Alessandro Seri su “L’inventario con elenco” di Rita Vitali Rosati

(finito di stampare nel luglio 2000 per le edizioni Fondazione Segno)

Ci sono dei fili d’erba cupi che sembrano alghe di un profondo mare e un ipotetico sole e le nuvole potrebbero essere pesci e stelle marine o meduse in realtà per me è solo il negativo d’un prato, l’opposto di quello che è, l’opposto che cela, nascosto, l’identità dei colori e quindi delle cose. È questa la copertina del libro fotografico Inventario di Rita Vitali Rosati. Talmente opposta sembra questa pubblicazione che inevitabilmente persino negli scritti che la corredano è stato necessario dare una sponda opposta, quella di un’altra lingua. Vitali Rosati e i suoi amici alcuni presi a pezzi, altri sfocati, gaudenti, altri pensierosi. Un inventario di figurine e poster che sembra la camera di un bambino, qui la camera oscura, che si conclude con Joyce Lussu ammonitrice come fosse una guida non ascoltata.

Ci sono i bambini con gli incisivi separati, presi davanti e dietro, sporchi di quella sporcizia romana neorealista che sembra tanto anni settanta Pasolini. A volte più intimi delle loro stesse svelate camerette colme di segreti. I bambini sfocati hanno una valenza triste sembrano, purtroppo, non definiti e quindi fragili come la distanza che passa tra un loro sorriso e un pianto. Spesso sono in piccoli gruppi a farsi forza l’un l’altro per evitarsi il brutto e l’acido di questo tempo.

Il cielo in bianco e nero è già tutt’una contraddizione che neppure le mongolfiere assenti di colori possono svelare. È un cielo sullo sfondo, una quinta di teatro che si fa bianca o nera e perde di significato pur acquistandone in umori. Le apocalissi bicolori incutono più terrore specialmente se il contrasto è forte e i pali della luce sembrano croci di cristi non appesi. Le nuvole e i campanili sono uguali, si oppongono all’immenso blu che noi possiamo solo immaginare. Sfocare le immagini, andare alla ricerca dei contrasti e del contrasto, dei particolari è la cifra stilistica che invece caratterizza la sessione chiamata Duomo, che in fondo è anche domus e cioè casa e rifugio proprio come nell’intenzione di un paleo cristianesimo andato perso nella grandiosità del potere temporale che le chiese si sono concesse.

La sezione espressione si apre con una ragazza intenta a suonare la fisarmonica e il suono ci accompagna, anche se non lo sentiamo, nella teoria di volti e gesti che determinano le righe delle facce, dei corpi stessi tra i quali riconoscere appena il personaggio noto che si perde nella folla delle linee. A questo punto i Fiori prendono il sopravvento e l’imbarazzo si fa forte perché il contrario di ogni fiore è proprio il non colore e questo bianco e nero di Rita Vitali Rosati sembra voler delimitare un confine cromatico, sembra voler precludere, per ragioni salvifiche, le emozioni che nascono dai colori. La sezione Fiori è secondo me la più misurata, la più accorta. Una contraddizione, forse, che mina le nostre convinzioni e i nostri gusti.

La Gente nella mia idea di parola è l’espressione massima per parlare di informità ma forse in questo libro così non è perché la gente sono mille altri volti. Però che volti sono quelli della gente? E perché tra la gente, così come tra le espressioni, sono celati uomini e donne che non sono solo gente. È un mistero che solo l’arte e la volontà della fotografa possono spiegare. Tutta questa gente, tutta questa massa di figure dalle sembianze umane, il mio carattere schivo ne farebbe davvero a meno ma alla fine il significato di tanta confusione sta proprio nell’idea di caos che genera vita, la vita umana e la vita nel senso di vitalità da circo, da manifestazione, da banda di paese, da luna park.

Allora è vero che è la gente a fare gli eventi e non l’evento a portare gente perché nella sezione Happening compare la massa che aspetta l’evento e che sicuramente lo determina. I costumi improbabili e quelli provati cento volte, i tacchi a spillo e i trampoli; le chitarre di strada distratte e i giubbetti di pelle marchigiana che sfociano addirittura, miracolo dei miracoli, nelle letture dei poeti che leggono, leggono, leggono il più delle volte per se stessi, per capirsi.

Gli Idoli vanno dissacrati, resi umani, digeriti perché altrimenti non sarebbero poi così idoli e ido/latrati. Le donne idolo che invece restano mignotte d’alta intellettualità povere ed illuse di restare più di chi idolo le ha rese e guarda caso insieme agli idoli ci stanno gli asini e le vacche, i saluti militari finti come la plastica e tutto ciò che poi vogliamo trasformare in possibile religione: le montagne, il sole, l’arte, l’acqua Cristo e pure Richard Gere.

I luoghi sono anch’essi idoli perché ido/latrati a volte più delle persone e degli dei, se esistono. E allora Milano anche a me appare piccola come una cartolina, di grande c’è solo la pubblicità appesa sui palazzi. La Spagna è media invece, il resto è viaggio, esplorazione, qualche istantanea compresa dell’aereo che ala non ala infine s’alza e vola. Il doppio portone è così null’altro che la copia esatta dell’altalena solitaria dove nessuno più ci gioca. Nessuno sembra attraversare più i luoghi, le strade, i musei, l’arte di passaggio è la sola panacea al fermo immagine del nostro tempo.

