LE MIE OLIMPIADI 3 – pre(i)storia

di Alessandro Seri

Tutti si aspettavano che le olimpiadi del millennio, quelle del 2000 ad Atene, culla olimpica per eccellenza ma anche in quella edizione i giochi di potere e gli sponsor contarono tantissimo, anche e soprattutto nella scelta della sede. Così la storia classica abbassò la testa e diede una capocciata al Partenone lasciando che i canguri saltassero alti e lunghi. Nel 2000 si andò tutti in Australia, a Sidney. Ormai ventinovenne e in piena crisi di identità nemmeno guardai la cerimonia di apertura. O forse provai a guardarla ma mi addormentai sul divano e di tanto in tanto, svegliandomi, sbirciavo la sfilata delle squadre dentro lo stadio. Juan Antonio Samaranch (ve lo ricordate?) il distinto signore spagnolo, presidente del CIO li definì i giochi migliori della storia. Nessuna tensione politica, anzi persino le due Coree sfilarono insieme durante la cerimonia. Samaranch in quei giorni fece la spola tra l’Australia e la Spagna dove stava morendo la moglie e ciò lo rese umano agli occhi del mondo.

 

I controlli doping si intensificarono come mai. L’ultima tedofora fu Cathy Freeman, aborigena australiana, quattrocentista strepitosa, le scuse dei bianchi australiani per l’eccidio del popolo aborigeno arrivarono così dopo decine e decine di anni con questo gesto. A Sidney c’era Marion Jones che poi scoprimmo essere super dopata come i suoi due super dopati mariti, c’erano le deludentissime squadre italiane della pallavolo maschile e del calcio maschile che furono umiliate o quasi dall’Olanda e dal Camerun (grandissimo Camerun). L’Italia vinse anche stavolta molte medaglie ma tutte arrivarono da sport veri, quelli quasi senza sponsor, quelli minori. Il nuoto, il ciclismo, la scherma, il canottaggio, la canoa, il judo, il surf. Anche stavolta ci fu da piangere e il Judoka Maddaloni sul podio pianse a dirotto, pianse che di più non si poteva. (Mannaggia ma perché Gattuso, Buffon e Totti non piangevano quando abbiamo vinto i mondiali?) Maddaloni invece è un supereroe che alla fine dell’impresa piange, perché gli uomini sanno anche piangere, le starlett no! La nazione Marche conquistarono per la terza volta l’oro a squadre nel fioretto femminile e Valentina Vezzali, con tanto di maxischermo maceratese (la sorella vive a Macerata) sbancò e vinse anche l’oro individuale. Nella squadra italiana di Baseball c’era anche un certo Romanzetti, me lo ricordo biondo e taciturno, abitava a cento metri da casa mia, il fratello veniva alle superiori con me e la madre faceva la sarta. Ho tifato per lui come mai avevo fatto per qualcuno alle olimpiadi e pensare che non glie l’ho detto mai.

 

