da “Plettro di compieta”, 2008 #2 di Marina Pizzi

43.

artigli d’ebetudine l’abicì

del quadro. dove formammo

le ruberie del sale, la lentezza

afona del fondale di pozza.

dove le perle gironzolano

nei macelli delle bestie

stigmate da mangiare. già

si mozza la frottola dell’apice

da guardare. impugna di me

la vena antica, pugnalala con

un permesso di lasciapassare

altrove nelle fauci di una leonessa

sazia sapiente in pieno sonno breccia.

44.

la ronda del numero zero

nel sonno finalmente l’ora vuota

la somma indagine della daga

devota alla sfinge di non nascita.

dove ti avventi ignudo è solo un fosso

sommato alle ronde delle mani

che smossero le terre per il crollo

perfezione della macina più forte

avvento dello zero il nome vero.

45.

eredità d’invito losca primula

la scala che connette pianerottoli

in rotta di viscere musica rotta

dal commento della frusta

dalla stazione stridula tuta di groviglio.

46.

l’augurio è stato infranto con un cacciavite

a mo’ di cascata

senza radura piano laguna

in grotta alla facciata

del bivacco del futuro

in coda senza dadi da lancio

né robe da maestri né stringhe

per scarpe da allacciare al lume

delle beghe che contaminano

nodi di santi tritumi di miti.

47.

lo zaino non viene attrezzato

né al mare né ai monti

e il pianoro è sull’orlo d’incavarsi

in panico di coltre sotto il peso.

le zanne miti dell’elefante

imboccano a restare

nonostante il rischio del risucchio.

su nell’occhio il peso dell’eclisse

ha un soprannome per il gioco

del comico praticello di cicale.

48.

in un giglio di apocalisse

il cicaleccio scolastico

la pelle d’oca degl’innamorati.

appena sotto scorta l’annunciata

epigrafe del vero nudo

dove si ammainano la dottrina

e la latrina. attrici di conserve

e meretrici biblioteche.

49.

ira del sale fondale di palude

stazione di soqquadro

il sangue a terra.

l’occhio nodale

ardore al chiavistello il suo guardare

attori di grondaia mari neri.

50.

introito di nebbia

necessità dell’antro

dispetto ceduo

d’esser vivi.

la modernità del sale

la novella in gola

quasi a ridire l’atrio

in crisantemi.

51.

respiro un angelo con il diario in faccia

la luce sotto spoglie di rugiade

quella la diga con la voce del padre

morente, e le lentiggini bambine

senza amore, tra le spirali

d’ansia e l’ecumene culla.

cura del salto spargere la voce

verso il sodale strato della terra

terriccio universale starci accanto.

52.

era che mi finì la vita

in un intruglio di scarpe

gettate nelle scarpate.

per miglioria un niente

nel perno che lucida il suo buco

senza arrivare. trapano

minerario senza una vena

aurifera. morì la foggia

di qualunque corpo, un lutto

a questua per la vita in questua.

ereditario il senso di perdere

lo sguardo sotto la guardia

di una garitta vuota.

53.

le eresie del passo

quando di erosione

il pastrano del no

ha fatto chiudere le asole

in un sortilegio di vendette

in un simposio di giochi ad

inchini servili. le rive sazie

di nomi lapidei quasi invernali

le zuppe delle resistenze. tu dove

avvieni alle ritrosie del vero

intendi un rogo di mutazioni

per le festività soppresse

del simbolo che fu più bello.

54.

ho perso la mia storia

in un romanzo di appendice

dove l’incrocio è vuoto

e l’oasi nerastra. ho perso tutto

in un circolo d’inedia.

la corsa ai sacchi è stata vinta

dal primo della classe sull’ultimo

per un soffio. la solita fortuna

borghese delle stoffe di broccato

sulle tumefatte aurore. in pace

col gelo le disfatte dei calcoli

metropolitani. tale e quali i pendoli

delle nonne ora nei nervi delle lapidi.

55.

le acute maggiori rovine del tempo

quando le giacche delle curvature

emettono varianti alle narrazioni

con epigrafi di tono. allora una storia

nuova s’inventa una ventata di cielo

quasi a vederne la vita più caramente

bella e finalmente una novella

arsione al tavolo del bere liberati.

