Guglielmo APRILE “Nessun mattino sarà mai l’ultimo”

Pianeta sacro

Ogni singola vita non è che una nota
dell’unica sinfonia che risuona
nel cavo di una conchiglia, nelle basse
frequenze percepite dai radiotelescopi
e nei richiami che le orche si scambiano
misurando in banchi, anno dopo anno,
le acque dei due emisferi, per andare
ad amarsi al largo delle coste
del Labrador o della Terra del Fuoco:
una semplice virgola del poema impresso
nelle serene architetture degli astri
e nel cristallo del diamante
sepolto e plasmato da ere di rocce e lave,

e noi, noi che danziamo e moriamo
sulla terra, siamo fratelli di alberi e nuvole
e di tutto ciò che scorre nel tempo,
siamo eredi dell’immenso pianeta sacro
e gli apparteniamo, tutti, il sangue
tuo, come quello del vento, non è che un’onda
nella risacca delle stagioni, dei germogli
e dei rami morti,
e tesse ciascun minuscolo filo d’erba
di un prato ai confini tra Cassiopea e la Via Lattea
nel quale il Dio bambino gioca
e riapre gli occhi ad ogni alba.

*

Lode a un granello di sabbia

Seme del mondo – come, come riuscisti
a contenere,
per non misurabili oceani di tempo,
le albe e i deserti, l’erba e le lune
nel tuo diametro, così
perfetto e minuscolo? Fu da un punto
simile a quello che confina il tuo regno
che l’universo
fiorì dai rami dl caos
nella germogliante esplosione
di luce e d’onde, di sangue e di nuvole.

Ipotesi di pianeta, polline stellato,
paradigma del rotondo amplesso di cielo e terra,
da quali rocce sgretolate e franate
provieni, e quali piogge
o risacche, o precipitare di torrenti
ti trascinarono
candido come appena lavato e forgiato
dagli elementi selvaggi
al polpastrello del mio indice?

Embrione dei giorni e delle foglie, crisalide
del principio, perno della ruota degli emisferi:
sepolto nel tuo grembo, un dio
sognò per la prima volta
l’uomo e la primavera, descrisse sulla tua circonferenza
la traversata del sole, delle maree incalzanti
e del seme paterno.

*

Una memoria, nel sangue, mi dura

Quanto di me è più barbaro e selvatico,
è più antico dell’uomo e del suo inganno,
delle maschere che l’alveare gli ha imposto,
ha il suo letargo nel sangue profondo,
tana latrante di orsi, selva di agguati e liane carnivore,
ha radici buie, sorde, ostinate
che scalano a ritroso
boschi sottomarini, fiumi ipogei che scorrono
da prima che nascessi, e si risveglia

con l’odore acre, pungente del biancospino
al confine dell’estate, dai calici
in cui si raccoglie, ad un tempo,
la mistica dei grandi cieli
e l’attrattiva, la memoria della terra,
l’inneggiante vertigine delle stratosfere
e il richiamo per l’elemento
primo, originario: le tracce di una mia discendenza
da acque, semi, letame e
pianeti.
E l’orsa è un vascello fatato
In viaggio verso i porti di una patria
Perduta, e l’altalena delle onde
dondola il mio sangue, si culla incessante
tra l’oblio e il ricordo, l’esilio e il ritorno.

*

Ricomincia, da se stesso si rigenera

Non una sola piuma perduta in volo dal più fragile
dei naviganti dell’aria, i teneri fratelli del cielo,
gli uccelli, né il piccolo dell’orsa nato morto
(per riscaldarlo la madre spreca inutili carezze
con la zampa armata di artigli), né la tartaruga
che termina la sua corsa prima della battigia,
né il grano di senape che secca
sul terreno arido – niente – di ciò che attinga
le proprie linfe dalle radici della terra,
dalle mammelle
dell’acqua e del sole, niente di ciò che scorra
e si consumi, e consumandosi ancora scorra

andrà perduto, né io né te svaniremo
come le orme lasciate da due amanti su una spiaggia
di notte: nessun interrogativo
che si alzi dalle labbra della pioggia e del vento
pone fine al suo volto nei nidi spettrali scavati
nelle caverne dell’annientamento, nelle paludi
della dissoluzione .

E sempre macchie di muffa invaderanno
le mura di una chiesa in rovina, o le pareti
di una scogliera, sempre, e nulla potrà impedirlo.

