Monologo sull’Ambiguo [scuola di poesia 3:4], di Massimo Sannelli

L’ambiguità c’è quando «due elementi contrari costanti […] si scontrano dentro un’opera» (*Tre riflessioni sul cinema*, 1974) e dentro una vita. Gli elementi «costanti» fanno in modo che l’ambiguità sia un fenomeno duraturo o permanente, «dentro un’opera» o dentro una vita: tutto l’insieme, e per tutto il tempo, ne è investito.

1. La tendenza stilistica di Pasolini è questa: sintassi e lessico comuni e comprensibili, significato allusivo e/o oscuro. Il chiasmo e l’ossimoro comportano «due elementi contrari costanti». Ed è ambiguo affidare a parole e sintassi comuni frasi intraducibili: «o esprimersi e morire o essere inespressi e immortali», «questa / tua vecchia abitudine al possesso è la tua morte», «il mondo non mi vuole più e non lo sa». La prima ambiguità è espressiva: dire tutto, ma trasfigurando e alludendo. Questo è il campo delle «evocazioni da stregone»: la poesia e il «cinema di poesia», dove i corvi parlano e i burattini vivono.

2. Non importa quanto Pasolini fosse solo *in realtà*: importa che in testi pubblici si volesse accreditare come l’uomo «solo al mondo» e senza «banda». L’*amore* è legato a pochissimi *nomi*: il focolare domestico (Graziella e Susanna), il compagno, finché lo è stato (Ninetto), e la grande amica imbarazzante (Callas), finché è stata nell’orbita di Pier Paolo. Il sesso – non amore – è altra cosa: goduto con «corpi senza anima» di cui la poesia (onnivora, ecc.) non registra i nomi. Dunque la seconda ambiguità è sociale: l’immagine mondana è diversa dall’immagine interiore. L’uomo che aveva amici compagni troupe famiglia *era* solo.

3. I testi sono sempre la pietra dello scandalo, in due sensi: nulla è più definitivo di ciò che è scritto e, *nello stesso tempo*, nulla è più manipolabile. E’ sempre meglio non ascoltare la potenza di una dichiarazione (da comunista, ma con un messaggio che piacerebbe a Pound e Mishima) come la *libertà di scegliere la propria morte*, in *Empirismo eretico*. Come dire: chi non sceglie (di morire e come morire) non è libero (nella vita). Ma tra gli altri questo aforisma pesa e forma uno scandalo. Chi osa *scegliere* di non essere per *essere*?

Nei testi di Pasolini sono riversate autentiche «profezie», con questo nome. E la stessa morte dell’autore ne è l’argomento preferito: questa morte sarà prematura, violenta, infamante, e legata alla propria pratica di santo e «pastor poeta» [colui che è *separato* dal mondo]. Chi *sceglie* la propria morte? La mia impressione è che rispondere «il suicida» sia banale. Forse non è tanto il suicida di per sé, quanto chi si impone ferite non necessarie, creando o forzando un contesto, scenico e verbale: esattamente come nella Body Art. Cioè nulla avviene senza un minimo di mediazione intellettuale, in un intellettuale. Questo significa ragionare, più o meno, così: io decido, io faccio, e io posso, perché «io so», e «so» perché sono un poeta. «So in quanto sono» e «so chi sono» sono le proposizioni che se ne possono ricavare come emblemi: tra le più pericolose, perché implicano la più offensiva, cioè «so chi NON sono». La mia decisione è conseguenza di un «io sono», non di un meccanismo sociale e/o ideologico.

Questa terza ambiguità non è definibile in una formula. Riguarda la necessità di compromettere la luce con il buio, l’uomo del 1975 con l’uomo arcaico e «mitico», la ragione con le ragioni del Testo (cosa, storia, fatto; un corpo e una persona).

4. La quarta ambiguità è ineffabile. Riguarda il sorriso (ironico, di affetto, di pietà, a seconda dei casi) che accompagna la solitudine e il vuoto di Pasolini. La disperazione estremizza gli stili e ride forte, più come Pulcinella («Napoli è l’ultima metropoli plebea»: *Lettere luterane: paragrafo primo*) che come Dioniso. L’allegria è costante, e contraria alla tragedia della carne, dello Stato, del popolo e della lingua. A Gennariello: «Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro» (*Lettere luterane: Siamo belli, dunque deturpiamoci*).

Questa è la rosa semplificata dell’ambiguità, a quattro petali: Lingua, Rapporti, Morte, Allegria. Parlare della commistione di radici pragmatiche (la politica violenta degli anni ’70, lo Stato deviato, ecc.) e di radici poetiche è troppo per la nostra intelligenza? Sì. Eppure è questa commistione è accaduta. E ragionarne ambiguamente (non con aut…aut ma con et…et) serve ad impedirci di non vedere la poesia di un poeta: ché, per un poeta, il verbo non è meno cosa delle altre cose. La parola di chi si dedica professionalmente alla parola è un FATTO.

Ma se il piano di un uomo pubblico è pubblico: a che cosa tende questo inabissamento, se *ha la complessità polisemica di una poesia e deve essere letto come una poesia?* Il sacrificio [*Uccellacci e uccellini*, *Medea*] è un fenomeno paragonabile alla morte di Pasolini? Sì e no. È certo che Pasolini deve aver mescolato un discorso antropologico [da pubblicare] al discorso del poeta [da pubblicare], e soprattutto del poeta al pubblico e del poeta agli altri poeti.

