Appunti dal parco di Francesca Matteoni

di Francesco Sasso

Confesso che la prima cosa che mi ha direttamente colpito di Appunti dal parco di Francesca Matteoni è stata la qualità della sua voce poetica, che per me ha uno straordinario potere di evocazione.

La brevissima raccolta di liriche e prosa, da poco pubblicata da Wizarts editore, risponde alla necessità di scandire e annotare con cura non esibita, confinato in un universale parco inglese, l’insieme degli stati d’animo della poetessa (“Non scrivere, non sperare, non dire”).

Vita e morte (“Mi chiedo dei sopravvissuti, quanti dai nidi – se sanno, se ricordano”), natura e separazione (“Penso al sostituirsi degli animali e a quello più lento, ma inesorabile, degli alberi, delle piante delle stagioni. A come cadono nella loro immagine, non raggiunta”), amore e solitudine (“C’è una gioia nella mia tristezza / e un’ombra disarmante nell’amore”; e ancora: “mentendo la propria solitudine / si riconosce meglio dove amare”) costituiscono alcuni dei sensi portanti, dei motivi di Appunti dal parco.

Inoltre, la natura e il sentimento di vita-morte, che per altro appaiono due ad una prima e distratta analisi, ma che non si potrebbe distinguere neppure intrecciati tra loro, si è convertito tutto in immagini favolistiche in cui gli animali e le piante rivendicano il loro esistere nel mondo.

Sicché la poesia di Francesca Matteoni non può dirsi che contemplazione incantata e cruda del sentimento della vita e della morte in natura: “Un corvo intruglia la carcassa sfatta / di un piccione, il ricamo scarlatto / aggrovigliato al becco. Se ne stacca / distratto al mio passaggio”.

Tuttavia l’espressione poetica placa e trasfigura il sentimento di dolore, laddove quest’ultimo aderisce e cozza con l’immagine: “Non scriverle le poesie, tienile / per camminare svelta nella pioggia / o nella luce quieta di novembre”. E potrei trascrivere tanti altri versi dalla solida e limpida musicalità che richiamano, in un’equivalenza di chiaro/scuro, l’urlo attenuato del dolore appena medicato.

E così l’occhio della poetessa si sposta continuamente dal cielo alla terra e dalla terra al cielo, dà immagine e nome alla vita interiore delle cose: “Si può amare un albero perché dà pace, perché non ha mai volato, proprio come noi, ma sostiene il segreto dei voli”.

A me pare che Francesca Matteoni non voglia semplicemente esprimere le sue emozioni più intime, ma desideri invece, da vera artista della parola, affrontare con estrema sincerità una certa materia: la vita. E’ quest’ultima che stimola la poetessa, e possedendo in sé un segno che può indicare una direzione, sollecita il dualismo fra luce e buio, fra vita singola dell’autore ed exemplum di ogni esistenza (pianta, animale o uomo, non importa).

A parte ciò, per concludere, sarebbe utile esercizio critico fermarsi sulla contingenza di timbro, ritmo, intensità, immagini ecc, quello che ci fa riconoscere subito una voce al buio fra mille. Ma avrò modo di scrivere più in là sugli assetti metrici e retorici utilizzati da Francesca Matteoni (per esempio, l’utilizzo dell’endecasillabo in Brockwell park; sulla frequenza ossessiva di alcuni lemmi, spesso in antitesi, come osso-sangue, acqua-fango ecc; oppure la cadenza ritmica della prosa), al termine della mia lettura di Artico (opera prima di Matteoni pubblicata da Crocetti editore nel 2005) e di altre liriche ancora inedite. Insomma, conto di riparlare di Francesca Matteoni, giacché, con sincero entusiasmo, sono felice di aver incontrato una nuova ed interessante voce poetica.

f.s.

[Francesca Matteoni, Appunti dal parco, con fotografie di Cristina Babino, Wizarts editore “Licenze Poetiche”, 2008, pag.38, 6 euro ]
Nota: per ora il libro è acquistabile presso l’editore:  info@wizarts.it, oppure in qualche libreria pistoiese.

6 pensieri su “Appunti dal parco di Francesca Matteoni

  1. ciao francesco, sono molto felice che tornerai a parlare di francesca matteoni, che in questo libro mi ha molto impressionato, sia nelle prose che nelle poesie: ha davvero una voce calibrata e potente, e guarda all’albero, all’uccello, allo scoiattolo con una sorta di visionarità mistico-medievale.
    menziono anche un’altra impressione subitanea: che questi testi non potessero essere composti che in Inghilterra, evocata qui nella sua natura inconfondibilmente prosciugata e casuale e ossianica.
    un gran bel lavoro. complimenti anche a cristina babino e alle sue foto strepitose (io le ho viste in pdf, temo che nella piccola edizione abbiano perso un po’, ma fidatevi).
    un saluto,
    renata

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  2. Ciao Rena, grazie…in effetti del progetto originale, per varie peripezie, di foto all’interno ne è rimasta una sola (oltre all’immagine di copertina)… ma le foto erano “soltanto decorative”, ciò che conta è la sostanza immaginifica dei bei versi di Francesca, che non si lascia scalfire. Grazie anche a Francesco per l’attenzione che ha riservato al libro.
    saluti a tutti.
    Cri

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  3. “Il segreto dei voli” comprende anche la stella sopra di me e il lombrico sotto di me? Volevo chiederlo al Barone Rampante, ma non riesco più a trovarlo. Qualcuno sa dirmi dove cercare?

    One by one, they followed the sun. One by one, until there were none. Two by two, to their lovers they flew. Two by two, into the foggy dew. Three by three, they danced on the sea. Four by four, they danced on the shore. Five by five, they tried to survive. Six by six, they were playng with tricks.
    BOB DYLAN

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  4. Ciao

    Renata

    sì, tornerò a parlare di Francesca Matteoni. I veri poeti aprono piccole fessure che ti fanno intravedere “altro”. Pian piano, leggendo e rileggendo, si spera di ricostruire il cosmo che si intravede dietro la fessura. Ci vuole tempo e spazio.

    Cristina

    Non devi ringraziarmi. Complimenti per la foto di copertina.

    Lopard

    “Il segreto dei voli” comprende anche il sogno terribile da cui ci dobbiamo svegliare, prima o poi…

    a presto

    f.s.

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