LE MIE OLIMPIADI 2 – pre(i)storia

di Alessandro Seri

Il cronometro corre alla rovescia verso l’ 8/8/08, data misticheggiante voluta dagli organizzatori cinesi per questa olimpiade che segna già la storia. Nel frattempo i media di tutto il mondo segnano le informazioni e le prime pagine sui giochi parlando di un attentato che ha ammazzato sedici poliziotti cinesi avvenuto esattamente nella parte opposta della nazione, cioè all’ovest estremo del paese, oltre 4000 km di distanza e i lanci ipocriti dei giornali e dei telegiornali di tutto il mondo dicono qualcosa tipo “Attentato sui giochi, paura nel villaggio olimpico”. Sarebbe come se qualche romano avesse paura perché c’è stato un attentato a Mosca. Pari pari per la distanza. Così passano in secondo piano gli arrivi degli atleti, compreso quello della nuotatrice francese Laure Manaudou che forse non vincerà la sua gara ma per me ha già vinto altro (affermazione leggera di uno spettatore olimpico).

 

Nel frattempo però vorrei continuare la carrellata sulle olimpiadi passate. Eravamo arrivati a Barcellona 92 e ormai ero un ometto quasi fatto, avevo 21 anni, avevo già commesso atti da non ricordare mai più, mi ero appena avventato sulla mia prima fidanzatina storica, e la Spagna non mi sembrava poi così lontana. In Italia c’era aria di cambiamenti epocali, impazzava tangentopoli e gli atleti italiani non dovevano poi fare tanta strada per arrivare nel luogo dei giochi, persino uno che aveva paura dell’aereo poteva arrivarci a Barcellona, altro che Pechino. Ma in quella edizione accade ad esempio che tornassero a competere, con la fine dell’apartheid, gli atleti sudafricani; che i tedeschi gareggiassero finalmente sotto un’unica bandiera mentre l’Unione Sovietica non gareggiò più e al suo posto c’era una formazione ibrida chiamata CSI (Comunità di Stati Indipendenti o qualcosa del genere). La Lettonia, la Lituania e l’Estonia  parteciparono con loro distinte delegazioni. Complicatissima la situazione degli stati della ex Jugoslavia con Croazia, Bosnia e Slovenia tra i partecipanti e a prendersi grandi applausi durante la cerimonia di apertura mentre la Serbia, costretta, per le sanzioni, a far partecipare gli atleti singolarmente sotto la rappresentanza del CIO (Comitato Olimpico Internazionale). Mi ricordo pure che per far accendere il braciere olimpico un atleta delle paraolimpiadi scagliò con un arco una freccia infuocata nel cielo che terminò la sua parabola giusto sul braciere stesso facendo innalzare così fiamme altissime e dichiarando aperti i giochi. Qualche giorno dopo cominciarono a girare in televisione le immagini della freccia che superava di netto l’obiettivo e finiva ben oltre, fortunatamente c’era un altro modo per accendere il braciere, semplicemente qualcuno aveva aperto il gas e fatto scoccare la scintilla mentre la freccia scoccata non centrava il bersaglio. Potenza dell’immaginario. Durante un pomeriggio mi capitò di guardare alla televisione la finale del torneo di pallanuoto maschile tra il paese ospitante, la Spagna e il cosiddetto settebello, la squadra italiana. Fu una partita avvincente, infatti vincemmo noi dopo non so quanti tempi supplementari, sulle tribune della piscina olimpica c’era tutta la Spagna e tutta l’Italia e c’era pure Juan Carlos che strozzò in gola l’urlo di vittoria. A Barcellona c’era pure una squadretta che per la prima volta partecipava alle olimpiadi, questo gruppetto di spilungoni giocavano a basket e si chiamavano: Michael Jordan, Larry Bird, Magic Johnson, Charles Barkley, Scotty Pippen e altri. Poi siccome alle olimpiadi le cose belle accadono, accadde che l’etiope Derartu Tulu vinse i 10.000 metri e fu la prima africana nera a vincere un oro; l’argento della stessa gara andò ad un’africana bianca, Elana Meyer del Sudafrica. Fecero il giro d’onore tenendosi per mano. Tra le cose belle per l’Italia anche la vittoria nella gara ciclistica (all’epoca riservata esclusivamente ai dilettanti) per Fabio Casartelli. Me lo ricordo a braccia alzate sto ragazzo, che si stagliava sull’azzurro con una divisa ancora più azzurra. Casartelli diventato professionista, morì tre anni più tardi lungo una discesa del Tour de France.

