Un cuore di troppo [Scuola di poesia 3:5, di Massimo Sannelli]

1. Evitare la frustrazione. Nessuno vuole la frustrazione. «Ma» qualcuno «molto, non soltanto nell’àmbito della scrittura, forse pretese», prima di pretendere *poco* (passato remoto, azione conclusa; parole di Marco Furia su un frate-asino): e significa esattamente quello che dice, *non solo nell’arena della scrittura*. Veniva la vita, ma della vita si tace; perché ha presentato, e poi tolto, cose non vere o sbilanciate (ma su cui si è creata – *io stesso* ho creato – quasi una mitologia beatriciana, caso per caso; e un’avventura da biblioteche e vicoli liguri; ma un’avventura complessa, con tremori; e poi?). Alcune cose sono state *pretese*: con l’idea forte che la vita ne dipendesse: avendo fatto, si fa ancora; e si fa ancora ogni sforzo [possibile]. Ma i colpi sono colpi, e la perdita di valore anche. Infatti la perdita non sarà mai consolata del tutto: qualcosa mancherà sempre.

2.*Un cuore di troppo* di Busi – la seconda forma, Mondadori 2005 – è una lunga preparazione alla frase che devasterà il narratore Aldo Subi: «Per me ti sei inventato tutto te» (p. 120). Quindi: «Uno che s’inventa tutto, io, ogni concretezza andata a farsi inculare» (p. 122). La relazione tra Aldo e il Porco è senza sesso, e il senso comune la considera inventata: «[…] se con una data persona non si è fatto sesso non è successo niente per quasi tutti ai quali racconti una storia d’amore, come se fare sesso significasse far succedere per forza qualcosa d’amore… ai bugiardi sì, succede…» (p. 121). *Inventata* non perché Aldo è Scrittore, abituato alla *fictio* e ad *invenire* i tropi più adatti; ma perché nel mondo *normale* l’amore pretende di essere parola *e* fatto; ed è amore impuro nelle parole, nel sesso e nella castità; così come il mondo legge impuramente [schematicamente] anche l’omosessualità: «[…] è di quell’altra sponda come te, no?» (p. 94), «Ma con lui ti sei girato sì o no?» (p. 95).

Esiste una disgrazia ironica della *perfezione*, che non avrebbe bisogno di specchi ustori e critici. Si ustionerebbe abbastanza da sola, autocriticamente, ringraziandosi della colpa e della pena, e liberandosene. Nel suo fondo più buio, chi ama pretende solo due cose, quasi simboliche: dall’amato, che esponga se stesso in una risposta contemporaneamente fisica e metafisica, di corpo-senza-corpo e di parole senza corpo, e poi di corpo donato e di silenzio, e poi il contrario del contrario [abbandono e intelligenza, nella stessa storia]; dall’amico-confidente, come Menes-Menelao, una simpatia che vada oltre la formalità o l’informalità: un sì pieno di no, e un no avvolgente come un sì, umanamente carico e pietoso. Invece anche il confidente è una maschera, e in questo caso Totò *docet*: Menelao perché *me-ne-lao le mani*, Filatterio perché si protegge [in tutti i sensi], Subi perché subisce: «A che mi servo se non sarò mai reale, se sono o ciò che subisco o un nome storpiato o niente?» (p. 128). Mentre il Porco è tale perché non c’è, non sa, non può e non vuole: e quando vorrà amare Subi, Subi si rifiuterà (p. 103). Il rifiuto è razionale: accettare ora sarebbe troppo *do-ut-des* («un fra-di-noi omertoso»: p. 40), e troppo fuori tempo. L’amore è più grande di queste imperfezioni, ma ne è sempre ferito.

3. Busi non è cristiano e si pone fuori dal perdono. Non solo: la sua rappresentazione dell’umanità – e dell’umano, in genere – è così tragicomica e riduttiva (p. 111: «la quisquilia di essere stati delle persone») da escludere il perdono. Gli uomini, che hanno già il difetto di «non sopportare troppa realtà», sono troppo bassi per meritare il perdono. Così il perdono non sopporta troppa umanità.

Ci appartiene un inferno piccolo(-borghese) in cui anche la pedofilia può essere coniugata con il neofascismo e con i buoni princìpi, fino ad essere «pedofilia perbene, ovattata, di mondo, quasi un meritorio esercizio di calligrafia» (p. 115). Ma qui Dio non c’è, e il cerchio si chiude così, in una parlata tra parlanti che *non possono* capirsi. Non c’è contatto possibile (se non per convenzione sociale o per caso) tra chi cerca un «incanto tutto suo» (p. 111) e chi non-vive. Così i due mondi saranno paragonabili, ma non congiunti, né in corpo né in spirito. La rinuncia al perdono [da parte del perfetto Scrittore] è parallela all’empietà [da parte dell’imperfetto Porco o di chi si lava le mani].

Alla fine, nemmeno i marroni raccolti da Aldo e Menes possono essere simili. La perfezione e l’imperfezione che li segnano a prima vista sono anche il criterio che li separa, così come l’amore è diverso dal disamore (tra quelli di Menes «non ce n’era uno che non fosse smangiucchiato o col becco», e infatti erano stati «raccolti senza alcun amore», per cui Subi li getta: p. 127; mentre il narratore ha scelto i suoi «con cura a uno a uno, smerigliati come pomelli d’ottone, sani»: p. 128). Ma anche i marroni perfetti di Subi saranno dispersi, come la «salma di un eroe di guerra» (p. 128): come Subi, sono troppo reali per stare nella realtà.

Lettore, Busi ti ha provocato sulla «concretezza» delle cose e delle parole, che chiamiamo *la realtà*. Il suo non credere a niente è un pungolo, per chi crede; e la scuola, questa volta, è sua. Anche la provocazione è tutta sua: perché *non tutto è finto*.

58 pensieri su “Un cuore di troppo [Scuola di poesia 3:5, di Massimo Sannelli]

  1. ma io credo a Busi – e tanto basta. non ombra contro ombra, ma parola contro parola. “per me ti sei inventato tutto te” è quello che è – una bestemmia. non ero senza cuore quando ho scritto queste righe – quando ho copiato le righe di Busi, che oggi è il vero autore di questa lettera/scuola. non ero senza cuore – dal mio punto di vista di frate-asino, questo post non è finto. inutile – forse: ma non sarà né la prima né l’ultima delle cose inutili. grazie a te
    massimo

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  2. @1
    è davvero triste non-vedere un minimo di volontà/capacità argomentativa. l’ambizione dell’accumulo non fa parte, e credo non lo voglia essere, di questo angolo: l’inutilità/impotenza ci appartiene ed è persino ingenuo credere il contrario. anzi tale ingorda-ingenuità trovo che sia peggiore, perché deleteria, perfino della stupidità.

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  3. Busi parla della cosa più semplice, ma questa cosa semplice è indicibile: il problema non è “mi ami o no? bellissima statua sommersa!” – il problema è “mi credi quando dico? mi credi quando dico che amo?”.

    un giorno [è una storia vera] un dirigente regionale e un dirigente nazionale del PCI, D. e N., si incontrarono. parlarono di ciò che Amelia Rosselli chiamava “persecuzione” e che il mondo chiamava “mania di persecuzione”. il dirigente nazionale, N., disse a D.: “e se fosse tutto vero?”.

    quello che sta in una mente non è tutto il mondo. il mondo esiste. il mondo agisce. e il mondo reagisce contro la mente – così la mente reagisce al mondo. nel caso di chi scrive, azione e reazione seguono vie ambigue e dolorose e metaforiche: *e voi – che cosa fate?*

    [*che cosa fate?* – parole finali di Antigone reclusa, ad uso dell’attore, o “dell’uomo che è donna”]

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  4. *da Antigone. Un monologo*

    4
    Sono davvero una creatura strana:
    perciò mi spetta una sepoltura
    da pazza o animaletto nelle mani
    del bimbo – il suo trastullo –, che poi piange

    e piange veramente sullo scempio –
    empio – che ha già guardato, e scaglia
    per rabbia qualche cosa contro il muro –
    duro – e io ho diritto alla crudeltà

    che non merito, senza meritare
    né la bocca baciata, che non perde
    ventura – anzi rinnova! – né le chiare
    acque – e poi tacque. Fine del sognare.

