Poesie di Luciana MANCO


(S. Motonaga, Untitled, 1962)

Mezzogiorno.

Piccoli tunnel di culle di boccioli e latte di rugiada sono mare a destra,
in righe di quaderno.
La prima parola, tracciata nella terra.
Vieni mezzogiorno a schiacciare di luce le altezze.
A infrangere di miele i tetti.
Vieni ad affamare le corse dei sognatori.
A scongelare le briciole nei campi.
Di zucchero velato le ali della allodole.
In scie di piccoli cuori celesti.
Così ondeggi su di me,
ed io mi copro di ombra gli occhi.
Mentre tocchi i miei palmi di viole e vene verdi.
Sulla tua bocca gocciola dell’acacia il pianto.
Così parlavi dondolando i piedi fuori dal mondo.
Io di lato a prevedere le parole tra i denti.
Muovi gli occhi rapidi seguendo un treno che non passerà.
Ma lì ti porterò.
Quella fermata è in fondo alle mie dita.

 

Sono io.

Perdona il suono ferroso delle sette.
Soffia sul caffé per farlo durare.
Guarda il cielo vuoto nel mio seno.
Per te. Era tutto per te.
Le luci bianche nelle piume.
La bocca nuda sotto le premure.
Chinandomi.
Toccavo le tue tempie come toccare di Cristo il ventre.
Spingendo impalcature di specchi intorno agli occhi.
Sono io.
Nient’altro che niente, che altro.
Nient’altro che palmi stretti, che palmo su palmo.
Sei il santo che storpia la luna.
La prostituta che ingoia le stelle.
Il pianto che slaccia il vento.
L’amante di Giuda sul letto.

 

Il personaggio.

Hai accettato il mio ruolo.
Di abbagli sfatti e pettini è il mio risveglio.
Di colazione calda di seno.
Per sei giorni aspetto il non arrivo del settimo giorno.
Premi che avrò se saprò barare.
Ferma in congegni fermi.
Sotto il silenzio di una chiesa ferma.
Gettata contro il tempo.
Al contrario.
Scagliata contro Cristo.
Io non lo vedo.
Uomini di normale peso spengono il suono.
Spingono il suolo.
Cannibali di corpi da amare in un quarto d’ora.
Ed emigrare ai margini di un letto grande quanto un’isola.
Timori in retromarcia, dietro la curva.
Ed io qui cosa ci faccio?
Se non ho tempo per fermare il tempo, qual è il mio ruolo?
Se le mie mani toccano soldi, con cosa toccherò il mio cibo?
Maledetto è il mondo dei passi in ferrovie di obblighi.
Maledetto è il vuoto accanto al viso degli amanti.
Per pesanti distrazioni ho intrappolato per sempre il sonno.
Non si può ignorare la logica di un vetro di respiro.
L’espiazione è il senso del peccato.
L’immortalità è nel guanto dell’assassino.
L’invincibile rete di metallo.
E’ musica bianca di martello.
Illusioni verdi di ruggito in prato inglese.
La leggerezza è sabbia di dolore.
Correndo intorno al niente posizionando mondi.

 

La mia.

Colpi muti di silenzio nero sulla schiena.
Coperte calde di caldo artificiale.
Abbracciami nel buio di questa stessa sera di tredici anni fa.
Ero senza gola.
Rantolavano i sogni mordendosi le labbra.
In ginocchio come zingari bambini.
Ladri e scalzi, strappati e nudi.
Di quell’amore che non potrò provare io voglio amare.
Mi dicevo tra le ginocchia e il seno.
E piangevo lacrime di lame.
Tremavano le falci,
nell’urlo delle ventiquattro spighe del giorno.
Tu eri già lì.
Aspettavi il fantasma di tuo padre.
Gli alieni occhi di un pianeta di pescatori.
Mordevi le nocche rotte di parole e porte chiuse.
Mi aspettavi.
Mi hai disegnato un abito di carta rossa di caramella.
L’ho fatto scivolare fino ai piedi,
fino a Venere e i suoi mari,
e ti ho amato
una lunghissima notte di mille anni fa
fra mille altre notti la mia.

