Il giorno del Giudizio

Forse sei già morto. Forse no. In fondo, si muore solo per scelta. Ma non stare a far domande: non servirebbero a niente. Piuttosto, non c’è qualcosa che dovresti aspettarti, se fossi morto? Non dovrebbe succedere qualcosa come il Giudizio Universale? Sai, il Giudizio si fa alla fine dei secoli. Ma ogni volta che un essere vivente esce dalla canna dell’imbuto, quella è la fine dei secoli, e non solo per lui ma per tutti. Dall’altra parte dell’imbuto il tempo non esiste. L’eternità è sempre lì.
Per quanto strano possa sembrare, il Giudizio è una faccenda priva di complicazioni. La Valle di Giosafat è un canyon come tanti altri, sassoso e sabbioso. Secondo un rabbi vissuto a Bisanzio nel V secolo, nel mondo antipode la valle di Giosafat si chiama Uadi el Boèb. Il rabbi la descrive come un imbuto ed è probabile che si tratti di una specie di anfiteatro naturale, un po’ come la valle di Häuser. Dice il rabbi che laggiù fa un caldo micidiale e gli scorpioni sono costretti a nascondersi sotto i sassi.
Per chi ci arriva dalla fine del tempo le moltitudini appaiono lì tutto a un tratto, ma in realtà non si sono mai mosse. Il tempo è sempre in moto, come la Revolution; mentre l’eternità è immobile, come l’Alchemie. Le moltitudini sono lì nella valle da sempre. Miliardi e miliardi di individui. Tutti quelli che furono e che saranno. Perché non ci sono soltanto gli homo sapiens di ogni epoca, ma anche i neanderthal, gli australopitechi e l’intera catena evolutiva, compresi i cosiddetti anelli mancanti, compresi i rami laterali ormai scomparsi. E ci sono anche i gorilla, gli scimpanzé, i babbuini, i macachi, le bertucce; ci sono lemuri, bradipi, licaoni, gatti e pantegane; ci sono i falchi, naturalmente, e le cicogne, i condor, i pipistrelli e i pettirossi; e lucertole, iguana, varani, caimani, ornitorinchi e salamandre, ma anche gnu, lama, yak, canguri e armadilli. E come potrebbero mancare le locuste, le cicale e le formiche, le mantidi religiose, le piattole e i pidocchi, e tutti i batteri che abbiano mai infestato la terra? E non è chiaro come facciano a star lì, visto che manca l’acqua, ma ci sono anche balene e sgombri, triglie, storioni, siluri e scardole, e poi calamari, arselle, oloturie, celenterati e protozoi. E non è finita qui, perché ci sono anche le specie estinte: i dodo, le pantere dai denti a sciabola, gli pterodattili, i mammuth, i brontosauri, i tyrannosaurus rex, e i leoni europei che sbranarono i soldati di Serse al loro passaggio per la Macedonia. E perché non dovrebbero esserci anche il mostro di Loch Ness e lo yeti, le arpie, l’idra, la sfinge, l’ippogrifo e i centauri? Fra quei sassi e in quelle sabbie c’è ogni singolo individuo apparso nel tempo e nello spazio. Nella valle di Giosafat c’è l’intera vita del cosmo nei secoli dei secoli. Ci sono Adolf Hitler e Teresa di Calcutta, c’è ogni gallo che abbia cantato e ogni uomo che abbia mentito, c’è ogni soffio di vita che sia sorto e che sorgerà negli ultimi e nei prossimi cinquecentocinquantacinque pentilioni di anni; e non un campione di ogni specie, come nell’arca di Noè, ma proprio tutti, tutti. Nella Valle del Giudizio si raccoglie ogni singolo alito di vita dell’universo. È l’adunata, il censimento della biodiversità.
Come ci stanno, in così poco spazio? Nessuno sa spiegarlo. Ma, come dice Luciana, dove non esiste il tempo anche lo spazio è una cosa relativa. Ognuno è lì, consapevole di essere individuo in una moltitudine, fra infinite moltitudini. Ognuno contempla l’umanità, la vita, l’universo, e non ha rimpianti: che senso avrebbero, a questo punto? Il leone non pensa a divorare l’agnello, la vittima non reclama vendetta. Tutti sono lì per essere giudicati e tremano perché credono di conoscere già il verdetto. Aspettano soltanto l’esecuzione.
E va bene, si dicono, siamo condannati. Cosa ci aspettavamo, un’amnistia? Ci siamo ribellati a quelle che ci sembravano ingiustizie e ne abbiamo costruite altre. Forse avremmo potuto far meglio, forse no. Non lo sappiamo neanche adesso. L’unica cosa certa è che è andata com’è andata, e non possiamo farci più niente.
Ognuno pensa alla pena da scontare, trema perché non riesce a immaginarla, e ha paura che comunque se la figuri sarà sempre peggio. Tutti sono disperati, ma sanno che, seppure a costo della dannazione eterna, l’angoscia di questo lunghissimo rotolare in un imbuto si scioglierà in una catastrofe definitiva. L’orrore diventerà reale e non sarà più una minaccia. Precipiteranno così in fondo da essere sicuri di non poter andare a star peggio. Ecco: tutta la vita dell’universo rabbrividisce davanti all’ignoto, eppure sente la necessità di un rendiconto. Ha vissuto per apprendere, e lo sa, ma non ha appreso abbastanza per rispondere alla domanda: “Perché ti senti in colpa? Perché provi rimorso?”
Nessuno parla. Il cosmo resta muto. La sua smisurata diversità non serve a niente. Eppure basterebbe ricordare che quando si entra nel tempo e si diventa individui, i cancelli dell’Eden si chiudono alle nostre spalle. Da quel distacco nasce il senso di colpa. Per guarirne non c’è che uscire dal tempo, smettere di essere individui. E forse questo cosmo al quale cerchiamo di imporre un senso non è che un gioco dell’oca, un percorso obbligato che, attraverso milioni di combinazioni, deve necessariamente condurre a Uadi el Boèb.

