Il “bouquiniste”

di Francesco Forlani

bouquiniste

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Durante la passeggiata Elisabeth ed io non abbiamo scambiato una parola. O almeno. Ci abbiamo solo provato perché come i miei amici sanno, parlo molto, parlo troppo. E scrivo poco. Il motivo dell’appuntamento era d’altra parte il seguente: come fare per rendere ai compagni di penna un’opera
autentica. Non una raccolta di novelle pubblicate qua e là in riviste improbabili, tra Francia e Italia. No, no, ma un vero romanzo di quattrocento pagine e passa con lo scrittore in persona che in più dichiara in un’intervista: “ho eliminato molti passaggi, in tutto qualche centinaio di pagine.” Un unico libro che fosse l’equivalente di quanto abbia mai potuto scrivere, e pubblicare, tesi universitaria e lettere d’amore o d’addio incluse. Certo non è la quantità che conta, dicono. Ma la qualità, penso. Ed è per questo che oggi ho passeggiato con Elisabeth. I lungo Senna per i parigini sono come le rive del Gange. Talvolta mi ci devo immergere per conquistare quell’universo misterioso e inafferrabile che è la lingua francese. La lingua, ma non solo quella, è un’intera cultura che si nasconde fra i chiaroscuri di una pellicola che si srotola alla stessa velocità dei bato’ musce.

Quando abbiamo costeggiato il fiume, era alla nostra sinistra. Ripercorro il tratto da solo in senso contrario e capisco la differenza. Non abbiamo parlato molto. Una donna seduta sulle ginocchia, circondata da altre, alcune molto giovani, si è alzata di scatto al nostro passaggio per dirci che eravamo una bella coppia. Dai capelli neri, ho aggiunto, io.

Occhi neri e luminosi i suoi; bocca minuta dalle labbra severe la pelle chiara picchiettata di lentiggini; collo slanciato; sguardo clemente; gesti essenziali e una vocazione alla malinconia. Uso questa parola perché Elisabeth in realtà è una vincente, ma con la bellezza dei vinti.

Mi ha intimato, a un certo punto di starmene zitto e all’improvviso non sapevo più cosa dire. Ci siamo seduti sul bordo di pietra del corso delle cose e l’ho guardata in silenzio. Il cielo era rosso e io calmo, con i piedi nel vuoto e la testa rivolta al tramonto.

– Solo la letteratura può salvarci, e ancorché.
– So di cosa ho più bisogno, ma sarà doloroso.
– Sogno un incontro.
– Senza padroni né dio.
– Baciami, posso?

Mi ricordo tutto; gli odori sulla superficie di una giornata di luglio; gli altri seduti di fianco; il suo profumo; il rumore delle utilitarie oltre il muro di cinta; l’anima leggera; il desiderio acquattato nel più profondo dello stomaco; delle gambe; delle punte dei piedi; delle punte dei seni.

Eppure ho dimenticato tutto. Rifaccio lo stesso percorso, nell’altro senso e sono solo. La strada deserta; i semafori gialli intermittenti; tutto chiuso; la brezza appena nata; le auto che dormono coperte da sottili membrane.
Cammino spedito, quasi a coprire la distanza tra i ricordi e me stesso, e ho l’impressione che qualcuno mi segua. O quasi. In realtà il suono diventa più forte delle scarpe sull’asfalto. Ma presto s’affievolisce. Mi accorgo di essermene ormai allontanato e, nel silenzio incestuoso di notte e metropoli, torno sui miei passi per stabilire una volta e per tutte che non si tratti affatto di qualcuno che chieda, disperatamente, aiuto.
È all’altezza di uno di quegli oggetti grigi metallici, disseminati sul bordo della Senna, librerie portabili e sospese tra cielo e terra, minuscole fortezze che custodiscono frammenti di letteratura, che il suono si muta in voce.
-Aiuto ti prego, fa’ qualcosa, per Dio !
Un uomo è chiuso in quello spazio angusto e francamente non so che fare se non dirgli:
-Ma come vi siete cacciato lì dentro?
-Scemo, non lo so, ad ogni modo non ne so più di te su quelli che mi ci hanno ficcato. La sola cosa che posso dirti è che non riesco a venirne fuori, capisci ora?
Infatti un pesante catenaccio serrava i due sportelli del… coso, della cassa metallica. Lo si sarebbe detto uno scrittoio.
– Che strano.
– Cosa?
– No, no, mi dicevo… per carità non la vostra situazione, ci mancherebbe altro. Pensavo solo a una storia che mi riguarda.
– Andiamo, suvvia, io adoro le storie e poi visto che non puoi fare niente per tirarmi fuori di qui, almeno aiutami a passare il tempo.

