L’assoluta gratuità dell’atto

(Gustav Klimt, L’albero della vita, 1909)

(Questo testo contiene le mie risposte a un questionario propostomi da Sebastiano Aglieco
per il blog Scritture in attesa, da lui fondato e diretto.)

L’ASSOLUTA GRATUITA’ DELL’ATTO

1. Nel lavoro di diffusione della poesia che stai facendo in Rete, mi sembra ci sia una specificità – o un’anomalia, dipende dai punti di vista. E cioè l’essere al di sopra del gusto, delle preferenze e delle somiglianze con la propria scrittura. Puoi confermare questa mia impressione?

     Credo che la tua impressione sia giusta e che (specificità o anomalia, poco importa) dia la misura esatta di quello che è il mio intendimento di fondo: testimoniare (nei limiti delle mie possibilità, anche di gestione temporale dello spazio virtuale) la diversità di percorsi di scrittura oggi esistenti, siano essi allo stato nascente oppure il frutto di un lavoro già ampiamente consolidato e riconosciuto. Sono da sempre convinto, almeno da quando ho iniziato a scrivere testi in modo consapevole, che la poesia sia un corpo plurale la cui esistenza è definibile unicamente entro un orizzonte di sensi possibili, mai dati, sempre in fieri, praticamente inafferrabili, di intrinseca, sostanziale natura metamorfica; e che la formalizzazione, nei limiti e nelle strutture dell’opera compiuta, della materia poematica che si cerca di padroneggiare in quel corpo a corpo carnale, feroce, che è l’incontro con la pagina bianca, rappresenti non l’approdo, come avviene in tante scritture anche di buon livello, ma statiche, quanto l’inizio di un ulteriore segmento di percorso: un cammino che, per quel che mi riguarda, vedo refrattario a ogni quiete, ad ogni contemplazione più o meno autocompiaciuta del prodotto finito. La maniera – in definitiva: la morte della poesia – è l’istanza narcisizzante che stempera e ipostatizza (con la conseguente resa al calligrafismo – malattia senile anche di tanti giovani poeti) non solo il proprio profilo in uno sguardo pietrificato che abbaglia e illude unicamente se stessi, ma anche la stessa acqua nella quale ci si specchia: spogliata della sua tensione all’oltranza, svuotata della sua natura erratica, e ridotta a una confortevole dimora senza finestre, a simulacro vuoto dei paesaggi che non traverseremo.

     Andare in cerca di ciò che ci somiglia, per farlo nostro e riconoscervi, con compiacimento, l’eco dei nostri passi o la misura delle nostre orme, sarebbe un esercizio ancora più inutile e vuoto del precedente, significherebbe nient’altro che aver sottratto all’acqua la forma dell’andare, cioè la sua ragione primaria di esistenza. Guidare la propria corrente (o lasciarsene guidare) ad osservare, magari, lo stesso paesaggio da altre rive, o fermarsi ad ascoltare, da sponde mai toccate, il suono increato della nostra stessa fonte: ecco, è questo che mi interessa, è in questo ascolto risonante che mi piace vagare, misurandomi con quanto in me cambia, nel silenzio che una parola altra mi porge liberamente, come un dono, come un’eredità, come un lascito che si fa legame.

     A una ricerca dell’alterità così orientata, mi piace affiancare la (ri)proposizione di testi a loro modo esemplari, per dire (ma credo non siano in tanti ad ascoltare) che noi non inventiamo niente, che solo il confronto con una tradizione (passata o più recente) che ci vive, e che ci chiede, dimorandoci, unicamente di essere attraversata, può permetterci di fare qualcosa di diverso dal semplice imbrattare fogli e andare a capo, mentre scriviamo, prima della fine del rigo.

2. Questo atteggiamento di vasta portata e visione, in che modo può venire incontro al dibattito di questi anni sul senso del fare poesia oggi?

     Credo che un vero dibattito sul senso del fare poesia oggi non sia mai veramente partito, dopo la cesura segnata dal rifluire e dissolversi di alcune esperienze, teoriche e di scrittura, alla fine degli anni Ottanta. Ma, sia chiaro: dicendo ciò, nulla voglio togliere a quelle poche esperienze significative (le conto sulle dita di una sola mano, e, allentando un po’ la presa e allargando il ventaglio, al massimo di due), individuali, in buona parte, o legate alle poche riviste di valore che resistono, che nel silenzio e nell’ombra portano avanti ancora adesso precise istanze di ricerca e di studio. E forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire, per rifondare, insieme al dibattito, gli statuti e gli strumenti di una critica a misura della costellazione di organismi plurali di cui dicevo. Su questa mappa possibile, io cerco di lasciare un piccolo segno, un indizio minimo: che non esprime giudizi, criteri di valore, né azzarda canonizzazioni, rotte, incroci, appartenenze: soltanto, attesta esistenze. Resta inteso che, per me, nessuna ricognizione sarà mai in grado di dare conto di qualcosa di veramente utile e duraturo, fino a quando non sarà ridefinito, a trecentosessanta gradi, l’orizzonte della poesia italiana degli ultimi trenta/quaranta anni; fino a quando non sarà data piena visibilità a tutte quelle scritture e quelle esperienze che hanno segnato un solco profondissimo nella prassi di due generazioni, a dispetto del riconoscimento ufficiale, delle antologizzazioni, delle consacrazioni accademiche. E’ un lavoro enorme, forse impossibile in questo momento storico caratterizzato dal profluvio di frammentati esibizionismi, in rete e su carta, ma è un lavoro da fare. Assolutamente.

