Montale, i due io, e la svolta dei tempi

In uno dei suoi ultimi libri, il filosofo cattolico Jean Guitton (1901-1999) scriveva: “Non vedo nella storia una crisi che sia paragonabile a quella che conoscerà il secolo XXI. Stiamo avanzando verso delle trasformazioni più grandi, verso eventi imprevedibili, di un’importanza inaudita”. In questa transizione, che mette in gioco “l’esistenza dell’umanità come tale”, la poesia autentica vive, descrive, e in una certa misura anticipa le fasi, i processi, gli smarrimenti, e le illuminazioni che ognuno di noi sta attraversando e dovrà comunque affrontare. Un’opera poetica pertanto è significativa solo per questo: nella misura in cui in essa il travaglio trasformativo in atto venga illuminato, e quindi nella misura in cui l’io umano, nella sua universalità, viva e canti i passaggi della propria inaudita trans-figurazione dentro la storia concretissima e singolarissima di un poeta.

Prendiamo ad esempio Montale. Quando si pensa alla sua poesia, normalmente si citano subito i famosi versi di Ossi di seppia: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Chi parla qui? Parla un io che è diventato drammaticamente consapevole dei limiti del proprio pensiero, che ha compreso che tutta la vita consiste “in questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Questo io avverte che il muro è insuperabile: non c’è sapienza ulteriore, tutte le illusioni sono crollate, non resta che un’amarezza tragica e un’altrettanto amara ironia. Questa linea accompagna tutta l’opera di Montale fino agli anni ’70: “Il paretaio ce lo portiamo addosso/ come una spolverina. E’ invisibile/ e non mai rammendabile perché non si cuce./ Il problema di uscirne non si pone,/ che dobbiamo restarci fu deciso da altri”.

Questo io è il soggetto storico tuttora dominante nei nostri paesi occidentali: l’io tardo moderno un po’ nichilista che c’è in ognuno di noi, che regna sovrano nelle redazioni di Repubblica come di Canale 5, spesso è un post-comunista, in grave ritardo dunque rispetto al disincanto montaliano, ma ormai è ugualmente sarcastico e disperato, a volte crudele, molte volte semplicemente banale, asserisce con sicurezza categorica che niente ha senso, ma poi legittima ogni pur minimo aspetto di questo mondo: il lusso, lo spreco, il (proprio) privilegio, il cattivo gusto etc: guardate da questo punto di vista gli inserti (e le pubblicità) dei quotidiani e dei settimanali, e specialmente di quelli “di sinistra”…

Ma in Montale c’è solo questo io ironico e disincantato, laico e “politicamente corretto”? Non sembra affatto. Leggiamo bene la prima poesia della sua opera, quella posta appunto In limine: “Un rovello è di qua dall’erto muro./ Se procedi t’imbatti/ tu forse nel fantasma che ti salva”. Questa poesia dice esattamente il contrario di ciò che finora abbiamo asserito. Ci dice che non siamo affatto imprigionati dentro la muraglia dell’orto, che possiamo procedere oltre e incontrare addirittura il fantasma che ci salva, e ci dice che questo può avvenire “se il vento ch’entra nel pomario/ vi rimena l’ondata della vita”. Quando invece l’orto è chiuso in se stesso esso diventa un luogo di morte, mentre quando si apre al Vento esso può diventare “un crogiuolo”, in cui tutto si ricompone, e le sostanze del passato si riamalgamano per nuove forme.

Quest’altro io, dunque, che “gode” del vento che irrompe dentro di lui, a differenza del primo sa molto bene ciò che vuole: vuole trovare un varco nella rete, uscire dalla prigionia della muraglia: “Cerca una maglia rotta nella rete/ che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!/ Va, per te l’ho pregato.” Questo io ventilato sa che “l’ora più bella è di là dal muretto/ che rinchiude in un occaso scialbato”, sa cioè che l’Occidente è anche uno stato depressivo della mente: lo stato della sua reclusione, e sa anche che è possibile evaderne, che è possibile farsi tramiti di un’Altra Voce: “Antico, sono ubriacato dalla voce/ ch’esce dalle tue bocche”, e ascoltandola scoprire anche chi siamo: “Non sono/ che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,/ questo, non altro, è il mio significato”.

