Francia o Spagna…


(Goffredo Fofi – La cultura uccisa dagli assessori alla Cultura )

Ci si comporta come se nulla fosse cambiato, in giro per l’Italia, e in particolare in giro per l’ostinatissima Italia dei festival, delle vacanze, del tempo libero dalla fatica del pensiero. Non è che nel resto del tempo si pensi molto, si dirà, ma ci sono momenti in cui questo è più evidente e pesa di più. E quest’estate è uno di quei momenti.
Perché? Perché, nel mondo, le inquietudini crescono e le crisi avanzano – e se le principali sono energetiche e finanziarie, non sono da trascurare quelle politiche e, spesso, per diretta conseguenza, militari. Ma sono cose note, a cui si è fatto il callo da tempo, e che appaiono sempre lontane quando le nostre “possibilità d’acquisto” non vengono toccate. Ma, per quanto anestetizzati dal consumo e dalla manipolazione del consenso, cioè dalla “pubblicità”; per quanto sfiduciati dal fallimento dei movimenti e dalla morte delle utopie (da decenni): non sarebbe ora di cambiar disco?), per quanto storditi – la botta finale! – dal suicidio della sinistra, di tutta la sinistra ma prima di tutto tutta quella che si è voluta “di governo e di opposizione”; per quanto abituati alla “normale” corruzione di tutto e di tutti e quindi anche alla nostra, che ci appare ormai così normale che nessuno ne parla mai e la prende mai nella debita considerazione; per quanto isolati nelle nostre sofferenze e insofferenze prive di degni obiettivi collettivi – tuttavia qualche cosa di nuovo è pur successo, che dovrebbe farci riflettere e che dovrebbe preoccuparci non solo come individui e come “famiglie” e clan e corporazioni, anche come collettività.
E’ successo che la lunga storia della miseria politica della sinistra ha prodotto quel che doveva produrre, e che da brave cassandre abbiamo, in pochissimi, da tempo previsto e denunciato. È successo che la destra – e che destra! – è andata al potere maggioritariamente e massicciamente e fa i suoi sporchi giochi senza che, si direbbe, al paese anestetizzato interessi poi molto: “Francia o Spagna purché se magna”, si diceva nel lontano (lontano?) Seicento, anche se sono in pochi ad avere il coraggio di gridarlo spavaldamente.
La destra è al lavoro e ce ne farà vedere ancora tante e tantissime – in quel chiaro sistema di potere che consiste nell’alleare i privilegiati “storici” e gli arricchiti, dovunque essi siano insediati, nell’alleare i “poteri forti” più o meno occulti (per sintetizzare, nell’ordine: le banche, le mafie, le leghe – in un sistema economico che è da tempo, e mondialmente, più criminale che legale) e nell’occupare il disprezzato Centro, lo Stato, Roma, le istituzioni, piegando tutto ai propri privati e magari “federali” interessi.
La sinistra, quel che ne resta e se è possibile chiamarla così tanto appare dimentica dei suoi caratteri costitutivi, annaspa appresso alla destra, e si direbbe che l’unica preoccupazione di suoi vari funzionari sia quella di conservare i privilegi acquisiti, e null’altro, non una parola di autocritica è venuta dagli artefici del disastro – e che in altri tempi e luoghi si sarebbero sentiti moralmente costretti a fare harakiri. Non una parola di revisione, di analisi, di progetto: una perdita di identità secca e assoluta e, come regalo residuale, una piccola scomposta canea di scomposti barzellettari ed ex carabinieri, che pretendono di essere migliori della destra e osano farle la morale.
In tutto questo – ci avviciniamo alla nostra questione – sarebbe difficile pretendere qualche resipiscenza non dettata dall’opportunismo da parte dei funzionari dei festival che da decenni riempiono l’estate (ma anche ogni altra stagione e ogni piazza, teatro, arena, campo sportivo di ogni città e ogni paese) e che hanno seguito la linea del veltronismo, il cui trionfo sembrava eterno, del divertimento a oltranza, la linea che sembrava loro modernamente anzi eternamente vincente della cultura-spettacolo o dello spettacolo fatto passare per cultura, del “due al costo di uno” (arte più piadina), dell’accontentamento dei più e dei meno con fumanti e gorgoglianti minestroni indistinti, di “tutto fuorché pensare”, considerando il pensiero come il peccato più abominevole, della dittatura degli assessori alla cultura (in tantissimi casi i nemici principali di ogni cultura) in nome del consenso certificato come d.o.c. dai giornalisti (chiamarli critici è da tempo un’assoluta menzogna, e i critici lo sanno meglio di tutti) di “la Repubblica” e del “Corriere” (ma non più di quel “manifesto” che ha potuto tranquillamente unificare e far suoi per lunghi decenni i precetti di Zdanov e di Disney).
Ma, in tutto questo, gli artisti? Possibile che rinuncino così facilmente alla loro sacra funzione, che dovrebbe essere insita nel loro dna ed essere la loro prima vocazione, dell’osare, del dire il profondo e l’oltre e la disperazione o la speranza? Possibile che non si rendano conto dell’aria che tira?
Sono convinto che in realtà, sì, se ne rendono conto, ma che vale anche per loro il motto “Francia o Spagna purché se magna”, nei più “furbi” senza remore e senza dubbi, nei migliori con la bella antica scusa che l’arte è al di sopra della parte, che “io da solo che posso?”, che ci sono sempre stati per forza di cose committenti e padroni (e grazie all’accettazione di questa logica l’arte è oggi condannata ad avere sempre più padroni e sempre meno committenti), che ognuno per sé, che si può sempre puntare sui Super-Classici, che chi se ne frega della politika e dell’antipolitika, che il mondo va avanti e non c’è, a ben vedere, nulla di nuovo sotto il sole. E invece no, il mondo va avanti ma in modi nuovi e pessimi, e c’è anche chi dice che presto potrebbe anche incepparsi definitivamente; e ognuno di noi, ma soprattutto gli artisti veri, deve sentirsi responsabile come non mai nei confronti del disastro, e reagire in modi più chiari e più esemplari, imparare a dire di no e a non-accettare, a non-collaborare, a disobbedire, a rischiare, a collegarsi, e soprattutto a pensare nei modi adeguati ai problemi nuovi. Sono pochissimi a farlo, e naturalmente gli assessori e i festival continuano a spingere nella direzione della continuità e della complicità: tra produttori, distributori e consumatori di loto.
Forse, ce ne ricorderemo di quest’estate, così simile e così diversa…