L’autodistruzione è un annuncio alla Tradizione e ai colleghi della parola-fatto. Da un lato, la lingua italiana nasce e muore nell’artificialità, prima curiale, poi cruscante e poi televisiva (normatività=dominio; docenza, vera o presunta=normatività). Dall’altro lato: il degrado sociale e politico della Nazione. I due pesi sono sufficienti perché il professionista della lingua nazionale debba uscire di scena: tramontando con ciò che tramonta, e mimando artisticamente e profeticamente il tramonto. In primo luogo, muore la lingua (che non è mai stata *parlata* da un popolo vivo di parlanti); poi muore lo Stato, e muore chi lavora pubblicamente con lo stesso italiano dello Stato, che è lingua di «menzogna» e «pura teratologia» (*Lettere luterane: Paragrafo quarto*). La conseguenza è chiara: nessun poeta italiano, dopo il 2 novembre 1975, ha goduto di una visibilità paragonabile a quella dell’Ambiguo.

Se sacrificio c’è (stato), siamo stati sacrificati anche noi, benché (e perché) continuiamo ad illuderci in una lingua marginale, parlata miseramente da voci misere, e destinata a chi scompare, non a chi appare; e ora il mito della diversità autodistruttiva non porta più da nessuna parte.

Non si può dire quale sarà il prossimo mito della parola. Intanto la «materiale diminuzione del futuro» (risvolto di *Trasumanar e organizzar*) è diventata un’urgenza dolorosa, che non si nota. Beato chi arriverà ad un futuro qualunque [parlo della lingua e dei suoi professionisti: e alla lingua e ai suoi professionisti]. Cambieranno gli equilibri tra CORPO e PAROLA (ma non in tutti i poeti, anzi in pochi): e la vita della seconda giustificherà e garantirà la vita del primo. Metto sotto il dominio dell’Ambiguità, da cui nasce, anche questa piccola profezia e il suo sorriso.

32 pensieri su “Monologo sull’Ambiguo [scuola di poesia 3:4], di Massimo Sannelli

  1. forse tutto si “riduce” ad una questione di corpi che vivono oggi, e domani vivranno? e quanta memoria si perderà? e se ci si stanca? e se la realtà fosse più più alta del previsto?

    dicevo: una come Emily D. in fondo sapeva che tutto si riduce a giochi di parole, che sono anche un Incantesimo (charme, carmen). uno come Leopardi chiude il curriculum dicendo che l’uomo non è niente non sa niente non ha niente da sperare.

    EPPURE chi arriva a pensare *così* scrive il *Tramonto della Luna* o *Nudo di madre* o certi poems di Emily – ALLORA qualcosa non quadra, e i risultati non sono proporzionali al credere o al non credere. è possibile che gli ATTI di parola siano ATTI veri (cfr. Fortini Florenskij De Angelis, scuola di poesia 2:10), anche *non sapendolo*. forse vi è un campo in cui fede e opere non sono contrapposte: a maggior ragione, *bisogna fare cose buone* –

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  2. massimo
    se i nostri istanti migliori durassero
    supererebbero il Cielo.
    pochi – rischiosamente – vi si provano
    perciò non vengono dati
    tranne che come stimolo
    in caso di disperazione
    o di stupore. sono una riserva
    questi momenti celestiali,
    una divina concessione
    che certa come viene
    si ritrae, lascia l’anima abbagliata
    nella sua vuota dimora
    io, sperando temevo
    sono audace dacchè non spero più
    dovunque sola
    sto salda come chiesa
    non mi nuocciono spetri
    non m’incanta il serpente
    depone la condanna
    colui che l’ha sofferta
    perchè
    ciò che temevo venne,
    ma meno spaventoso,
    perchè il lungo timore
    l’aveva quasi abbellito
    ci si abitua all’angoscia,
    alla disperazione
    peggio saper che viene
    che saperla presente
    chi indossa la sua pena
    il mattino che è nuova
    soffre di più che a portarla
    un’intera esistenza
    però
    stamane e anche nel meriggio
    era così vicina
    che quasi la toccavo
    stanotte giace
    di là da ogni vicinanza
    di là dagli alberi, dal campanile
    e di là da ogni -mia- nostra congettura
    ma
    il paradiso dipende da noi
    chiunque voglia
    vive nell’Eden, nonostante Adamo
    e la cacciata
    perchè
    il vuoto di lunghi anni di distanza
    può un attimo colmare,
    poichè l’assenza del mago non rompe
    l’Incatesimo.
    e di nuovo
    …ma dov’è il mio momento di broccato,
    la mia sorsata d’India?




    e poi
    nella cassetta d’ebano, passati molti anni,
    guardare reverenti;
    scostando quella vellutata polvere
    che le estati vi sparsero
    e reggere una lettera alla luce
    ormai ingiallita dal tempo
    compitare le sillabe sbiadite
    che come vino ci esaltarono!
    forse fra i suoi tesori ritrovare
    qualche sgualcito petalo d’un fiore,
    che una mattina lontana fu colto
    da un’intrepida mano, ora consumata
    una ciocca tagliata da una fronte
    che la nostra costanza ormai dimentica,
    e forse qualche ninnolo antiquato
    in una foggia che non usa più
    e poi riporre tutto, silenziosi,
    e andar pei fatti nostri
    come se quella cassettina d’ebano
    più non ci riguardasse.
    …ero una fanciulla che il bisogno di cibo stringeva come artiglio…
    un bacio
    la fu

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  3. Massimo, la poesia è un gioco feroce e ridicolo.

    Non intervengo mai nei tuoi post. Il più delle volte per pudore. PErò dopo aver letto l’articolo, non so perché, mi viene in mente la poesia di Baudelaire “L’amore e il cranio” (CXVII).

    La poesia è amore (donato/negato). Si ama con il cervello, con il sangue e la carne. Si fa poesia con il cervello, con il sangue e con la carne. L’amore sta sul cranio. L’amore (la poesia) vive sul piedistallo della morte e soffia bolle tonde che, alla fine, scoppiano e vomitano “un songe d’or”.

