MATTEO AVEVA UN GALLO, di Nadia Agustoni

Un libro che parla delle morti sul lavoro ci costringe a parlare a nostra volta. A volte il silenzio fa male perché nasconde qualcosa. Un paese non può fingere che 1300 morti all’anno non abbiano alcun significato, ma quel significato continua a sfuggirci. L’ho capito leggendo Lavorare uccide di Marco Rovelli. La frammentazione del mondo del lavoro e la complessità del reale in questo inizio millennio cospirano per renderci assenti. E’ su quest’assenza che si rafforzano gli abusi. Su quest’assenza c’è chi specula e il denaro è sempre di più vita rubata alla vita o morti bianche. Perché non sappiamo definire queste morti in un altro modo? Prima ancora delle “morti bianche” non ci sono forse, come ci ricorda Marco Rovelli, “vite bianche”? E una vita bianca com’è?
Molti non vogliono vedere o ascoltare e forse in parte è sempre stato così, ma allora perché parlare di lavoro? Eppure tutto intorno a noi è lavoro. Il lavoro è l’attività umana che abbiamo più vicino. Quando siamo a pranzo fuori o quando prendiamo un autobus, lo possiamo fare usufruendo del lavoro altrui. Che dire allora? Siamo ciechi?
Una delle cose che sa chiunque lavori in una fabbrica o in un’impresa di qualunque tipo è che la solidarietà operaia non esiste quasi più. Il quasi delimita e lascia aperto uno spiraglio, ma mette a nudo la realtà attuale del mondo del lavoro. La coscienza di classe, quel senso di appartenenza, sono scomparsi. Sepolti da concertazione, precarietà, contratti capestro e l’inferno quotidiano dell’essere lasciati soli di fronte a una struttura aziendale compatta. Non è nemmeno individualismo questo pensare solo a sé, è quasi sempre paura. L’inferno ha molti gironi e tutti temono di finire in quello più basso. Marco Rovelli lo rileva in molte delle storie che ha raccolto. E’ il dato che fa più male. Quell’estraneità all’altro/a a cui fa seguito l’estraneità del mondo operaio rispetto al sociale. La fotografia del rogo di Torino, di cui si parla due volte nel libro, è emblematica. Un operaio abbraccia il compagno vicino e con un braccio allontana il fotografo. Lo stare dentro una realtà sconfitta e lo stare fuori.

“Matteo aveva un gallo”, (1) lo aveva comperato perché lo svegliasse. Matteo era un ragazzo orgoglioso di poter lavorare. Avere un lavoro è motivo di orgoglio, non più per il senso di appartenere a un mondo, ma perché è un privilegio di pochi. Matteo Valenti è morto bruciato. E’ morto come i sette di Torino e come la quindicenne Giovanna Curcio. A Viareggio come a Montesano sulla Marcellana. E come a Campello sul Clitunno e in altri luoghi dai nomi a volte conosciuti a volte no. Da Campello sul Clitunno sono passata molte volte. Non sapevo dell’incidente costato la vita a quattro operai, ma in Umbria ho visto una di queste fabbriche di olii e quei grandi silos che si stagliano contro il paesaggio come qualcosa al grado zero dell’esistenza.
Lavorare uccide è come un libro dei nomi. Un libro che dovrebbero leggere nelle scuole, con i nomi qualunque di chi non c’è più. Le storie raccolte e supportate dai dati statistici sono un’immagine del paese più viva di tutto quello che i media ci trasmettono. Si potrebbe parlare con i ragazzi delle scuole dell’innocenza. Si dovrebbe farlo con le parole che aprono la storia di Graziella e di Andrea, suo figlio, morto in fabbrica per 900 euro al mese: “La sofferenza umana è uno scandalo. Uno scandalo insensato. Non c’è alcuna nobiltà in questa insensatezza. Non c’è, mai, alcun dolore colpevole. Il dolore è sempre innocente”. (2)