7 pensieri su “Il giorno del Giudizio

  1. E’ una visione molto ebraica, farisaica, incollare l’uomo al senso di colpa togliendogli ogni speranza di misericordia, non stupisce che sia la visione di un rabbino.
    Conosco persone che sperano nel nulla, dopo la morte, che con la scomparsa del corpo scompaia tutto, ogni atomo di coscienza.
    Vederla così significa accecare l’antico testamento e schiacciare ogni essere vivente sull’inevitabilità di un castigo eterno, non accettare il nuovo testamento, soprattutto nella sua concretezza, che già qui ed ora, nel tempo e nello spazio ha spalancato le porte dell’Eden e scardinato i cancelli dell’ade.
    Si potrebbe quasi dire che il senso di colpa è una scelta per l’uomo che non segue Dio neppure nelle leggi naturali, che pure sono evidenti a tutti, in particolare con la falsa concezione del peccato originale come atto sessuale dei progenitori, trasmesso, come la sifilide, per via sessuale, si crea la convinzione che per il solo fatto di essere stato messo al mondo in conseguenza di una scopata ci si debba sentire in colpa, fino a connotare l’eccitazione dei sensi con il senso di peccato.
    L’hanno studiata proprio bene, una sorta di virus della speranza, che la corrode con il procedere della vita e che nel migliore dei casi si risolve nel nulla, in una bolla di sapone che scoppia e semplicemente cessa di esistere, e se le cose si mettono proprio male in un deserto ad aspettare sotto il sole il verdetto che renderà schifosa e dolorosa l’eternità.

    Ora io non sono nessuno per contestare che il giudizio ci sarà e riguarderà ognuno di noi, ma mi chiedo come si possa accettare l’idea di giudizio finale, quindi l’idea del rigore dell’ira divina senza prendere insieme ad essa anche la controparte di misericordia e di amore che Dio stesso ha dimostrato morendo per la salvezza dell’uomo.
    C’è un aneddoto islamico sul giudizio; un tale muore e arriva alle porte del cielo, l’angelo preposto esamina il libro dei peccati e delle buone azioni e gli dice: ti manca una buona azione per entrare in paradiso, vai un po’ a chiedere agli altri che aspettano se possono cedertene una delle loro.
    E facile capire quanti ne trova disposti ad aiutarlo – io non so se ce la faccio, magari te ne do una ed è quella che mi frega, eccetera.
    Quando è ormai disperato e sta rassegnandosi al fuoco eterno maledicendosi per tutte le volte che in vita sua ha fatto o non ha fatto questo e quello trova uno che gli fa: Io ne ho una sola, non basterà comunque a salvarmi dal fuoco, prenditela pure.
    L’angelo disse- entrate nella luce, tutti e due.