    Ai morti, ora che vado, viva, dico:
    non sono viva, sono intatta e inutile.
    O muti, cari, teneri, bei muti,
    in questo mondo il mio merito è nullo.

    Silenzio. Udite. Ssst! Silenzio, calma.
    Il mio Giudizio è questo. Il metro cambia.

    5
    A voi uomini piace
    solo una donna morta.

    Le due ali che avrà
    una larva cresciuta
    nel bozzolo di seta
    vi spaventano ancora.
    Se un’anima si alza
    da questo sonno, spiace.

    *

    Perché eri così biondo?
    Tu sei passato sempre
    come un ago tra i lembi,
    che non li sporca. E so:
    quando hai sfiorato appena
    nei sacrifici il vaso,
    per ricevere il sangue
    della bestia sgozzata,
    tenuta per le corna
    dalla forza dell’uomo –

    mi hai toccato di nuovo
    con le mani la pelle
    per cogliere una rosa,
    e non hai mai tagliato
    un ramo dell’adelfa:
    l’ape non rischia nulla
    per un fiore che intossica –
    mangia per lavorare.

    *

    A te piaceva solo
    spiare da lontano
    il mio seno, nient’altro.
    Volevi essere visto
    come lo è un riflesso
    pallido, senza fuoco
    ma umido, un riflesso
    smorto che sembra acqua.

    *

    e mi aspettavi… Io ti offrivo
    soltanto la mia nuca,
    come il primo segreto
    che una donna concede.
    Una volta ho sentito
    il tuo sguardo al suo centro:
    un coltello sottile,
    un coltellino d’oro
    dalla nuca alla schiena.

    Mi sentii brutta, brutta!
    E caddi a terra, gridavi
    «stai male?… come stai?
    Dimmi…». Io non fuggivo.

    *

    Antigone è pietosa
    sempre, sopra la tomba
    di suo fratello, che
    muore per vendicarmi
    di te, pallido capo
    che io adoro, fratello
    promesso a me, mio unico
    marito, perché anch’io
    fossi compiuta donna
    e una nave sul mare
    in pieno vento, in mare…

    *

    La figlia non usata
    resta viva tra i morti,
    col corpo che conosce
    solo il coltello d’oro
    dello sguardo alla nuca.
    I morti non proteggono
    chi non ha una difesa
    e vive ancora.

    Sola,
    sono la vostra erba
    vile e ancora un’allodola,
    una colomba acerba
    e un niente, l’immatura,
    la troppo o troppo poco
    vergine, che non muore
    come suo padre, cieca:
    e voi – che cosa fate?

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  5. “do-ut-des”

    attrito di ossa, tendini e giunture: -la perfetta equivalenza-!

    “Varie cose vi accadranno, ma lì non sarete protetti, nel nido. Questo è certo. No, adesso non è più certo.”

    Elfriede Jelinek, Bambiland

    “[…]
    Oh vita vitale per cui vivo,
    per cui vivendo muio e vivo a morte,
    pestami ancora, pestami più forte,
    sono quella che spasima d’amore!
    Fammi a pezzi! di più! pesta il mio cuore!
    ma resta!, amore di dolcezze amare,
    perché sto male…«Vogliamo scherzare?
    Io sono l’uomo che… non può restare».”

    Patrizia Valduga, Prima Antologia

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  6. nido : protezione. in un certo senso. in un altro no. noi non siamo innocenti come i gigli dei campi e gli uccelli del cielo. tutto è complicato – e un nido rischia di essere il suo contrario, se non si appartiene alla specie di chi vola… fare molte cose, fare – è urgente (il cuore pensa)
    massimo

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  7. “La perfezione e l’imperfezione che li segnano a prima vista sono anche il criterio che li separa”

    ——–

    La perfezione e l’imperfezione sono due facce complementari della stessa medaglia.

    Si ‘tende’ al raggiungimento (all’avvicinamento) della perfezione (come condizione di bellezza, compiutezza e felicità) passando sempre attraverso l’imperfezione.

    Più alta sarà la tensione alla perfezione, più alto sarà il rischio e la consapevolezza dell’imperfezione.

    Il fallimento si concretizza materialmente e ‘volgarmente’ nella perdita (perdite!)

    (ma, non tutto è finito…)

    Ti abbraccio Massimo

    Mapi 🙂

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  8. e Busi si reinventa genio poliglotta e Scrittore (Seminario sulla gioventù) perché *non c’entra niente* con il mondo in cui nasce – la diversità è del cuore e della testa, e in *Nudo di madre* parla anche di un fratello che voleva ucciderlo. potrei dubitarne, ma Busi è una persona di cui non dubito mai. e di fronte ad una diversità gigantesca ed eccellente, che *piange*, l’ammirazione diminuisce (ma poco), e la pietà cresce – perché dove manca la grazia in uno, un altro non regge… Mapi tu scrivi e ascolti la voce di chi viene messo a tacere, la “ragazza con la valigia” le ha sapute ascoltare – il cuore è aperto per sentire, come le orecchie…
    massimo

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  9. e un giorno vorrei (e dovrei) citare le righe dell’elogio di Rilke (morto), pronunciato da Zweig. Zweig non lo esalta solo come poeta. in Rilke vede la *grazia*: guardate come scriveva, e sapete? se restituiva un libro prestato lo avvolgeva nella carta velina, aggiungeva un regalo; e poi era ordinato, elegantissimo e invisibile; e che occhi azzurri, che portamento, -ecc.

    Zweig nota una misura così poco umana, anche nel 1926, da doverla segnalare. e ci sarebbero i gigli-bigliettodavisita di Emily Dickinson – ecc., ancora.

    infatti non basta scrivere testi. e l’esagerazione esteriore di Zweig per il suo santo poetico va tradotta in altri termini: non c’è nulla che non sia poesia, in un poeta. (qualcuno ricorda che Amelia R. accompagnò qualcuno con la candela in mano fino al portone del condominio: era mancata la luce; non era mancato chi *portasse la luce* – di sollievo in sollievo,ecc.)

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  10. molto lontano da qui – mi è stata chiesta una piccola pagina su Cesare perduto nella pioggia – eccola:

    ***

    Ma nessuno sa chi fu Cesare Pavese. Nelle *Piccole virtù* Natalia Ginzburg lo ricorda timido e sfuggente, operoso e ozioso nello stesso tempo; Ginzburg dice: in fondo, noi, i suoi amici, non sapevamo neanche se fossimo pigri o operosi. Ma il nostro amico era una cosa e due, in tutte le *nuances*, ad uso della Casa Editrice e del Partito di Massa (entrambi illudono, poi deludono chi è sensibile; né l’una né l’altro sono fatti per accompagnare chi critica e sa). Guai a chi è solo, anche se la solitudine è il suo «refrigerio».
    Dunque ho letto Pavese per Radio Alma, dosando la mia voce. E ho fatto quello che non si deve: privilegiare le ultimissime poesie, cioè la «droga di un’intera generazione di liceali» (parole di Mengaldo, con la mancanza di pietà di chi deve creare schemi e florilegi: succhiare il fiore, succhiarlo crudelmente). Il lettore non è stupido, e neanche chi ascolta. Se non si cresce più dopo un apice, e se *ripeness is all*, e se la maturità è già raggiunta, insieme al talento – allora non ci sono due tempi (il tempo caldo e popolare di *Lavorare stanca*, il tempo tiepido e sussurrato di *Verrà la morte e avrà i tuoi occhi*), ma uno. E tanto basta: «Nel mio mestiere sono re», e che cosa significa, se dopo due settimane si muore *così*? Significa: anche le ultime poesie sono parte di una storia, preparata con attenzione e amore; e poi: chi agisce al livello di un «re» non improvvisa nulla. Sua maestà ricorda che ogni pagina avrà un pubblico, presto o tardi. E se «tutto il mondo è un teatro», metafora chiama metafora: ogni teatro vuole spettatori, ai quali dopo THE END si chiede un applauso (il re è bravo) o il rispetto (il re è grande) o la pietà (il re si è ucciso).