Macchine che tradiscono, macchine cui si fa mancare la manutenzione, impianti mal funzionanti, sistemi di sicurezza inesistenti o peggio manomessi per evitare un calo produttivo. Il tempo è denaro. Il tempo si taglia anche così. Pensare, che una volta, nei posti di lavoro si temevano i cronometristi. Obsoleti anche loro ormai. Ci sono metodi più efficaci per innalzare la produzione e forse, come traspare in Lavorare uccide, meno costosi. Quante poche persone abbiano pagato per le vite umane mancate è inutile raccontarlo. E ci sono vite che soffriranno per sempre di amputazioni o di malattie professionali, senza che un vero aiuto venga dato.
La solitudine è nelle omissioni e nell’assenza. La solitudine è nella freddezza del dopo: il proprio dolore da custodire e null’altro. Al nord, per giustificare questa freddezza, si usano certe espressioni e al centro e al sud altre, ma l’Italia in tutto questo è un paese unito. E si muore ovunque.

“A fine 2006 la polizia polacca fece circolare un appello: più di cento polacchi erano scomparsi dopo essere partiti per la raccolta dei pomodori. E, nello stesso periodo, la polizia italiana apriva un’indagine su una ventina di polacchi morti bruciati, affogati, strangolati, investiti nella zona del Tavoliere.” (3)
Un “lapsus” , la morte bianca è nelle parole di Marco Rovelli quel lapsus che permette di non farsi la domanda con cui, scrivendo queste storie di lavoro e di incidenti, ci interroga: “una morte bianca sarà forse radicata in una vita bianca?”
Sembrerebbe di sì.

Note:
1) Marco Rovelli, Lavorare uccide, pag. 115, Rizzoli Bur, 2008
2) Ibidem, pag. 17
3) Ibidem, pag. 12

9 pensieri su “MATTEO AVEVA UN GALLO, di Nadia Agustoni

  1. Testo da pubblicare subito in tutti i giornali e magari tutti i giorni.Perchè le giornate bianche sono anche quelle di chi” se ne frega” , va viene, fa il bagno,va al mare, scopa e “se ne frega” di chi in fabbrica muore ‘mala’ morte ogni secondo, ogni minuto, ogni ora, ogni giorno nelle disperata ricerca di quel pane che non fu mai moltiplicato, mai regalato,mai distribuito. Nadia, sei brava e generosa.

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  2. Le morti bianche scompaiono di solito dalle pagine dei giornali quasi subito. Recensire un libro che parla di queste morti è un atto dovuto. Nessuna generosità, solo una certa attenzione a un mondo che ci riguarda.

    Ringrazio Lpels, Anna e le intervenute.

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  3. Nel 1994 lavoravo in fabbrica. Ero addetto alla lucidatura di lastre in marmo. Ricordo bene tutte le chiacchiere che anche in quel tempo imperavano sull’argomento. Mentre i sindacati plaudevano alla legge 626, che intendeva regolamentare la sicurezza sui luoghi di lavoro, il mio “capo” ghignava. Finora, diceva, dovevo preoccuparmi di dove mettevate le mani e di tutti i casini che potevate procurarmi con l’Inail in caso di infortuni, adesso ho qui pronto un documento che vi mette al corrente di tutti i rischi che correte, che dovete firmare e con cui vi assumete le responsabilità del caso. Aveva ragione. Da allora i morti in fabbrica non sono diminuiti, in compenso i datori di lavoro possono chiedere risarcimenti milionari ai parenti delle vittime per inadempienze dei loro cari sulle norme di sicurezza. E intanto si continua a parlare. E si muore. E alleluja.

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  4. @Marco

    Grazie di quanto scrivi, lavoro anche io in fabbrica so quanto ogni giorno sia sempre più difficile.

    Un saluto

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  5. ops… per stanchezza (rientro or ora ) ho sbagliato a scrivere il nome mettendo quello di Rovelli.

    Mi scuso con Carlo Cannella.

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