DA “IL LIBRO DEGLI HAIKU BIANCHI” di Nadia Agustoni

HAIKU.

DA “IL LIBRO DEGLI HAIKU BIANCHI” di Nadia Agustoni

Il Libro degli Haiku bianchi edizioni Gazebo 2007

Nota di Viola Amarelli

“Haiku infedeli” ci avverte l’autrice nella nota introduttiva del libro, e non solo e non tanto per il tradimento – ammesso peraltro anche nella patria d’origine – del classico schema metrico (17 sillabe ritmate in 5+7+5) che hanno reso l’haiku una delle forme poetiche più note nella letteratura mondiale. Infedeli, soprattutto, perché dell’haiku – profondamente radicato nella pratica zen – Nadia mutua la semplicità (L’aria sui rami), l’ascolto della natura (il fiore che s’apre), e l’autenticità istantanea, senza peraltro mai risolverle in visione a-dualista ma, al contrario, conservando la tensione, i dubbi, le incrinature dell’io lirico occidentale.

Siamo quindi di fronte a frammenti, schegge della mente che nel volgersi intorno porta il dolere e soprattutto l’interrogazione sul senso (puntura di vuoto/fora il silenzio) alla ricerca di luce (l’ardere degli occhi dietro la luce). Ed è una luce che mira alla chiarezza, alla purezza originaria del bianco e tuttavia conosce il residuo di polvere, la crepa dell’assenza (e del resto il bianco in Giappone è il colore del lutto). C’è un interrogarsi in questi testi, lampi brevissimi, di una sincerità che osa l’aporia: così la luce diventa solo un cuneo o faglia, e la tensione all’oltre verso un illuminarsi sconta l’attesa sui rovi della zuffa estiva, quasi un’eco profonda eraclitea.

quattro

L’estate,

l’ora del pomeriggio

in cui intatta

è la polvere,

il suo splendore…

un tradire.

***

cinque

L’aria sui rami…

puntura di vuoto

fora il silenzio.

***

tredici

Il sole impagliato,

l’ardere degli occhi

dietro la luce.

***

quattordici

L’attesa

pigra

disfa

la luce

e qualcosa

ci è estraneo.

***

quindici

Cosa chiedo?

La parola

è scarna

quanto i rovi

che aspettano

la zuffa estiva.

***

sedici

L’uccelletto

sa

il periplo della luce

il compiersi

estraneo

dell’ora.

***

venti

Sono vicina a credere

al fiore che s’apre,

non a grammatiche.

***

ventisei

La grazia del pensiero

quando mescola la voce

e l’assenza…

***

trenta

Luce di cosa è il bianco?

Un cuneo o faglia:

il versarsi di pazienza.

Nota:

Il libro degli haiku bianchi, titolo che cade sul foglio un po’ per caso e un po’ per quel sapere senza sazietà, quel cominciamento che è apprendere subitaneo e non necessariamente un vedere solo in parte, soltanto la superficie delle cose: come degli schizzi in parola, ma senza pretese ben inteso, piuttosto tenuti ad un ordine che traduce il momento, quel versarsi-avverarsi con la stringatezza che l’attimo chiede, ma nell’attitudine a coglierlo . La preghiera, se c’è una preghiera possibile, è istante vivo: dire la semplicità . Sia o non sia esaudita rimane un senso. Significa. Anche se dimentichiamo . Gli haiku infedeli che propongo sono forse solo questo: un dire quasi bianco. Tra un silenzio che è e un infinito che riassume luce e polvere.

Nadia Agustoni

13 pensieri su “DA “IL LIBRO DEGLI HAIKU BIANCHI” di Nadia Agustoni

  1. “Ancora haiku! Ma non dovevamo vederci più?” direbbe il sommo Lucio: non vedo la (peraltro oggi pandemica) necessità di auto-etichettarsi (quindi auto-limitarsi!!) in un genere formalmente così diverso da ciò che qui (validamente) si propone.

    Nota al critico: la dualità come contrapposizione tra soggetti naturali è una regola cardine dell’haiku classico: il famoso, ubiquo “akikaze no” – che non è un’imprecazione verso chi disturba un amplesso ma il famoso “vento d’autunno” – è l’esempio più famoso. Quindi “non risolvere nell’a-dualità” significa tutt’altro che essere infedeli!