Goffredo Fofi

(da: La Nuova Sardegna del 30 luglio 2008)

12 pensieri su “Francia o Spagna…

  1. Mi fa piacere leggere questo articolo di Fofi, lo leggevo spesso sulla rivista lo Straniero, e poi ricordo con piacere quanto mi raccontava di lui Danilo Dolci, con cui ebbe anche una forte rottura.Ho sempre amato sopratutto le sue critiche cinematrografiche, sempre così profonde, acute. Grazie Giovanni

    Mi piace

  2. Articolo onesto… purtroppo, dopo le ultime elezioni, io ho alzato bandiera bianca. E’ più forte di me. Mi viene da dire: che vada tutto in malora. Ho un odio coì forte nei confronti della società italiana… E’ sbagliato, lo so. Ma così è.

    f.s.

    Mi piace

  3. io non credevo che avrei finito per arrendermi… ma davvero anch’io non ce la faccio più rispetto alla politica e alla piega che la nostra società ha preso. l’articolo riproduce quello che, spero, in molti pensiamo: mi colpisce in particolare la richiesta di fofi per una maggiore chiarezza da parte del mondo della cultura, perché non si adegui, non collabori. è quello che da lettrice e spettatrice chiedo a scrittori poeti artisti: un linguaggio chiaro, manifesto, che dica no, ma che dica sì alla “chiamata”. e se no smettiamola di considerare intellettuali e artisti coloro che si parlano addosso che non comunicano che non hanno slancio vitale che non sanno più dare un esempio che pensano alla pagnotta. per dire belle cose ornate e criptiche non ci vuole molto (tanto si pubblica di tutto), per prendere su di sè il fardello della ricerca della verità, per far risplendere il dono dell’arte, della poesia, della scrittura, dell’immagine che non tutti hanno, ci vuole coraggio. non serve tutto il coraggio del ragazzo di fronte ai carri armati di piazza tien-an-men, ne basta meno: ma pur sempre coraggio.
    la bellezza da sola non può rovesciare il mondo.

    Mi piace

  4. Pingback: non c’è altra scelta « slowforward

  5. Francia, Spagna…Sono appena tornato da Londra, città che conosco bene. Altra vita. ho conosciuto tantissimi ragazzi per lo più giovani che da pochi anni anni ci vivono e ci lavorano (non solo nella ristorazione)ma anche in ambiti culturali , un unico coro: “in Italia non ci torniamo più.”