 

Sì.

Genitori pallidi di arte inespressa in espressioni folli.
Sferro pugni al buio che mi risponde in sbadigli.
Due passi indietro ed uno di lato e sono punto a capo.
Nel mio angolo di luce di fiammifero.
Di soffio assassino.
Di mani barriera che bruciano.
Che amano.
Sai che nei tuoi piedi c’è la rincorsa e il salto a vuoto.
C’è uno sparo a salve.
Sai che ho decimato i miei sì e ne ho lasciato uno piccolo e senza accento.
Sai che ho urlato così forte, un giorno, da rendermi visibile alle stelle e al loro ritorno.
Sai che non hai mai saputo niente.
E che cadono petali di nulla tra le pietre lisce.
E che esserti lontano è tuffarsi a capofitto in un incendio per salvare un sogno.
E che l’autunno promette oro ma seppellisce i mari.
E che ingoio a vuoto quando perdo gli spazi tra le Parole.
Ascolto il disagio della rondine e del gabbiano.
Per avere ali ad uncino che strappano cieli.
Che appigliano nuvole e restituiscono neve ad agosto.
Cinque sensi. E cinque direzioni.
Per disegnare frecce e scordare i bersagli.
Per programmare traiettorie ed inventare tattiche e non azioni.
Perché tu sai.
Sì, tu lo sai, che mi si rompono le ginocchia sotto i tuoi sguardi.
Che cado e bramo, e lecco resti.
Che imploro e impreco.
Che scalcio e incasso.
Che la cometa muove la coda.
Come una lucertola.
Senza poesia.

***

Oltre l’analogia. La poesia di Luciana Manco
(Nota critica di Francesco Accattoli)

