Il futuro dell’Università

E’ difficile difendere l’Università. Le sue baronie, la sua ipertrofica offerta di corsi e corsetti di laurea per dare una cattedra, o almeno una predella, a figli e nipoti di.
E’ difficile difenderla quando uno studente si presenta puntuale davanti allo studio del docente all’ora indicata in bacheca, e non lo trova mai. E’ difficile. E’ difficile quando non si riescono ad avere spazi per la ricerca, per studiare, quando non si riescono ad avere i fondi necessari a garantire la fornitura della letteratura scientifica essenziale perché una università sia degna di questo nome.

Ma il Decreto Legge 112/08 non vuole correggere il sistema universitario pubblico. Non vuole introdurre principi di meritocrazia e di valutazione seria della didattica e della ricerca. Non vuole più aule, più spazi per lo studio, più postazioni internet gratuite. No. Lo vuole distruggere. Lo vuole privatizzare (attraverso le cosiddette Fondazioni), deprimere, umiliare.

Già il fatto che in un decreto legge che si occupa di tutto e di più (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria“), oltretutto convertito alla Camera lunedì pomeriggio con voto di fiducia, quindi nemmeno discusso, si metta mano all’ordinamento dell’università italiana è un fatto grave: per coloro che ci lavorano con una certa serietà, per gli studenti, per il Ministro dell’università stesso, figura patetica, messa in un cantuccio a cianciare e promettere cose che non potrà mai mantenere.

Si tagliano personale e fondi con l’accetta: in previsione della impossibilità di sostituire il personale che va in pensione (tutto il personale: docenti, amministrativi, bibliotecari, ricercatori) se non nella misura del 20% (per 10 pensionamenti saranno consentite 2 assunzioni: articolo 66, commi 3, 7, 9, 11, 13) vengono di conseguenza decurtati i fondi di funzionamento ordinario (FFO) nella misura di 63 milioni e mezzo nel 2009, 190 milioni nel 2010, 316 nel 2011, 417 nel 2012 e 455 nel 2013); ma i conti non tornano perché nel frattempo – per fortuna! – gli stipendi aumentano (di poco, ma aumentano) ma la legge finanziaria non ne tiene conto, per cui le Università (contrariamente ad altri ministeri) in quanto godono di autonomia se la dovrano cavare con i pochi soldi che si ritroveranno nelle casse, e quindi necessariamente dovranno risparmiare su altre voci: la ricerca in primo luogo, e l’erogazione di servizi essenziali per studenti e docenti.

Si sottraggono poi i soldi dagli stipendi del personale (non solo quelli dei “baroni”) nella misura del 10% (articolo 67, commi 5, 6, 7). Si chiama “salario accessorio”: quella parte dello stipendio che ciascuna università (o ente, in generale) contratta in modo decentrato, non su base nazionale. Definirlo “accessorio” è quantomeno improprio. Dal De Mauro: “che accompagna o si aggiunge a ciò che è principale o necessario“. Quindi non sarebbe “necessario”. Bene, Senza la quota accessoria i nostri stipendi sarebbero davvero ridicoli – d’accordo: sono pur sempre stipendi, non voglio lamentarmi più di tanto.

Risultato: i giovani ricercatori se ne andranno il prima possibile. Il personale sarà demotivato e quantomeno irritato (no, i fannulloni no, quelli continueranno a fannulloneggiare indisturbati). Le biblioteche subiranno contrazioni nelle spese (acquisti di libri e abbonamenti a risorse elettroniche, come banche dati e riviste) e negli orari di apertura, e tutti i servizi agli studenti verranno in generale ridotti, la ricerca non potrà essere finanziata perché tagliando il cosiddetto FFO (fondo di finanziamento ordinario) la maggior parte della spesa (oltre il 90%) servirà a pagare gli stipendi.