*

Non batte a tempo il mio sangue con l’erba

Stremati, gli alberi si immolano
alla necessità dell’inverno,
come se le stagioni non potessero
succedersi senza il loro sacrificio;
si consegnano al ciclico rinnovarsi
della terra, crocifissi lungo i viali
come dopo un’epidemia. Eppure

dovrei imparare a vivere dagli alberi,
far mia la loro forza,
la certezza gioiosa
che li sostiene, nell’attesa
della tiepida pioggia verde che presto
si sfoglierà in boccioli
stellati, in corolle di madreperla
dalle loro dita: la fede
che tornerà con la speranza piumata
dei nidi, con i rapidi fruscii
che accarezzano l’erba che si fa più folta:

che il sole non è morto, che i colori
dormono soltanto sotto le palpebre del ghiaccio,
lo sanno gli alberi, e non hanno paura,
provvedono loro a pagare il pegno
perché il pianeta si risvegli, e questo basta
a confortarli nell’agonia apparente.
E invece io, solo io dispero
per ogni cosa che finisce, e non so
ruotare all’unisono con le stelle,
né obbedire alla corsa del vento e delle nuvole,
sono sordo al ritmo puro, infallibile
delle stagioni,delle acque che scorrono senza fine.

*

L’origine del mondo

Queste mani, questi occhi, un tempo
furono carne e sangue di una stella.
Una città di fuoco, che ruotava
in una vuota eternità, perfetta
nella sua abbagliante solitudine.
Poi le piovre del buio la inghiottirono,
fecero di essa un duro, pesante grumo
di piombo, senza nome nella notte.
Ciò che del suo corpo scampò al naufragio
vagò nel sonno gelido delle ere
e degli spazi, seme vivente
che fecondò un altro angolo del cosmo,
altri soli, altre terre, e chissà, altri uomini.

Forse è da una vagina iridescente
perduta nel firmamento, una fra tante,
che derivarono le nostre albe
e gli inverni, il costante succedersi
delle maree, dei fiori, e i deserti
e le grandi montagne, e noi stessi
che a notte, su una spiaggia, ci chiediamo
che volto abbia l’antica
madre che ama a un tempo le minuscole
conchiglie e le costellazioni altissime.

*

Guglielmo APRILE
Nessun mattino sarà mai l’ultimo
Zone Editrice 2008-07-20
Prefazione di Giuseppe Conte

*
Dalla prefazione:

“[…] Questa è una poesia etica, di un visionario che sogna un mondo diverso, che capisce che soltanto una utopia sconvolgente e ancora inconoscibile sarà la salvezza della Madre Terra e di una umanità discesa verso l’inferno del non senso, del nichilismo, del distacco dalla natura, dal mistero, dalla sacralità, dalla bellezza. Questa è una poesia che nei suoi eccessi va salutata come benvenuta. Da un libro così si esce stravolti e migliori. Con più fede nell’energia metamorfica dell’universo e del linguaggio: “perché morire è lo stesso che rinascere/in tutte le cose che hanno vita”. Niente avrà mai fine, verranno sempre nuovi mattini. E la poesia, questo meraviglioso, assurdo eternante, amoroso canto dell’universo, li saluterà.”

6 pensieri su “Guglielmo APRILE “Nessun mattino sarà mai l’ultimo”

  1. lodo di questa poesia il contenuto etico declinato con grazia e fervore. pare il canto, riconsegnato nuovamente al suo essere “poetico”, di un “primiivo” dopo la catastrofe (catastrofe anche culturale). ci sono delle metafore semplici che danno tuttavia i brividi: si legge si comprende si condivide. ed è vero: si respira.

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  2. Di questa poesia si percepiscono la calma e la certezza come dono al lettore, il tentativo di resistere alle piovre del buio.
    Grazie a Guglielmo e Giovanni,
    un caro saluto,
    Roberto

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  3. Non si può non condividere questo entusiasmo di Conte per il giovane Aprile, trentenne napoletano, alla sua terza prova poetica. Un verso che ricorda ora Withman (nome speso anche dal prefatore), ora Paz (Epopea dell’acqua), ora Neruda (Metamorfosi pagana), ora Borges (Teologia della sabbia e delle galassie, Kosmos) con una visionarietà e una forza espressiva rare nel panorama contemporaneo. Siamo di fronte ad una poesia impetuosa, dove la natura tracima e non si temono metafore ardite e antropomorfiche…

    Grazie a Giovanni e all’autore
    Antonio Fiori

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  4. Due notizie:

    la poesia Kosmos, inclusa nella raccolta, ha avuto la menzione di merito per la poesia singola inedita al Premio Montano 2008

    Daniele Piccini ha presentato questo libro su Famiglia Cristiana del 13 luglio scorso.

    A.F.

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