56.

sono passati i giorni e la mansione

è nera. un disguido di eclissi ha posto

in opera un tranello. quale viltà

ti annetti per resistere? in nome di

quale eredità permettere il ristagno?

enfasi confuse ti diranno amore

nelle frasi del sale nonostante

la stantia grafia del sole nero.

apponi un dotto consumo all’etere

del buio, quasi un’enciclopedia

di te che passi insito al plotone

d’esecuzione. eterno albore non

sarà lo stanzino della guardiola.

57.

ho permesso al mio stato

di morirmi incontro, di alleviare

la cerchia della giostra con un austro

saliscendi di meandro e darsena.

non è bastato il nesso con la cometa

per riempire una vita tanta nel disagio

della pira per il fuoco. or dì ne vengo

catapultata in prima elementare

o nella logica del pane che non sazia

ne stanzia cave per ricavar la malta

atta a resa ermetica la lapide.

58.

mi sa che confisco il baratro

con un etto di mortadella

che m’invento un canto gregoriano

qui su due piedi senza nessuna

reliquia da lasciare. piscio sangue

da una vita senza scialare in nessun

verdetto. dormo sul rasoio del sogno

pessimo amanuense di documenti

al culmine della vergogna. attorno

alla cometa dell’asilo lo sfratto

senza appello di perdere la cura della nuca.

59.

tutta la vita al calvario del senso

il verbo della bora a metterti all’erta

dal bordo del dolore con l’acredine

di stabilire un’orda di crepuscolo

dal corrimano che ti porta via

verso la retta del saliscendi

continuo al nuovo un nome di vendetta.

60.

era vietato incidere l’eclissi

e invece a turno con le cesoie

la luce andava e veniva

naufraga. in un gendarme lo charme

non aveva mansione che d’irrisione

verso le sostanze di un manichino

al chiodo. in un nemico di china

le pallottole affioravano per colpire

chiunque fiorisse un io di rapina.

61.

in una combriccola di accenti

ho visto finire il tempo

in acque spremute per remi

senza fiotto. le piante grasse

sgonfiarsi per un eccesso

di tiro alla fionda, un dado nano

munirsi del mondo intiero

dietro la foce di strapparsi

le unghie. il patibolo del corso

superare le beghe tra i cipressi

per un incanto di resine femminili

dentro le cave delle ronde fertili.

62.

da quando ho visto incidere la luce

c’è un feroce dislivello di natura

tra questa ventura e le fiaccole del vero.

esce in questi giorni la tua voce

dal fosso della notte. dove si abbeverano

i cipressi insoliti vivi di liti e di fondachi

dalle scodelle vuote. impero di vestigia

starti a guardare vecchio. dormo attaccata

ad uno sterpo che pota se stesso.

63.

dentro quest’alba marcia

dove l’alunno è un nome di gesso

dove il lungomare si addice al pregresso

sospesa elemosina di adesso.

un nero dislivello fa da borro

al comando del pascolo scosceso

sorpasso al vetriolo dover perdere.

64.

sono stata sott’acqua per un giorno

quasi parlando con il panico di turno

e la festicciola delle alghe intorno.

sono stata sotto pira per un giorno

rischiando il fuoco che comprende

sempre demente la cenere allo smacco.

sono stata in aquilone per un giorno

nomando amore come un trancio

marcando il cielo con fili di respiro.

sono stata patriota della curva

sotto randagi attori di vedetta

col sillabario al vaglio del setaccio.

65.

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Informazioni su Marina Pizzi

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55. Ha pubblicato i libri di versi: "Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986), "Gli angioli patrioti" (ivi 1988), "Acquerugiole" (ivi 1990), "Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993), "La devozione di stare" (Anterem 1994), "Le arsure" (LietoColle 2004), "L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La Camera Verde, 2008); ***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: "La passione della fine", "Intimità delle lontananze", "Dissesti per il tramonto", "Una camera di conforto", "Sconforti di consorte", "Brindisi e cipressi", "Sorprese del pane nero", "L’acciuga della sera i fuochi della tara", "La giostra della lingua il suolo d'algebra", "Staffetta irenica", "Il solicello del basto", "Sotto le ghiande delle querce", "Pecca di espianto", "Arsenici", "Rughe d'inserviente", "Un gerundio di venia", "Ricette del sottopiatto", "Dallo stesso altrove", "Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)", "Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”; il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"]; ***** le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. ***** [Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo, Antonella Pizzo, Marina Pizzo, Camilla Miglio]. ***** Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia". E' tra i redattori del litblog collettivo "La poesia e lo spirito". ***** Sue poesie sono state tradotte in persiano, in inglese, in tedesco. Sul Web cura i seguenti blog(s) di poesia: http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero

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