Poesie inedite di Giacomo CERRAI

Aruspici

il cigolio dell’altalena
ossessivo, somiglia
al grido di uccelli che precipitano
nell’azzurro.
Chi siano non so
né importa. Solo
aria stanca, bambini
cittadini e madri
con un carico di fumo leggero
nei polmoni.
Gli uccelli gridano,
metodici. Si dice presèntano
l’atto primo il secondo
d’un dramma
senza intervallo

*

– conversazione –

pensavi alla democrazia dei desideri
– o forse delle voglie – :
quel ché di terra terra
che non eleva e ci pone tutti
sugli scaffali ai piani bassi
– tutti più vicini alla polvere – ,
cose che attingono la dimensione degli eroi,
poi deragliano in una semplice ripetizione
di eventi serafici…
Ma è roba – dico – di tutti i giorni,
la carta straccia dei gesti, l’acquisto
di parcelle significative,
la domestichezza lenitiva del tangibile.
E’ questo, suppongo… aspirando
alla semplicità dell’ora, l’illusione
del tutti uguali, il sogno che si replica.
Ci serve desiderare? essere? quando espira
questo premere sull’acceleratore?
dove il riconoscimento di noi, in noi?
Se tutto scorre più svelto
la vita non si mangia…
Ti guardi le dita: sembra riflettendo
enumerazione infantile di pochi averi,
il computo di certi nodi…

*

(di molte scorciatoie che ho preso)

di molte scorciatoie che ho preso
rimangono scie, sentieri che scompaiono
come spazi che la macchia riconquista.
erano agevoli pensieri, accampamenti
di piccoli ozi, refrattari
ad impietose analisi.
erano piaceri, aggiornamenti
d’impegni con se stessi,
agende dimenticate altrove.
con quale ignominiosa ragione
li catalogavo tra le cose da fare.
credevo di essere uno
ma dividevo un destino.
non era facile. nessuna meraviglia
su come è andata.
le scie, le tracce ritornano
come cerchi nell’acqua.
qualche modesto rifiuto
batte alle sponde erbose.
perciò lo dico,
a chiunque possa interessare…

*

Fine turno

L’amaro in bocca non è neanche fiele
ma la polvere delle carte l’ondeggio
della polvere in un sole che però è fuori
e questo amaro non è neanche un facile
cucchiaio d’argento non è medicina
ma è tempo che cola come filo spinato
l’intollerante tempo ragazzo di quando
c’è il sole fuori e il desiderio è oltre
i vetri doppi – altrove – …
E’ la realtà quella?
Fuori la realtà forse fuori l’immaginazione
si incontrano in un prato
vero
finché desiderato a lungo,
forse
in una ragazza d’autunno aeroplani di noia
lanciati aspettando il fine turno mentre
la polvere delle carte si posa il bianco
di esse ingiallisce
come il sole di fuori stanco così reale
perché aspettato così a lungo…

*

(Il coraggio si prende a quattro mani)

Il coraggio si prende a quattro mani,
o non si prende…
una mannaia lucida
appoggiata sul tavolo,
(la sfiori con le dita)
e forza e braccio disteso in alto
in un arco dinamico…
Ma ci vuole coraggio,
l’occhio affilato dell’insonne,
la sete di chi è arrivato in fondo.
Basterebbe un momento.
L’orecchio allenato allo schiocco
delle ossa, che non faccia effetto,
e guardare altrove
(o all’indietro, o
abbassare le palpebre
per guardarsi dentro)
e giù!
un taglio, un taglio netto.
Ma ci vuole coraggio
e non questi moncherini affettivi,
nemmeno la pupilla implorante
della vittima.
E’ che siamo buoni, troppo buoni.
Coltiviamo la viltà del buono
e argini troppo alti,
che non traboccano mai
la nostra infinita educazione.

*

(la notte è solo un pendio)

la notte è solo un pendìo
sul domani veloce.
Non importa se il vento
sbatte dietro di noi le porte
con un certo dispetto.
Ci si aspetta qualcosa.
Niente d’assoluto, certo,
a parte le cose così care
e vigliacche.
Ego ti cerca, ego
ti vuole e ti desidera.
Ego, forse, ti possiede.
E’ questo il domani
è questo l’oblio di chi danza
sopra l’immenso braciere.
Così le sere diventano
scivoli lucidi
come monete non spese.

