I dietrologi

Ci sono dei modi di pensare così diffusi da essere diventati automatici. Generalmente mi provocano un vago fastidio, come quei bocconi indigesti che si vanno a piazzare sulla bocca dello stomaco e non vogliono saperne di andare né su né giù. Uno di questi modi di pensare è il complottismo, e cioè l’insopprimibile voglia di vedere “grandi vecchi” dietro a tutto ciò che capita. La voce del complotto nasce dal desiderio di denigrare qualcuno, ma ciò che la alimenta è la vocazione dei gonzi ad atteggiarsi a furbi, a far vedere che loro sanno cosa c’è sotto. Per loro le cose non sono mai come sembrano, non sono il risultato degli sforzi di chi si è dato apertamente da fare per ottenerle. E d’altra parte niente succede mai per caso. Dunque, dietro ad ogni evento ci sono strumentalizzazioni ordite da poteri occulti che vogliono l’esatto contrario di ciò che sembra. Loro, i dietrologi, lo sanno. E te lo dimostrano.
Il brano che segue faceva parte di un romanzo che vado componendo con frequenti ripensamenti e seghe mentali. L’ho tagliato perché, a un certo punto, la storia ha preso una direzione che l’ha reso marginale (e, si sa, in un libro tutto ciò che è inutile è dannoso). Ma l’ho tagliato a malincuore, per due motivi: il primo è che il pezzo, in sè, non mi sembra malriuscito; il secondo è che una frecciatina ai complottisti l’avrei data volentieri.
Ecco qua: una sedicente professoressa, dall’improbabile nome di Armida Sésostris, sta tenendo una conferenza ai soci della Filarmonica di Costanza (ridente cittadina tedesca affacciata sul lago omonimo). Guardate un po’ che cosa è capace di dare a bere.

