrigativamente rispondere a questa domanda. Pur nel breve tempo che abbiamo a disposizione mi pare essenziale, anche dal mio punto di vista, tentare di guardare per un attimo a ciò che sta alle nostre spalle prima di lanciare con pertinenza lo sguardo verso ciò che ci sta davanti.

Tenendo conto di questo assunto, cerco di raccogliere le mie riflessioni intorno a tre punti:

– le ragioni dell’originario incontro tra fede e ragione su cui, per tanta parte, si è costruito l’edificio della tradizione culturale occidentale così come la conosciamo e di cui siamo eredi;

– le ragioni della divaricazione e del conflitto anche feroce che ha attraversato in proposito la modernità;

– e infine le ragioni di un possibile nuovo incontro in quella forma inedita, però, che è nostra responsabilità arrischiare e così tentativamente configurare.

1. Una parola sulle ragioni dell’incontro. Perché è un dato di fatto che la fede, nella sua figura ebraica e poi in quella cristiana, si sia incontrata in modo positivo e creativo – anche se non senza dispute e sconvolgimenti – col lógos greco. Tanto che occorre appunto chiedersi: perché tutto quello è potuto avvenire? La risposta va ricercata, penso, in ciò che più profondamente connota l’identità e il dinamismo antropologico dell’una e dell’altro, la fede e il lógos. Entrambi, infatti, segnano l’uscita dell’esperienza umana dal mito, intendendo quest’ultimo nel significato positivo e polimorfo guadagnato dalla più accredita indagine sulla storia e sul significato dell’approccio umano all’E/essere.

Due uscite differenti, ma compiute entrambe nella logica dell’ascolto a fronte del mostrarsi e del farsi stesso dell’E/essere nel cammino della storia. Da un lato, per ciò che concerne la fede, l’ascolto/affidamento di/a quell’evento credibile, forse atteso ma senz’altro indeducibile, che è il rendersi presente di Dio all’uomo sino all’estremo della carne di Cristo; dall’altro, per ciò che concerne il lógos greco, l’ascolto/discernimento delle esigenze intrinseche all’intelletto e alla libertà dell’uomo dirimpetto al darsi dell’essere – umano, cosmico o divino che sia. Ora, è proprio a partire da questa radicale dimensione dell’ascolto – Øpako» – ch’è potuto avvenire l’incontro tra esperienza della fede e esperienza del lógos. Dove ciascuno ha dato qualcosa di estremamente prezioso, di ciò che è suo, all’altro. La fede ha consegnato la rilevanza antropologica dell’evento di Dio che entra nella storia dell’uomo non per soffocarla, ma per liberarla, dal di sotto e dal di dentro; e il lógos l’esigenza di criticità e di responsabilità che come tale nativamente gli competono nell’orientare il cammino della storia.

Quest’incontro, da una parte, è stato dunque nella logica delle cose, ma dall’altra è stato e resta paradossale: perché il “caso serio” della fede è in fin dei conti l’arrendersi senza ragioni dell’uomo di fronte all’avvento di Dio che culmima nella forma “folle” del Crocifisso, e cioè in una sofferenza – per dirla con Paolo nella prima lettera ai Corinti – che trascende, senza negarlo, l’orizzonte della comprensione umana; mentre il “caso serio” del lógos è l’appagamento evidente e autonomo del suo intrinseco dinamismo d’intelligenza e di libertà in cui l’uomo raggiunge se stesso, anche se in un al di là di quanto già è dato di sé e che è sempre più grande.

2. Non è dunque un caso – e vengo così al secondo punto, le ragioni della divaricazione e del conflitto – che l’equilibrio raggiunto in forma paradigmatica nel cuore del Medioevo ben presto si sia infranto. Non si tratta di una condanna senza appelli o di un declino esecrabile: ma a ben vedere di una krisis positiva e persino necessaria.

L’abbraccio tra fede e ragione ha rischiato di diventare soffocante, ora per l’una ora per l’altra. Perché la fede ha rischiato di cristallizzare il suo contenuto veritativo ed etico inibendo la spinta propulsiva e liberante della ragione e della libertà, così che queste ultime hanno rivendicato la loro autonomia emancipandosi dalla tutela della prima. E perché la ragione, a sua volta, ha finito per screditare la fede o emarginandola ai limiti della sfera del razionale o assorbendola esaustivamente in sé. In fondo, nell’un caso come nell’altro, il deficit di relazione che ha portato dalla divaricazione all’insanabile conflitto o all’indifferenza armata dell’una rispetto all’altra, è un deficit di riconoscimento dell’alterità, un deficit di ascolto.