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  11. Caro Massimo,
    un cuore è di troppo quando si limita a pompare sangue, basterebbe allora solo un semplice “attrezzo meccanico” come quelli che la scienza medica cerca di costruire per poter far vivere chi il suo lo ha impossibilitato a fare il suo “lavoro”
    il post non è inutile e non leggo Busi per cui non oso.
    nulla è finto e tutto lo è, la verità è solo dentro ognuno di noi e a volte mentiamo anche a noi stessi.
    bellissimo il monologo di Antigone e da qui parto:
    ” a voi uomini piace solo una donna morta”
    Ecco, il punto è proprio questo: donna/uomo che sia, si crede di amare e di essere amati quando si possiede totalmente l’altro e l’altro ci ama come noi vorremmo. sì allora busi ha ragione tutto è finto. Ma non è così, si è amati anche quando l’altro ci ama in un modo che non è il nostro ma ci lascia liberi di riamarlo a modo nostro.
    Il concetto non è semplice come semplice non è l’amore. Che si sia credenti, in Dio, o meno non è essenziale. L’amore si alimenta solo dall’amore e va oltre l’amore, “se ami veramente qualcuno devi lasciarlo libero di amare, se va via e torna vuol dire che ha compreso ed è pronto ad amarti viceversa non ti ama ma deve solo possederti”. Queste sono le parole di mia zia Maria,suora per vocazione,una lezione di vita e non di catechismo, una poesia che mi ha aiutato a crescere. Non è stata una lezione di vita ma un suggerimento per capire ed essere felice.
    Busi ci crederà mi piacerebbe parlarci, chissà alla fine chi di noi due cambierebbe idea.
    Ognuno di noi ama una donna morta, un essere he diventa un automa e l’immagine di se stessi e ci si convince anche che sia il più grande amore mentre è solo narcisismo.

    Chi fra Andrea Sperelli ed Elena ama veramente? Andrea ma solo se stesso, è mentitore per sua confessione, e si convince che il piacere del rapporto con Elena sia amore ma quando è onesto con se stesso sa che è solo possesso. Andrea deve possedere Elena e questa impossibilità gli fa soffrire pene d’amore. vorrei sorridere ma sarebbe un riso amaro.
    sì un cuore è di troppo se serve solo a pompare sangue, l’amore è qualcos’altro e allora sconfesso Busi se dice che l’amore platonico non è amore. Se non è amore libero, il sesso rovina l’amore perchè è lo strumento migliore per possedere l’altro, l’uno vittima, l’altro carnefice e al solito il gioco dei ruoli si scambia e la vittima non può far a meno del carnefice perchè in altro modo è carnefice essa stessa.

    La pedofilia è l’estremo, il vigliacco che non ha le “palle” per confrontarsi neanche con se stesso, il boia che infierisce sulla vittima innocente legata e immobilizzata ai suoi piedi, è forse questo un uomo? no solo un’aberrazione.

    Ma Busi un cuore lo ha e provoca, se così non fosse come provocare se non conosce la cosa di cui parla?

    e un cuore lo hai anche tu che riporti il post, forse sì ne hai uno di troppo, donalo a chi non ne ha, 2 fanno amare il doppio ma soffrire altrettanto.
    Chi dice che l’amore è menzogna forse lo fa perchè se lo nega, troppo egoista verso se stesso perchè l’amore quello che intendo io, fa male, spacca il cuore, perchè non è un do ut des ma un dare senza pretesa ed è gioia per tutto ciò che arriva inatteso, perchè tutto così è inatteso e quindi sorpresa gradevole, amore.

    Ma esiste un amore così? rarissimo, per pochi eletti che veramente si sono evoluti con la specie. tutto il resto è finto ed in questo senso do ragione a Busi.
    L’amore vero lo descrive un uomo, figlio dell’uomo, e non bisogna essere credenti per capire cosa dice ma quel che dice vuol dire “amara un essere vivo, pensante e diverso da noi” il difficile è tutto qui.
    Un mio amico chiedeva spesso: “cosa siete disposti a fare per un amico?” Tutto fino a morire, questo è amore. chi può dire questo senza mentire prima a se stesso, è salvo e ha un cuore che non è di troppo ma che pulsa affinchè la vita fluisca e fluisca l’amore. Mai smettere di cercare finchè c’è vita, oltre la vita c’è perchè è libero dal corpo umano che tutto corrompe e incatena e imbriglia. L’amore esiste, iniziamo a trovarlo in noi e a donarlo senza aspettativa e torno ad Antigone e al suo monologo e aggiungo “amor ch’a nullo amato amr perdona”, Francesca (V canto dell’Inferno) L’inferno è per chi non ama che se stesso e finge un amor sublime che non prova, Andrea.

    un abbraccio Massimo e non temere di avere un cuore di troppo prima o poi l’amore torna a noi, fore non nel modo che pensiamo e crediamo ma nulla è vano agli occhi di Dio, che si sia credenti o meno, perchè l’amore è l’energia che tiene una cellula unita all’altra e grazie ad esso si costituisce un corpo …. e l’intero universo. Dio = amore = energia un’eguaglianza da me fatta quando cercavo il mio Dio ed ero poco più che una bambina con un cuuore di troppo.
    Stella

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  12. la madre dosa le sue parole e ha *la* grazia. come chi è abituato ad avere dei Piccoli – che aspettano *le* parole:non molte,ma quelle che servono. il Narratore,il Cuore dei Cuori, ha detto che nessun amore è più grande di quello che dà la vita. di nuovo: la madre. senza grazia, niente. si torna alla “mancanza di grazia” che ferisce tutti,frati asini e no…

    Stella, grazie, grazie.

    ***

    e all’alba ho tagliato e incollo questo [parte staccata da un corpo- un libro – futuro]:

    Quello che scrivo ora abbandona e compromette uno stile. Vedrai che i cedimenti – rispetto ad uno Stile elevato, che per me era religione – saranno molti, fin dall’inizio. C’è sempre un’URGENZA, che preme sugli «strani giorni», e fa sbagliare. E da parte mia: il FIATO SUL COLLO; perciò correre.

    Chi insegna si basa sui libri che ha scritto: non ha quasi altro, nel mondo, e niente lo accredita, nel mondo. Eppure: il mondo non conosce i suoi libri. Oppure: il mondo li conosce, e li giudica validi. Oppure il mondo li conosce, ma li annulla. Eppure *io sono la stessa persona*. Imparo che *l’odio e l’ammirazione non riguardano le opere, ma la psicologia*; e che questa scuola è un patto di amicizia, e tanto basta. Il patto vale anche quando usiamo l’indicativo e diciamo *no*.

    Posso fidarmi, perché le «Mani che non vedo» hanno fiducia in me. Nessuno toglierà niente a nessuno. Se la fiducia declina, il libro della mia presenza sarà chiuso: in questo caso, mio fallimento.

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  13. il testo sarà fedele al sentimento (chi ci crede- se esiste ancora: ma esiste). oppure no (ma è peggio).

    anche il viso sarà fedele – e tutto sarà visibile in un giro di rughe sorrisi ciglia mani: come stai? io volevo sentirti! e volevo *sapere se vivi*. e tutto il resto. oppure no, e il viso tace bene (ma è male, è peggio).

    i corpi non si incontrano: la cosa più facile NON avviene. *allora* il testo esporrà vocali e consonanti ben atteggiate – la M minuscola e maiuscola, la P, maiuscola e minuscola; da una parte:per una perfetta cabala che chiede,come le metafore di Sanguineti, “attento, o tu che leggi”. molta poesia si basa su questo parlare a distanza, e distanziando: il fonosimbolismo non è morto né con Pascoli né con Ungaretti. e Cristina Campo dice MoRIremO LontanI: lo scheletro di un nome amato invano: MARIO LUZI.

    m è il maschio, p è la poesia; e anche i giochi della lettera C: ciò che è luCe; e C’è; e la tripla P, che evoca un uomo che si ama e si teme (è l’eccesso della poesia, dunque fa paura – voglio morire d’amore? di poesia?: sì, sì, no,no. e allora un *beatnik* – ma italiano e bolognese/friulano – fin dagli anni 40: autoProclamato in Pagine Pubbliche, all’altezza di *Empirismo eretico*). di sollievo in sollievo – no. per ora, nessun sollievo.