L’Italia è, come tutti sanno, ultima nel rapporto fra investimenti per la ricerca e PIL. Stiamo messi peggio di chiunque in Europa: “Il rapporto R&S/Pil assegna all’Italia l’ultimo posto nei Paesi Ocse, Cina e Israele, a pari merito con la Spagna (1,1%): nella graduatoria, Israele e’ al primo posto con il 4,4, la Svezia investe il 4,0, la Finlandia il 3,5, il Giappone 3,2, la Svizzera e la Corea il 2,9%. Gli altri paesi oscillano tra il 2,7% degli Stati Uniti e l’1,2% dell’Irlanda. Guarda caso il PIL retrocede (rispetto alla media europea) nella misura in cui retrocede l’investimento nella ricerca e nell’istruzione.

La soluzione? Eccola: la Fondazione (articolo 16). Ossia, la privatizzazione dell’università. Con quali conseguenze: la prima, la più pericolosa: l’università privata non è tenuta a rispettare il tetto per le tasse, come oggi, e perciò potrà aumentarle senza limiti. Dice l’articolo che le università “possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato”. Possono, non debbono. Qual è il problema? Già.
Facciamo un caso concreto. L’Università degli studi di Canicattì decide la propria trasformazione in fondazione. Salvatore Cusumano e Santino Zambito, noti imprenditori locali, per dedurli dalle tasse (comma 5) ci mettono un milioncino di euro fresco fresco. Succoso come un cocomero a ferragosto. A quel punto lo stato continuerà a finanziare la Fondazione UniCanicattì, ma un po’ meno di oggi. In compenso le avrà ceduto gratuitamente la gestione di tutto il patrimonio immobiliare (comma 2 – a quel punto rivendibile, per fare cassa) e tutto il personale sarà soggetto di diritto privato (licenziabile, per risparmiare) e soprattutto avrà dato mano libera per aumentare le tasse. Perché, calcolatrice alla mano, non dovrebbe farlo?

Allo stato, meglio: al governo – meglio ancora: a questo governo – si sa, piace vincere facile. Ma si tratta di una vittoria?

4 pensieri su “Il futuro dell’Università

  1. ezio

    Non ho parole.

    Anche la laurea breve, così com’è pensata, fa ridere.

    purtroppo i politici italiani sono miopi.

    Nessuno di loro sa organizzare i pochi mezzi a disposizione per la scuola e l’università. Direi che viviamo nel degrado culturale.

    Per me, appena posso, me la svigno dall’Italia.

    f.s.

    f.s.

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  2. Sì, hai scritto la verità: è difficile difendere strutture malfunzionanti, eppure le devastazioni di questo governo ci obbligano a farlo. Difendere quello che c’è, quello che resta. Ovviamente con l’impianto demagogico di regime tutto viene fatto passare per “modernizzazione”, “razionalizzazione”; come le sceneggiate del ministro dell’economia, che si atteggia a Robin Hood mentre è chiara la volontà di favorire le corporazioni degli autonomi spolpando fino all’osso il lavoro dipendete, e tutto ciò che resta di pubblico.

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  3. Non credo che dipenda da miopia, piuttosto da furbizia nell’insabbiare lo sviluppo dei cervelli, cosa che non conviene. Il governo che c’era prima cmq non era meglio di questo.
    Non sempre però fuori dall’Italia è tutto rose e fiori.
    Provate a chiedere a un docente universitario in Olanda quello che deve fare per tenersi stretto il suo posto di lavoro.

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  4. Mi complimento con Ezio per la sua disamina puntuale, rigorosa, basata su dati concreti. E’ interessante come il PIL di uno stato vada di pari passo con gli investimenti nella ricerca. Forse potrebbe essere questo il punto su cui senibilizzare la classe politica, anche se immagino che i risultati non arrivino entro un quinquennio. Occorrerebbe lungimiranza come ce l’ha chi pianta un albero oggi e forse non potrà nemmeno godere della sua ombra – solo i suoi nipoti – vista la lentezza con cui esso cresce, visti gli anni che restano a lui da vivere.

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