Il che contravviene, per principio, all’identità e alla vocazione più profonda e della fede e della ragione.

3. Di qui l’esigenza di un nuovo incontro. Perché il dramma produttivo del moderno non volga, drasticamente e irreparabilmente, in agonia dell’Occidente, la “terra del tramonto” – come alcune delle espressioni culturali del nostro tempo lasciamo presagire, in un campo come nell’altro. Ma in ogni caso la forma dell’incontro non può più essere quella del passato.

Intanto, perché la situazione epocale è profondamente cambiata. Da un lato, il lógos esercitato nell’orizzonte greco della filosofia s’è aperto e ramificato in una pluralità di esercizi della ragione che ritagliano il loro oggetto materiale – che in definitiva è comune – in una molteplicità di oggetti formali e di verifiche dell’evidenza e dell’efficacia scientifica e tecnica che è arduo condurre a convergenza di significati e di progetti, pur nel rigoroso rispetto delle specifiche autonomie. Dall’altro, perché la ragione di cui ha fatto esercizio la cultura occidentale, così come la fede religiosa che l’ha connotata, si trovano oggi d’emblée introdotte nello spazio dell’aeropago inedito dei differenti esercizi della fede e della ragione che sono propri a mondi culturali e religiosi altri dal nostro.

Quest’inesplorata vastità va di pari passo con l’invito all’attingimento di un nuovo livello di radicalità nell’intreccio libero e dialettico di fede e ragione così come sino ad oggi le ha sperimentate la cultura occidentale. Penso che la chiave esistenziale ed epistemica di quest’impegno, di cui tutti avvertiamo l’urgenza, vada rinvenuta in quell’attitudine all’ascolto dell’E/essere “incarnato” nel suo darsi e al reciproco ascolto delle forme del pensiero, dell’agire e del fare che lo captano e gli danno forma simbolica ed etica, costituendo la verità profonda di ogni fede e di ogni ragione.

4. Permettetemi di accennare almeno alla figura estrema e insieme per sé originaria di quest’ascolto, e perciò anche di questo reciproco incontro, cui ci ha richiamato con mite fortezza l’avventura di fede e di pensiero di Chiara Lubich, figura che costituisce il principio d’ispirazione e di orientamento dell’Istituto Universitario Sophía. Questa figura è quella di Gesù che sulla croce, nel tragico epilogo della sua agonia, grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?“. Un grido accorato, lacerante, che attraversa come “dissonanza” (è una parola di Nietzsche) l’avventura della fede e quella della ragione nei duemila anni di storia che ci separano da quest’evento. E che, dal cuore del ‘900, sembra convocare a giudizio i progetti, le conquisti e i fallimenti dell’una e dell’altra.

Si tratta d’un interrogativo gridato, di un “perché?” urlato da una carne e da un’anima dilaniate. È qui che la ragione tocca il vertice del quaerere che la abita, non rinunciando a interrogare neppure là dove l’orizzonte del senso sembra cancellato. Ma si tratta anche dell’atto estremo della fede che, pur lambita dalla tentazione della disperazione, ancora e definitivamente s’affida crocifissa nell’avvento di ciò/di chi infinitamente la supera.

In questo “perché?” nudo, disarmato, arrischiato, ci si può incontrare. Questo è il punto d’incontro che non ci appartiene, che non appartiene solo alla fede e non appartiene solo alla ragione, che non appartiene solo a questa cultura o solo a quest’altra. Siamo noi, piuttosto, che gli apparteniamo e che, appartenendogli nel rischio perseverante e sempre nuovo della verità e della libertà, possiamo tornare ad appartenerci anche gli uni gli altri nella tenerezza disarmata e forte dell’amore.

2 pensieri su “Prospettive di integrazione e di dialogo, di Piero Coda

  1. Non credo che esista una questione fede-ragione, nel senso che nel mistico, l’antinomia è presto risolta, perché come ben sa l’esperienza mistica, la ragione si apre all’Intelletto e la Fede sfocia nell’Immaginazione (allucinazione ragionata e non Fantasia).

    E’ evidente muovendosi fuori da questo territorio circoscritto, Fede e Ragione cozzano e cozzeranno sempre.

    La Ragione perché così come viene inculcata non conosce Intelletto, La Fede perché si configura come Credenza (sistema di credenze, fantasia). Linguaggio tra sordi e ciechi!

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