*

(le voci una riduzione)

le voci una riduzione,
il frammentarsi del suono
come una pulizia delle parole,
cellule d’uovo tese alle membrane
e l’aria, aspirata e persa in gole,
semplice vibrazione del pensiero…
arrivano, arrivano e giungono all’orecchio
senza omissioni, occupano
uno spazio concentrico di onde
come palloncini al soffitto,
suoni non invitati a nessuna festa
percuotono una campana sorda,
nati per essere detti o taciuti,
nati morti.
tra esse non c’è quella,
né sillaba né fonema, quella
della risposta o del rifiuto,
che lalli, ammicchi, riconosca
l’idea e il desiderio che c’era.
fuori le gazze ridono.
il grigio l’azzurro
la ruvidezza dei muri
è una realtà diversa.

*

(Nella serena disposizione delle cose)

Nella serena disposizione delle cose,
oggetti che trovano collocazione
nella nostra vita,
oggetti parenti, icone di una perfetta
congiuntura, d’una sera d’anniversario,
un anno passato così in fretta…
Rumori, fuori, così distanti
che il mondo appare inesistente,
fatto di parole disidratate,
tecnica, babele, entropia dei media.
La sua presenza è fatta
di progetti inevasi e sogni,
terra di transizione tra gioventù e domani.
Il domani non riserva giocattoli.
Se recede è perché riprendiamo il controllo
per amore o speranza.
Qui il vino non perde la sua lucentezza.
Qui il calore invernale e i vetri
appannati e la sera.
Solo domani troveremo felici queste cose,
camicie in un armadio, agnello in forno,
ritorno a casa d’un ragazzo.
Perciò suono il flauto pànico
di una motivata riconoscenza.

*

(puoi anche iniziare)

puoi anche iniziare
con un fraseggio inutile,
se ti fa piacere.
Scaldare la lingua
contro un tacere ruvido
di tavoli, parole,
dòmini neri. Allungare
le gambe le articolazioni
del pensare, nascondere
le palpebre.
Puoi generare volute di respiro
frusciare di pagine espressive
nelle rughe.
Poi
quello che conta è precipitare
nel mortaio del senso
nel frantumìo di infinite notti
e dolori alle dita strette agli occhi.
Di tutte le conversazioni,
di tutte le conversioni
resta copia.
Ma in quella vertigine
quel mortaio
non importava l’ultima parola:
(stelle slittavano sulla volta
tramortite, e l’alba
repertorio alle palpebre
luce alle pareti)
erano invece abiure.

*

Brusii

ci si perde a volte nei meandri
di una prosa discontinua,
ineguale alle cose, come
una zona morta…
di che parli? guardi fuori,
dal confine di un’area domestica gremita
d’oggetti crepuscolari impalliditi
e strati strati strati di (…)
mentre brusii alle spalle
e ultim’ore che più non ce ne frega
distanti apocalissi…
di che parli? – dici – .
di certi parossismi
di come le parole messe in fila
hanno tremendi buchi…

*

Disillusione dell’oggi – I

Perciò si diceva stupore::
un fiato sospeso nel rapido
separarsi delle decisioni
o dei destini
– tra corpo e terra, estraneità
confinarie, cielo e anima
in terreni incolti e umidi::
l’inaspettato,
il dio sconosciuto che si rivela
improvvisamente. Pertanto
il non-messia, colui – o ciò –
che non è scritto,
inconfortevole.
Speravi – intimamente – non arrivasse.
Sorridevi, nel tepido mogano
del giorno. Meditavi l’usuale,
la tua consapevolezza
dell’Irreperibile.

*

(e deciduo)

e deciduo
il dio vegetale
non ammette repliche:
è il da farsi degli alberi,
e il disfarsi sulle cortecce
dove la luce si aggrappa
come iniziali
e scivola sulla terra,
con la sua propria traduzione
di foglie e decadimenti
e resurrezioni,
lontano da occhi indiscreti.
E’ il farsi di spettri più gialli,
di lente marcescenze.
Ovunque l’amore delle pietre,
affondando la terra,
e di acque che fluiscono
ove possibile, verso ogni possibile
alveo,
ogni corrente ascensionale.
Da un punto d’osservazione casuale
enne più uno autunni, lineare frazione
di tempo,
un universo minuto,
difficile eredità,
noi incapacità del creato.

