“Stanze del viaggiatore virale” di Giovanni TURRA ZAN


III
nessuno sa del treno che arriva, né del suo vento
il ritardo. salire fa stipare i pesanti corpi, le pupille
che più male vedono ora le rotte. Si ride ed è un peso
che genera fumi per i chilometri di noia. ginocchia
con ginocchia: menischi che s’arrendono al gioco
e fasciati si toccano. le mudra delle mani a ripetere
che vietati sono i ventri

*

V
nella casa il colore che suona. la donna sta
arresa e attende. l’uomo le dà il fianco
e vuole il furto dell’altro, non sanno di questo
sospeso; gli sgomenti vanno dalla terra
nei vasi, alla didattica musicale in cries
of london
. ascoltarli fa i buchi allo stomaco
e si vuole finire così, con l’ignaro scherno,
come due coleotteri nel loro documentario.

*

VIII
ecco, tutto il vagone si svuota. c’è un ricambio
delle generazioni: giù i giovani, su le artrosi. ultimi
gli usurati pare. anche se a loro è concesso il lamento,
la finzione dell’avere per noi patito. negli occhi
dei piccoli figli si legge che domani più di oggi
saranno portanti le estensioni dei suoni, i trattenuti.

*

nel nascere chiedevi tregua agli odori
dei disinfettanti e alla perdita di umori.
stavi nella posizione che non c’entra, maria,
e niente di tuo accanto. era la condizione
dell’attendere al cenacolo in cui spartivano
i denari cavati, a te estorti. februa del ’64,
il nome scelto per quel nuovo parto, da chi
ti aveva già in madre. l‘uomo sarà stato accanto
(la storia non lo dice) e la confusione postuma
nella battaglia dei nomi messi al bando; il consegnarli
poi tutti, che non sfilavano nel registro d’anagrafe.
“dio è buono” il nome al primo atto, tre quelli dati
per l’annuncio alla città. vagare poi nei quadri
sanitari senza una memoria era chiamata mattanza
(anche qui la storia vaneggia). post partum
ti cavarono i denti, il latte dalle mammelle
e tardi ti servirono la nuova composizione dei geni.
nella reflex i ricordi, in cui si è soli, ma per sempre
in posa.

*

purché sia ragione il volo, siamo noi
ad inquinarne il lampo: o torni o vai,
o lasci l’impero nella rabbia, sfai
le vesciche, gli stomaci e con questi
reggi cornamuse. dove borbotti ora sei
bordone al servizio d’una giga. il calvario:
sul ciglio sosti a raccontare semi e gramigna,
ne fai un erbario che è croce di natura, pannello
di secchezze e mostra aperta ad un incerto orario.

*

ascolta, ma quel calmarsi del sangue
è un battito del corpo con il corpo,
come se s’investisse d’improperi
e di calpestii la punta del palo.
mio dio gridava, ecco che riparte
ancora e mi salva con quel calore
dell’organo puntellato, deriso.
come una soffice protesi arresa
sfiora il grembo la sua furia, e sa stare
vicino anche senza una voglia, senza
ribrezzo ma con la torcia che vibra,
il torso che avvolge in fondo alle scale.
si prepara una rivolta, una scossa
la giostra che sferza un battito d’ala
un gesto che fascia, che pesa i giorni.

*

la casa frena e sta su lastre di ghiaccio.
all’interno fatiche si posano, appendono
le attese e il sonno sulla stufa a legna
dove la cura del giorno s’incaglia
nei ruggiti dei transistor del dubbio.
cambiano le attitudini, le anime
attive e pare un cantico la vista
del bollito che si affastella sul vassoio
con le bisce a contorno, la scarpa
nella pentola del minestrone, l’ago
da cucito servito sulla trota salmonata,
tuffandosi dal grembiule della sarta.

ci si sta addosso a natale, come
un’ossessione della generazione
che non si estende, che non ha code.

*

Giovanni Turra Zan
Stanze del viaggiatore virale
L’arcolaio 2008
Prefazione di Luigi Metropoli

*

Giovanni Turra Zan è nato a Vicenza nel 1964. Ha pubblicato “Senza” (Agorà Factory, 2005) e “Il lavoro del luogo” (Fara, 2007).