    MA sono l’altezza e la profondità del mondo a consolare. le qualità di una tazza colma -la tazza da *parto*.

    ***

    Antonio Porta, in coda ad un’improvvisazione che deve chiudere (la testa preme e gli impegni; e il computer non è di chi lo usa):

    non saprò mai che cosa significa
    avere la fica, non riuscirò mai a vivere
    con questo buco tra le gambe, questo
    risucchio uterino da riempire ogni istante,
    forse una donna se lo dimentica ogni tanto,
    invece io non posso.
    Mi sembrano i pensieri di un disossato,
    ecc.

    *

    *in cui mi riconosco* senza sforzi.

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  14. si può essere donna anche senza quel buco. non c’è nessun fascino. nel film xxy Alex sceglie la non identità sessuale: si annulla nella duplicità. e vive. e s’innamora.
    la morsa del mostro=la persona.

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  15. e in un racconto di Mancassola, in un vecchio numero di “versodove”: *il* protagonista decide di *abbandonare la virilità*. mi pare che la metafora sia questa : come un vestito inutile (la stessa immagine fu usata da Sbarbaro. quando si disamorò: l’amore mi cadde, come cade un vestito).

    i poeti lavorano con immagini. e non fingono – o meglio fingono di fingere,piangono e ridono, muoiono e vivono (non lo dico io: lo dice Giacomo da Lentini nella sua canzone-programma). le figure sono vere e non vere, nello stesso tempo; condivise e non condivisibili. la Porta della storia non viene aperta o allargata – ben inteso – da una nuova metafora o dal buon uso del vecchio. dunque: *salvatico è quel che si salva* – scrisse un Narratore (anche lui abbandonò la virilità, a quanto pare). [la donna-che-si-spulcia di De La Tour non è meno potente di un’icona imparadisata di Rossetti : anzi è il contrario – eppure non avrebbe grazia; eppure *è* qualcosa]

    *

    la cosa importante (parlo per me, ma forse è una parola veramente plurale): NESSUNA FREDDEZZA, mai, in nessun caso,in nessuna parte di nessuna parola. in nome di un folle voloo volontà di dire e di mille metafore che non valgono un istante di *altro* (e il Cielo è sempre più blu) –

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  16. il delirio che sta sopra, che passa da Leonardo a De La Tour, e tutto il resto, che non resterà – significa solo [credo] : le vie sono molte e diverse, opposte e discordi. le idee non sono TUTTO. [e il TUTTO non si riduce a una due tre quattro idee]

    questo è l’Occidente, dunque; ed è il Gran Teatro del mondo. *in realtà* le cose sono compresenti e contemporanee, come le idee (e come gli uomini: Guittone è contemporaneo di Cavalcanti, Damiani è contemporaneo di Viviani – le cose non sono successive, ma compresenti).

    il Preraffaellita inglese e il Nazzareno tedesco non avrebbero mai dipinto la Donna Che Si Spulcia. ma i segni contano *fino a un certo punto* [anche se la *mia* stessa ossessione è lo stile]. i segni [e la loro disposizione] contano molto, perché DANNO LA FORMA che sarà vista o letta. ma dopo, importa SOLO la *felicità* [parlo come posso] che la tua opera regala.

    e un’altra cosa conta,e conta di più: quanto aderisca al mondo. e se Nietzsche elogiava il senso dell’olfatto, *che strumento potente abbiamo!*- è perché rideva di ciò che non dà tracce, di ciò che non è un nuovo oggetto e piacere dei sensi [“altrimenti uno parla da solo”].

    dunque: a 50 metri dai due grattacieli gemelli del World Trade Center di Genova c’è un minuscolo campo di nomadi: le torri gemelle non sono più vere del campo, e il campo è più vero delle torri. MA: il mondo avrà sempre più nomadi [e poveri] che torri in posizione eretta – e chi rappresenta i nomadi non ha raffigurato la grazia, *forse* [ma non è detto]; ha ESPOSTO il Cristo che “vive di accattonaggio” (parole di Turoldo, che Lo prega di notte e Lo sfama di giorno).

    naufragare in questo mare non è dolce, *forse* – vi è una completezza che aspetta solo di essere *espressa* [il naso è fatto per sentire]

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  17. …piego le labbra della mia ira. Divento umile.

    L’occhio è vigile. L’ombra murata spia dietro le sbarre. La grata sfonda gli sguardi, spezza la luce in mille riquadri. La follia scaglia unasmorfia di gomma. Ilmazzo di chiavi scandisceil tempo fermo. Il rumore è un suonometallico: mi aggrappo a questo suono, in mancanza di un interlocutore.

    Non si distinguono più la lingua e l’occhio bello.

    “La murata”

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  18. “e il TUTTO non si riduce a una due tre quattro idee”

    è vero! è l’io che vuole annullarsi. imprimere solo le parole vicine all’osso tenendo lontano le altre, le più. ma è il contrario dell’auto-lesionismo: si desidera lasciare lo spazio che resta a quello che ci circorda. rendersi sfumati esseri ambigui/Plurali. Presenti.

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  19. Ciao Massimo!

    tu scrivi: la cosa importante (parlo per me, ma forse è una parola veramente plurale): NESSUNA FREDDEZZA, mai, in nessun caso,in nessuna parte di nessuna parola.

    ma questa freddezza (che a volte colpisce più di quasiasi azione)da cosa è dettata…?
    quando uno scrive, lo fa con il suo sangue ed il suo spirito, quindi inietta la sua linfa che poi va ad avvolgere il suo stile, ognuno ha uno stile, e questo facilmente si rivela a un occhio attento…
    la freddezza (di cui parli) nasce da un cuore di pietra?
    l’incapacità di amare, forse, conduce a questo asetticismo nella scrittura?

    in ogni caso, ogni senso è bene resti all’erta.

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  20. buon giorno Carla… scrivevo in fretta ieri, scrivo ancora più in fretta oggi – e pensavo al mio passato, a rapporti, a scritture che erano omaggi. e tu non sei freddo, ma sei vicino a chi legge la tua opera come fredda – come se non vedessero il colore della tua faccia. e un mio maestro diceva: tu sei responsabile SIA delle tue poesie SIA di quello che se ne dice. allora sembrava lavoro da laboratorio – ne ho avuto orrore. oppure dei giochi per cui Jupiter Anal è un piccolo enigma che nasconde e deride il nome di un poeta contemporaneo. non è che non si possa o debba fare – ma non mi rendeva felice.

    e adesso – adesso è bello: pecco per eccesso – andrà bene, la strada c’è, non manca…
    massimo

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  21. e un’altra cosa: no, la freddezza scritta non nasce da un cuore di pietra: né Giovenale né Zaffarano né Biagini lo sono (facciamo i nomi). nasce da un cuore che si mantella (ecco: la freddezza serve a coprirsi). gli stili esistono – i corpi anche, come esistono gli accenti e i carismi. allora un cuore rosso sceglie uno stile bianco – può funzionare. ma è un cuore felice? lui forse. e io? se lo leggo, sì (il piacere dell’intelligenza). se lo frequento, sì, perché vedo il rosso interno, non il bianco pubblicato. ma allora perché leggere bianco e sentire rosso? rosso comunque – allora. dico così, per un problema di FELICITA’.

    e non bastano gli scritti. si aggiungono le voci – la voce (aria intonata) porta il caldo (o ridicolizza il freddo: perché il freddo si può scrivere, ma non leggere).

    queste però sono idee. dunque sono inferiori al TUTTO – che NON rappresentano.

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  22. Massimo,
    confesso che devo leggere più volte per capire tante cose ma questo porta poi a tante altre riflessioni.

    il grazie ha un valore terapeutico altissimo anche se mi fa diventar rossa come una quindicenne al primo complimento, ma per cosa mi ringrazi? sono in ritardo e io che credevo di fare tante cose in queste “vacanze” e non riesco neanche a leggervi.

    grazie a te
    un sorriso
    Stella

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  23. e poi ancora, rileggendo le tue ultime cose, riguardo alla nostra opera:

    …e un’altra cosa conta,e conta di più: quanto aderisca al mondo. e se Nietzsche elogiava il senso dell’olfatto, *che strumento potente abbiamo!*- è perché rideva di ciò che non dà tracce, di ciò che non è un nuovo oggetto e piacere dei sensi [“altrimenti uno parla da solo”].

