Tre post per tre libri: 3. Una casta che vive di sogni e di parole

di Ezio Tarantino

[Il primo post è qui, il secondo qui]

Il terzo libro è “Spingendo la notte più in là” , di Mario Calabresi. Come nel caso del libro di Lenci questo libro me lo sono trovato in casa (non l’ho cioè scelto e comprato appositamente) e questa è una curiosa coincidenza. Perché l’assunto del libro del figlio del commissario Luigi Calabresi, come è noto, ha molte parentele con quello di Lenci: perché sia fatta veramente giustizia occorre dare voce alle vittime. Non è ammissibile che di quella pagina, tristissima e oscura della nostra storia, a rendere testimonianza ci siano quasi esclusivamente gli sconfitti, gli assassini.
Il punto di vista della vittima è il solo modo, sembra di capire, per provare a trovare giustizia, non solo quella privata, evidentemente indispensabile, ai parenti delle vittime, per sentirsi almeno parzialmente risarciti dallo Stato per il quale il più delle volte la vittima aveva dato la vita, ma anche per ricostituire il tessuto virtuoso della solidarietà sociale, che se non è imbastito sul fondante valore della Giustizia, cioè sul riconoscimento certo dei ruoli di vittima e colpevole, non può produrre una società sana.
Il libro di Calabresi racconta con il candore della verità depurata dall’ideologia, i fatti terribili che portarono alla morte del padre, il commissario Calabresi, ingiustamente fatto oggetto di una ignobile campagna di stampa tesa ad individuarlo come il principale responsabile della morte dell’anarchico Luigi Pinelli, caduto dalla finestra della questura di Milano nei giorni successivi la strage di Piazza Fontana.

Come andarono davvero i fatti a proposito della morte di Pinelli, se cioè Pinelli sia accidentalmente caduto dalla finestra, si sia voluto suicidare, o sia stato buttato di sotto, Calabresi forse non lo sa e non di questo si è messo a raccontare. Ma di qualcosa che sa bene, e cioè dell’innocenza di suo padre.
Il paradosso è che per tutta la vita – seppur con la forza ereditata da una madre dalla tenacia e dalla dolcezza commoventi – Mario Calabresi ha dovuto fare i conti con questa verità. L’ha custodita (letteralmente, attraverso le migliaia di ritagli di giornali, documenti, fotografie, ossessivamente raccolte con curiosità e affetto), ma non ha potuto farsene forza: l’ha dovuta come gestire, aggirare, non farla pesare sugli altri. Un atteggiamento mite e sereno, ma consapevole del vulnus che vi era irrelato: la società le vittime, i loro parenti, preferisce metterli da parte.
Certo, il loro punto di vista non può (necessariamente) tenere conto di una visione – come dire? – “superiore”: il punto di vista della sociologia e della politica. Della “cultura”. Il punto di vista delle vittime non spiega il passato e non chiede acrobatiche soluzioni pacificatorie, tendenti a chiudere i conti con la storia sul piano dell’ideologia, delle ragioni generali e non delle responsabilità personali (come se la storia proceda per parentesi che si possono aprire e chiudere, all’interno delle quali le regole cambiano in base al contesto, e con il passare del tempo nuove parentesi sostituiscono quelle vecchie, e le regole, diamine, cambiano, prima era prima, si sparava, si sbagliava, ma ora è un capitolo chiuso).
Peccato che i parenti delle vittime vivano ogni giorno la durevolezza del lutto, paghino ancora oggi, dopo tanto tempo, un prezzo enorme, che non può essere mitigato, né confuso con il perdono personale.
Conseguentemente a questo tipo di approccio affiorano nella loro drammatica urgenza domande terribili. Allora è giusto equiparare i terroristi assassini a criminali di guerra? O più semplicemente a criminali tout-court? Perché no? Non esiste criminale di guerra che non abbia pagato fino all’estremo. Dove starebbe la differenza? Quale contiguità sociale e culturale o semplicemente politica spinge una (larga? non ha importanza) fetta della società a voler chiudere i conti con il passato in modo unilaterale? Esattamente in che cosa la società si troverebbe in debito con gli assassini di ieri?
E il perdono deve essere una scelta individuale delle vittime, o essere un momento rituale collettivo? E realmente, oggi, la società sente il problema del terrorismo, meglio: dei terroristi, una cosa attuale?

Ad alcune di queste domande – ultima coincidenza – ha risposto Adriano Sofri in un articolo uscito su Repubblica del 24 aprile di quest’anno, intitolato “Non usate Dostoevski per capire i terroristi”.

Non posso proseguire senza aver ricordato en passant che Sofri è stato condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio Calabresi, che Sofri scrive per lo stesso giornale di cui Calabresi è corrispondente dagli Stati Uniti; che la moglie di Calabresi è nipote di Carlo Ginzburg, autore di uno dei pamphlet più documentati in cui viene dimostrata l’estraneità di Sofri al delitto Calabresi; che la nonna, Natalia, fu tra i firmatari di un controverso appello di intellettuali contro Luigi Calabresi.