In Montale dunque parla sia l’io recluso nella propria insignificanza, l’io terminale tardo-moderno, nichilista, ironico e borghese, sia quel nuovo io che si scopre abitato dalla voce dell’Oceano, da un Vento che riporta sempre di nuovo l’ondata della vita e ci apre ad una trasformazione inaudita. Purtroppo lungo i decenni sembra prevalere in questo poeta la vena meno areata. E’ interessante notare che la poesia dell’io recluso è sempre meno musicale, tende a ridursi a semplici battute davvero di poco conto, o a concetti pseudometafisici addirittura imbarazzanti: “Il tempo s’infutura nel totale/ il totale è il cascame del totalizzante,/ l’avvento è l’improbabile nell’avvenibile,/ il pulsante una pulce nel pulsabile”. Più ci chiudiamo nei nostri (presunti) limiti, e più la luce, e la bellezza, e la forza, e la stessa intelligenza dei nostri versi diminuisce fino a spegnersi del tutto.

Purtroppo questi due stati dell’io non si dialettizzano mai in Montale, non entrano in dialogo tra loro, per cui non comprendiamo la loro reale natura, il loro essere per davvero due stati interiori tra i quali ognuno di noi oscilla costantemente. E non comprendiamo neppure che lo stato dell’io recluso, se non si chiude in un’asserzione presuntuosa della propria ignoranza, può de-liberata-mente aprirsi, ed invocare il Vento che lo liberi, può entrare cioè in relazione con quella forza che ci sta trascinando fuori dall’Alcatraz della morte.

Purtroppo nella poesia italiana spesso i poeti maggiori non hanno saputo reggere alla tensione del transito, hanno intravisto qualcosa, ma poi si sono tirati indietro, il più delle volte in qualche recinzione letteraria, sia dal punto di vista creativo che da quello esistenziale: sono diventati professori o giornalisti anche nei loro versi, sono tornati a Petrarca o a Leopardi, lì dove era necessario il salto nella pura follia dell’ascolto delle più oscure e luminose e inesplorate profondità. Questo arretramento (psicologico/difensivo e poetico) nell’io borghese tardo-moderno lo percepiamo certamente in Montale, ma anche nelle regressioni formalistiche e noiosissime di Ungaretti. Il loro linguaggio si fa freddo, asettico, senza cuore, aulico e quindi davvero insignificante, come queste aperture montaliane: “Aggotti, e già la barca si sbilancia/ e il cristallo dell’acque si smeriglia.”, “Viene un suono di buccine/ dal greppo che scoscende”, “Il canneto rispunta i suoi cimelli/ nella serenità che non si ragna”. Che noia! Che falsificazione! Qui l’uomo si occulta dietro l’apparente profondità della lingua letteraria, non vuole affatto bruciare né mettersi in gioco, e il fuoco infatti si spegne del tutto. Quanti libri scritti in questo misero stato del cuore, in questa sclerocardia, in questa chiusura difensiva! Quante antologie del Novecento (quasi interamente) da buttare!

E questo rifluire nella finzione, e cioè nel proprio mascheramento egoico, nella difesa di proprie posizioni e prerogative, spesso fin troppo mondane e concrete, è la tragedia del nostro presente. E’ la tragedia di un tempo di spaventose trasformazioni, in cui manca una poesia, e più in generale una cultura che testimoni e indirizzi e accompagni il transito. Dominano ovunque le voci degli uomini chiusi dietro i loro muri di paure infantili, di ipocrisia, di comodo, e di presunzione, mentre il Vento sbatte con violenza crescente sulle porte chiuse dei cuori, facendo rimbombare pericolosamente il miocardio segreto del mondo. E’ tempo di rompere questo incantesimo, questa dittatura di ciò che in noi ci sta asfissiando. E’ tempo di rifondare poeticamente le ragioni di una speranza, che alimenti al contempo la trasformazione del cuore e la rivoluzione di questo mondo.

“E’ tempo che il sasso si adatti a fiorire,

che per l’inquietudine batta un cuore.

E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.”(Paul Celan)

23 pensieri su “Montale, i due io, e la svolta dei tempi

  1. Un augurio di buon lavoro per la settimana a Fonte Avellana. non sono riuscito ad avere ferie per questo periodo per cui non ci sarò, ma spero che ci rivedremo a novembre. Un abbraccio di cuore…
    Danilo.