*

Innanzitutto il titolo, che può forse aiutarci a comprendere l’essenza del libro, l’idea di fondo che lo ispira e riassume. Per stanze sovvengono nell’ordine: Hopper (Stanze sul mare), Guccini (Stanze di vita quotidiana) e, naturalmente, le strofe, l’insieme di versi che costituiscono un’unità metrica. Per viaggiatore, la condizione di viandanza propria dell’artista, e non solo; come destino genetico, o come naturale accondiscendere a una curiosità esplorante. Del termine virale sovviene l’infinitesimalità invisibile del male che s’insinua in noi uccidendo, o rafforzandoci. La poesia, dunque, quale approdo da un viaggio di sensi e mente attraverso stanze (poetiche), visitando stanze (luoghi fisici definiti), raccolti in stanze (o quadri, cornici)? Una poesia per sua natura “contagiosa”, seppure invisibile ai più, e persino agli addetti, se solo ci si dispone, pazienti, al suo ascolto? A questo riguardo sostiene Luigi Metropoli: “”…il virus non rimanda unicamente ad un contagio biologico, ma al degrado della specie umana, abbrutita dalla società meccanizzata dei consumi, e di conseguenza allo sfascio delle capacità relazionali nonché dello strumento che più di altri presiede a tale capacità: la lingua. Il suo inaridimento è dovuto principalmente alla marginalizzazione che vive nel nostro tempo la parola poetica, quell’intricato complesso di significazione che va la di là della mera funzionalità veicolare…”.
Così principia la raccolta: “il sole sbarca tra pagine di quaderno, oggi/e i nervi a bolo sono soli. soli, nella stazione/si appendono giganti schermi e sulle teste/dei viaggiatori si proiettano trailers. i pollici/hanno occhi di viaggiatori, hanno di un uomo/i movimenti prigionieri, le perdute stanze.” Questo il primo testo della prima delle quattro sezioni; l’unica senza titolo; forse proemiale, che contiene non a caso due termini compresi nel titolo: viaggiatori, ripetuto due volte, e stanze. Nessun io tra i soggetti agenti, ma il sole (che sbarca…), i nervi a bolo (che sono soli). La presenza umana, richiamata indirettamente da alcuni termini (la testa, gli occhi di viaggiatori, i movimenti) la si rappresenta soggiogata, passiva, agita (sulle teste dei viaggiatori si proiettano trailers; i pollici, riferiti allo schermo, hanno occhi di viaggiatori, hanno di un uomo i movimenti prigionieri, le perdute stanze). Più che di correlativi, si può forse parlare di elementi descrittivi dalla fredda fissità iconica, con l’effetto di un quadro desolante. In apparenza il paesaggio reso potrebbe sembrare emotivamente asettico, ma l’uso degli aggettivi soli (i nervi a bolo), prigionieri (movimenti) e perdute (stanze), ad una attenta lettura ne evidenziano invece l’accorta preordinazione all’effetto opposto. Il termine soli, anaforicamente ripetuto, apre ad un opzione di senso passando da sostantivo ad aggettivo; così per l’espressione a bolo, da intendersi sia come cibo masticato e insalivato, rimasto in gola (per tensione nervosa?), o nell’accezione “che lancia”. Il viaggio stravolge la tensione quotidiana e forse routinaria della scrittura, accendendo la giornata di inusuale solarità. Nella stazione ferroviaria, però, alla vista su un maxi schermo dei brevi filmati pubblicitari (trailers), parrebbe smorzarsi all’improvviso l’entusiasmo della partenza; così, la grana delle immagini appare a chi narra un insieme di occhi, identici, vicini, inscindibili gli uni dagli altri e, dunque, prigionieri: così come chi narra lascia intuire di vivere, ogni giorno, nella propria/e stanza/e. Una vista, dunque, che produce un effetto di regressione nella condizione alienante fin lì contenuta; ma, in un mondo siffatto, fatalmente irrinunciabile se non per brevi momenti.
Una scrittura, quella di Giovanni Turra Zan, che esige attente riletture; in silenzio e ad alta voce, per meglio coglierne e assaporarne i suoni, i silenzi, le atmosfere in un percorso ora libero, affidato all’evocatività di elementi inerti o che interagiscono dentro micro eventi; ora razionale, attento agli aspetti strutturali, linguistici.
La prima sezione del libro è un susseguirsi di atmosfere sospese all’interno di stanze di pochi versi che ritraggono, attraverso lacerti, lampi di introspezione e quotidianità, la nostra storia in divenire; personale o collettiva.
Più discorsivi paiono i testi delle altre sezioni (Contagi, Mater vaga, Rimanenze), ma dove si conferma e completa l’ampio sguardo su un mondo che incede inarrestabile; un mondo che, mentre ci scorre davanti, si fa sempre più fatica a percepire, a trattenere, pur stando lì, quasi invisibile: “cadono, le cose, non si tengono e/non invecchiano nella mano che le ospita/e trascura…”; così le generazioni, in rapida dissolvenza, sconsolatamente: “ci si sta addosso a natale, come/un’ossessione della generazione/che non si estende, che non ha code.”