    “Car ce que ta bouche cruelle
    Eparpille en l’air
    Monstre assassin, c’est ma cervelle,
    Mon sang et ma chair”

    Credo che l’unica domanda da porsi sia:

    “Ce jeu féroce et ridicole,
    Quand doit-il finir ? ”

    f.s.

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  4. Definire la coppia di due elementi contrari costanti come ambigua appartiene al mondo profano, definire due elementi contrari
    i costanti esatti appartiene alla metafisica

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  5. ne so quanto gli altri – meno di tutti. la sorsata di India? c’ero – è giusto un anno, tollerabile perché l’India ha tolto il superfluo (*nessun* “informale freddo” mi riguardava, e così via).

    su liberinversi dicono a Petrelli: la tua poesia esoterica è accessibile a pochi specialisti, e dunque? ma il fatto non è questo: il problema è che anche una poesia essoterica su fiori e lune è letta da pochi – *comunque*. da pochi, come se fosse difficile e oscura. cioè: IL PROBLEMA E’ NEL MEZZO, NON NELLA SINTASSI.

    più questione di pietà che “questione della lingua” (orrore). se il tuo fratello è triste, col telefono in mano, in mezzo alla strada – fermalo. va bene, non è forte non è uomo non ha schiena – non è come te, che sei così forte. e va bene. ma al tuo fratello non importa nulla di essere forte – ha solo bisogno di tre parole.

    un giorno Marco Giovenale scrisse nel suo blog: “don’t look for me”. e io mi spaventai. ero puerile? ne scrissi, come *devo* scrivere su tutto – il poco che posso. tuo fratello grida “non cercarmi / non cercatemi”, tua sorella urla che è stanca – ecc. e tu che fai? e io che cosa ho fatto? ho segnalato ad altri i loro segnali. non è molto, ma poco.

    ci sono giorni – parola di Pietro Jahier – in cui la più piccola azione vale la migliore poesia. e ora – dove sono le mie “piccole cose”?

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  6. http://it.youtube.com/watch?v=soQI6ZqIvE0

    e poi, in voce (di poesia) (di musica) – Marlene Kuntz:

    Noi sereni e semplici o cupi ed acidi,
    noi puri e candidi o un po’ colpevoli
    per voglie che ardono:

    noi cerchiamo la bellezza ovunque.

    E noi compresi e amabili o offesi e succubi
    di demoni e lupi, noi forti ed abili
    o spenti all’angolo:

    Noi cerchiamo la bellezza ovunque.

    E passiamo spesso il tempo così,
    senza utilità (quella che piace a voi)
    senza utilità (perché non serve a noi)

    il problema è salvarsi “dallo sterminio d’oche” – dall’empietà.

    chi trova solenne il silenzio, ami il silenzio; chi trova solenne il metallo, ami il metallo – una sorte migliore non si trova: amare e non muoversi da ciò che si ama.

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  7. e ora – se rileggo il testo, che è già la riscrittura di un testo nel sito della cineteca di Bologna – vedo che devo riscriverlo. la voce cambia, di giorno in giorno. lo stile è più lento della voce. questo ritmo aspetta un’altra tensione. riscrivo 15 volte ogni pagina. è cosa umana – ma non è la cosa che voglio – lo stile si metterà al passo, con i piedi di cedro [galleggianti] che deve avere. así sea! [cercando la bellezza cercandola ovunque]

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  8. eccolo, riscritto come può essere, per ora:

    Monologo sull’ambiguo

    L’ambiguità c’è quando «due elementi contrari costanti […] si scontrano dentro un’opera» (*Tre riflessioni sul cinema*, 1974) e dentro una vita. Gli elementi «costanti» fanno in modo che l’ambiguità sia un fenomeno duraturo o permanente, «dentro un’opera» o dentro una vita: tutto l’insieme, e per tutto il tempo, ne è investito.

    1. La tendenza stilistica di Pasolini è questa: sintassi e lessico comuni e comprensibili, significato allusivo e/o oscuro. Il chiasmo e l’ossimoro comportano «due elementi contrari costanti». Ed è ambiguo affidare a parole e sintassi comuni frasi intraducibili: «o esprimersi e morire o essere inespressi e immortali», «questa / tua vecchia abitudine al possesso è la tua morte», «il mondo non mi vuole più e non lo sa». La prima ambiguità è espressiva: dire tutto, trasfigurando e alludendo, come nel Vangelo. Questo è il campo delle «evocazioni da stregone»: la poesia e il «cinema di poesia», dove i corvi parlano e i burattini vivono.

    2. Non importa quanto Pasolini fosse solo *in realtà*: importa che in testi pubblici si accreditasse come l’uomo «solo al mondo» e senza «banda». L’*amore* è legato a pochissimi *nomi*: il focolare domestico (Graziella e Susanna), il compagno, finché lo è stato (Ninetto), e la grande amica imbarazzante (Callas), finché è stata nell’orbita di Pier Paolo. Il sesso – non amore – è altra cosa: goduto con «corpi senza anima» di cui la poesia (onnivora, ecc.) non registra i nomi. Dunque la seconda ambiguità è sociale: l’immagine mondana è diversa dall’immagine interiore. L’uomo che aveva amici compagni troupe famiglia *era* solo.

