LE MIE OLIMPIADI 1 – pre(i)storia

di Alessandro Seri

Mancano pochi giorni, davvero pochi, all’inizio della ventiseiesima olimpiade dell’era moderna e in questi giorni preolimpici sento parlare tanto di censura, di smog, di doping, di diritti umani, di internet, di presenze alla cerimonia di apertura, ma non sento dir nulla di sport. Allora è nata subito una prima riflessione: le olimpiadi sono il più importante evento sportivo planetario ma proprio per questo si lasciano, durante il prima e durante il dopo, condizionare e sovrastare da discussioni e fatti che con lo sport hanno poco a che fare. A volte l’olimpiade è servita da cassa di risonanza per grandi gesti che hanno segnato positivamente la storia mondiale, più spesso è stata utilizzata come mera propaganda nazionalista o anche tragicamente sfruttata per atti terroristici. Praticamente l’esatto contrario dell’idea ellenistica di olimpiade, ripresa e sognata (ma anche filtrata) millenni dopo da Pierre Fredi de Coubertin.

Oggi l’olimpiade è una giostra miliardaria (in euro) farcita di diritti televisivi, show pirotecnici, buonismo di facciata, taaaanta censura e una non più velata pubblicità di prodotti e abbigliamenti sportivi. Insomma un grandissimo affare per multinazionali di qualsiasi tipo e per lo stato ospitante. Per la Cina Popolare l’olimpiade sarà, è a tutti gli effetti, l’ingresso in società, nella società dell’opulenza, del profitto, del mercato globale che in fondo se ne infischia dei diritti umani, delle repressioni in Tibet, dei disastri ambientali, di centinaia di milioni di persone fatte lavorare sottocosto, spesso ai limiti della schiavitù.

Tutto questo è l’olimpiade finché non si inizia a fare sport. La prima olimpiade che ricordo è quella di Mosca del 1980, avevo nove anni e ciò significa che fino a quell’età non guardavo la tv o la guardavo con parsimonia dedicandomi ai cartoni animati. Però l’Olimpiade di Mosca sì me la ricordo, o meglio non ricordo nulla della cerimonia di apertura e nulla di quella di chiusura, del fatto che non ci fossero gli americani o altri paesi non me ne fregava niente. Mi ricordo però alcuni eventi sportivi comunque legati ad atleti italiani. Certo quella fu l’edizione del boicottaggio e per i colori italiani fu l’anno di Sara Simeoni e Pietro Mennea. Però io mi ricordo un napoletano, uno scugnizzo, un guappo, che sul ring saltella come un matto a braccia alzate dopo aver superato ai punti un qualche puglie cubano. Mi ricordo brandelli di un intervista del pomeriggio durante la quale capivo pochissimo perché mi sembrava che il pugile intervistato parlasse in un’altra lingua, era il napoletano stretto di Patrizio Oliva.

Quattro anni più tardi a fare il dispettuccio atomico del boicottaggio furono quelli del patto di Varsavia e così a parte la Romania nessuna nazione del cosiddetto blocco comunista partecipò alle prime olimpiadi dell’era tecnologica, talmente tecnologica che durante la cerimonia di apertura un pover’uomo vestito di bianco si fece trasportare nell’aere da due razzetti per percorrere da una parte all’altra il glorioso Los Angeles Coliseum. Nel 1984 il sottoscritto aveva tredici anni e qualche cosa (poche) in più le capiva rispetto a quattro anni prima, così mi appassionai ad una rimonta atletica di tale Gabriella Dorio, biondina riccioluta che nell’ultimo giro dei 1500 superò di slancio due rumene e vince a braccia alzate una medaglia d’oro che nessuno pensava. Un’altra emozione italiana però arrivò da un ometto romagnolo soprannominato pollicino, che in una disciplina dal nome sconosciuto fino a quel momento ma praticata spessissimo dal sottoscritto con i miei compagni di scuola durante le ricreazioni, la lotta greco romana, vinse un altro oro; l’atleta si chiamava Vincenzo Maenza. Però l’evento indelebile nella memoria fu l’arrivo della maratona femminile, quando entrò nello stadio per l’ultimo giro di pista la trentanovenne svizzera Gabriela Andersen Scheiss, completamente disidratata, barcollando per un giro di pista che durò cinque minuti, non facendosi aiutare per non essere squalificata, dimostrò a tutto il mondo che l’importante è arrivare, non importa la posizione in classifica, non importano le medaglie, il nome di Carl Lewis lo conoscete tutti ma i suoi cento metri di quella olimpiade non li ricordate, mentre le immagini del trentasettesimo posto di Gabriela Andersen le avete stampate tutti nella memoria e anche se non ricordavate il nome, il simbolo di quella olimpiade è e resterà per sempre lei.