    Marco

    Mi piace

  6. Grazie per i vostri interventi, che rispecchiano e rappresentano posizioni non così diverse, nella sostanza.
    La gravità sconsolante della situazione italiana non può, non dev’essere sottaciuta, ma osservata e testimoniata in tutti i suoi aspetti; con l’unico mezzo che ci resta ancora: la parola, nostra o altrui, in cui ci riconosciamo. Siamo in una democrazia compromessa ab origine da una guerra neuronale efferata e silenziosa, combattuta dai poteri forti attraverso i media. Sul campo è restata una società carente di informazioni e apatica nel procurarsele, incapace perciò di critica e di reazione, di sogni, di fiducia, e di quell’ottimismo imprescindibile anche per le imprese più semplici; paga di sé, in molti casi, ma per lo più insoddisfatta, inquieta, senza capirne la ragione. Una democrazia dove le istituzioni, una volte elette, recidono i contatti con la società civile, che resta senza voce, subendo scelte spesso lontane dalla sua sensibilità, lontane da una logica compartecipativa, di condivisione. Scelte dettate dall’interesse personale del leader della coalizione, e delle forze che lo sostengono, finché gli sarà utile; come da lunga tradizione cortigiana. Un potere (quello politico) che sta deliberatamente distruggendo gli altri, quello legislativo, a colpi di provvedimenti d’urgenza che paralizzano il parlamento, e di voti di fiducia che smorzano il dibattito, del resto inutile, visti gli interessi in gioco e i numeri), quello giudiziario, coi continui attacchi alla magistratura quando svolge indagini “sgradite”, alla pubblica amministrazione “fannullona”, mortificandone e disconoscendone il ruolo, il diritto ad una dignità professionale ed economica.
    Non c’è dunque alternativa al distacco, all’auto emarginazione; esercitando l’unica prerogativa esercitabile, quella di guardare e raccontare, in attesa di tempi migliori.

    Giovanni

    Mi piace

  7. Eppure, Giovanni, gli italiani vogliono questa Italia qui. Inutile ingannarci.

    Come dice Fofi: “Francia o Spagna purché se magna”. Non sai quante volte ho sentito declinare in svariate forme questa massima dal meccanico, dal pizzicagnolo, dall’operaio, dalla casalingha, dalla pensionata/o, dal medico, dal borghesuccio che va a fare spesa in centro col suv ( o come cavolo si chiama quella scatola a quattro ruote). Finanche chi mi è vicino negli affetti… e se tanti dicono “Francia o Spagna purché se magna”, non resta fare gruppo e cercare di sopravvivere.

    Appena conquistai una coscienza politica, sono del ’74, mi sono ritrovato i cocci di un muro demolito, tangentopoli e Berlusconi. Ma porca di una miseria. Sono cresciuto ciucciando le parole di Berlusconi Vs Prodi.

    Ho letto l’articolo di marco giovenale su slowforward:

    “non è questo il momento della rassegnazione, in nessun caso. non ce lo possiamo proprio permettere. è perfino lapalissiano che la responsabilità di cui sono investiti adesso precisamente tutti gli autori e gli intellettuali dotati di un minimo di dignità, di senso civico e anche solo di quattro nozioni di storia della Repubblica, è di COSTRUIRE la resistenza e le strutture alternative e avverse allo stato di cose presente.”

    Il crollo non di uno solo ma di tutti gli ideali (culturali, sociali ecc), rinfocola, per contrasto, l’inquietudine e l’incapacità di raffrenare gli impulsi, i dubbi, gli sconforti: come combattere, quindi, la struttura organica del nulla (questi quindici anni)? Non andando ai reading sovvenzionati dalle amministrazioni di destra? Lo faccio già e sono certo che a loro non può che far piacere. E nulla cambia, nulla cambierà.

    Osservo la mia generazione. I miei coetanei sono spiriti sfiduciati ripiegati su sé stessi. Essi (ed io con loro) finiscono per apparire increduli verso la propria stessa ispirazione artistica e/o politica. Io ho smesso di scrivere. Dire il nulla da dire… questo ci resta da fare. La mia generazione vive nella desolazione più cupa.

    f.s.