*

La domanda

ricaduta
nella sua primitiva, muta essenza,
una brina di dicembre all’alba:
sempre al limite di uno stato gassoso,
incerta se farsi acqua liberata.
Abbracciamoci è una richiesta
contro i vetri ghiacci,
premerti il corpo o tacere
è la stessa cosa da altri punti di vista
e diverse sostanze.
Sei un spostare di sedie,
uno scatto di fuoco,
un girarsi di fogli.
Che sia la cosa facile, la breve?
Una notte avanzata,
un odore di fumo.
Compagnia di rumori,
una risposta.

*

– omissis –

[…]
il tempo – poi –
lascia le sue scorie nell’incavo dei gomiti
perché ogni volta alzi le braccia per
carezza esortazione o un gesto circolare
di inadempienza,
e queste scorie questi incavi che amavo
la cenere dei discorsi
i sillogismi con cui si fissavano
i confini
tutto vola via come giorni feriali…
il gesto è sussidio
invito al ballo conferenza di pace
etichetta con poche istruzioni come
maneggiare con cura
trattare come se tutto fosse
di una delicatezza che il vivere
non riconosce ma pretende
[…]

*

(il cielo riflesso su una finestra lontanissima)

il cielo riflesso su una finestra lontanissima
la sua obliquità di periscopio, di luce
che precipita da una casualità infinita,
e il raggio che trafigge,
da una direzione inconsueta,
da un differente piano parallelo,
la nostra libertà di pensare,
di gettare al vento il plusvalore,
la vita che ci avanza,
un differente sud
di terra capovolta e orizzonti
di tempo e luogo,
questo privilegio di pietra
che attende immobile il tramonto
o il suo sradicamento…
i confini non sono segnati,
cessa il diritto divino della luce
che agisce
e vira al rosso,
e indifferenza degli uccelli,
oscure sagome migranti
attraversano territori
su una finestra lontana.

*

(dei vecchi e dei bambini il non cogliere)

dei vecchi e dei bambini il non cogliere
tra pollice e indice
il gesto incerto e vago
dell’esiguità dei sogni, come
chi considera la finezza di capelli
contro la trasparenza del cielo,
un gesto opponibile
come una mano sul cuore a trattenere
il fiato o chi fugge o il pensiero
che improvviso balùgina e abortisce…
che sia imperizia disabitudine del vivere,
stanchezza delle ossa miopia dell’io,
il perdere la presa sulle cose
è capire le cose la loro indicibile anarchia
di foglie mosse da un vento superiore;
e l’occhio incertamente guida il gesto
e il gesto apre e chiude orizzonti
o chiude il cerchio…

*

un rimediabile errore

avessimo – immaginavo –
la speranza segreta dei bambini:
risvegliarsi un mattino
col solo obbligo di vivere
col coraggio dei pastelli
col futuro di un foglio bianco
e di uccelli ventosi
tornare indietro interrompendo
il gioco o risarcire
ferite pur profonde cattiverie
con piccola blandizie.
Avessimo il diritto al ritorno
appena prima del limite dell’innocenza
sull’orlo d’una giornata improvvida
il semplice gesto che cancella
il dolore
ripristina l’amore sigilla
in questo sempre il sempre
che è nostro. Potessimo
salvare il salvabile
come alla fine d’un giorno
di vacanza
chiudere ridendo i cassetti
capire che siamo cresciuti
e forse che essenza dell’agire
è un rimediabile errore…

*

(poeti e altri endoparassiti 1)

in fondo vivi rubando
spazio e tempo
          in interstizi
così passabilmente simili
          alla vita.
Vivi e immagini
la determinazione del tuo io,
il fragore del detto,
il tuo essere una semplice ruga
sul volto della terra.
Sei un apodittico integrato
assegnato dal caso
a un incidente.
Seppur dubitando
nessuno sospetta
il tuo profilo, tu
infiltrato nell’ordinario,
mero cultore dell’ovvio,
così dannatamente emblematico…