3. Esiste, a tuo avviso, una relazione tra un’intensificazione del fare poesia e la facilità di fruizione dei mezzi di comunicazione (internet, soprattutto)?

     Sì, esiste sicuramente, ed anche abbastanza forte, ma non credo che la relazione sia indice di un accresciuto valore delle produzioni, non solo poetiche. Internet, in modo particolare, sta sicuramente avendo un ruolo fondamentale nella diffusione della poesia, nella scoperta di importanti esperienze, di percorsi che altrimenti sarebbero rimasti pressoché sconosciuti e inaccessibili; sta dando visibilità a tanti autori di valore, permettendo, nel contempo, le prime ricognizioni critiche ad ampio raggio all’interno di un panorama che diventa di giorno in giorno sempre più esteso e articolato e, per ciò stesso, più confuso; ma c’è anche il rovescio della medaglia, ed è un risvolto che, lasciato alle logiche di una indiscriminata proliferazione dell’offerta, senza nessun argine critico, finisce per inficiare, fino a sterilizzarli, i tanti aspetti positivi di cui si può dar conto, non ultimo quello della possibilità di reperire facilmente testi altrimenti inavvicinabili. Il rischio è quello di un dilettantismo diffuso che tende a farsi sistema, la mancanza di rigore, la convinzione, che vedo ingenerarsi in tanti, purtroppo, che basta aver pubblicato qualcosa in rete o una plaquette di dieci testi per essere poeta, l’abbandono ogni ipotesi di studio, di ogni necessità e urgenza di conoscenza, di confronto, di apertura alla pluralità dei percorsi, l’ignoranza di ciò che si muove, da anni, nel panorama internazionale, il plagio più o meno diffuso, vista la quantità di materiali di cui chiunque può entrare in possesso. E questo è deprimente; così come risulta oltremodo sconfortante, in alcuni contesti o occasioni di dialogo, vedere con quanta facilità passino, quasi come un vanto e un segno distintivo, la presunzione della propria unicità, che non esiste, da una parte, e il disconoscimento del valore di alcuni autori e di alcune opere.

4. Credi sia opportuno, oggi, per un poeta alle prime armi, anche se, magari, con una sua maturità, proporsi a un pubblico, approntarsi una carriera?

     Credo di non essere in grado di produrre un discorso o una serie di argomentazioni di ordine generale, e di non poter fare altro, nel cercare di rispondere, che pescare dalla mia personale esperienza. E non so assolutamente quanto essa possa mai valere, ammesso che valga, in termini paradigmatici o di altra natura. Comunque. Per chi scrive, e ha contemporaneamente chiara coscienza dei presupposti e degli strumenti che fanno parte del proprio concreto operare (intendendo, con questo, l’esistenza di un lavoro critico feroce, a monte, sui propri testi, e la necessità, ineludibile, di un confronto serio e spietato con esperienze più mature, e diversificate), proporsi a un pubblico risponde a un bisogno direi elementare, che va rispettato, e che può essere il propellente per una crescita sicura, stimolata dalla presenza-assente dell’occhio vigile e criticamente attento del possibile lettore-fruitore. Ma questo, a mio modo di vedere, non dovrebbe mai rappresentare il fine del nostro rapporto con la scrittura, né, tanto meno, esserne il motivo ispiratore, la causa generante. Scrivere, quindi, soltanto nell’assoluta consapevolezza, anche teorica, di quello che si fa, e rendersi visibili solo laddove il piccolo o grande cono di luce nel quale si entra rappresenti una concreta occasione di stimolo e di confronto serio e duraturo: senza mai dimenticare, però, che intorno a ogni attimo immerso in un breve o lungo chiarore, regna sovrana l’ombra, la dimora più naturale per chi scrive poesia. Pubblicare per pubblicare, solo perché lo fanno tutti, è ridicolo e inutile, anche se è diventata la pratica più diffusa, il surrogato col quale si cerca di colmare il vuoto di presenza che portiamo dentro. Non credo alle carriere poetiche, alcune vengono costruite ad arte da circoli, gruppetti, riviste, editori, ma servono solo a soddisfare la vanagloria di chi le ricerca, le insegue e le crea, insieme ai piccoli, meschini interessi a cui mettono immediatamente capo. Per fortuna, non saranno mai loro a determinare il valore di un’opera e la sua resistenza e durata al/nel tempo: l’esposizione, creata ad arte, dura l’occasione di un premio generosamente elargito dagli amici, commossi e riconoscenti, ma il resto è polvere, spazzata via dal primo soffio di vento: anzi, già l’occasione stessa è sintomatico annuncio tanto dell’esistenza della polvere, quanto dell’arrivo imminente del vento.