    3. I testi sono sempre la pietra dello scandalo, in due sensi: nulla è più definitivo di ciò che è scritto e, *nello stesso tempo*, nulla è più manipolabile. E’ sempre meglio non ascoltare chi dice *libertà di scegliere la propria morte*, in *Empirismo eretico*. Come dire: chi non sceglie (di morire e come morire) non è libero (nella vita). Ma tra gli altri questo aforisma pesa e forma uno scandalo. Chi osa *scegliere* di non essere per *essere*? Mishima. Pasolini?
    Nei testi di Pasolini sono riversate autentiche «profezie», con questo nome. L’argomento preferito è la morte dell’autore – prematura, violenta, infamante, da «pastor poeta» *separato* dal mondo – e del mondo che si vede. Chi *sceglie* la propria morte? Chi si impone ferite non necessarie, creando o forzando un contesto, scenico e verbale: esattamente come nella Body Art. «So in quanto sono» e «so chi sono» sono le proposizioni che se ne possono ricavare come emblemi: tra le più pericolose, perché implicano la più offensiva, cioè «so chi NON sono». La mia decisione è conseguenza di un «io sono», non di un meccanismo sociale e/o ideologico. In un intellettuale, non c’è nulla di libero da una mediazione intellettuale. Questa è la terza ambiguità, che non sta in una formula breve: riguarda la necessità di compromettere la luce con il buio, l’uomo del 1975 con l’uomo arcaico e «mitico», la ragione con le ragioni del Testo (cosa, storia, fatto; un corpo e una persona).

    4. La quarta ambiguità è ineffabile. E’ il sorriso che accompagna la solitudine e il vuoto. La disperazione estremizza gli stili e ride forte, più come Pulcinella («Napoli è l’ultima metropoli plebea»: *Lettere luterane: paragrafo primo*) – cioè come Ninetto – che come Dioniso. L’allegria è costante, e contraria alla tragedia della carne, dello Stato, del popolo e della lingua. A Gennariello: «Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro» (*Lettere luterane: Siamo belli, dunque deturpiamoci*). «Stavo pazziando»: parole del Ciappelletto napoletano del Decameron, prima di crollare.

    ***

    Ecco la rosa semplificata dell’ambiguità, a quattro petali: Lingua, Rapporti, Morte, Allegria. Parlare della commistione di radici pragmatiche (la politica violenta degli anni ’70, lo Stato deviato, ecc.) e di radici poetiche è troppo per la nostra intelligenza? Sì. Eppure è questa commistione è accaduta. E ragionarne ambiguamente (non con aut…aut ma con et…et) serve ad impedirci di non vedere la poesia di un poeta: ché, per un poeta, il verbo non è meno cosa delle altre cose. La parola di chi si dedica professionalmente alla parola è un FATTO.
    A che cosa tende la discesa dell’Ambiguo, se *ha la complessità polisemica di una poesia e deve essere letta come una poesia?* Il sacrificio [*Uccellacci e uccellini*, *Medea*] è un fenomeno paragonabile alla morte di Pasolini? Sì e no. È certo che l’Ambiguo ha mescolato un discorso antropologico [da pubblicare] al discorso del poeta [da pubblicare].
    L’autodistruzione è un annuncio alla Tradizione e ai colleghi della parola-fatto. Da un lato, la lingua italiana nasce e muore nell’artificialità, prima curiale, poi cruscante e poi televisiva (normatività=dominio; docenza, vera o presunta=normatività). Dall’altro lato, c’è il degrado sociale e politico della Nazione. I due pesi sono sufficienti perché il professionista della lingua nazionale debba uscire di scena: tramontando con ciò che tramonta, e mimando artisticamente e profeticamente il tramonto. In primo luogo, muore la lingua (che non è mai stata *parlata* da un popolo vivo di parlanti); poi muore lo Stato, e muore chi lavora pubblicamente con lo stesso italiano dello Stato, che è lingua di «menzogna» e «pura teratologia» (*Lettere luterane: Paragrafo quarto*). La conseguenza è chiara: nessun poeta italiano, dopo il 2 novembre 1975, ha goduto di una visibilità paragonabile a quella dell’Ambiguo.
    Se sacrificio c’è (stato), siamo stati sacrificati anche noi, benché (e perché) continuiamo ad illuderci in una lingua marginale, parlata miseramente da voci misere, e destinata a chi scompare, non a chi appare; e ora il mito della diversità autodistruttiva non porta più da nessuna parte. Parole del Corvo, che morirà, davanti ai piccoli professionisti degli «spettacoli volanti», che continuano [a vivere], con Benvenuta in braccio: «E’ il crepuscolo, è il crepuscolo delle grandi speranze. E quei poveri imbroglioni sono i primi ad essere lasciati in ombra, magari in compagnia di Rossellini o di Brecht». Intanto la «materiale diminuzione del futuro» è diventata un’urgenza dolorosa, che non si nota molto. Beato chi arriverà ad un futuro qualunque [parlo della lingua e dei suoi professionisti: e alla lingua e ai suoi professionisti]. Cambieranno gli equilibri tra CORPO e PAROLA (ma non in tutti i poeti, anzi in pochi): e la vita della seconda giustificherà e garantirà la vita del primo. Metto sotto il dominio dell’Ambiguità, da cui nasce, anche questa piccola profezia e il suo sorriso.