     I Surrealisti amavano citare, come fonte della loro ispirazione, il poeta francese Lautréamont, quel “bello come l’incontro fortuito, su di un tavolo anatomico, di una macchina da cucire e di un ombrello” stabiliva l’irrinunciabilità del ricorso ad operazioni di giustapposizione libera di immagini e concetti.
     In poesia, la pratica della scrittura automatica ha purtroppo corso il rischio di essere considerata, il più delle volte, come il frutto di un’adolescenziale acerbità, ancor più nei riguardi di giovani scrittori. Eppure, così come la metodica surrealista insegnava, il lavoro di composizione, senza i freni della razionalità, permette di consegnare al pubblico risultati che vanno oltre la mediocre rappresentazione del diagramma esistenziale dell’artista, giungendo nel territorio più impervio, quello dell’analogia.
     In questo senso Luciana Manco, giovane poetessa salentina (già presente in varie antologie, come ad esempio “Radiografie”, Lupo Editore, 2008, e nel volume del premio “Giuseppe Longhi 2008”), non deve cadere vittima di quel pregiudizio secondo cui la scrittura automatica è sinonimo di inettitudine, e questo in ragione della potenza delle sue immagini e delle scelte lessicali, mediante le quali tesse relazioni che oltrepassano il mero gioco del racconto esistenziale per approdare ad una più cangiante ricerca del dialogo con il lettore. L’analogia è fortissima in Luciana Manco, così come tutto ciò che appartiene alle figure di significato. Le parole, in un vortice di accostamenti, determinano il ritmo interiore della lettura, la profondità della comunicazione, che arriva sino ai recessi del pensiero, della psiche e del sacro. Luciana Manco predilige una narrazione paratattica, dove il verso è mondo compiuto – e non finito – e dove la punteggiatura, per scelta ben ponderata, s’affida quasi esclusivamente alla pausa fortissima, il punto. Segno di una paratia certa, di una sponda sicura, lontano dalla vertigine dell’enjambement. Eppure, tra un capoverso ed il successivo punto, la poetessa salentina stupisce, ammalia, affascina, abbacina il lettore, lo costringe a continui sforzi di ricomposizione semantica, lo conduce verso sentieri disorientanti. Il mondo c’è, la realtà esiste, riconoscibile seppure nella sua trasfigurazione: “piccoli tunnel di culle di boccioli e latte di rugiada sono mare a destra, in righe di quaderno. La prima parola, tracciata nella terra. Vieni mezzogiorno a schiacciare di luce le altezze” (Mezzogiorno), ed ancora “tremavano le falci, nell’urlo delle ventiquattro spighe del giorno” (La mia).
     Si avverte l’eco dei versi di Emily Dickinson, la stessa struggente ricerca del dialogo con il fuori, con ciò che vive e si muove. Anche in Luciana Manco esiste un tu di riferimento. Difficile stabilirne la natura, se di amante o di alter ego, comunque presenza stabile, incarnata: “mentre tocchi i miei palmi di viole e vene verdi. Sulla tua bocca gocciola dell’acacia il pianto. Così parlavi dondolando i piedi fuori dal mondo.” (Mezzogiorno), e poi “Mordevi le nocche rotte di parole e porte chiuse. Mi aspettavi. Mi hai disegnato un abito di carta rossa di caramella.” (La mia), ed ancora “Sai che nei tuoi piedi c’è la rincorsa e il salto a vuoto.” (Sì).
     Il gioco delle relazioni continua costante, la poesia di Luciana Manco non si autocelebra né si raggomitola su se stessa, è sfida al mondo sentito ingrato. Si domanda la poetessa “Se le mie mani toccano soldi, con cosa toccherò il mio cibo?” (Il personaggio), la risposta non tarda ad arrivare: “Maledetto è il mondo dei passi in ferrovie di obblighi. Maledetto è il vuoto accanto al viso degli amanti.”. L’illusione fa parte della natura dell’uomo, così come il paradosso (“L’immortalità è nel guanto dell’assassino.”), crudamente rivelato perché non possano sorgere comodi alibi. Non c’è indulgenza verso la leggerezza, che è “sabbia di dolore” e si nutre di apparenze, di giri a vuoto (“correndo intorno al niente posizionando mondi”), e di inutili approdi: “Ascolto il disagio della rondine e del gabbiano. Per avere ali ad uncino che strappano cieli. Che appigliano nuvole e restituiscono neve ad agosto. Cinque sensi. E cinque direzioni. Per disegnare frecce e scordare bersagli.” (Sì).
     Sebbene Luciana Manco sveli il suo percorso mediante l’azzardo dell’analogia, l’oggetto della sua narrazione è estremamente materico, non c’è spazio per voli fantasiosi, per l’ingenuità recitata secondo un copione. Ed anche cioè che attiene al sacro subisce questo processo di concretizzazione, Cristo è figura reale di confronto: “Toccavo le tue tempie come toccare di Cristo il ventre.” ed ancora “Sei il santo che storpia la luna. La prostituta che ingoia le stelle. Il pianto che slaccia il vento. L’amante di Giuda sul letto.“ (Sono io). Non si tratta di una blasfemia sensazionalistica che sfrutta le suggestioni dell’antinomia tra sacro e profano, la tensione spirituale della poetessa salentina è vera, si fa palese ed accetta la sua condizione “Sotto il silenzio di un chiesa ferma. Gettata contro il tempo. Al contrario. Scagliata contro Cristo. Io non lo vedo.” (Il personaggio). Ciò non significa la negazione del divino – qui rappresentato mediante l’iconografia della cultura cristiana – semmai la presa di coscienza di un rapporto, per il momento, non conciliabile.
     Ma Luciana Manco sa essere anche estremamente tenera, lirica per così dire, accettando nei suoi componimenti la presenza dell’amore, che non sosta mai mieloso nei versi, ma è sincero e tenace sino all’inverosimile, “di quell’amore che non potrò provare io voglio amare”, scrive in “La mia”, e la chiusura del componimento non lascia scampo all’emozione: “e ti ho amato una lunghissima notte di mille anni fa fra mille altre notti la mia.

***

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