Possibile che la malinconia sia sempre così sola, solitaria, vuota, tanto vuota come il cielo, le vie, i palazzi vecchi nobiliari. Tutta la malinconia è un’assenza, Le stanze assenti e le barche assenti e la vecchiaia e la febbre e la salita. Tutta malinconia che si accumula sul panorama dell’esistenza, sulle panchine e sui sedili della metrò e poi per ultima la foto di Mario Luzi, che al fine della sua vita, da senatore a vita, ebbe il coraggio di scrollare via questa fottuta malinconia di vita e alzarsi in piedi dritto a smadonnare contro un governo destro carogna anche un po’ fascista. Peccato che a distanza di anni nulla è cambiato e la malinconia resta la stessa. La fonte dove lavare i panni ci ricorda solo che Luzi è morto mentre i vampiri diurni (i notturni sono molto più belli e nobili) sono ancora vivi e succhiano succhiano più di prima il sangue di una nazione intera.

La nostalgia è un cane, ti azzanna alle caviglie, ricorda le feste, i banchetti nuziali, si associa alla malinconia in certi giorni e sono i peggiori perché butteresti dalla finestra te stesso prima che il resto della casa. Però guardi la foto di un figlio di chiunque che dorme e fermi ogni proposito guerriero, la nostalgia si fa allora soffice e leggera, quasi dolce come i baci e Yesterday dei Beatles; che nostalgia per Lennon ed Harrison. Ci mancano tanto, ci manca qualcuno capace di fermare i carri armati come il cinesino di Tien An Men.

Tanto che se non accade presto qualcosa le foto delle ombre saranno più belle di quelle a luce piena, in fondo però l’ombra è sempre più bella della persona, più snella, evocativa e magica; un tranello di luce, una contadina, un gobbo, lo specchio fantasioso che riproduce a seconda di come gli girano i… ntorno gli astri.

I paesaggi sono geometria pura, simili a un pentagramma di campi appena arati, e file di alberi e colline e piccoli borghi sfocati come ceste di mele e di albicocche. I paesaggi hanno, malgrado tutto, una regione a capo della lista: il centro d’Italia, il centro di una nazione che nessuno conosce come il fulcro della terra, la nostra terra, la trasmissione della tivvu locale dove gli anziani s’attardano a ballare il liscio mentre Felice Peretti predica sotto l’impianto luce di un concerto a Fermo e la lancetta di Porto Recanati scivola via di maestrale davanti al Conero che dorme. Loreto intanto fa bella mostra dall’autostrada che passi e guardi e poi dopo la chiesa ci vedi pure i cartelli.

I quadri sono passione e apre la sezione Guido Garufi che tocca un uccellino, meglio la mano della bambina che ha in mano l’uccellino; i quadri sono passione, le mostre i vernissage, la gente da aperitivo che smorza la candela prima di andare a zonzo lungo il precorso di una delle seicento biennali che tanto poi tutte le strade portano a Roma, in via Margutta per la precisione anche al Quirinale ma con la nebbia non lo capisci se passano davanti a te le giuseppine o carabinieri in uniforme da parata. Come parata è stata piazza del popolo e l’attacchino che l’ha attaccata mentre da giovane io passeggiavo per via di Ripetta. Roma è un po’ porca e un po’ signora; una cantina e una colonna d’epoca romana. Mentre Cinecittà è l’ultima fermata, l’illusione che tutto se po’ fa e invece è na strozata.

Ma tu alla fine fotografa Rita, ci credi alle streghe e alla sibilla? Perché ste donne sempre più capaci di prevedere il tempo e l’avvenire, ste donne con gli occhi chiusi sono la via maestra, l’esempio da seguire. C’è pure Giulio che sta zitto sulla sezione il tempo, Giulio che se sta zitto nessuno lo rivota e allora parla, parla di fronte all’assemblea di foto dove compare l’uomo in bicicletta e un altro Papa, uno recente, uomo tra gli uomini, magari un po’ più in vista da quella dell’udienza la finestra. La via della Sibilla è anche una scusa, tant’è che dopo tu scatti su via Rosati e un po’ di presunzione ma che ce frega in fondo è solo un libro, mica una canzone.

L’ultima sezione mi lascia pietra agli occhi e nella mente, lo zero, la morte, la fine degli umani, noi perdenti e infami. Zero la guerra, zero le armi, zero li potenti, zero le mani dei malati, zero dei fermi. Zero la malattia, zero gli eventi, lo straccio buttato per pietà sopra i morenti. Da zero a venti, zero la luce che si fa cielo, zero dal finto al vero. Tutto lo zero di questo mondo, tutta la fine è un conto; alla rovescia o forse rampa per la partenza. Se fosse zero e basta sarebbe una sfortuna, sarebbe l’uomo mai andato sulla luna. Però a chiudere la serie delle foto non c’è lo zero, nemmeno il vuoto. C’è un angelo di pietra a braccia larghe che se lo guardi bene più che t’accoglie ha l’espressione poco convincente di chi ti dice al fine della riffa: – che ce vòi fa’ è stata tutta ‘na rimessa! –

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