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  2. Caro Mario (Toporififi), non ho niente da obiettare a quanto dici salvo il fatto che il brano che ho postato va in tutt’altra direzione. Può darsi che certe spiegazioni mi siano rimaste nella penna (in narrativa è meglio lasciare al lettore il piacere di “chiudere il cerchio”), ma se rileggo vedo che il castigo è tutto nella mente degli individui e nasce dal senso di colpa. In questo brano non si dice quali sarebbero le colpe, non c’è inferno e paradiso, non compare neanche il Giudice. Gli individui non sono convocati nella valle di Giosafat per rispondere dei loro peccati, quali che siano, ma per capire come mai provano un senso di colpa. E la risposta, che è contenuta nelle ultime sei righe, non contiene premi o castighi: è soltanto una risposta, una spiegazione (questa sì). Il senso di colpa è ineliminabile. È insito nella natura umana. Anche se, per assurdo, uno riuscisse a non commettere mai niente di male sarebbe comunque assillato dal senso di colpa.
    C’è un solo modo per sfuggire al senso di colpa: perdere l’individualità, essere riassorbiti nell’unità. (Hai detto niente!).
    Detto questo, cercherò di riflettere su come mai tu abbia letto il brano in un modo completamente diverso. Non c’è niente di più ridicolo di un (preteso) scrittore che strilla: “Non sono stato capito!”. Evidentemente, se tu non hai capito è perché io non mi sono spiegato: deve esserci qualcosa nel testo che ti ha fuorviato. Ti chiedo scusa.

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  3. No, no Riccardo, niente scuse, ho capito, non mi era sfuggito il senso, solo che l’ho ricondotto al suo ovile, o a quello che io penso sia il suo ovile, cioè quella sulfurea mistura di cervice adamantina ebraica e della debauche dell’occidente cristiano o di una buona parte di esso, mistura che ha prodotto Freud e il senso di colpa senza colpa.
    Non sono entrato, (a ragione del tema che mi premeva più di altre cose), nella qualità del racconto che è sempre viva e accesa di pensiero, quindi non ho usato termini di giudizio ne di apprezzamento che invece uso ora, è sempre interessante e forte la tua scrittura.
    Quello che intendevo è che in pratica un pensiero teologico o metafisico, io credo che si formi sempre a partire da qualcosa, da una prassi consolidata più che da teorie elaborate, quindi vedo in questo senso di colpa coatto una distorsione del normale rapporto tra l’uomo e Dio.
    Naturalmente prendi il secondo termine nel senso che credi più autentico, trattandosi di una realtà interiore (fino a quando sarà manifesto davanti a tutti e allora sapremo di cosa si tratta esattamente) può anche essere fatta rientrare in categorie della mante umana, ma questo non cambia le cose.
    é il tipo di rapporto che determina tante cose, se è principalmente punitivo del corpo e del sesso, si creerà un senso di colpa perenne, se è improntato su un dialogo e un’educazione propedeutica sarà più sereno e la speranza non ne verrà recisa.
    Spero di essere stato chiaro io stavolta, in soldoni direi che, reale o immaginario, il rapporto con Dio finisce sempre per determinare lo stato della nostra coscienza.

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  4. Sì, Mario, adesso credo di aver capito. Però, qualunque sia la sua origine, “il senso di colpa senza colpa” è una realtà. (E ha anche qualche merito: Kafka, per esempio). Si può dire che è una fantasia, una bubbola, una patologia, ma c’è e bisogna farci i conti.
    Personalmente, poi, non sono tanto sicuro che il senso di colpa derivi solo da una influenza culturale. Da cosa deriverebbe l’uso di fare sacrifici (anche umani) nelle popolazioni primitive?

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  5. Io credo che l’uso di fare sacrifici umani dipenda da una degenerazione religiosa, quando un popolo perde di vista l’essenza della propria tradizione religiosa la sua élite si risolve ad atti che ne estremizzano gli aspetti espiatori e punitivi fino alla mostruosità, pensare alle popolazioni primitive come realtà omogenee nel tempo è ingenuo, ogni civiltà conosce un’epoca di equilibrio, di apice e di decadenza, e quest’ultima è quella che coincide di solito con le invasioni dall’esterno, è quindi anche la conoscenza che altri popoli ne hanno.
    E’ noto che ciò che trovarono i conquistadores in america era la piena decadenza di una civiltà e però cio che videro divenne l’immagine di tutta quella civiltà.
    Ma non c’è bisogno di andare lontano, nel tempo e ancor meno nello spazio per rendersi conto che l’abbandono dell’essenza e del senso originale porta a sacrifici umani, roghi o lapidazioni che siano.
    Kafka poi ci riporta inevitabilmente a quel mix di mortificazione e espiazione di cui si è perso il significato oltre che la misura.
    Sono d’accordo con te, qualunque cosa sia questo senso di colpa senza colpa, bisogna farci i conti, ma come? eliminando il concetto di colpa? puoi eliminare un senso naturale della coscienza, la consapevolezza dell’errore? come ci si può correggere allora, anche solo banalmente imparando a giocare a tennis.

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  6. Non sarei così sicuro che l’uso dei sacrifici nasca nelle civiltà in declino. Credo che il senso di colpa nasca piuttosto dall’impotenza di fronte al male. Resto del parere che il senso di colpa non finirà finché l’individualità resta separata dal Tutto.

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