5. Hai un osservatorio preferenziale sulla giovane e giovanissima poesia che si produce oggi in Italia? Puoi fare dei nomi, se vuoi.

     Mi interessa moltissimo, direi che è quasi una mia necessità intellettuale insopprimibile, il confronto con la produzione degli autori più giovani, l’immersione nel sentire e nella scrittura di una generazione diversa dalla mia, la ricerca e la lettura delle dinamiche e delle tensioni che la animano (quando ci sono), ma non credo assolutamente nella poesia generazionale e trovo affatto ridicole tutte le operazioni che, a qualsiasi titolo, la avallano o si spendono in effimeri tentativi di canonizzazione. E’ un panorama estremamente articolato, frastagliato, un vortice dal quale emergono, di tanto in tanto, luminosissimi frammenti, alcuni profili di isole già ben radicate e stagliate nella corrente, una buona quantità di piccoli, significativi universi in formazione, accanto a insulse, pretestuose e presuntuose concrezioni di parole alla deriva. Sfrutto ogni occasione possibile, nei limiti di tempo che riesco a strappare ad altre attività, utilizzando anche la rete e il prezioso lavoro che alcuni poeti e studiosi meritoriamente conducono, per conoscere il più possibile ciò che mi si agita intorno, sapendo che la fatica spesso viene ripagata dall’unica moneta che mi interessa e mi appaga: la possibilità di imbattermi in gocce di bellezza e di respirarne la vitale aria di libertà che si trascinano. Non mi va di fare nomi, per non ingenerare in qualcuno l’idea che si stia istituzionalizzando una scuola o creando un gruppo, ma penso che esistano almeno dieci-quindici autori giovani che, a mio modo di vedere, hanno nelle mani, già ora, la forza per scrivere importantissime pagine nel libro della poesia italiana di domani.

6. Se dovessi scrivere la tua lettera a un giovane poeta, come nel caso di Rilke, che cosa ti sentiresti di dire che non sia necessariamente legato alle esigenze di una tecnica, di una bravura, ma all’arte, sicuramente più complessa e compromettente, dell’imparare a vivere?

     Io credo che chi ama la scrittura, chi sente la necessità insopprimibile di esprimersi in questa forma (solo la parola necessaria si fa poesia), debba mettere nel conto, in primo luogo, l’assoluta gratuità dell’atto e l’in-utilità del sacrificio che ogni offerta di sé comporta: deve, sostanzialmente, imparare ad abitare l’ombra dell’alfabeto nel quale il suo esercizio si specchia e si consuma, stabilendo un irrinunciabile rapporto etico con la parola che affiora al suo dire. Un rapporto che non può mai prescindere dall’ascolto e dalla metamorfosi, dalla dimensione comunitaria in cui le sue produzioni si iscrivono, pur in assenza di una comunità che, proprio per questo, egli deve contribuire a costruire, scrivendo come se fosse una realtà già presente ed operante alla quale rivolgersi. L’atto della scrittura sia sempre accompagnato dalla coscienza che il nostro sguardo sul reale è appena uno dei tanti possibili, e che solo la ricerca degli altri, il confronto incessante con prospettive diverse, può arricchire e dare profondità alla nostra percezione dell’esistente. E’ questa ricerca dell’altro che deve animare il nostro fare: una ricerca che deve avere sempre, come tappa obbligata, il riconoscimento e la valorizzazione, per quanto ci è possibile, di tutto ciò che non siamo e che vorremmo/dovremmo essere. Che la poesia si dispieghi, dunque, nell’unica dimensione che rende giustizia al suo essere e alla sua natura: la libertà, l’estraneità a ogni logica di scambio, a ogni asservimento, a ogni potere che non sia parto diretto della sua necessità, quella di spostare oltre gli orizzonti di comprensione dell’umano, in tutte le sue forme e le sue declinazioni, di restituire l’umano all’umano, alla disperata, vertiginosa, abissale bellezza di essere e passare. Lasciando, se possibile, una traccia, un segno tangibile del nostro migrare verso dove.

***

3 pensieri su “L’assoluta gratuità dell’atto

  1. …solo la parola necessaria si fa poesia…
    …restituire l’umano all’umano….

    Un discorso profondo e illuminante per rivisitare la parola nella sua più alta essenza-funzione-versatilità.

    Grazie a entrambi
    jolanda

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  2. Come se, come se fosse un amanuense certosino che pre-serva, servendo, le parole di questo tempo
    ed è lavoro prezioso specie per i giovani che alle parole si affacciano e crescono. Di questo e su questo dico grazie, in-utile, a Francesco (sul’assoluta gratuità va senza dire, riguarda il dono stesso della vita), Viola

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