(nota: qui “apodittico” è in senso retorico (come oppositivo di “dialettico”) e non logico)

***

Giacomo Cerrai è nato a S.Giuliano Terme (Pisa) nel 1949. Ha studiato a Pisa, dove abita e lavora, e dove si è laureato in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea con Silvio Guarnieri, con una tesi sulla rivista letteraria fiorentina “Solaria”. Ha pubblicato solo una piccola raccolta, “Imperfetta ellisse“, prefazione di Cristiana Vettori, negli “Opuscoli di Primarno” della Accademia Casentinese di Lettere, Arti e Scienze. E’ ora disponibile su Lulu.com una versione a stampa (scaricabile anche gratuitamente) de “La ragione di un metodo“, silloge di testi risalenti agli anni ’80-’90. E’ presente nell’antologia “Vicino alle nubi sulla montagna crollata“, a cura di Luca Ariano e Enrico Cerquiglini, Campanotto Editore, con il poemetto “Acqua”. Ha collaborato con un proprio testo bilingue a “Private” n. 18/2000, rivista di fotografia e scrittura, ed è uno degli autori del volume dedicato a Cesare Pavese “AA.VV. – Cesare perduto nella pioggia” a cura di Massimo Canetta, Di Salvo Editore Napoli. Suoi testi compaiono su parecchi blog letterari.

16 pensieri su “Poesie inedite di Giacomo CERRAI

  1. Poesie davvero molto belle.

    “quello che conta è precipitare
    nel mortaio del senso”

    e ancora
    “avessimo – immaginavo –
    la speranza segreta dei bambini:
    risvegliarsi un mattino
    col solo obbligo di vivere”

    Immagini che arrivano con una dolcezza straziante. Grazie

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  2. Pingback: Imperfetta Ellisse

  3. Mi piacciono molto questi testi di Giacomo Cerrai che in alcuni punti si aprono in spazi di luce intellettuale, umana e e poetica cristallina. Ancora complimenti a Cerrai e un ringraziamento a Francesco Marotta per il lavoro preziosissimo che fa.

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  4. Ringrazio anche qui Francesco per la sua attenzione… e naturalmente ringrazio tutti quelli che hanno apprezzato questi testi che, come dico sul mio blog, appartengono a periodi differenti e distanti tra loro ma sono accumunati quanto meno dalla necessità di farsi capire il più possibile…
    un saluto a tutti
    G.

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  5. Non possono passare inosservate le poesie di Giacomo Cerrai. Sin dalla prima lettura trasmettono sensazioni e umori per la naturalezza dei suoi versi, per le immagini mai scontate o irrigidite in strutture di correnti e scuole. Dopo viene sete di rileggerle, quasi ci richiamassero per entrare nelle pieghe della poesia, discreta ed elegante ma pregnante di significati reconditi, di Cerrai.
    La silloge che giustamente ha riportato Marotta, meriterebbe un commento critico di cui non sono all’altezza, però….però…sono convinta che la sua poetica raffinata sia una delle migliori che si leggono in giro, perché dal quotidiano nascono e lanciano messaggi e domande che ogni lettore ha dentro di sé.

    Complimenti a Giacomo e a Marotta.

    Sandra

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  6. “Fine turno” è superba e ..rispecchia il mio stato d’animo odierno snodandosi in una delicatezza estrema, ne (Il coraggio si prende a quattro mani) la tua verità è straordinaria. Hai superato ogni aspettativa. Pensavo di leggere bei versi, ho trovato ricchezza di contenuti in una fluidità che conquista.
    Grazie della bella lettura, stamani per me quasi un appiglio confortante, ho avuto la sensazione di non essere sola. Complimenti per i tuoi versi, che qui toccano vette di pura poesia.