Armida lanciò un’occhiata circolare all’uditorio: eccoli lì, i buoni borghesi di Costanza, che vanno alle conferenze per farsi vedere, per riconoscersi tra di loro, e per celebrare questo rito sono disposti a sopportare due ore di noia assoluta. Sorrise tra sé. Stava per servirli di tutto punto.
“Potrei aggiungere altri elementi circostanziali” riprese, “ma ritengo di avere ormai dimostrato che il clima culturale del diciottesimo secolo era impregnato di esoterismo e che questa moda aveva fatto proseliti anche sulle rive del Baltico. Eppure proprio lì, nel 1781, Immanuel Kant dà alle stampe la Critica della Ragion Pura. Sembrerebbe l’apice, il trionfo dell’illuminismo, vero? E invece no. Niente affatto!”
Armida fece una pausa, bevve un sorso d’acqua, si aggiustò gli occhiali sul setto nasale.
“L’argomentazione da cui la Critica prende le mosse è molto semplice: sette più cinque fa dodici. E questo lo sappiamo tutti. Eppure, dice Kant, potete analizzare in lungo e in largo la nozione di 7, la nozione di 5 e il concetto di somma: non ci troverete mai la nozione di 12.”
Staccare le pause? Dare il tempo per assimilare, capire, riflettere? Armida non ci pensò neppure. Era inutile. Assolutamente inutile. Quelle facce stolide sedute in platea erano capaci di eseguire a mente calcoli ben più complicati, ma rifiutavano con orrore di ragionarci sopra. Bisognava condurli per mano, passo passo, come i bambini dell’asilo.
“Noi, che non ci occupiamo di filosofia, ma di musica, possiamo concederci un altro tipo di curiosità: come mai Kant scelse per il suo esempio proprio 7+5=12? I filosofi, gli storici della filosofia, non si sono mai posta questa domanda. E forse non è una malignità supporre che l’abbiano evitata perché non saprebbero dare una risposta. Ebbene, io sono qui per sottoporvi un’ipotesi affascinante: 7+5=12 potrebbe essere un messaggio cifrato.”
Niente. Non un brivido, neanche un trasalimento. Ma ormai Armida era lanciata, e insistette.
“A chi si rivolgeva Kant? Chi era il suo pubblico? Una ristretta cerchia di gentiluomini, in gran parte massoni, che coltivavano studi esoterici e intendevano la musica con spirito pitagorico. Signore e signori, non voglio tenervi in sospeso: la mia ipotesi è che 7+5=12 alluda occultamente all’unione delle sette note e dei cinque semitoni. In una parola: alla dodecafonia!”
I soci della filarmonica di Costanza (negozianti, birrai, salsicciai e funzionari comunali) non furono particolarmente emozionati dalla rivelazione. Solo Adam Zweifel, seduto in terza fila, sentì un brivido percorrergli la spina dorsale.
“Scientismo e positivismo hanno fatto strame di una antica sapienza che nella Königsberg del 1781 non era ancora scomparsa. Kant intuì l’irrompere di un secolo materialista e indicò nella musica la catacomba in cui conservare le dottrine più occulte. È forse un caso se nei primi anni del secolo successivo Beethoven spezzò le scale armoniche e aprì la strada verso la dissoluzione della tonalità? E non è significativo che Schönberg, l’alfiere della dodecafonia, dopo aver composto un’opera dedicata a Mosé, il più grande dei maghi, si sia immerso egli stesso negli studi sapienziali? Dopo Kant, un filone esoterico ha seguitato a scorrere nella musica come un fiume carsico, dal Flauto Magico al Parsifal, e oltre.”
Affondato nella poltrona, il roseo e gigantesco signor Metzger sbadigliò mettendo in mostra un’apertura mascellare degna di un ippopotamo. Vedendolo, Adam Zweifel non poté fare a meno di imitarlo. Ma, a differenza del lardoso filisteo, nel portare la mano alla bocca l’antiquario ricordò che proprio Kant, in una delle sue opere maggiori, non aveva disdegnato questa filosofica osservazione: lo sbadiglio è contagioso.
***
Armida si era interrotta per bere un sorso d’acqua, aveva localizzato Zweifel in terza fila, aveva agganciato il suo sguardo e aveva ripreso a parlare rivolgendosi solo a lui.
“Ma, si dirà, che cosa ci autorizza ad acchiappare il nostro massimo filosofo per le falde della redingote e a tirarlo giù dalle vette della ragione fino alla palude delle scienze occulte? Lo scettico può facilmente obiettare che congetture se ne possono fare a quintali: non costano niente.”
Armida chinò il capo e prese fiato.
“Congetture?” si chiese. “Congetture?” ripeté alzando la testa e allargando le braccia in un gesto di non facile interpretazione. “Non lasciamoci condizionare dai pregiudizi.”
La mano di Armida si alzò a chiedere attenzione.
“Signore e signori, vi chiedo di seguirmi in un viaggio nel tempo. Facciamo un passo indietro.”
Ancora una pausa, per sottolineare la distanza temporale.
“Giordano Bruno, l’ultimo mago del rinascimento, compare in Germania nel 1586. Di tutte le sue peregrinazioni, quella tedesca è forse la più misteriosa: tiene lezioni a Magonza e a Wittenberg, una volta tanto senza litigare con il senato accademico, e se ne va senza essere stato scacciato. Lo ritroviamo a Praga alla corte di Rodolfo, l’imperatore negromante. Non scatena dispute, i nemici non lo perseguitano, i pedanti non lo contestano. Vive a Praga da uomo libero per quasi un anno, poi riparte. A Francoforte circola e pubblica indisturbato. Lascia la Germania nell’agosto del 1591, come un uomo d’affari che ha fondato filiali in un mercato promettente e, in attesa degli sviluppi, passa a occuparsi d’altro.
“Bruno ha speso gli ultimi anni a cercare protettori altolocati: non ha sedotto i regnanti di Francia e di Inghilterra, e anche in Germania ha avuto poco successo con i principi, ma dappertutto ha raccolto attorno a sé cenacoli di adepti. Oggi le chiameremmo logge. Se gli riuscisse altrettanto a Venezia potrebbe presentarsi al Papa come il fondatore di un ordine, potrebbe proporsi come mediatore per una riconciliazione con i protestanti. Ma la Storia decide altrimenti: Bruno viene imprigionato, estradato a Roma, processato e, il 17 febbraio del 1600, viene messo al rogo.
“Intanto, in Germania, a Parigi, a Londra, le logge prosperano, si rendono autonome, pubblicano testi di magia, sui muri di Parigi compare il manifesto dei rosacroce. L’occultismo diventa una moda. Nel giro di qualche decennio, non c’è persona colta che non si interessi di talismani, oroscopi e sortilegi. Saint Germain, Casanova e Cagliostro si infiltrano nelle logge millantando poteri straordinari. Swedenborg, il famoso visionario, è così noto che Kant ne parla in un opuscolo del 1766. Cagliostro (attenzione alle date!) è a Königsberg nell’autunno del 1778, solo tre anni prima della pubblicazione della Critica.
“Ma c’è un riscontro più definitivo. In occasione della sua visita pastorale massonica in Russia, anche Casanova sosta due volte a Königsberg: nel 1764 e nel 1765. Nelle sue memorie non passa la cosa sotto silenzio, ma è stranamente reticente. Riferisce circostanze insignificanti, come se volesse fuorviare il lettore. All’andata pranza con il governatore von Lehwald e ottiene una lettera di raccomandazione per un confratello di Riga. Al ritorno si ferma per pochi giorni, si separa da un’amante e riparte per Varsavia. C’è da domandarsi come mai Casanova menzioni episodi così irrilevanti. E c’è da rispondersi che probabilmente lo fa per annegare fra i pettegolezzi un indizio destinato solo agli iniziati!
“E non lo dico così, tanto per dire. Carta canta, signore e signori! In mezzo a tante chiacchiere e banalità, Casanova tiene a farci sapere di aver cambiato l’arredo della sua carrozza, proprio lì, a Königsberg. Ed è appena il caso di ricordare che a Königsberg il padre di Kant si occupava per l’appunto di selle e finimenti, di accessori per cavalli e carrozze!
“Occorre aggiungere altro? No, signori: il nesso fra Kant e l’esoterismo è dimostrato!”

Un pensiero su “I dietrologi

  1. Caro Riccardo,
    in effetti avevo già un vago sentore di tutto ciò, ma lo sai che la tua Armida mi ha davvero convinto?
    Sarà il caldo, con il quale si beve sempre volentieri.
    Un caro saluto,
    Roberto

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