Riflessione su NOI E LORO di Franco Buffoni

Un sasso di titolo che leggendo si trasforma in macigno e sotto il titolo tre segni, e sopra il titolo il nome ed il cognome dell’autore. È questa la geografia di copertina dell’ultimo libro di Franco Buffoni. Noi e loro edito da Donzelli. L’ho letto di mattina questo libro per puro caso eppure il caso conta, tant’è che subito ho intuito non si trattava di un libro notturno, c’era troppa luce, c’è un viaggio, un cumulo di storie luccicanti.
Ai lati del percorso umano c’è la poesia che diventa affresco di luce, di quella luce forte comunemente legata alla geografia di quell’Italia dove Italia è già ma non vuol nemmeno essere. Non ci sono divisioni in Noi e loro, ci sono ponti e dai satelliti alti e lontani la lente si restringe dal luogo agli uomini, non è che cambia lo stile o la prospettiva, cambiano soltanto le lenti, pian piano Buffoni utilizza una lente più potente cercando in questo modo di raccontare ma anche di comprendere l’intimità dell’essere umano e dell’essere umani.
E poi ancora uno scatto a celebrare i riti della vita, primo tra tanti, quello della seduzione, l’assedio, anche delle parole si fa sempre più vitale, sempre più colorato, sempre, sempre più cercatore ed esploratore di continenti e il continente più luminoso e conturbante appare quello della nazione araba perché questo luogo fisico, profumato di fisicità è un continente, cioè un contenitore dei sensi, cioè la sintesi dell’uomo stesso.
Si sentono i profumi, si vedono i colori, si odono i suoni si tastano gli oggetti e i corpi come se lettore e autore fossero un tutt’uno curioso e incandescente, capaci di lanciarsi dall’alto senza per forza farsi male, ma anzi pieni di curiosità e colmi di stupore, entrambi arrivano per terra e con mani e piedi si prodigano in una ricerca di diffusa sensualità, come a voler dire e spiegarsi anche, che il corpo è fonte di calore quanto il sole, e come il sole è al centro della nostra di idea di cielo; il corpo allora è al centro della poesia, il corpo soggetto eppure oggetto primo, il corpo da difendere e venerare, vene, venere, vener(e)are.
Una devozione che sfocia nei contrasti al punto che il prisma dei colori si fa da parte per generare un duopolio cromatico di base, il bianco e il nero, la luce e le tenebre, ripeto, la sintesi del bene e e del male da mettere umanamente insieme, da non averne paura del contrasto. In fondo lo cerchiamo tutti questo dualismo continuo del vivere e non vivere, anche nel quotidiano ce lo ritroviamo tutto spalmato nelle ore che trascorriamo nel pieno del fare e nella più estatica pigrizia.
Così è la Storia, quella con la maiuscola, che ci sorpassa in fondo, l’altra, la nostra quella con la minuscola la sorpassiamo noi, ne siamo fondamento; Ibrahim è l’inizio di una civiltà, una metafora, così come metafora di fine e di resurrezione è il nome e il titolo di quella città capitolo chiamata Cartagine. Così nel migliore dei modi si dipana tutto questo libro, come se la macchina del tempo fosse capace di trasformare il tempo e le distanze e dal primo seme della storia si arriva a conclusione in una casbah moderna di democrazia, dentisti e ristoranti dove prepararsi al salto del ritorno a casa o al presente, confondendo ancora Noi e loro.
E ci si vorrebbe risvegliare in un mondo più gentile portando con se i ricordi di un passato/viaggio come antidoto al male quotidiano; eppure non sembra non esserci “speranza” anche quando sappiamo che forse è l’unica parola insieme a “diritti” che ci consente di fare qualche passo avanti qualche pensiero in più. E’la speranza che ci restituisce i colori e tutti gli umani hanno il diritto di essere colorati come vogliono. Di viaggiare attraverso i mari nostri e persino, con la poesia, attraverso i tempi, anche i più anziani.
Perché Noi e loro non è soltanto un libro, volente o nolente, diventa anche manifesto di cultura, tenerezza e gloria per un tempo che ne concede poca ai buoni di spirito e che confonde deficienti da spiritosi. Le frontiere aperte di un continente vecchio e rassegnato solo per quelli che ci servono per tutti gli altri ci sono le porte chiuse, le sanatorie, c’è il mare, spesso il fondo del mare, a volte, raramente, il ritorno. È una migrazione paragonabile a quella degli italiani verso le americhe perché al tempo loro eravamo noi, come spesso mi capita di dire loro era mio nonno e pure mio padre; basta cambiare prospettiva o spiaggia o geografia: Noi e loro si deve usare come una clessidra, si può rovesciare, si deve comprendere e capire che noi e loro (la frase non il libro) è un paradosso estetico e funzionale per la letteratura, per qualche retroguardia. Col tempo sarà possibile vedere quanti di noi saranno loro e quanto di noi rimarrà in loro, nei nostri figli.

3 pensieri su “Riflessione su NOI E LORO di Franco Buffoni

  1. Grazie, Alessandro: uno dei libri più belli (e più importanti) di uno dei pochi grandi poeti italiani di oggi.

    fm

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  2. Grazie ad entrambi (Sparz e Francesco). Il libro è molto più bello della recensione, almeno secondo me; e Buffoni dimostra di essere, insieme a pochi altri, un punto di riferimento concreto per la poesia italiana. Un abbraccio
    Alessandro

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