Prendendo spunto dal film di Giuliano Montaldo su Dostoevskij, “I demoni di San Pietroburgo“e dal libro di Sergio Givone “Non c’è più tempo” Sofri contesta il diritto tropo spesso concesso ai terroristi di farsi portavoce ed esegeti della storia, e lo fa in un modo che la lettura del libro di Calabresi rende un po’ inquietante, ma partendo dall’esercizio implicito dello stesso diritto, quello di stare dalla parte della verità (non di quella processuale, certo, ma non c’è qualcosa di profondamente irrisolto nell’accettare, da parte delle vittime, per Verità una sentenza quando questa è favorevole?)

I terroristi non sono affatto in grado di spiegare a noi, oggi, cosa sia stato il terrorismo, scrive Sofri. Non meritano questa “borsa di studio postuma e immeritata” che non può che tradire la natura meschina, stupida e ottusa della scelta terrorista. Non Dosteovskij, dice Sofri, serve a spiegarci il terrorismo, non ne vale la pena. Ingigantire i presupposti culturali, così come cercare Grandi Vecchi (e qui c’è una risposta alle tesi di Sergio Lenci – benché Sofri conceda ai parenti delle vittime il diritto a non volersi accontentare della stupidità e della meschinità), significherebbe solo ingigantire ciò che gigante non lo è stato affatto.
Dostoevskij fece una scelta ambigua, decidendo di stare non né da una parte né dall’altra (né con lo stato né con le BR), ma con una parte e con l’altra, in questo modo scegliendo di stare dalla parte della vita, e delle sue intrinseche contraddizioni.
Ma Dostoevskij raccontava, appunto, la grandezza e la miseria dell’animo umano, la tipica russa “compiaciuta malattia”e non doveva fornirci chiave interpretative sociologiche e storiche.
Tantomeno gli ex terroristi, sembra dirci Sofri, così presi dentro gli ingranaggi da non potere avere anche la lucidità di descriverli.
Scriveva (profeticamente?) Sergio Lenci nel suo diario, alla fine degli anni ottanta:
“Mi domando come mai questi giovani (oggi non più tanto giovani) ex terroristi continuino quasi maniacalmente a occuparsi di politica, non come cittadini comuni, ma come interlocutori privilegiati del potere. Mi sembra di capire che essi continuino quella prassi della politica come professione, come lavoro, che è una caratteristica della nostra repubblica di oggi.
Il ceto politico è diventato una casta senza ricambio e senza rapporti di vissuto personale con la vita di lavoro. Una casta che vive di sogni e di parole, ma che non conosce la vita né la società reali. Una casta di privilegiati per i quali il peso di un lavoro produttivo, di una disoccupazione, di problemi di indigenza non protetta da solide amicizie politiche e legami, favorisce le astrazioni più totali… che nella generalità dei casi non producono nulla e nei casi peggiori producono criminalità: bianca (corruzione) e rossa (sangue)” (il corsivo è mio).

3 pensieri su “Tre post per tre libri: 3. Una casta che vive di sogni e di parole

  1. Ezio, non hai deluso le mie aspettative.
    Esemplare lo stralcio che riporti in chiusura, sintetizza il pensiero di tanti poveri diavoli senza santi in paradiso nè padri ministri DC -come il sottoscritto- in merito a quella sottospecie di casta.
    Ho trovato molto acuta -come sempre- l’analisi di Adriano Sofri, però mi è rimasto un dubbio. Adriano Sofri a che titolo parla dei terroristi? In quanto giornalista/scrittore? In quanto condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio Calabresi? O in quanto appartenente a una di queste altre due categorie (oltre ai terroristi e alle vittime) che elenca nel suo articolo?
    a)”chi non diventò terrorista, pur essendosi affacciato a quell´orlo, e sapendo che avrebbe potuto farlo.”
    b)”persone che non hanno avuto a che fare in alcun modo col terrorismo, non ne sono state vittime né complici, non ne sono state tentate né sfiorate: e tuttavia hanno sentito drammaticamente la sua prossimità, la distorsione che ha impresso al loro comune mondo, e si interrogano.”

    Sofri, non a caso, evita di dirci con quale di queste categorie si identifichi, e non è un’ambiguità da poco, a mio parere. Questo scantonamento gli consente di porsi su un piedistallo sorretto da nonsisacosa per affermare, con la raffinata parabola letteraria-cinematografica su Dostoevskij e c., che in fondo non ci sono i presupposti per intimare il silenzio agli “ex terroristi di oggi”, quasi che fossero una sorta di minus habens troppo coinvolti, troppo vicini al fenomeno per poterne parlare con dignità di causa, ma anche per poterne ricevere l’intimazione di tacere. Come a dire: sei troppo coinvolto, quindi è inutile che tu parli come è inutile che ti sia proibito di parlare.
    La cosa mi lascia un poco perplesso.

    Ciao
    Paolo

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  2. “Il giudice e lo storico”, pamphlet di Carlo Ginzburg accolto con entusiasmo in Italia e gelidamente, a esempio dal Times Literary Supplemen, non dimostra affatto l’innocenza (né, per questo, la non colpevolezza) di Adriano Sofri riguardo ai fatti per cui è stato condannato e per cui sta scontando la pena irrogata.

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  3. Un libro, anzi una testimonianza di vita commovente e appassionante, e insieme un pugno nello stomaco, una lezione. Si sente dire spesso, ma stavolta lo credo fermamente: da far leggere nelle scuole.

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