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  2. i poeti sono poeti se sono veggenti: non in forza di un mito classico (un po’ viziato del resto da estenuate dichiarazioni di diversità in ispecie a cavaliere dei secc. XIX-XX) ma perché davvero devono parlarci di cose che non sappiamo che non vediamo che intuiamo che a fatica baluginano nella nostra coscienza e non riescono a prendere forma di parole. loro, i poeti, questo devono poter-voler fare. tanta poesia contemporanea-contemporanea ha scelto la strada dell’insalata di parole, dell’oscurità preziosa, del vaneggiamento gastrico. estetica senza un grammo di etica. ci son cascati anche i grandi del novecento. lo stesso montale: che personalmente amo di un amore che tutto perdona, ma che non arriva a non-vedere ciò che qua e là tentenna: intendo il coraggio, l’assunzione di responsabilità di fronte ai fatti del mondo. la condizione dell’inquietudine è la più succosa delle condizioni poetiche: troppo facile! basta allungare una mano sporgersi un po’
    e il gioco è fatto. diverso è guardare negli abissi del nulla del nostro tempo e trarne, da aruspici della penna, i segnali che mondi possano aprirci. nessuna consolazione: ma spiragli senso domande. per le risposte possiamo guardare indietro nell’intera storia della poesia mondiale: ci sono quasi tutte. ma le domande nuove chi le farà se non un poeta?

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  3. “La tragedia di un tempo di spaventose trasformazioni, in cui manca una poesia, e più in generale una cultura che testimoni e indirizzi e accompagni il transito. Dominano ovunque le voci degli uomini chiusi dietro i loro muri di paure infantili, di ipocrisia, di comodo, e di presunzione, mentre il Vento sbatte con violenza crescente sulle porte chiuse dei cuori, facendo rimbombare pericolosamente il miocardio segreto del mondo.”

    Quanta autoironia, però, in Montale (“le parole/sono di tutti e invano/si celano nei dizionari/perché c’è sempre il marrano/che dissotterra i tartufi/più puzzolenti e più rari;”-Le parole-), e consapevolezza della nostra infinitesimalità (“Ho contemplato dalla luna, o quasi/il modesto pianeta che contiene/filosfia, teologia, politica,/pornografia, letteratura, scienze/ palesi o arcane. dentro c’è anche l’uomo,/ed io tra questi. E tutto è molto strano.//Tra poche ore sarà notte e l’anno/finirà tra esplosioni di spumanti/e di petardi. Forse di bombe o peggio,/ma non qui dove sto./Se uno muore/non importa a nessuno purché sia/sconosciuto e lontano.” (Fine del ’68).

    Sì, Marco, “E’ tempo che sia tempo./E’ tempo”

    Un caro saluto

    Giovanni

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  4. a)
    “ma perché davvero devono parlarci di cose che non sappiamo che non vediamo che intuiamo che a fatica baluginano nella nostra coscienza e non riescono a prendere forma di parole. ”

    per vedere cose che non si vedono basta chiudere gli occhi. sognare. se si intuisce si è già un po’ veggenti, la fatica del baluginio è la fatica con la quale noi occidentali respiriamo viviamo moriamo. leviamo questa ipotesi di corazza antiradiazioni con la quale copriamo i demoni.

    la coscienza? un traduttore simultaneo di orrori
    ridotto allo stato vegetativo, purtroppo.

    chi dice che la poesia prenda forma solo a parole?
    quando si riesce a stabilizzare in noi un silenzio senza averne paura.. ecco che siamo poeti.

    b)
    loro, i poeti, questo devono poter-voler fare.

    i poeti non – devono fare – niente
    semmai si, che possano essere essi sempre liberi di poter “fare” ma ci sono tanti esempi di bocche che sono state chiuse solo perchè portavano in palmo di mano le viscere insanguinate della verità che nessuna acqua anche la più “pesante” avrebbe potuto lavare.
    un saluto
    paola

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  5. cara polvere: no. non siamo tutti poeti. (il poeta non è un fanciullino). e la poesia (poièin: fare produrre) è assolutamente un fare. io chiedo un fare poetico pieno di coraggio.