GN

9 pensieri su ““Stanze del viaggiatore virale” di Giovanni TURRA ZAN

  1. Cari Giovanni e Giovanni,
    complimenti a entrambi, per la brillante fatica e la brillante scoperta.
    Bellissima metafora, il viaggio è contemporaneamente un modo per sfuggire il contagio e per diffonderlo. Quando la diffusione sarà universale si ammaineranno le bandiere gialle e si penserà finalmente ad altro. Ammesso che, è ovvio, sarà ancora possibile pensare.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. Mi permetto io, come editore, di sostituire Giovanni Turra Zan e ringraziare di cuore l’altro carissimo Giovanni, il Nuscis, che sempre più si volge a noi come critico attento e finissimo. Sì, Giovanni, questo libro è di difficile impatto: è un frutto però che, una volta rilasciato il meccanismo del “farsi leggere”, arreca molte soddisfazioni. Io, al momento dell’arrivo in casa Arcolaio, ci vidi, peccando di un punto di vista semmai errato, un campionario di uomini infettati di carne d’acciao: ci vidi una mutazione antropologica ormai compiuta e irreversibile. Mi tornarono alla mente certe scene di Blade runner -il dolce cuore delle macchine e la durezza del cuore umano-
    Grazie a te Giovanni, per questa scheda sincera e autentica.
    Grazie a Rossi Testa e Nadia Agustoni per le loro presenze generose, qui. Adesso.
    Vostro Gianfranco

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  3. Mi accorgo ora, Gianfranco, dei nostri commenti in contemporanea.
    Grazie anche a te per le tue parole, con i miei più affettuosi auguri per le prossime uscite.
    Un grande abbraccio.
    Giovanni

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  4. mi piace il disporsi pianeggiante del verso-rotaia, contrapposto alla concentrazione semantica. L’Autore possiede un buon canone di mediazione stilistica.
    Qualità incostante ma talora fulminante.

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  5. Rientrando oggi dall’Inghilterra trovo questo contributo di Giovanni Nuscis, che ringrazio sentitamente. Anche e soprattutto per aver colto con limpidezza il messaggio, la poetica delle “Stanze del viaggiatore virale”. Mi si critica spesso di essere “poco leggibile”, di voler scalzare fuori dal testo il lettore. Questo può essere anche dovuto alla mia “giovane età letteraria”, e quindi dall’essere ancora in fase evolutiva. Ma preferisco questo percorso difficile di apprendimento e maturazione, che mi condurrà spero ad un affinamento stilistico, ad una maturità espressiva e consapevole, piuttosto che scrivere versi accattivanti e “leggibili”. Versi “poetici”, insomma.
    Mi spiace ma non potrei mai scrivere:

    La mano immersa
    nei tuoi riccioletti castani,
    con le dita sulla nuca
    ……………
    ……………

    Io, nei riccioletti castani, ci vedo delle catene.
    Un saluto e grazie ancora, GTZ

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  6. D’accordo con te, Giovanni.
    L’accusa di essere “poco leggibili” non di rado va rimandata al mittente. Se è giusto che l’autore renda anche udibile la propria voce, non di meno, chi legge deve soffermarsi con umiltà sul testo, senza preconcetti né fretta; mettemdo in conto una comprensione parziale dell’opera, per suo limite.
    Auguri per l’ottimo lavoro,
    un saluto.

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