 

Non si capì tanto bene perché dopo così poco tempo da Los Angeles ‘84, decisero di fare un’altra edizione negli Stati Uniti ma fu così che venne l’ora di Atlanta 1996. Ormai a venticinque anni il sottoscritto veleggiava verso la sua fase di impegno politico e quindi osservava con finto distacco l’evento americano. Di nascosto dai compagni di partito mi guardai tutta la cerimonia d’apertura della quale ricordò un gran numero di pick-up che scorazzavano lungo la pista di atletica. Poi però nell’oscurità dello stadio una figura appesantita e tremolante iniziò a incedere lenta con in mano la torcia olimpica. Muhammad Ali, il più grande pugile della storia, un simbolo ben al di là della sua carriera sportiva, con il morbo di Parkinson a minarne il fisico, commosse il mondo intero e anche me. Nonostante questo atto dovuto, quelle di Atlanta furono le olimpiadi della pubblicità; saranno stati pure i giochi del centenario ma si dimostrò che gli sponsor comandavano più delle delegazioni nazionali, più degli atleti. Tutto sembrava rarefatto, le gare sembravano americanizzate, c’era il rock del sud che suonava al parco del centenario, la televisione intervistava un’atleta americana con sullo sfondo la festa notturna tra un giorno olimpico e l’altro, e poi scoppia una bomba in diretta. Si sente la deflagrazione, a cento metri dalle telecamere, sotto il palco del concerto ci rimangono ammazzate due persone e ferite altre cento. Io resto con gli occhi sbarrati, attonito. Ma che c’entra una bomba ad Atlanta durante le olimpiadi del ’96. Fu inspiegabile. La polizia trovò altre tre bombe pronte ad esplodere all’interno del villaggio olimpico. I giochi continuarono, gli sponsor reclamavano con forza la serenità ipocrita dello sport e così dato che si era in America, Carl Lewis vinse a 35 anni e alla quarta partecipazione ai giochi un altro oro nel salto in lungo, un texano nero, Michael Johnoson vinse 200 e 400 metri, cadde il record mondiale dei 100 metri ad opera di un canadese che mi pare si chiamasse Donovan Bailey. Ma sinceramente di emozioni poche, a parte una ragazzina americana  che nella ginnastica, con una caviglia fratturata finisce l’esercizio e fa vincere agli states la medaglia d’oro a squadre. Si dice che se non avesse terminato l’esercizio gli sponsor l’avrebbero sepolta viva a Guantanamo. Per gli italiani fu esaltante la prestazione di quel piccoletto muscoloso di Juri Chechi e altrettanto esaltante e anche leggermente erotica la cavalcata sulla mountain bike di Paola Pezzo, che per il caldo e la fatica va a vincere la medaglia d’oro facendo sì che per gran parte della corsa i telespettatori, facendo tifo, le guardavano ammirati anche il seno evidenziato dalla scollatura della tutina da gara aperta per il caldo. Tra le medaglie d’oro ci fu pure quella a squadre del fioretto femminile che tendenzialmente più che italiana è una medaglia marchigiana vista la composizione della squadra con le jesine Valentina Vezzali e Giovanna Trillini. Atlanta, povera di emozioni, ricchissima di budget.

5 pensieri su “LE MIE OLIMPIADI 2 – pre(i)storia

  1. Che bell’escursus su un’epoca che è stata anche la mia… Condivido tutti questi ricordi che, proprio perchè tali, hanno il sapore buono di qualcosa che non è più, ma che è stato, e ha segnato dei momenti irripetibili nel nostro percorso. Gli eventi sportivi, quelli grandi, forse perchè così largamente mediatici, sono dei fantastici segnapassi per ciascuno di noi.
    Grazie per queste tue belissime carrellate.

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  2. Grazie a tutte e tutti, non sono molto abituato ai complimenti ma scopro con un certo gusto che sono molto gratificanti. Come sempre speriamo che il resto funzioni ugualmente.

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