    Concordo, elogiare il senso dell’olfatto,il senso istinvo per eccellenza, affinarlo, per quanto sia possibile…un’arma silenziosa e potente.

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  24. sono stato allievo di chi si considerava allievo dei gatti e dei libri, dei bambini e di Francesco Pennisi (o di Scelsi) – tutto era tutto, tutto è in tutto. (mi affascinò Dronke – perché sa tutto; e così Sanguineti, prima: ma Sanguineti ha dovuto nascondere il suo cuore, e così fino alla fine. Sanguineti ha dichiarato: “non ho mai dovuto lottare duramente per qualcosa” – e questo dice tutto; così De Angelis quando dice: “i campi – a meno che non siano di calcio – non mi dicono niente”). quel maestro, in particolare, si chiama Marzio Pieri; è figlio di poveri e parla fiorentino. e il naso si insinua, sente… [l’odore dell’India non è *solo* una citazione: è VERO. e lo si sente, ma ridotto, in via Prè e via del Campo, da case nere in cui si cucina…]

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  25. [è difficile che io parli di cibo e cucina – *buon segno*]

    [fase di un Prometeo in cui si dispera e spera – appartiene a se stesso, dunque a tutti, e chiunque lo può usare, se vuole: è cosa della voce – non è una cosa fredda!]

    [sogno un Prometeo-oratorio: nessun lettore sarà attore – un’azione – il “non fate troppi pettegolezzi” che arriva ad una sua grazia, con tanta vita – andare in strada e prendere gli attori]

    PROMETEO

    quanto è grande la luce
    del cielo, io la supplico.
    quanto è veloce l’aria
    sulle ali, io la supplico.
    e supplico anche il mare
    e la terra, che è madre
    di ogni vita, e invoco
    il sole il sole l’occhio
    che vede tutto il mondo.
    sole, terra, cielo, mare
    guardate cosa soffro
    per mano degli dèi:
    eppure [pausa] sono un dio.

    questo oltraggio mi nausea
    e mi offende. e la lotta
    che inizia mi fa schifo.

    piango questo dolore
    nuovo e il dolore che
    verrà. in un momento
    si può dire “è finita”:
    basta poco. non ora.

    vedo già tutto. Zeus,
    anche Zeus, è uno schiavo
    del Fato. io non oso
    tacere; ma non oso
    ancora non tacere.

    [pausa]

    anche di me, anche di me avrà bisogno
    il signore Zeus. purché gli dica quale
    nuova violenza gli leverà scettro
    e onori, né più dio né re e senza
    governo. ma se Zeus non mi slega
    da questo vincolo, prima, e se Zeus
    non ricompensa l’ingiuria di oggi
    non gli dirò niente.

    la potenza finisce. anche il furore.
    e Zeus verrà, verrà
    come un amico. e quando
    verrà, sia il benvenuto.

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  26. “egli danza”.

    egli danza. anche sapendo di perdere: “oggetto di virtù, perdendo senza rimedio” ciò che gli era simile – o che ha voluto vedere simile. suo destino e missione: inventare piccole strade, lasciarle a chi deve percorrerle, poi cambiare strada (ma basta sentire il nome, e soffre: poi non soffrirà più). il tempo è poco. sono felice che le donne parlino più degli uomini, *qui*: le donne hanno un rapporto meno nevrotico con il futuro, gli uomini non lo vedono o ne soffrono (e Tondelli e Leavitt ne rappresentano molti, così: uomini ex belli, che dopo i 30 anni si afflosciano – fantocci – o si spengono – candele -). io temo ogni discussione fatta da *soli uomini*.

    *la vostra cortese domanda mi piace, e non posso, né voglio, coprirmi a voi”.

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  27. Ciao Massimo!

    e con questo tema
    non posso aggiungere che
    questo passo…

    -La danza, in tutte le sue forme, non può essere esclusa da una nobile educazione: danzare con i piedi, con le idee, con le parole, e devo aggiungere che bisogna essere capaci di danzare con la penna?-

    🙂
    (il sorriso è mio);-)

    Fiedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli

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  28. ci sono tante danze – non tutte sono metafore. alcune sono danze vere, e sono mani che si muovono.

    stanotte ho dormito sui gradini di una chiesa, in una città umbra: caldissima di giorno, molto fredda di notte. con la grazia del ritorno del sole, all’alba – che riscalda l’aria (che poi diventa torrida). è una cosa che fa bene, ed è VERA.

    Rilke non scherzava sui suoi Angeli, qualunque cosa-persona fossero. e Montale neanche, sulla sua Cristofora. ed Emily meno di tutti, quando parlava della sua Stregoneria –

    si crede a ciò che si vede, per prova. alle mancanze che rendono gloriosa la semplice banana buttata (non si vende più) e la luce che arriva – non si tratta di metafore. queste cose DANZANO DANZANO DANZANO.

    esse, soprattutto, danzano – cantano e discantano.

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  29. – e danzando NUTRONO. dimenticavo la cosa più importante: questione vera della poesia, anche le banane e le scale e tutto il resta, che resta forte.

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  30. appunti nuovi. improvvisazione dopo scale e freddo e gioia.

    io non mi occupo di *storia della poesia*, ma di poesia. dunque: lo storico della poesia raccoglie la piccola poesia sulla luna,e la trova “leopardiana” (non sa che l’autore di quella poesia disprezza Leopardi,come Recanati rideva dellu gobbu de Leobardi): è sufficiente che appaia la parola *luna*; e se l’autore è anche marchigiano – il gioco è fatto. il non-storico guarda e dice: il re è nudo, quella poesia NON è leopardiana.

    la guerra non viene più dichiarata, ma proseguita (parole di Ingeborg Bachmann). dunque c’è – ma in quel modo sottile e permanente che è proprio dei “poteri forti” (lo diceva all'”Espresso” un militare italiano: i poteri tribali afghani sono ovunque, Karzai non conta nulla, e questi poteri sono come la mafia: ci sono e non si vedono).

    la guerra prosegue. i testi la registrano. chi è nato nel 1973, e prima, ha tra i primissimi ricordi la guerra delle Falkland e gli annunci televisivi “è stato *barbaramente* ucciso… si è dichiarato *prigioniero politico* (la televisione ha un linguaggio formulare: 30 anni dopo, i proclami di Benladen sono sempre “farneticanti”; ed è “imponente” lo spiegamento di forze, e qualcuno ha in casa “un vero e proprio arsenale”. e “riabbraccerà i genitori”. no, prima c’è “lo strazio del riconoscimento”). non bisogna credere che il linguaggio ripetitivo – e quello della tv in particolare – non lasci tracce (io temo soprattutto quelle invisibili).

    la *Seconda natura* di Alessandra Palmigiano è piena di riferimenti a *questa* guerra e al suo linguaggio militare [linguaggio FABBRILE, perché le armi di Ares sono l’opera di Efesto: fuoco e fiamme, forni e crogiolo]: “lontano / dalle albe belligeranti,dentro il crogiolo / del ritmo… Ritrovando il codice della guarigione / attendendo la parola d’ordine…”, “assoluta disciplina / dellavita reclusa nel crogiolo…e abbiamo ricordato l’armatura / piovere a placche sul corpo dell’eroe”, “senza sperare / la vittoria ma il momento della guerra”, “la zanzara in assetto di guerra… e ogni altra perfezione dispiegata / delle cose ostili”,”nella durezza e nel fosforo / della sua idea di guerra”, “al buonumore di un giorno di guerra / di mani rovinate uguali”.