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  6. @ Lucy
    e chi ha detto che siamo tutti poeti? certo non io.
    la frase era:

    “quando si riesce a stabilizzare in noi un silenzio senza averne paura.. ecco che siamo poeti”

    difficile non avere paura del silenzio che si stabilisce tra l’ uomo e il silenzio, ancora più difficile re/cercarlo. tanto più che anche tu, Lucy, ti do del tu, mi pare che “chiedi” un fare poetico coraggioso.
    no. non siamo tutti poeti. poeti? ma poi…
    grazie della risposta
    paola

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  7. Completamente d’accordo con Lucy sul fatto che la poesia “debba” esprimere cose che in altri modi non si possono dire. Anzi, sono convinta che questo “compito” ne sia la cifra fondamentale e la ragion d’essere. Ovvero: se una cosa si poteva dire anche in un altro modo, la poesia non ha più necessità. Lo penso in modo così radicato, che ne ho anche parlato in un libro. Quindi per comodità mi autocito. Avverto che era un’intervista, quindi ripeto spesso “io… per me…”, ma trattasi di una concezione della poesia.
    “La poesia per me nasce proprio dall’esigenza di dire qualcosa che in altri termini non si può dire, quindi nasce dall’esigenza di dire l’ineffabile. In questo senso può essere una grande impresa. Il mio intento con le poesie non è di esprimere qualcosa di normale, è di esprimere ciò che in altri metri e modi non è esprimibile. Per natura il linguaggio poetico è speciale, lo sguardo poetico è profondo. Credo che sia costitutivo della poesia agire da svelamento di enigma. Il mondo è pieno di qualità poetica sottile, insinuata, enigmatica, e il linguaggio poetico la esprime, procedendo per associazioni, imagini, simboli. (…) La parola a un certo punto ha un limite oltre il quale non può andare. Che cosa c’è al di là? Da una parte c’è l’ineffabile, dall’altra parte c’è l’azione. Così il limite della parola si può superare o agendo, oppure cercando di esprimere l’ineffabile con la parola, ed ecco la poesia. Cosa c’è quando finisce la parola? Una superparola, che è la poesia; oppure l’azione”.

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  8. oddio anna! dove posso leggere queste cose che hai detto-scritto? scusami se non ti conosco abbastanza ma abbraccio in toto quello che hai riportato e vorrei poter approfondire.
    grazie!
    lu

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  9. CARA POLVERE

    a)“quando si riesce a stabilizzare in noi
    un silenzio senza averne paura.
    ecco che siamo poeti”

    b)difficile non avere paura del silenzio che si stabilisce tra l’ uomo e il silenzio, ancora più difficile re/cercarlo aggiungo molto difficile – cercandolo – ri/trovarlo

    (i demoni sono l’ azione e nessun demone si muove se non è deciso dall’ autorità divina […])
    che bello, però, che tutto si muova.

    LAMBERTIBOCCONI

    Cosa c’è quando finisce la parola? Una superparola, che è la poesia; oppure l’azione

    cara signora Anna Lamberti Bocconi, lei ha solo ripetuto il concetto.
    cordiali saluti
    paola

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  10. Cara Lucy: quel libro là si intitola “Devi chiamarmi sempre”, tomo 2, “Il rischio della forma”, anno 2005, edizioni Campanotto. E’ un cofanetto niente male, ma credo che occorra aspettare mesi e mesi dopo averlo ordinato affinché arrivi. Io comunque per provocazione metto spesso il mio cellulare qui sulle colonne di LPELS, ma naturalmente si spaventano tutti.

    Cara Signora Cara Polvere, con tutta la simpatia ma mi sembra all’incontrario che la poesia sia proprio parola, anzi superparola, ma non silenzio! Se no era silenzio… tenendo fermo che anch’esso non è cosa da buttare! Ma però invece la poesia è fatta di parole sperabilmente bellissime e “su”.
    Il silenzio casomai, un certo tipo di calma profonda, è il terreno da cui sbotta l’ispirazione a scrivere quelle uniche giuste parole che poi formano la poesia.
    Besos. A.