Mi sono seduto accanto alla prigione e ho tirato fuori una sigaretta dal pacchetto che avevo riposto a terra insieme alle chiavi di casa. Sto per cominciare il mio racconto, e quello m’interrompe bruscamente…
-Avresti la gentilezza di offrirmene una?
-Ah, ma allora volete proprio farla finita! Arso vivo come Giordano Bruno! Certo che con tutta quella carta…
-Mi sa che hai proprio ragione, ma non ti nascondo che a volte avrei voglia di farlo colle mie stesse mani.
-Darvi fuoco?
-Ma no, scemo, parlo dei libri. Se soltanto si mettesse fine una volta e per tutte a un tale scempio di alberi e foreste. Pensa a quanta carta è servita per fabbricare milioni di libri inutili scritti da Gutenberg in poi.
– Ci provo.
-No, no, tu non puoi immaginarlo. O forse mi sbaglio. La questione è che non si può subito determinare l’inutilità di un libro. Ci sono libri che nascono inutili un giorno ed un altro diventano capolavori. Storie così ne succedono, altro che se non ne capitano. Ma non è una regola. Ma adesso dimmi perché prima ridevi?
-No, è una sciocchezza…
-Tanto meglio.
-Un giorno, un noto scrittore in una trasmissione televisiva disse che l’esercizio più importante per un autore è di incollare il culo alla sedia.
-Fammi fare almeno un tiro.
Infilo la sigaretta su una piccola presa d’aria dove il ferro era consumato dalla ruggine. Ha aspirato così forte che penso: “ora si strozza”. Poi un accesso di tosse amplificato dalla cassa di metallo provoca una mezza esplosione.
-Vi ammazzate così…
-Non preoccuparti per questo.
La voce acuta, stridula, metallica; dall’accento indecifrabile, piena e ridondante.
-Uomo o donna? – chiedo.
-È importante?
-Dipende.
-Uomo o donna, uomo e donna. D’altronde in letteratura si dovrebbero omettere i nomi. I veri autori sono come angeli. Non hanno sesso. Madame Flaubert c’est moi.
-Non era proprio così ma se permettete… ho una domanda che mi tormenta, da un po’ di tempo…
-Dimmi, ma ti avviso, prendo di più per le consulenze…
-Se siamo a questo punto allora me ne vado…- mi alzo raccogliendo chiavi e sigarette come per congedarmi.
-Piantala, scemo, era solo per riderci sopra. Dimmi sono tutto orecchi.
-Come si fa a vivere della propria penna?
-Parli ancora di letteratura?
-Ma allora non mi state a sentire. Ho detto penna – ho ripetuto appoggiando le labbra al cassetto ed il tono sull’ultima sillaba
-Anche i ragionieri se ne servono.
-Ora, non più.
-E gli scrittori?
-Avete ragione.
-Hai qualcosa da aggiungere.
-Niente di particolare.
-Allora ricordati una cosa, la più importante, e non farne parola con nessuno. Solo i gradassi e i pubblicitari se ne escono in certe serate con frasi ad effetto del tipo “io vivo della mia scrittura” e fandonie del genere. Di letteratura, e stammi bene a sentire, ho detto, l-e-t-t-e-r-a-t-u-r-a, di letteratura si muore, e questo è quanto.
Anche la Senna dorme un meritato sonno. E i semafori all’angolo della strada. E i negozi vuoti giacciono freddi e stanchi come rapiti da un sogno ultraterreno. E non mi viene nemmeno di fare altre domande. E non ho voglia di rincasare. E bisogna che vegli sul mio amico. E l’idea di un’attesa forse lunga, non mi spaventa ed è necessaria. Perché ci sono momenti in cui l’essenziale accade in un posto diverso da un proposito partorito dalla propria volontà. Mi addormento.
La città si sveglia alle prime luci dell’alba. Un sole timido, nordico, si apre un varco tra le costruzioni in pietra e la cattedrale di Nostra Signora sfodera le sue vetrate ai pellegrini distratti. Colui che mi sembra essere il libraio, proprietario del mobile – vedo i suoi piedi calzati senza un minimo di eleganza – resta davanti a me e prima che mi rifili un calcio, bonario ma pur sempre un calcio, levo lo sguardo a trattenerlo dal farlo.
-Signore, complimenti, lei ha proprio una bella faccia riposata, voleva dirmi qualcosa?
-Che ore sono? – gli faccio tentando un’ipotesi di risveglio
-Lei esagera? Sono forse il suo orologio personale?
-No, ma – e penso subito alla creatura in gabbia. Chissà se respira ancora. E mi tiro su appoggiandomi al parapetto.
-Chi ha scassinato il mio negozio? Ci sono pedate ovunque! Ancora ladri, ne ho piene le scatole!- urla
-Guardi che sono stato io a tentare di liberare la persona che stava là dentro.
-Chi? Che cosa? Ma è fuori di testa?
Costringere il bouquiniste ad aprire il catafalco. Essere certo di non aver sognato. Chiamare la polizia. Telefonare ai pompieri. Sporgere denuncia.
Forzare le pesanti catene. Comprare qualcosa. Farmi una doccia. Radermi. Chiamare un’ambulanza. Sincerarmi. Obbligare il bouquiniste. Scrivere.
Raccontare. Scrivere…

(traduzione dal francese di Irene Stelli)

3 pensieri su “Il “bouquiniste”

  1. Ci sono momenti in cui l’essenziale accade in un posto diverso da un proposito partorito dalla propria volontà Ci sono, ci sono….
    a.

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  2. Pingback: È solo un racconto, di Giuseppe Granieri | La poesia e lo spirito

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