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  9. questo periodo ha slanci felicissimi –

    nonostante tutto.

    grazie della perla – amo anche il remix del 2004 con i fiori che penetrano e vincono –

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  10. il carisma si sente e basta. e *si vede*: basta la vecchia foto in cui PPP e il giovane Veltroni sono vicini (nello spazio; ma i mondi sono diversi: “oh generazione sfortunata!”; “caro ragazzo, sì, certo, incontriamoci, però non aspettarti nulla da questo incontro”). il vecchio sembra giovane, il giovane sembra senza nervi; uno scatta, l’altro smorza. i corpi parlano sinceramente [anche i vestiti dei corpi]:

    quale carisma avevano i poeti del dopoD’Annunzio (Montale Sereni Luzi Fortini Caproni Quasimodo Bertolucci)? nessuno, tanto meno Montale (il più grande; e Cristina Campo scrive a Traverso: dopo i grandi libri Montale sembra un colonnello in pensione in una villa Coppedé; Busi lo chiama “pachiderma gelatinoso”). tanto meno Eliot, tanto meno Valéry.

    non erano carismatici, *ma scrissero testi carismatici*: tanto da essere la voce di un mondo. erano anche i campioni di una società mostruosamente elitaria (più di oggi; e anche oggi i laureati sono solo il 9% della popolazione italiana). poi vennero le stalle di Augia (ne parla Montale), la crisi del Corvo intellettuale (ne parla PPP), ecc.

    della questione della lingua si (s)parla qui sopra. sulla lingua copio un pensiero di Vittorio Lugli – non era un giovane, ma un vecchio del 1885; non era uno sperimentatore, ma un ex allievo di Pascoli. eppure il vecchio pascoliano lesse Michaux e lo riconobbe: “Michaux è un prosatore secco, lucido, settecentesco diremmo, che diviene poeta quando – per l’indignazione o la sofferenza – giunge al grido, si libera nell’invettiva, nel canto, con una prosodia sua propria” (*Bovary italiane ed altri saggi*, Sciascia 1959, p. 110).

    *con una prosodia sua propria*: il problema è qui: la lingua di ognuno, la sua distinguibilità anche come fenomeno ritmico. o questo o uno stile indistinto, cioè niente.

    e il carisma, forse presente o forse assente in Michaux, risorgeva nel suo modo personale. dunque passava la porta stretta della storia, a suon di mescalina e di figure e di eccellenza, ecc.

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  11. ciao massimo, leggo e rileggo e leggerò fino a impararlo a memoria – *bisogna fare cose buone*: grazie immane.
    r

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  12. ciao Re, ben trovata… le cose stesse lo chiedono. è necessario.

    ***

    e poi. in Allucinazione, Di Ruscio scrive che “la lingua italiana è troppo merdosa, si presta a tutte le menzogne” (p. 117). in Europa cavalca un toro nero, Porta scrive che dalla bocca dei potenti franano menzogne. quando i poeti usano le parole si citano a vicenda, da tempo a tempo.

    vi è una questione della lingua, urgente; e di carisma; e di corpi; e di azioni; e di visibilità dei corpi. meglio disgraziati che sfigati – lo dico male, con la debolezza che invade il corpo, di nuovo… (nulla dies sine linea) –

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  13. e poi:

    disperata vitalità.

    oppure: disperata vanità [vanità ha due sensi: vantarsi, accademicamente o in un Gotha, e diventare polvere; entrambi tendono a niente: variazioni su nulla].
    oppure: disperata – la donna, ancora; non in un mondo parallelo, ma qui, per eccesso di padri o di compagni.
    a questa donna io non potrò mai dire che *in un certo senso* la cultura è quasi vanità. dunque ci sono livelli di docenza, perché il mondo del felice non è il mondo dell’infelice. ma il problema è non disperare [in fondo, per tutti: non morire male]: questo significa provare una speranza, benché assurda, e salvarsi, benché non sappiamo che cosa sia la salvezza. la poesia non è la salvezza, ma è una porta utile [né troppo larga né troppo stretta]. il lavoro sulle forme può annullare l’uomo di prima. è quello che spero anche per me.
    e la parola tenta; oppure si gonfia; oppure si annulla; oppure esce e si mostra, e aiuta. qualunque sia l’esito, tutti gli uomini muoiono. ma Francis Bacon poteva dirsi ottimista, rispetto al Niente in cui credeva. era sincero, e i suoi frutti sono stati sempre buoni.
    oppure la parola non tenta mai. in questo caso, non esce né dalla bocca né dalle mani: l’esperimento non inizia, il vecchio rimane vecchio, la forma rimane virtuale, la vita muore e giace e basta.

    [dalla scuola di poesia – il libro]

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  14. Caro Massimo, che bello leggerti! Abbiamo discusso di questa ‘ambiguità’ proprio qualche giorno fa, partendo dall’interrogativo a una mia domanda, e ricordo che il tuo riferimento correva a piene mani a Pasolini. Leggere il tuo scritto, mi dà sicuramente nuove e ulteriori argomentazioni che mi sento di riconoscere in PPP e di condividere con il tuo pensiero.
    Resto in ascolto. In pausa di riflessione.
    Un caro abbraccio
    Mapi

    «libri scrit dos voltis, vivùt e rivivùt, cuàrp drenti un cuàrp» («libro scritto due volte, vissuto e rivissuto, corpo dentro un corpo»)
    PPP

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  15. grazie Mapi…a PPP ritorno sempre -perché è ancora il più vicino e il meno compreso.PPP è comprensibile con gli strumenti della filologia e del sacro,non dell’italianistica che taglia e cuce. sto cercando grazia, non pace, in tutte le cose – il paese innocente e le “poesie di santità” che PPP rivendica nella seconda versione del Dì de la me muars… sii felice!
    massimo

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  16. aggiunte [le mani che tremano,la mente che soffre per la “mancanza di grazia”, che urla di volta in volta “sei un prete!”, come se esserlo fosse una colpa, e”non sei un prete!”, come se non esserlo fosse una colpa].

    in Trasumanar e organizzar c’è la rinuncia esplicita allo stile, “naturalmente per ragioni pratiche”. in Uccellacci e uccellini il Corvo profetizza che i mangiatori del prof. in salsa piccante diventeranno “un po’” professori; e che i guitti degli “spettacoli volanti” svaniranno,poveretti,con il loro Rossellini e il loro Brecht – campioni della forma, in un tempo che non cercherà più forme.