    *Grave* di Alberto Cellotto vive su un titolo ambiguo, e scelto apposta: grave è il peso (che cade), la ghiaia di un fiume (oggetto di un contendere militare, in Veneto, prima guerra mondiale), e la tomba (in inglese).e Alberto mantiene vivi i tre sensi,con la contemporaneità che è propria della poesia. e tutto questo si mescola alla poesia delle “piccole cose” – quella che mi è più lontana (“ho ripreso oggi la linea 4”,ecc.). ma qui le piccole cose non sono senza coraggio: fanno parte di un luogo (che ha una sua lingua: il veneto, ancora lingua *parlata*- che in Alberto è anche scritta) e di una storia – dunque hanno un popolo intorno (le rivoluzioni, comprese quelle *sintattiche* – è una vecchia geniale intuizione di Momigliano – non sono mai solitarie: dal “latino volgare” di migliaia di parlanti nasce il volgare di milioni di parlanti;mentre Orazio è quello che è: “monumento più duraturo del bronzo” -ma il bronzo non è flessibile, e la sua casa è il museo).

    la guerra è subìta, non vinta. implicita,non dichiarata. ancora metafisica,come il malum mundi; ma non abbastanza intellettuale da perdere il legame con la storia *vera* dei “barbaramente uccisi”, delle “ghiaie” gravi e dei corpi.

    questa non è storia della poesia. è la lettura di ciò che la poesia ha – è – : né più né meno.

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  31. “non bisogna credere che il linguaggio ripetitivo – e quello della tv in particolare – non lasci tracce”

    certi linguaggi, copia-incollati da contesti mitici/epici [in cui la ripetizione era,- ed è-la traccia essenziale da far passare], confluiscono in nuovi “testi”, quelli dei serial-tv, della pubblicità etc, senza nessuna causualità. è il Nome che penetra e lotta contro la caducità di noi acquirenti-deboli- perché precari di tempo: e allora: ripetere, ripetere, ripetere diventa una sorta di must-passivo. tossico. ma allo stesso tempo -familiare- una sorta di un amico di vecchia data, verso cui ci si pone senza difese.

    “Essere e apparire. guardate! Tutto ciò di per sé non dà l’essere come risultato, non dà più nessun essere, cosa che però è uguale all’essere. Essere e non-essere si ovrappongono e diventano una cosa sola. tra essere e apparire è finita alla pari. entrambi ugualmente forti.[…] non esiste un criterio per la realtà, […] ciò che vedete è tutto vero, ma NON è esatto.”

    Elfriede Jelinek, Bambiland

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  32. mi esprimo -ora- con le parole di un uomo borghese consapevole, non in grado di vedere oltre, ma lucido nel cogliere la propria condizione esistenziale e rivolgere, con monito-disprezzo, lo stesso sguardo verso ciò che lo circonda:

    UOMO

    “Bisogna scandalizzare e tradire quel mondo!
    Altrimenti… esso si sperde
    ripetendosi nella sua eternità…
    sarà solo posseduto da altri
    identici a questi…

    Bisogna sporcarlo e bestemmiarlo
    perché decada — perché si muova
    e non dia più… RIMORSI.”
    PPP, Orgia

    ma poi [nella mia personale condizione] il tutto si assottiglia a una condizione diversa, altra, cui seguono nuove Parole: e altri non-desideri.

    I1 me vlàs l’è finìt.
    Dols odòur di polenta
    e tris?c’ sígus di bòus.
    I1 me viàs l’è finìt.
    “Ti vens cà di nualtris,
    ma nualtris si vif,
    a si vif quiès e muàrs
    coma n’aga ch’a passa
    scunussuda enfra i bars”.

    I1 mio viaggio è finito. Dolce odore di polenta e tristi gridi di buoi. I1
    mio viaggio è finito. “Tu vieni qui fra noi, ma noi si vive, si vive quieti e
    morti, come un’acqua che passa sconosciuta tra le siepi.”

    PPP, Tornant al paìs, in “La meglio gioventù”

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  33. il problema non è più essere o apparire. c’è il film sul signore che uccide Berlusconi in un incidente – e lo seppellisce in giardino, ma Berlusconi continua ad *apparire* in tv (il verbo APPARIRE – ha un ventaglio di significati che fa tremare: appartiene ai santi e alla Vergine come appartiene a ciò che è vacuo e vano).

    in *la classe operaia va in paradiso* si vedono le persone che vedono la tv – come sospese, in un interregno che non è né vita né morte, in una casa coperta di cose che *non servono*. una scoperta – non avevo mai *visto* la faccia di un telespettatore: la bocca semiaperta, gli occhi spenti.

    oggi è l’anniversario della morte di Cesare Pavese. anche su di lui, come su molte e molti, è caduta la volgarità, anche accademica: “aveva un problema sessuale, bastava che prendesse l’aspirina!” [parole del docente di estetica, patron di una casa editrice] – come se ci si uccidesse per questo, dopo aver vinto il premio Strega. Cesare scrisse *merda* su una lavagna, da Einaudi – per mesi nessuno osò cancellare la parola. un uomo – nel senso di *persona matura* – fa cose da uomo, nel senso di *persona matura*:

    dunque, solo questo – il minimo:

    http://radioalma.blogspot.com/2008/08/la-tela-sonora-speciale-cesare-pavese.html

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  34. “Bambiland” è un’opera teatrale nata per demistificare la guerra e i mezzi d’informazione, così come ci giungono, veicolati dal potere. senza nessuna retorica, in un linguaggio delirante. ancora mai messa in scena.

    il monologo dell’UOMO (DA Orgia) l’ho messo perché, anche oggi, la lucidità (osannata) non basta!

    Cesare P. coglie -nella poesia- la completezza mancante:

    2 settembre 1944

    “Poesia è ora, lo sforzo di afferrare la superstizione – il selvaggio – il nefando – e dargli un nome, cioè conoscerlo, farlo innocuo. Ecco perché l’arte vera è tragica – è uno sforzo. La poesia partecipa di ogni cosa proibita dalla coscienza – ebbrezza, amore – passione, peccato – ma tutto riscatta con la sua esigenza contemplativa, cioè conoscitiva.”

    Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino, 2000, pag., 291

    Danke,
    ang

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  35. grazie – a te. e a Cesare, sempre – chi parla così non appartiene a nessuna scuola e a nessun partito: resta, e perdona tutti (con la sprezzatura di chi avrebbe il diritto di *non* perdonare – invece perdona)

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  36. *evitare la frustrazione* -in tutti i campi (chi scrive è sensibile alla propria non-potenza: come se il suo stato fosse ambiguo per natura: usare la parola come il Creatore del mondo che dice “sia… sia… sia…” e sapere che le cose sono *apparentemente* intoccabili dalla lingua). ma ripeto: Rilke credeva ad Angeli sovrumani: angeli come segni che la bellezza è tremenda.

    evitare la frustrazione- e già si dice che i blog di sola poesia sono in crisi, che la poesia potrebbe qualcosa e non ci arriva, ecc. (sono sempre uomini, a proposito: alle donne questa crisi non appare, entrano nelle discussioni in poche, e ne escono sùbito. segno che se c’è crisi, *è la crisi di cose che riguardano i maschi*, solo i maschi – indovinare che cosa: riguarda il tempo e i corpi).

    una volta si disse “vogliamo tutto”. le rivoluzioni non saranno sintattiche [e quasi nulla, oggi, rivoluziona la sintassi; e chi lo fa, si ritrova criptato nel titolo *jupiter anal*]. e questa volta non c’è più un’Accademia che crea i monumenti (ci provò 15 anni fa: con bellissimi libri e studi sul gruppo 93). la frustrazione è offerta come prova: se c’è, come resisti? raccontando cose vere – per questo si tratta di Busi, qui.

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  37. Caro Massimo,

    moltissime grazie per la tua nota, e soprattutto per la bellissima citazione di Ingeborg Bachmann sulla guerra “non dichiarata ma proseguita”, che riassume perfettamente il tema della guerra nella *Seconda Natura*. La frustrazione, che hai menzionato all’inizio, è una parte di questa guerra. Poi dici: “Veniva la vita, ma della vita si tace; perché ha presentato, e poi tolto, cose non vere o sbilanciate”.

    In poesia, credo, il non-vero è ciò che non funziona (è sbilanciato) e non convince; il lettore lo sente e se ne allontana.

    “perché [scrivere] bianco e sentire rosso?”

