Estate di lettere – Tahar Lamri

Tahar Lamri, Schio (VI), Fabbrica Alta. Azioni Inclementi – IX edizione Festival “Da lontano. La scrittura e il dispatrio” – Domenica 27 Luglio 2008

Prima che Dio creasse Adamo
Si dice che abbia creato tutte le anime della sua discendenza.
E si dice che Dio abbia fatto girare queste anime intorno al suo trono per trecentosessantamila anni.
Si dice che all’inizio ciascuna anima girava da sola cantando le lodi del Creatore.
Si dice poi che, vuoi per il tipo di canto, vuoi per gli sguardi scambiati, le anime cominciarono ad aggregarsi.
E poi, si dice che quando Dio le buttò nel libro dei singoli destini per farli nascere fratelli, padri e figli, conoscenti e amici, si dice che ciascuna anima di quelle che si erano aggregate girando intorno al Trono debba incontrarsi con le altre, almeno una volta nella vita, anche se abitassero emisferi opposti del cosmo.
Si dice che la simpatia non è altro che il ricordo di quell’incontro intorno al Trono.
Si dice che l’antipatia deriva dal non incontro degli sguardi nel pellegrinaggio delle anime intorno al Trono.

Ho la ferma impressione che la letteratura dell’immigrazione in Italia o i Migrant Workers, come si chiamano da un po’ di tempo a questa parte, non parla d’altro che dell’eloquente silenzio di chi appartiene a più mondi.

C’è in questo silenzio la gravità senza ostentazione, un fascino sovrano, una grazia raffinata: un modo discreto di parlare delle cose della vita, dell’amore, del “saudade”, di “ghurba”, della femminilità e dell’infanzia, della morte, della difficoltà e della gioia, e soprattutto del potere di utilizzare le parole – italiane – per esprimere tutto questo con una sorta di indulgenza che fa sì che ci sorprendiamo ad amare tutto, ci cogliamo a perdonare tutto allorché, noi stessi, viviamo situazioni contingenti, malferme, in equilibrio ora su un piede ora sull’altro, mai su entrambi, in perenne stato di sospensione.
Un silenzio privo di polemica, che mai rivendica la lotta fine a se stessa, espresso in modo del tutto personale, in una lingua spesso sussurrata, mai gridata. L’animo umano è il protagonista assoluto: registra le scosse inflitte all’individuo, ed è attraverso l’animo umano che vengono analizzate le sfortune, a volte, ma raramente, anche le fortune, del popolo immigrato, spesso abbandonato a se stesso.
A tastoni, i narratori cercano un senso ormai celato, ossessionati dall’idea di andare a vedere sotto la pelle, ciò che ben dissimulano le differenze del colore. I sogni che popolano i racconti, e che tormentano gli autori, sono quelli di una forma di riconciliazione, appartenente ad uno stato primordiale.

Non si può spiegare altrimenti la scelta della lingua italiana per raccontare con la voce piana della confidenza, ciò che si scrive di solito a se stessi, ciò che si confida ad un caro diario, poiché scrivendo, ad esempio, in francese, lingua di un’ex potenza coloniale, significa essere letti da molte persone in Francia e fuori dalla Francia, forse suscitare dibattiti o essere contestati e condannati dai propri connazionali, mentre scrivere in italiano significa, per chi scrive, anche se ciò non corrisponde al vero, scrivere a se stessi, cioè in primo luogo ad una cerchia di amici o addirittura per attirare l’attenzione della persona amata, magari italiana.

Attraverso la lingua italiana, nella quale si coltiva l’illusione, a torto o a ragione, che in essa convivano l’Europa della ragione e il mediterraneo della passione e del cuore passa l’idea che la scrittura potrà forse un giorno, malgrado tutto, riunire ciò che la storia ha separato. (Ma si sa, ogni progetto letterario in un lingua neutra è sempre e prima di tutto un progetto emotivo)

Convinto quindi di non essere letto, o letto comunque da pochi, lo scrittore immigrato s’ingegna a far passare le parole in modo clandestino, ed è questo, forse, il vero progetto. Il risultato, naturalmente, supera ogni aspettativa e ci porta in contrade che la lingua italiana non ha mai visitato prima, in atmosfere quasi rarefatte, dove lo scrittore, fosse solo per un racconto, ci mostra la sua relazione piacevolmente paradossale con il mondo.

(da “I sessanta nomi dell’amore”, Fara Editore, 2006; Traccediverse, 2007).

Tahar Lamri nasce Algeri nel 1958. Arriva in Italia nel 1986. Vive e lavora a Ravenna.

3 pensieri su “Estate di lettere – Tahar Lamri

  1. Estimado Señor Plevano, ha publicado dos textos muy hermosos. Bienvenidos a esta casa donde reine la poesía, el espíritu y, sobre todo, armonía. Debo confesar que cuando él escribió de Tom Waits, me sentía un sentimiento muy cercano al amor. Usted sabe, soy así, yo commuovo fácilmente.

    Buena estancia aquí, por lo tanto, en nombre de todos los lectores invisibles y silenciosas en la Selva Lacandona.

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  2. Pregiatissimo,
    
non io ho pubblicato. Io ho solo segnalato cose che mi sono venute incontro.

    Señor Lamri in persona ha espresso stima e amicizia por esto Web site la poesía y el espíritu.


    Tom Waits… è Tom Waits. Io ci ho aggiunto (immodestamente) una piccola fantasia di scritture.

    Beh, è estate, lo ammetto e confiteor, ho confuso la poesia e lo spirito con “la poesia e LO SPIRITO”, così che il verso ” why don’t you have another swig” (prima dell’incidente) ci stava bene nei materiali de “la poesía y el alcohol”.

    
Così, proviamo a divertirci. Los lectores invisibles y silenciosas faranno sempre, col leggere, col divertirsi, un gesto di resistenza.

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  3. Estimado Señor Plevano, por favor, créanme: mi felicitación a sus dos puestos son sinceros, no es para nada una broma de verano.

    Y esto se aplica por igual a todos los lectores que viven en los territorios que van desde Macondo hasta la Selva Lacandona.

    Por el contrario: me gustaría, a la mayor brevedad posible, pubblicase algún texto del Señor Lamri, yo estaría muy feliz de leerlo.

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