Ancora quattro anni e poi Seul 1988, a diciassette anni a fine estate si ha poco interesse per le gare, si fanno altre corse e così della cerimonia d’apertura mi ricordo soltanto grandi ventagli di carta e barchette che solcavano un fiume all’esterno dello stadio, mi ricordo anche che fu l’edizione con più paesi partecipanti fino a quel momento, ma mancava sempre qualcuno e siccome i coreani del nord erano invidiosi di non poter fare metà olimpiade da loro si impuntarono e non andarono e con loro, senza capire bene perché anche altri paesi come Cuba (Fidel ma te la potevi risparmià sta stronzata), Albania e Nicaragua (il cosiddetto comunismo duro e puro). Quella fu l’olimpiade di un canadese nero, massiccio, potentissimo, più basso di Carl Lewis, apparentemente più forte poi quando Ben Johnson sparò le sue cartucce nella finale dei cento tutti rimanemmo a bocca aperta, giusto il tempo di scoprire che era dopato, ma dopato tanto. E così scoprimmo finalmente cos’era il doping. Purtroppo lo scoprì anni dopo anche la bellissima Florence Griffith Joyner dalle unghie laccate e lunghissime che a Seul vinse tre medaglie d’oro e una d’argento ma che morì per una crisi epilettica dieci anni dopo a trentotto anni, anch’essa con forti sospetti di doping. Per gli italiani, quel piccoletto di quattro anni prima, Pollicino Maenza, che nel frattempo mi era capitato di conoscere durante una sua comparsata nelle mia scuola un anno prima, vinse di nuovo la medaglia d’oro nella lotta greco romana; due fratelloni napoletani, Carmine e Giuseppe Abbagnale vogavano come mai nessuno prima cadenzati dal mitico Peppiniello Di Capua mentre Galeazzi si sfiatava dietro la loro scia d’acqua. Quell’anno però c’era pure un tipo, un americano dalla storia strepitosa (in America però accadono le storie strepitose), un certo Greg Luoganis, figlio di due adolescenti: padre samoano e madre svedese (sempre più leggendario) adottato a 9 mesi da una famiglia di origine greca, da bambino faceva danza classica e ginnastica poi iniziò a praticare i tuffi e prima di Seul aveva già vinto tanto (in carriera ha vinto quattro ori olimpici). Però quell’anno durante un tuffo di qualificazione sbatte la testa sul trampolino e rischiò di rimanerci secco ma si destò, si qualificò comunque per la finale e andò a vincere l’oro. Sei anni dopo rivelò al mondo di essere gay e l’anno successivo ancora di essere affetto dall’HIV. Greg Louganis è considerato tutt’oggi il più grande tuffatore di sempre e vive a Malibù scrivendo libri sui cani.

5 pensieri su “LE MIE OLIMPIADI 1 – pre(i)storia

  1. Alessà m’hai commosso!

    Io la prima Olimpiade che ricordo è quella dell’84 a Los Angeles, avevo 7 anni, e se non era per mio fratello, di 4 anni più grande, non mi sarebbe nemmeno balzata in testa l’idea di seguirla alla tele.
    Poi tutte le altre che hai citato te, ma sempre con un poco di distacco, essendo io un essere pallonaro e calciofilo.
    Però Galeazzi che si spompa a furia di urlare il nome degli Abbagnale me lo ricordo bene!
    Ad una Olimpiade mi sono commosso davvero, quella in Australia, quando Cathy Freeman (cognome quanto mai azzeccato) ha prima acceso il braciere olimpico e poi stravinto nei 200 m con una tuta avveneristica ed un orgoglio tutto aborigeno. In genere le Olimpiadi mi fanno questo effetto: pochi giorni fa, il noto e strardinario programma di rai3 “Sfide” ha riproposto i momenti più salienti – sia a livello di cronaca che di sport – delle ultime olimpiadi, così quando ho visto Jessy Owen stringere la mano ad Hitler (stamane nella Gazzetta dello Sport in un intervista ad un vecchio atleta italiano che conobbe Owen viene rivelato che Hitler apostrofò il nero atleta americano con il simpatico appellativo di “porco”), quando ho visto i 2 atleti neri con il pugno guantato alto nel cielo, quando ho visto la Simeoni saltare più in alto per la gioia del successo che in tutte le gare che ha fatto messe insieme (!!!), quando ho visto Youri Chechi fare quello che ha fatto e restare immobile messo per orizzontale tutto quel tempo, beh, a me sono salite le lacrime agli occhi, un groppo in gola, un omaggio a campioni straordinari, io che l’altletica l’ho praticata con passione e buoni risultati a scuola.
    Oggi Filippo Magnini, Re Magno, ha ribadito che ha vinto sempre senza doping, anche contro gente che forse lo era. Gli credo, è bello pensarlo così, puro e allenato, come vorremmo che fossero tutti gli atleti di questo mondo.

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  2. Caro Fabrizio, il tuo è un bell’articolo. Il mio è semplicemente un raccontino delle mie emozioni e dei miei ricordi olimpici, senza pretese. Ti ringrazio delle belle parole.

    Alessandro

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