    La mia risposta: per evitare di sbilanciarsi e quindi di “mentire” (in poesia); perché a scrivere bianco sentendo rosso si spera di essere più efficaci, più *utili*, in qualche modo più vicini alla verità, per quanto possa sembrare paradossale.

    La (falsa) freddezza mantella, come dici tu, ma il suo volto vero è quello del vestito che cade “(… l’amore mi cadde, come cade un vestito)”. In siciliano c’è un’espressione analoga: ‘X mi è caduto dal cuore’.

    Qui sotto copio e incollo un vecchio brainstorming, che mi ha aiutato a scrivere alcune poesie della Seconda Natura, e che potrebbe essere in tema con questa puntata della Scuola.

    Un abbraccio,
    Alessandra

    ———————-

    L’arte di dimenticare il *ressentiment* Nietzschiano: le cose di
    cui si fa bene a non parlare: la tensione all’eccellenza; la frustrazione l’odio per se stessi che sono un altro volto della debolezza. E poi è chiaro che si sputa sangue… ma non serve dirlo, come nel finale di Thelma & Louise la macchina gloriosamente sospesa in aria, ed è irrilevante che cadrà. Si deve avere distillato la nobiltà di generazioni per cadere sulla spada pronunciando il Grazie.

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  38. c’è anche chi lo fa (“rivoluziona la sintassi” per dirlo come te) e non resta criptato in nessun titolo e in alcun asterisco, tipo, che so, jack-au-pot rich-hardy. magari perché lo fa spostando il livello d’azione da quello delle avanguardie storiche (aspetti materiali, mimesi) del linguaggio a quello degli aspetti formali del linguaggio, tentando un’arte trascendentale. oppure: oltre l’osservanza di meccanismi e procedure, procedendo.

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  39. certo che si sputa sangue, e non poco. e non solo sangue. e non solo si sputa (tutto è in tutto – ripeto). “egli danza”, non sempre, ma a volte sì.

    ciao Lorenzo: il problema non è trasformare Giovenale in Jupiter Anal. il problema non è neanche se questo – come forse direbbero Mesa e Cagnone – sia *necessario*. ora, dalla prospettiva del frate asino, il problema è: tutto questo rende più felice qualcuno? fare la satira di ciò che, per condizione esterne e interne, è *il contrario della potenza* (la satira è satira della potenza) – fa ridere? lo chiedo perché tante cose mi sono *cadute dal cuore* [grazie Alessandra, è un modo di dire bellissimo] – e allontanate (la differenza è che non dico più, con Saffo chioma-di-viola, che “io voglio veramente essere morto” per *quelle* cose)

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  40. caro massimo, per me la poesia non è “il contrario della potenza”, neanche quella di giovenale. se per te è così, posso capire la “frustrazione”. quanto alla domanda “rende più felice qualcuno?”, proprio non so che dire. è una domanda antica (ancora e ancora, l’accrescimento della vitalità, sia essa “disperata” o meno), che ogni uomo può farsi (meglio se dopo aver fatto qualcosa). una domanda che, perciò, non riguarda molto gli altri – né un blog – ma l’indagine del proprio cuore. sai, spesso mi sembra che alle domande che fai manca un fondamento di chiarezza quale: “a chi sto facendo questa domanda?”. ciò detto, il mio divertissement anàl che hai tirato in ballo – e certo “il problema non è” quello – a mio avviso è tristissimo scritto tristissimamente. felicità. ridere mostrare i bianchi denti. morire.

    ciao,
    lorenzo

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  41. anch’io lo trovavo “tristissimo” – ecco perché lo chiedevo. e le domande non devono avere sempre un obiettivo – qui non si fa tiro a segno, e poi per le domande private c’è il telefono (349 5874986). e il cuore “di troppo” non è un problema? (cito Busi apposta: perché odia e disprezza i poeti). e il cuore che manca – non è *quello* [come non gode, e come non fa godere] il vero problema? e certamente, sempre, anche ACCRESCERE LA VITALITA’ (parole di un Leopardi immenso, parlando della “vera contemporanea poesia”).

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  42. Caro Massimo, parlo a titolo strettamente personale, visto che sono io l’autore del post (all’insaputa dello stesso Carlucci). Se avessi pensato, anche un solo momento, che potesse contenere una sia pur minima allusione a una persona che stimo immensamente come uomo e come poeta, certamente non l’avrei mai pubblicato.

    A volte, la “potenza” di cui parli si nasconde, nei suoi inconsapevoli (volo basso) emissari e servitori, sotto le vesti apparentemente innocue della “presunzione”, i.e., nel nostro caso: “tutti poeti, tutti critici, che bello che bello”. Se le cose stanno così, per quanto mi riguarda sono ancora più deleterie e “pericolose” di un “atto di potenza” vero e dispiegato: perché finiscono proprio per servirlo – il “potere”: ingenerando l’idea che la rete sia un ammasso di cialtronate, poetiche e non; che la poesia, tanto per restare nello specifico, sia pacificazione, dilettantismo, pressappochismo; che non costi fatica, sudore, studio, sangue, lacrime; che basta aver pubblicato una plaquette di dieci testi(coli) per essere inserito nel “canone” (sic!) dagli amici del quartierino, gli stessi che a ogni pie’ sospinto, senza schierarsi mai, tirano fendenti micidiali contro tutto ciò che “non” capiscono (perché su queste pratiche oscene, da mezze seghe quali sono, presumono di poter costruire le carrierine della “nuova accademia”).

    Ecco, allora, ben venga un salutare s.p.e.r.m., e che sia ben temperato, capace di ridicolizzare il “bondume” sempre più diffuso: che non è (solo) insipienza poetica o analfabetismo umano e culturale (questi sono solo gli epifenomeni): è la vera “malattia mortale” (Kierkegaard non c’entra niente), il vero “cancro dello spirito” di questo paese “senza”. E non solo in campo letterario – volesse il cielo che ci si potesse fermare a questo!

    Io ho letto e continuo a leggere il “jupiter” in questa ottica. Se ce ne sono altre, mi sfuggono e, sicuramente, non mi interessano, sono fuori da qualsiasi mio intendimento.

    Un caro saluto a te e a Lorenzo.

    fm

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  43. vi saluto entrambi, francesco e massimo. su questo blog non ci scrivo più mi sa, perché cancellano i commenti cosa che non mi diverte.

    saluti e grazie,
    lorenzo

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  44. con il male agli occhi non parlo bene. così, improvvisando, ora potrei dire solo: non tutto è Bondi (ma la maggior critica a Bondi poeta sono le sue stesse poesie) e non tutto è la microaccademia dei testi(coli) o la tavola in cui si discute sulla verginità della poetessa X o il telefono in cui si litiga sull’ingresso della poetessa Y nel sito Z. la satira/satura va bene, sopratutto se beffeggia vizi maschili (il testo gemello, sul calendario dei poeti – era invaso dal suono M – che sta per “maschio”) in nome della tripla P (che lì stava per “poesia” e per “PPP”, alludendo anche ad un comune 5 marzo, e anche la P invadeva il testo).

    ma se le antenne vibrano e dicono “più in là” o “più luce, padre!”- che fare? “non mi sono inventato tutto” – dunque ripeto Busi.

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  45. non ho capito molto, specie la parte sulle antenne. ma “non tutto è”, “non tutto è”… ma come… non era “tutto in tutto”? mi sarò perso una puntata. cos’è il calendario dei poeti, e il testo gemello?

    lorenzo

    p.s. comunque, rassicuriamoci. by Enzo Golino, pagina cult-urale LaRep:

    “Sarà anche vero che quella cosa chiamata poesia non è morta, e che vive un’ esistenza clandestina. Ma siano tra i buoni auspici più recenti del suo futuro la nuova collana diretta da Alfonso Berardinelli per Scheiwiller (l’ autore più giovane dei primi titoli pubblicati è il poeta e critico romano Paolo Febbraro – 43 anni – con Il bene materiale) e i nuovi libri di Rosita Copioli (ne ha parlato Pietro Citati in queste pagine il 25 giugno) e dello strepitoso – 88 anni – Nelo Risi, entrambi nello Specchio mondadoriano. Gli interrogativi sulla poesia s’ infittiscono.”