Per ultima, prima di questa Pechiniade che comincia oggi, c’è stata Atene 2004, risarcimento classico per lo scippo subito ad opera di Sidney e degli sponsor soprattutto. Qualcuno sperava in Roma all’epoca della scelta ma non ci fu partita. Avevo 33 anni io, un’età che per i cattolici fa un certo effetto. Atene era vicina, mi adoperai in una operazione strepitosa, a fine gennaio acquistai via internet quattro biglietti per vari eventi tipo semifinale del torneo olimpico di calcio, la finale maschile dei tuffi, la ginnastica, e un pomeriggio intero allo stadio dell’atletica. Insomma una speranza che si stava tramutando in realtà, andare alle Olimpiadi, da spettatore, ma pur sempre andare alle Olimpiadi. Passò un mesetto circa e con la mia compagna, scoprimmo di essere in attesa dell’arrivo sulla terra di Riccardo, vista la buona novella optammo a fatica per una rinuncia olimpica. Onde evitare scossoni di qualsiasi tipo (aerei, navi, ecc…) tentammo di spacciare i biglietti olimpici, che nel frattempo ci erano arrivati a casa per posta, a qualche amico, ma nessuno degli amici aveva la febbre olimpica. Arrivò la cerimonia di apertura e me la guardai sventolandomi a mo’ di ventaglio i biglietti colorati. Ancora oggi penso tra me e me che saranno il regalo di compleanno simbolico per i diciotto anni di mio figlio. Poi iniziò davvero l’Olimpiade con sempre più paesi partecipanti: 201. Stavolta tra gli italiani c’era un certo Igor Cassina che era talmente forte che si era inventato lui, un passaggio dell’esercizio alla sbarra nella ginnastica artistica e ora l’esercizio si chiama come lui e lui vinse l’oro. Come ai letterati o ai patrioti che gli si dedicano le vie. Poi c’era Benelli, che non correva con le moto ma tirava al piattello (credo che la disciplina olimpica si chiami skeet in realtà), sto Benelli aveva già partecipato a quattro olimpiadi, vincendo un bronzo a Sidney, quella di Atene era la sua quinta e vince l’oro e esulta correndo come un matto per tutto il perimetro della pedana del piattello. A braccia alzate, credo che all’epoca avesse 40 anni ma sembrava un ragazzetto dell’oratorio. Valentina Vezzali sempre guardata dalla sorella maceratese vinse il fioretto individuale femminile, battendo in finale una schermitrice che non conosceva, tale Giovanna Trillini, stessa città, stessa società, stessa regione, stesso sport da sempre: Jesi caput mundi della scherma. Nel basket la nazionale italiana vinse l’argento mentre il dream team nba americano arrivò dietro di noi, terzo o quarto non ricordo, battuto in semifinale dall’Argentina. Narra la leggenda, che però è verità assoluta, che la capitana della squadra italiana di softball era l’immensa Marta Gambella, di Macerata anch’essa, della mia stessa parrocchia, stessi campi scuola fatti insieme da piccoli, amica di mia sorella e due anni dopo me la ritrovai in competizione con me durante un karaoke ad una festa di compleanno di un’amica comune, ovviamente vinse lei. Nemmeno a lei però ho mai chiesto cosa significhi partecipare ad una olimpiade, un giorno o l’altro lo farò e scriverò la risposta in bella forma. Però ci fu un essere umano strepitoso, taciturno, compassato, sembrava calmissimo, sembrava anche buono, era del 1983, aveva 12 anni meno di me, ciò significa che è passato il mio tempo olimpico, si chiamava e si chiama Marco Galiazzo e partecipava alla disciplina di tiro con l’arco. In finale si scontra con coreani, cinesi, americani, insomma con esseri umani impassibili, insensibili, lui invece ha l’aria di essere il ragazzo più buono del mondo e indossa un superbo cappellino da pescatore e vince la medaglia d’oro. Io ero lì davanti alla televisione urlando come uno scatenato perché Galiazzo aveva fatto per la millesima volta ciò che Robin Hood fece una volta sola, mentre lui che aveva appena vinto un oro olimpico sorrideva appena, con quella sua aria da buono buono che mi fece vergognare persino della mia esultanza domestica. Galiazzo sul podio aveva la stessa espressione di mio nonno dopo che aveva coperto con il tetto una delle tante case che aveva costruito; era semplicemente sereno per aver compiuto il suo dovere. Però ricordo indelebile fu anche l’interruzione che la rai fece di una partita di basket in diretta. Partì un’edizione speciale del tg1, era per avvisarci che a migliaia di chilometri da Atene, in Iraq, durante una guerra che non si era fermata per le olimpiadi, come invece gli ellenici di 2004 anni prima avrebbero fatto, avevano ammazzato un altro sognatore buono: il giornalista Enzo Baldoni, che sulle ultime immagini che lo ritraggono in Iraq mentre si dimena per far passare oltre un posto di blocco un convoglio della croce rossa, indossava lo stesso berretto da pescatore di Galiazzo. Anche Baldoni stava facendo soltanto il suo dovere; cercando di ricordare a noi popolo del divano olimpico, che almeno ogni quattro anni per tre settimane dovrebbero fermarsi i conflitti. Ma questo ormai è solo sogno proprio come le olimpiadi.

Un pensiero su “LE MIE OLIMPIADI 3 – pre(i)storia

  1. Alessà, sono le 2.23 del mattino, oramai in corpo ho tipo 2/3 fusi orari diversi, quello di Pechino, quello dei giornalisti Rai a Pechino che trasmettono alle 3 della notte perchè così da noi è dopo cena e quello delle serate estive fino all’alba.
    Sto qui e ti leggo sempre con piacere, sto seguendo attentamente i tuoi racconti, minchia! Sei più coinvolgente di Sfide!
    Aspetto le prossime puntate!

    Mi piace

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