    Mi piace

  8. non intendevo dire che non bisogna “assistere a” (=essere spettatori di) festival.

    declinavo il discorso in forma attiva:

    intendevo dire di non partecipare (=collaborare) a iniziative e festival organizzati da strutture come quelle che a Roma e in molti altri posti in Italia si stanno aggregando attorno alle sovvenzioni e ai gruppetti di destra e ultradestra, o di finta sinistra.

    c’è semmai (al contrario e come frontale opposizione e alternativa) da agire in prima persona. trovando o creando spazi.

    nei decenni passati si occupava fisicamente un luogo. si prendeva un edificio e lo si ristrutturava. si metteva a disposizione una stanza, una casa, il proprio tempo, un pezzo consistente di vita.

    non penso che si possa fare altrimenti. e non credo ci siano alternative. pensando alla situazione culturale, pensiamo a quello che hanno fatto, negli anni ’70 gli artisti legati alla Nuova Foglio, di Pollenza (Macerata). un’editoria (e un più ampio progetto culturale) di altissima qualità, e autori che erano o sarebbero diventati dei giganti, riconosciuti o meno: Costa, Villa, Mussio, Cegna, Celati, Novelli.

    ma non è il “riconoscimento” l’obiettivo. è semmai la materiale costruzione di un’alternativa. torno daccapo all’esempio, problematico quanto si vuole ma significativo, della comunità raccolta attorno a Spatola e Costa, anche. al Mulino di Bazzano.

    penso al lavoro fatto in questi anni da molti siti e da molti singoli.

    tutto questo costa un prezzo che non sempre si riesce a pagare, in termini economici, di energia, di tempo, di riduzione di altre occasioni (di vita), …a volte senza risultati apprezzabili per anni. ma non è utopia e illusione, dico.

    poi forse alcune connessioni si stabiliscono. l’asse dei dialoghi inizia a spostarsi. le cose a cambiare lievemente. il linguaggio a mutare.

    certo, il linguaggio eternamente fisso della retorica e delle semplificazioni del regime (il lessico da 100 parole dei tg) sembra ed è più potente. ma — tra la gente — questo linguaggio non è il solo ad avere campo. non gli si può lasciare TUTTO il campo. (cedere 1 cm di terreno è perdere sempre chilometri di spazio — in prospettiva).

    alleati interessanti possono essere anche fuori d’Italia. ma il primo nemico è interno. e non è (solo) la politica che vediamo attuata: è la nostra sfiducia. non si può “volontaristicamente” abbatterla, ok. ma si può (non mi riesce di evitare di dire: si DEVE) tentare di prenderla a calci — cercando di costruire, scovare alleati, organizzare strutture nuove, iniziative, in rete e fuori, senza stancarsi. abbiamo dei maestri in generazioni come quella di Roversi, di Mesa, anche.

    non è impossibile costruire. ma il passaggio dal possibile al reale costa moltissimo, è vero.

    Mi piace

  9. Richiamando ancora le parole di Fofi – “…sentirsi responsabile come non mai nei confronti del disastro, e reagire in modi più chiari e più esemplari, imparare a dire di no e a non-accettare, a non-collaborare, a disobbedire, a rischiare, a collegarsi, e soprattutto a pensare nei modi adeguati ai problemi nuovi.” – mi chiedo se al di là degli atti puramente artistici, delle parole e dei giudizi fuori dai denti, dei gesti oppositivi, delle iniziative singole o di piccoli gruppi sia in realtà necessario ben altro: l’enucleazione e la consegna di un sogno di società nuova, di un articolato progetto comune che scaturisca in modo graduale e compartecipativo dall’intera comunità artistica e intellettuale italiana, in tutti quei temi fondanti che stanno alla base del vivere comune (giustizia, morale politica, ambiente e vivibilità degli spazi, solidarietà, redistribuzione della ricchezza, salute, istruzione, informazione, lavoro etc). Un progetto duttile e aperto capace di camminare poi spontaneamente, per tradursi in progetto politico.

    Giovanni

    Mi piace

  10. …e prima ancora un barlume di speranza, di motivazione a far qualcosa in tal senso, e non solo da parte di uno sparuto gruppo di persone. Non so esistano già delle iniziative simili, se altri si stiano già muovendo.

    Le parole, quando non restano isolate ma si moltiplicano, si confrontano, si organizzano in un documento ampiamente condiviso e rappresentativo, diventano un atto reale, concreto e imprescindibile.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.