    che un uomo possa saltare dai 200 km all’ora dell’alfa romeo gt 2000 ad un Sofocle letto in greco,senza vocabolario – è incredibile… di più: è magia.

    le profezie di Mesa sono tutte post eventum, come è inevitabile in un autore così rigorosamente laico. e Giuliano era come un fratello, e gli devo tanto – e ora NON POSSIAMO più capirci, sulle forme, sulla performance, sulla poesia, sul pubblico, su Pasolini, su nulla…

    dunque le profezie di Giuliano non sono *vere* profezie,perché sono perfettamente laiche e perfettamente umane. in PPP se ne trovano molte ed esplicite. e il suo chiamarsi, da solo, Pietro II, e alludere alla profezia di Malachia, il suo progettare e inabissarsi – il tempo è uno solo,per fare tutto – a noi tutto questo sfugge. perché è meno umano, meno borghese, e meno laico [non è minimamente laico].

    *bisognerebbe essere leggeri come anime, mozartiani e bachiani nello stesso istante, e chi può?* allora si capirebbe PPP, che faceva l’amore e piangeva, che rideva e moriva, che amava la mamma e le stava lontano, che adorava Isfahan e deve tornare a Roma. ecco l’Ambiguo. e, in me, l’impressione che tanto presente *non basti*, che manchi carità, e se c’è carità non c’è grazia, e se c’è un po’ di grazia non c’è talento, e se c’è talento non c’è amore – siamo meno ambigui,forse.anzi, per nulla. ma questo rimanere *su un solo livello* non porta bene.

    che cosa mi importa se PPP scrive in Poesia in forma di rosa “non credo al vostro Dio,io sono ateo”, se 5 anni dopo filma TEOREMA? le opere sono inquietanti, sono più grandi di qualsiasi dichiarazione…

    allora trovo grazia, sono stato a Napoli, ad Avellino, a Prata – ho trovato grazia. e di questo non solo io vivo, ma SI VIVE. grazie a Mapi, ad Antonietta, a Vincenzo…

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  17. Massimo, solo una precisazione: il titolo del post di Mesa qua sopra è una “mia” invenzione (le “lingue” sono quelle in cui il testo è stato tradotto). E, ad ogni modo, il “post-eventum”, a prescindere dalla dimensione in cui si iscrive, può anche essere inteso quale “terreno” nel/sul/dal quale emergono non solo coltivazioni di “forme”, comunemente intese, ma anche la *forma* dell’oltranza della parola rispetto a se stessa, al dire quale “dato-compiuto”. “Pro-fezia” anch’essa.

    Ciao, ti leggo sempre con grande attenzione e interesse. Ti abbraccio.

    fm

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  18. ciao Francesco…Giuliano è/era il fratello-mentore-maestro.anch’io, come direbbe Giulio Mozzi, sono stato “cooptato”, e fu Giuliano a farlo.ora Giuliano considererebbe “aberrante” -parola sua – parlare così in pubblico,anche del cuore e del cuore.

    ma il cuore parla, ugualmente. da un poeta fratello maestro ci si aspettano grandi grandissime cose,anche irrazionali: per esempio, che sia più di un poeta, che ogni suo atto sia supremo, che ogni suo gesto sia grazia.e Giuliano è un poeta ISPIRATO – parola di Marzio Pieri – , profondamente:cioè dominato da un logos che NON è Giuliano. dunque gli scritti di Giuliano non sono “di Giuliano”,ma I LORO SCRITTI.

    ho perso molta pace, perché ho chiesto ai poeti amici fratelli di essere santi, di essere eccellenti, di regalarmi i famosi “vetri che facciano sembrare bella la vita”. tutto urge. come dice Baudelaire alla Parigi-donna che adorava:mi hai dato il tuo fango e io,perfetto chimico, ne ho fatto oro.

    io ho chiesto il contrario: vi prego, ecco il mio fango e il cuore trasparente come vetro, datemi un appoggio. chiedevo ai poeti di essere “preti della poesia”. e psicologi. e maestri. e pieni-di-grazia. e sapienti. ed è proprio da artisti che ho sentito le parole più dure:”uomo di m.”, “traditore”, “neocretino”, “dannunziano”, “non farti più vedere”, ecc.

    quando ero giovanissimo, e malato [seriamente, e non solo io ero malato] – Amelia Rosselli era il quinto Vangelo,per me. e lo è rimasta. ecco, vorrei avere di nuovo quei vetri colorati, quel Vangelo.non parlo da critico,parlo da persona che HA BISOGNO.

    oggi i colpi colpiscono molto forte, in testa. parlo come posso e come viene. in un istante, in un istante solo…

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  19. “in un istante, in un istante solo…” molto spesso (basta solo avere occhi “capaci di sentire” e mani “capaci di parlare”) si aggruma e dimora, il tempo esatto di un pensiero, il senso della vita e della poesia.

    E in quanto a coloro che affondano nella “piaga” con lame forgiate nella palta di termini quali quelli che riporti al quarto capoverso, ebbene: che se ne perda pure finanche il ricordo: come di tutti coloro che dicono “non farti più vedere” a chi, magari, tendeva solo la mano.