    Un saluto e un grazie anche a Francesco Marotta per la felice scelta

    Rina

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  7. chissà perchè quando leggo selezioni di poesie ce n’è sempre una che mi colpisce alla prima lettura, come quando ascolti un cd di canzoni e di tutte, benchè tutte belle, ne scegli una e quella canti, di queste qui postate caro Giacomo mi colpisce e mi resta in testa e nel cuore in particolar modo “di molte scorciatoie che ho preso” sarà che anch’io di scorciatoie ne ho prese tante. ciao antonella

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  8. ripasso da queste parti e trovo altri commenti assolutamente benevoli, e amichevoli, di cui ringrazio tutte le amiche. Che ciascuno trovi in questa o quella poesia qualcosa che risuona alla mente o alla sensibilità individuale credo che sia il miglior riscontro per un poeta.
    un saluto
    G.
    p.s. “il coraggio si prende…” è metaforica, non ho mai usato la mannaia su nessuno 🙂

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  9. “Il coraggio si prende a quattro mani,
    o non si prende…

    …ci vuole coraggio
    e non questi moncherini affettivi,
    nemmeno la pupilla implorante
    della vittima.
    E’ che siamo buoni, troppo buoni.
    Coltiviamo la viltà del buono
    e argini troppo alti,
    che non traboccano mai
    la nostra infinita educazione.”

    Questi i mei versi preferiti.
    Chiaro che la mannaia è metaforica ..il coraggio, quello che porta a delle svolte anche sofferte, non si arrende al pietismo, e si contrappone alla ‘viltà del buono’.
    Così l’ho intesa.

    Ciao

    Rina

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  10. Grazie per i vostri commenti.

    Giacomo appartiene alla schiera (sempre meno numerosa, purtroppo) di quei poeti che in silenzio, appartati, permettono alla “poesia”, con la loro dedizione e grazie al rapporto etico che con la parola intrattengono, di continuare ad esistere. Grazie per tutto questo.

    fm

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  11. “perciò lo dico,
    a chiunque possa interessare…”

    questa frase straordinariamente cristallina è la sintesi perfetta delle emozioni che ho provato nella lettura delle tue poesie. Emozioni ancora confuse, e serviranno altre letture per delinearne un po’ più i contorni, quel che basta per essere sicuro di aver colto dai testi qualcosa che rimanga. Da molto tempo non leggevo testi capaci di darmi la netta impressione di essere scritti per comunicare e -se il termine viene inteso senza tracotanze poetiche- insegnare: e Giacomo Cerrai riesce ad insegnare come un funambolo, danzando sui fili pericolosi della metafora e senza fare mai un passo falso. Ci regala i suoi pensieri e le sue scoperte tramite immagini che non smette mai di abitare, e tramite la loro alterità, la loro irrequieta libertà, danno alle poesie la loro dimensione propria, ovvero un goccio di trascendenza. Il vero pregio sta nel non cadere mai nel tranello di rifugiarsi in esse, ma solo di abitarle, e di rimanere così sempre in contatto con il lettore, nella suddetta volontà comunicativa. Le rileggerò presto, con meno sonno, ma ti faccio davvero i miei complimenti: anzi, ti ringrazio!

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  12. caro Michele, sono venuto a leggere il tuo commento che mi avevi segnalato. Posso solo ringraziarti, ma dirti anche che mi sembri, davvero e francamente, troppo buono. Su un paio di cose però hai ragione: una volontà di comunicare senza rinchiudersi dentro il testo come hortus conclusus, e la metafora, di cui continuo a pensare che sia la più straordinaria macchina poetica e linguistica inventata dall’uomo (cosa di cui come sai Aristotele era già perfettamente consapevole). Non è affatto un vecchio arnese, anzi aspetto con ansia che qualcuno ne inventi di innovative. Una bella metafora di ricerca (sia detto senza ironia) sarebbe splendida 🙂
    ciao e grazie ancora
    G:)

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  13. Di solito non abbondo di filantropia nel giudizio critico: credo davvero che nelle tue poesie, lasciando stare il livello stilistico, si intraveda una sincerità e un genuino impegno, che nella loro rarità meritano di essere sottolineate.
    Il Tesauro e il suo Cannocchiale Aristotelico hanno parole d’oro sulla metafora(tanto per farne un’altra, che di certo non sarebbe una di quelle che tu hai detto “di ricerca”) e su come, in realtà, basti poco per innovarla incredibilmente…

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