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  11. @ signora Lamberti Bocconi

    per quanto mi riguarda la superparola non può essere quella umana (nemmeno la parola dovrebbe, in molti casi, e mi ci metto anch’io in questi casi); la superparola è il rumore del ragno che tesse sul ramo più alto di un pino
    o il rumore di un pesce degli abissi che scende ancora più in fondo, e ci fa ciao ciao in barba a tutte le più sofisticate compensazioni in camera iperbarica.
    quei poeti che sanno ascoltare l’ alto il basso ma soprattutto il dopo dell’ alto e il basso e il profondo dell’ alto e del basso per poi andare indietro nel tempo fino al legno e agli abissi
    senza viventi – e immaginare cosa deve essere stato NASCERE – ecco
    allora forse potranno avvicinarsi alla poesia
    non sempre riuscendo a scriverla tutta.
    ma sono pensieri miei e per questo ovviamente
    opinabili

    non voglio mica insegnarle cosa sia o quali parole abbia e porti la poesia. non lo so.
    ho solo un concetto di poesia diverso dal suo.
    un saluto
    paola

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  12. Ma Paola, in realtà sono abbastanza d’accordo… Forse che la differenza è che lei allude alla poesia come al substrato di ineffabile che, solo esso, dà veramente corpo alla poesia – e questo lo dico anch’io; io però quando dico che “è fatta di parole” metto l’accento sul risultato, sulla forma che la poesia assume una volta scritta una volta che l’ineffabile viene per così dire tradotto.

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  13. Keats disse che la poesia suprema è il silenzio. ma per me non conta perché quanto più posso intendo una letteratura che si liberi del romanticismo che ci ha segnato e ci fa dire un mucchio di sciocchezze inutili anche nella vita di tutti i giorni e ci fa apparire grande ed esaltante anche ciò che è terribilmente mediocre, a ben guardare. e intendo una letteratura in genere e una poesia in particolare che “parli”. se tace “non è”. dietro il silenzio a volte c’è solo il silenzio. come una bella donna attraente e misteriosa (chissà che abissi e ricchezze dentro/dietro il suo silenzio!): molto spesso tace perché non sa/non ha nulla da dire.

    grazie anna per le indicazioni biblio. lotterò per impossessarmi del cofanetto.

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  14. @ signora Anna Lamberti Bocconi

    si, ci avviciniamo – come piegare un lenzuolo e parlarsi tra una manovra e l’ altra
    – al cardine.
    quello che dico io è quello che dice lei e viceversa. lieta abbia inteso
    l’ intento mio di abbozzare all’ ineffabile. epperò la parola. la parola. quella parola che traduce per essere poesia deve tradurre – il silenzio dei silenzi – prima della Nascita dell’ Origine. il tessere del ragno, la caccia del predatore degli abissi, la pele bianca che si fa più bianca della preda; esplorare come un ‘ ostetrica sapiente l’ utero più antico governato da grida non umane (grida che governano il silenzio dei silenzi)grida di silenzio. vado oltre, in giro per la mia testa.mi fermo qui.

    @Lucy
    era il caso le parlassi di ruggine delle antenne.
    del riconoscere la parola “silenziosa” come una porta verso l’ oltre. il non detto che giunge come il ritmo di un tamburo rituale, ciò che il rito del verbo evoca (l’ inefabbile che si reiverba, non esiste lo invento io)
    ma non importa. ho già fin troppo abusato dello spazio.
    grazie a >Voi.
    buonasera
    paola

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  15. Vediamo se questa poesia attinente piacerà a DearDust e a In-The-Sky-With-Diamonds…

    Per capire l’amore –
    unica lingua uguale nelle gocce
    l’amore che stonava
    sulle corde passate di tua madre
    nelle gocce di pioggia
    erano dolci note lacrimate
    l’amore che capisci
    per l’idioma passato in fondo agli occhi
    come fulmine d’acqua
    il portacipria d’osso era un gioiello –
    non devi ricordare
    ma perdere la voglia di parlare.

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  16. Carissime/i,

    leggo solo ora il dialogo che si è sviluppato e vi ringrazio di cuore per le tante e ricche osservazioni e riflessioni.

    Concordo in particolare con l’idea di un coraggio insito nello slancio poetico davvero odierno.

    Coraggio anche nel dimensionare lo sguardo visionario al possibile esistenziale, a ciò che possiamo almeno in parte incarnare e mostrare. Altrimenti la nostra immaginazione finisce nell’arbitrarietà e nella velleità pura e semplice: dismisure tanto novecentesche quanto appunto fuori tempo ormai.

    Auguri per tutto.

    Marco Guzzi

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