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  2. Grazie Nadia, grazie Viola,
    questa è la poesia che mi piace e che amo scrivere quando mi riesce.
    L’infedeltà in questione è l’elemento disturbante che costringe a una seconda lettura per scoprire il regolare nell’irregolare e l’irregolare nel regolare, ciò che costituisce il vero fascino di ogni opera.
    Quanto poi al(l’auto)limitarsi, è notorio che proprio dai limiti nascono i risultati migliori, a volte, to’!, persino la libertà.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. >Quanto poi al(l’auto)limitarsi, è notorio che proprio dai limiti nascono i risultati migliori, a volte, to’!, persino la libertà.

    Ti cedo volentieri questo modo di pensare!

    Ciao RRT,

    RRC

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  4. Ci ritrovo segni autentici, riconoscibili, dell’eccellente scrittura poetica che Nadia sta producendo negli ultimi tempi. Uno su tutti: la propensione dinamica alla domanda elementare, sostanziale: non perché il testo sia finalizzato intenzionalmente a questo scopo, ma in quanto il “suo” verso è fondamentalmente, per struttura e intima “necessità”, una “interrogazione” senza speranza, infinita, che si fa senso al suo solo apparire.

    Qui l’immagine nasce già carica di impercettibili incrinature, di sottilissimi lampi inquieti, che le sono connaturati, e ciò non permette mai alla “sospensione” di tracimare in ipostasi lirica fine a se stessa, in inerte materia di idillio e di canto.

    L’utilizzo degli aggettivi e la presenza di termini fortemente connotati dalla posizione che occupano nella struttura testuale, sono tutti orientati in questa direzione. Si veda, ad esempio, nel testo venti, il contrasto tra la “grammatica” (che dovrebbe guidare al “senso”, ma che risulta “chiusura”) e la forza dirompente di quel “s’apre”, riferito a logiche estranee a procedure d’ordine e comprensione razionale. Oppure, nel testo ventisei, la “metamorfosi” a cui rimanda il connubio tra voce e assenza (tra ordine/dicibilità e silenzio): con quest’ultima in posizione dominante, quasi a indicarne la primogenitura in materia di possibilità (e di conseguente riconoscibilità) del dato reale a “essere”.

    fm

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  5. Caro RRC,
    me lo tengo stretto più che volentieri il mio modo di pensare e soprattutto di procedere.
    Di cui, beninteso, non sono l’inventore né ho l’esclusiva, ci mancherebbe.
    Trovarsi davanti al foglio bianco senza regole del gioco (ovvero limiti) il più delle volte ha un effetto paralizzante, o al contrario può scatenare delle energie dalle quali però raramente nasce un’opera riconoscibile come tale.
    Questo non è che l’abc, che l’esperienza conferma.
    Ciao, buona estate,
    rrt
    P.S. Anch’io amo molto Rilke: un altro, per dire, che non è che sia andato proprio a ruota libera…

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  6. d’accordo, ma i Sonette an Orpheus son sonetti anche in Rilke. Credo che i sonetti infedeli lui li abbia chiamati gedichte…
    tra l’altro ci siamo capiti male: va benissimo partire da modelli e poi contaminare, “lasciarsi prendere”, come dici tu, ma proprio questa volontà di emancipazione dovrebbe, a mio modo di vedere, e nell’interesse del poeta, riflettersi anche nella denominazione della propria creazione…

    Tra l’altro osservo come tu e FM vi siate soffermati soprattutto sul contenuto, che ribadisco assai valido.

    RRC

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  7. OT

    A proposito di Rilke, cari Roberto, dopodomani, su questi schermi, una strepitosa traduzione.
    Mi piange il cuore, ma purtroppo non è mia…

    fm

    p.s.

    Scusa, Nadia.

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  8. Ringrazio gli intervenuti, alla nota messa in fondo al post non ho altro da aggiungere. Grazie a Fabrizio e a Lpels per l’ospitalità.

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  9. Lieta che tutti abbiano apprezzato queste belle poesie di Nadia. Sulle categorie formali, che ritengo abbiano comunque una loro importanza, aggiungo solo che non sono un’esperta di haiku ma di pratiche buddhiste sì..e lo zen prova come tutte ad andare oltre “soggetto-oggetto”, diritti alla “vacuità” dell’ogni cosa..un caro saluto, Viola

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  10. Questo, Nadia, è quello che preferisco:

    “La grazia del pensiero

    quando mescola la voce

    e l’assenza…”

    Un caro saluto

    Giovanni

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