Provocazione in forma d’apologo 70

Per lunghi, lunghi anni abbiamo cinto d’assedio questa città, oggi espugnata. Io stesso, che ora son vecchio, venni qui che la prima barba mi spuntava appena; e vi trovai dei compagni che ci avevano speso la loro giovinezza, e senza mai lasciare l’impresa e il campo vi si erano fatti vecchi. Ma oggi, oggi la città è espugnata.

Nei luoghi da cui noi, convenuti per conquistarla, eravamo partiti, non c’era nulla, assolutamente nulla che anche solo di lontano somigliasse a quello che questa città custodiva. Le leggende in proposito non erano false. Le nostre vedette dalla vista più acuta, che si arrampicavano su altissimi alberi per spiare oltre le mura, riferivano scene da far impallidire tutti i paradisi; girando a favore il vento ci portava aromi soavi, canti di fanciulle e risa argentine; e quando gli assediati ci gettavano in capo i loro avanzi, i loro rifiuti, i loro escrementi, ebbene non c’era nulla fra di noi, nulla di proveniente dai nostri luoghi d’origine, che valesse altrettanto, che fosse più prezioso e profumato di quei proiettili fattici piovere addosso con noncurante disprezzo. Una sovrumana, perfetta bellezza custodiva questa città; città che era pure potente; tanto potente che il nostro assedio, a dirla tutta, non è mai diventato una guerra: sembrava che i suoi abitanti non ci vedessero neppure, e che si fossero asserragliati per burla o per capriccio. Sicuramente, se non si fossero limitati a subire l’assedio, se ci avessero attaccati, avrebbero potuto annientarci in poche ore, in pochi minuti forse. E tuttavia oggi la città è espugnata. Conquistata. Se così si può dire.
In realtà oggi all’alba le sue porte hanno cominciato ad aprirsi, con un cigolio lieve e continuo, fino a rimanere spalancate. Nessuno di noi ha pensato che un popolo tanto potente e tanto poco guerriero, che tanto a lungo si era astenuto da ogni reazione, avesse voluto aspettare proprio questa giornata per tenderci un tranello. Così, correndo come ci trovavamo, senza insegne ed alcuni perfino senza armi (la lunga, strana campagna da soldati ci aveva mutati in straccioni alla porta di un ricco) abbiamo percorso la breve spianata antistante le mura e siamo entrati in città. Lì subito ci si sono offerti allo sguardo palazzi formidabili come montagne e rifiniti come miniature; e giardini in cui la natura e l’arte avevano gareggiato per formare trame indicibili; e, in mezzo a quelle meraviglie, sciamava una folla di gente gaia e composta. Tutto ciò si trovava a poche decine di metri, appena oltre un fiumiciattolo dalle acque limpide, scavalcato da uno svelto ponticello di marmo che si alzava proprio davanti a noi.
I più arditi, ed io fra essi, con quattro balzi lo hanno varcato e sono corsi verso quei palazzi, quelle aiuole fiorite, quella folla di gente in mezzo alla quale non si scorgeva nessuno che dimostrasse più di trent’anni. Ma, appressandoci noi, lo spettacolo rapidamente cambiava: i palazzi, non più dolomiti superbe, erano ormai come quei castelli di sabbia che i bimbi fabbricano sulla riva del mare, e che si disfano a sera; e nei giardini fiori e piante appassivano, senza lasciarci il tempo di giungere a toccarli cadevano in finissima polvere.
E quella gente, raggiunta e scossa per gli abiti affinché si volgesse a noi che la interrogavamo, a noi si volgeva in effetti; e pareva che finalmente si accorgesse della nostra presenza, e prendeva a rispondere con fare benevolo; ma ecco che dopo le prime sorridenti parole come zucchero filato sfumava; e tra le nostre mani, le grevi mani dei conquistatori, di tutti costoro non rimanevano che le vesti; e ben presto, ahi troppo presto, anche quelle svanivano.

2 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 70

  1. siamo tutti provvisori su questa terra, e ciò che ci illudiamo di tenere tra le mani, oggi c’è, domani svanisce…
    ma il pensiero, quello vero, nessuno potrà mai espugnarcelo…

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  2. Cara Carla,
    è vero, soprattutto perché non è recintato né “corazzato” 😉
    Un caro saluto,
    Roberto

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