    E forse, e anche senza forse, “non farsi più vedere”, da costoro, è già bene-dizione ammantata di grazia.

    fm

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  20. [invidio i tuoi figli, sempre – lo sai; invidio chi ha un *padre* carnale sulla terra]

    ti regalo questo, e a tutti. il poco che si può, da ascoltare con volume brillante, tra Carmelo e la festa dei sensi e i labirinti (amorosi) della Città Barbara:

    http://it.youtube.com/watch?v=SsDotkRqChQ

    *

    *a grazia – penso spesso a lei, non me ne viene molta pace* : è un verso colloquiale e teatrale di Luzi. contro la grazia lavora *un pensiero corvino*. oggi ha lavorato. nessuno sta bene, nessuno sta veramente bene, il poeta non giovane si siede al tavolino e dice al giovane “ti devo redarguire!” – cose così. chi ne soffre non è migliore di chi ha fatto soffrire. a sua volta, avrà fatto le sue, in nome di una buona microfisica del potere. il popolo futuro in cui confido NON ne terrà memoria, in ogni caso. per quanta memoria si perderà è la prosa a cui dato un nome. e contiene il nome di Warhol, amatissimo, e una raffica di ti amo ti amo ti amo che in fondo sono un mantra. eppure non ero una persona triste – a settecento km da qui, per esempio…

    http://fluxishare.blogspot.com/2008/08/massimo-sannelli-fotografia-di-maria.html

    [e la foto è un miracolo di Maria Pina, che ha visto per un’istante l’anima che si mostra e che si nega e ride e ride di aver riso e non sa se ha riso]

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  21. *un’istante* sta per UN ISTANTE – non ho pensato che l’istante fosse femmina, o forse sì… no, ho solo sbagliato. e anche *a grazia* è LA GRAZIA. copio e incollo questo. coraggio e luce, sempre –
    massimo

    ***

    la miseria è dei nervi, i nervi
    piangono e ridono, in altalena: Dio,
    piangono e ridono. Questo riguarda
    il tronco: siede e vola!, i piedi
    nell’aria e il chiaro
    in cui si scatta. «voglio»
    e «voglio» e «non posso, potrei», altri-
    menti; in un modo di freddo
    pronunciato; cioè

    gli zoccoli. – Ora non si risponde
    più: infine confusione e mancanza.

    *

    «come freccia mortale e piuma
    nera: rade la tempia» il guizzo:
    e la tempia prende? prende?
    il colpo prende.

    estremi appunti sono
    più lievi: l’infruttuoso
    alla terra e alla testa,
    in e sopra, il giorno
    tutto. L’apice finisce
    qui: voi soffrite poco,
    altri molto; l’anno
    duemilacinque sa,
    può, toglie, riprende.

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  22. la miseria è dei nervi, i nervi
    piangono e ridono, in altalena: Dio,
    piangono e ridono. Questo riguarda
    il tronco: siede e vola!, i piedi
    in aria e il chiaro,
    in cui si scatta. e «voglio»
    e «voglio», e «non posso, potrei», altri-
    menti; in un modo di freddo
    pronunciato; cioè

    gli zoccoli. – Ora non si risponde
    più: infine confusione e mancanza.

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  23. “Non sapeva che, sui terrazzi delle case, la pioggia forma dei laghi se le grondaie sono intasate, e avrebbe continuato a sentirsi al riparo, se all’improvviso non avesse scoperto nel muro una crepa.”

    G.Flaubert, Madame Bovary

    ***

    I
    silenzio nero reliquia di fetida radice
    ***
    II
    rosario mutilato il sogno della lince
    perla di sorte allunata– rara.
    ***
    III
    del subdolo coraggio persevero:
    l’annullamento della scena [bavero ristretto…]
    lo slancio verso il Padre minore
    l’assedio [rimedio da culla] del Tempo
    i secondi sfiniti finiti nel lustro di demone.

    http://it.youtube.com/watch?v=Mmp3MArMaw8

    –C’è una ragione se accade questo?–

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  24. di barbarie (dolce) in barbarie (assurda) – oggi a Genova si raccoglieranno firme *contro* la futura moschea. l’empietà, nel senso di mancanza di pietà – cavalcata anche dalla politica – continua, come Arimane.

    e poi: chi legge un libro non è virile. un post che crea ferite, in chi legge – perché porta per la vita un osso rotto: non era uomo.

    e poi: non tutto è reato, e per questo *non accade nulla*. alcune cose sono solo squallide, senza essere penali (il famosissimo personaggio televisivo che chiede e filma prestazioni – tutti lo sanno, ma non si dirà mai: perché non c’è colpa legale, non c’è reato, ma consenso). il mondo è pieno di occhi, dice Giuliano. ed è vero, e lo credo anch’io. ma è povero di bocche, e ancora più povero di parole. un mondo laico e a prova di Dio, dunque – ma se Dio interviene? e se Dio non fosse “sconfitto”, come lo vedeva Quinzio?

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  25. tre poesie di Simone Weil :

    GLI ASTRI

    Astri di fuoco che occupate i cieli
    lontani, muti astri, e freddi, che girate
    senza vedere, ci spogliate il cuore
    dal tempo vecchio: ci date al futuro
    senza che lo vogliamo. Un nostro pianto
    o grido è poca cosa. Se si deve,
    vi seguiremo, le braccia legate,
    gli occhi volti al vostro puro lampo,
    ma amaro. Noi tacciamo, e sul cammino
    si oscilla, ma di colpo la vostra gloria è in cuore.

    *

    LAMPO

    Il cielo puro imprima sulla faccia,
    il cielo dove nubi lunghe corrono,
    un vento con l’odore della gioia,
    e forte: e tutto nasca, senza sogno.
    Nasceranno per me le città umane
    che un soffio puro libera da brume;
    e i tetti; i passi; i gridi, e ogni lume
    e suono umano: ogni preda del tempo.
    Nasceranno i mari e la barca bilanciata;
    il colpo di remo e i fuochi di notte;
    i campi, e il mannello che si lancia;
    le sere e la sequenza delle stelle;

    la luce accesa e la genuflessione
    del corpo, e l’ombra, l’urto nelle viscere
    della miniera; mani che lavorano
    i metalli tranciati; il ferro morso
    in un grido di macchine.

    Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo.
    Ma il mondo crolla, coperto da fumi.
    Mi era nato il mondo in uno squarcio
    di cielo verde e chiaro, tra le nubi.

    *

    Frammento


    né verziere né fiore
    ci apparve. Era lo spazio
    enorme in cui la luce
    è, il vuoto è, e lo spazio
    presente in ogni spazio
    che riempie il cuore e lava
    gli occhi quasi ciechi.

    [trad. ‘di’ massimo – ma niente è ‘di’ massimo]

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  26. la scissione del guasto dipende unicamente dall’uomo. la mancanza di pietà ha un codice fiscale, la malattia e la debolezza, nome e cognome=un volto.

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  27. IL TEATRO DELLE PAROLE RITROVATE (attraversando le stanze dei baci-terminali)

    La coscienza, la coscienza
    ci rende tutti vili: tutti. Ecco
    come il colore della volontà
    si stempera e rovina contro il buio,
    e come può arenarsi un gesto audace,
    perdendo il primo nome, che fu “azione”.

    Shakespeare, Amleto (trad. di m. sannelli)

    Il mio corpo è inequivocabile. Ragioniamo.
    Se vuoi risolvere il mio enigma, e il tuo,
    ascolta le parole come un suono, o abitudine,
    alone di voci di quel mondo…dove nessuno parla.
    Le stesse voci che io dico, non sono che parte
    del mio sguardo, del mio corpo.
    Anche se il dolore e la vergogna
    ci hanno reso poco più esperti di noi
    e dell’atroce innaturalezza del mondo,
    siamo sempre ancora come tutti gli altri
    che usano queste parole come sonnambuli
    (o come larve uscite dalla tomba e appena stordite dal sole).
    La nostra carne è un enigma che come enigma si esprime.
    Ma le nostre parole, adesso, sono poveri suoni
    che non dicono niente se non che la vita RICOMINCIA.

    Pierpaolo Pasolini, Orgia

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  28. anche la presenza della pietà – quando c’è, c’è – anche quella ha un nome e una *data*. e anche l’assenza della pietà: “tu non sei mai nel petto come un sigillo, tu vuoi che io non viva” – da un’invocazione, REALE, a chi non c’è, non può esserci, non vuole esserci, non deve esserci. ma a chi c’è – oro e argento, alla “prima che incontri per strada”.

    ***

    tutto è divino e tutto sembra umano è un aforisma di un immenso dimenticatissimo Bousquet.

    intanto all’internet point le voci sono diverse. anche nella “contemporanea italiana letteratura” sono diverse, ma non danno lo stesso effetto di salute e di simpatia. ogni tanto Isabella Santacroce cita qualcuno che le augura la morte. io non ne dubito, perché Isabella è troppo grande per non suscitare quelle reazioni. mi chiedo se qualcuno se ne indigni o dispiaccia *veramente* – e oggi ho visto i raccoglitori di firme contro la moschea genovese. in nome della Tradizione, dicevano. ma chi di Tradizione ferisce, dalla stessa Tradizione può essere schiacciato. la Tradizione è troppo poco umana per essere un idolo da strada – ecc.

    ci si accontenta di Poco. in nome di un piccolo “io sono nato qui”, che ora è contraddetto da milioni di voci che dicono “io sono venuto a vivere qui”. c’è una parola anche su questo: “Il forestiero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui ch’è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso; poiché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto. Io sono l’Eterno, l’Iddio vostro” (Levitico, 19, 34).

    ***

    Al Dio celeste:
    stupisce il potere delle ombre, che si muovono. Ma a suo tempo: le ombre scompariranno. Riappare la protezione dell’inverno: «mi pare che l’inverno debba apportarmi una gran gioia» (dolce nella memoria, una fiaba di Capuana: la Fata Neve, il principe che ne parla).

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  29. sì, ricomincia – con la stessa grazia con cui nel Fiore delle mille e una notte (due ore di capolavoro, assoluto) si tocca un sesso. a Bombay o ad Ostia – vedi Poesia in forma di rosa – doveva ricominciare la vita – possibilmente davanti all’acqua.

    qui si parla e non si parla di PPP. come nella scuola di poesia si parla e non si parla di poesia. le questioni sono altre – non solo intime, ma anche politiche, per molti. e non solo politiche, ma anche – e sempre – come uscirne vivi, uscirne allegri.

    allegri come Zumurrud quando si toglie i paramenti da re, la barba finta d’oro, rimane nuda e magra come un ramo, BELLISSIMA – e ride ride ride ride ride.

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  30. in nome dell’ambiguità numero 4. con leggerezza [forte come la fedeltà – e per la sua “leggerezza”, protetta dalla “fedeltà” di Aziza, Aziz si salva] – pensando forse a Zumurrud, ancora [cioè al popolo futuro] –

    [da Jinny, monologo]

    ho guardato. ho osservato. ho scelto il giallo
    o il bianco, il lucido o l’opaco, l’abito
    largo o aderente che stavano meglio.
    e ho osservato…

    [pausa]

    volubile per gli uni; oppure rigida,
    fatta di angoli acuti come il ghiaccio;
    o voluttuosa – come il fuoco… o l’oro…

    [pausa]

    ora non sono grigia
    e non divento scarna.

    mi contemplo nel viso
    a mezzogiorno, con luce
    piena, allo specchio; e siedo.

    sono attenta a guardare
    il mio naso ed il mento,
    le labbra ancora aperte
    e troppo, che mi scoprono
    le gengive. Ma io –
    io non ho mai paura.

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