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  46. tutto è in tutto – ma solo per effetto di una grazia e di una potenza che tendono rami (“una cosa bella non è una cosa sola” – lo dissi, e ci credo sempre). no, Bondi è solo se stesso. lo stile da finta litania – un verso un’invocazione – non si lega a nulla.

    il calendario dei poeti è un altro post. la mia risposta è quella di Giacomo da Lentini: “muoio E vivo”. ma sono più vivo che morto.

    Simone Weil dice che la domanda delle domande è “qual è il tuo tormento?”. e dice che bisogna essere perfetti per pronunciarla. io non lo sono. lei sì, lei forse poté chiederlo a Bousquet – o forse (io credo) fu Bousquet a chiederlo a Simone. molto di quello che scrivi ha un tormento. e io non sono degno di chiederti quale sia. so solo che si sente, e urla come il “don’t look for me” di Juppiter. di fronte alla frusta che frustra – e frustra solo uomini, Dio sa perché – Busi ghigna, “contro la rima!” – io ne soffro, anche se quella frusta non è mia.

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  47. la domanda della Weil può apparire un enigma: chi ha voglia di cercare=compromettersi per rispondere a un quesito?

    Emily D. parlarebbe/risponderebbe “di un luogo dove i significati –sono–“:

    ed è quando è impossibile scindere chi è la vittima e chi il carnefice:

    http://it.youtube.com/watch?v=hXPBswYmSZY

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  48. quella domanda è terribile. Simone esagera un po’, come sempre (lei, più di tutti, diceva 1000 per dire 10: con l’urgenza di chi non mangia e non ha tempo, e *lo sa*). non è che quella domanda sia più sovrumana di altre, è solo troppo grande. dopo, quando l’altro avrà parlato – perché l’altro cede sempre, e tu ti sei già smontato – come reagisci? la crisi è lì (tutto costa e tutto pesa: e la leggerezza di Ninetto/Aziz dura fino ad un certo punto; vedi nel Fiore delle Mille e una Notte che cosa succede a chi è *troppo* leggero; Aziz ci perde i suoi gioielli, ma Aziza ha pagato il prezzo peggiore, per tutti, e salva tutti). a volte accade come nel Portiere di notte; e come in Orgia. altre volte no.

    tra mesi nascerà un Prometeo, in scena. sarà fatto (detto-fatto) di endecasillabi e settenari che non avranno nulla, o pochissimo, della metrica usuale: pieni di inarcature e colloquiali, e massacrati dalla dizione. cioè saranno endecasillabi e settenari da VEDERE, non da SENTIRE. l’effetto sarà una lunga parlata. e Prometeo – vittima di Zeus, ma suo complice nell’affondare “il vecchio Cronos” – si lega a queste cose. e Prometeo – “eppure sono un dio” – a me sembra ancora “un’intuizione pre-cristiana”: ancora nel linguaggio di Simone.

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  49. il *nota bene* finale di Roger Caillois all’*Ecriture des pierres* (Skira, 1970, p. 131) è una risposta al possibile “per me ti sei inventato tutto te”. nessuno, nemmeno l’accademico di Francia, ne è al riparo. così – ci si ripara; e si dice : quello che dico, io l’ho toccato, prima – e di più: io l’ho ACCAREZZATO, l’ho MANIPOLATO (cioè amato con i sensi del corpo). come puoi pensare che io *inventi il mio piacere*?

    dunque:

    «Après hésitation, comme l’ouvrage se présentatir comme une série de réflexions sue ce qu’avait pu m’apporter en tous domaines la fréquentation de certaines pierres, je me suis décidé à n’y décrire et à n’y réproduire que CELLES QUI M’ETAIENT FAMILIERES, que j’avais souveNT REGARDEES, CARESSES, MANIPULEES».

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  50. Chi porta il paraocchi, si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza.
    [Stanislaw Lec]

    E sono i “pensieri spettinati”, portare in prosa “anche solo un capello” per contrastare/contestare, per chi acconcia un boccolo/bocciolo [sbocco di sangue] in endecasillabili, settenari… E sia – lo stesso – per la scena per lo scritto.

    Ti credo/non ti credo: la sola scelta, costante di Kostantin.

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  51. il problema è più semplice: non essere felici [accadrà]; ma rendere felici gli altri. il ragno Carlotta e il maialino – i paragoni sono questi, tutto è in tutto.

    chi sventola la bandiera grida: “tutti ti vogliono e io ti ho”. e chi mi ama odia l’altro che mi ama, e se io amo ci si spacca – e tu lo credi? non è questo l’amore [che voglio] [che dovrebbe esistere] – se uno si oppone ad un altro.

    verranno gambe e ruote per rialzarLI [io *credo*] e farli correre. non “è tempo di imitare il frate scalzo”, benché il frate asino “non voglia né essere né apparire” (e a questo *credo*: esporsi in film e palchi non è una contraddizione – io credo).

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  52. senza formattazione – ma forse si lega a qualcosa di utile. nasce come testoper Caterina Camporesi,ma parla *anche* di altro (altre)-

    1 [O e I]
    In primo luogo, i solchi e i nodi si uniscono per il lavoro sullo spazio: depressioni e increspature, picchi e crolli, gonfiori e rughe. La loro presenza spaziale seduce gli artisti che lavorano [su]i materiali – i tagli di Fontana, gli arazzi di Alighiero&Boetti, il nodo capelli-budello di Helen Chadwick in Loop my loop – e sfocia nella Body Art, come è inevitabile [la pelle è una tela troppo preziosa per non piegarla]. La terra violata dai solchi, i capelli e i fili modificati nella loro discesa; in un caso e nell’altro, un’allegoria che non sfuggirà a nessuno. In secondo luogo, i solchi e i nodi sono legati da un’assonanza: sOlchI, nOdI, O e I: le vocali di NOI e VOI, e quelle – invertite – di DIO e IO, i due poli «dell’estrema discesa e ascesa», secondo Caterina Camporesi.

    2
    La comunità umana si riconosce nel vincolo della necessità (ripararsi, cibarsi, riprodursi), della decadenza e della morte; tutto avviene come ricorda il marmo dell’Elegia IX di Rilke: questa vita – vita di «lacerati rami» o di «farfalle ferite» o «vita esiliata» di Caterina – avviene una volta, una volta sola; e deve scomparire. Questo, almeno, è ciò che i sensi imperfetti colgono, e che il senso comune vede, opponendosi, per eccesso di umanità ferita, al suo Parmenide [fu un uomo anche lui]. Nell’intervallo tra apparizione e scomparsa – una volta, una volta – la parola si dà: non una, ma più volte. E «rotolano idee / in ogni dove», distraendosi [uscendo] dai solchi che ‘sarebbero’ il loro habitat. La pagina (lo spazio) è solo provvisoria, anche per la poesia.

    3
    «Fierezza eterna sul volto etrusco / in suoni d’arpe cavalcanti / ombre». Tutto il libro è costellato di ricordi e sogni etruschi [VOI ricordate: dall’Etruria antica è sparita l’idea stessa di poesia, come scrive Sebastiano Vassalli in Un infinito numero; dalla Toscana medievale – una volta rovesciata la culla siciliana – emergono la «volontà di dire» e il primo libro consapevole del dettato esterno: la Vita Nova di Dante]. La Toscana sarebbe la tomba e la fabbrica della poesia. Il nodo è ANCHE quel muro di retorica e di scarsa fede – forse era un gioco, forse una manovra da falsario, ma l’autorappresentazione di Dante è questa – che tenne il Notaro e Guittone e Bonagiunta al di qua del nuovo [al di qua di Dante].

    *

    Camporesi sa, come lo sa il lettore, che su queste dicotomie si gioca tutto in poesia, anche oggi; e anche Dante – stando ai rimproveri di Beatrice nel Paradiso Terrestre – non nega di essersi assoggettato ad un nodo lussurioso che è anche un nodo conoscitivo. Nemmeno Dante – era senza peccato. Da buon ipocrita [da buon poeta] – scagliò ugualmente la pietra, che sembrò la prima. In Solchi e nodi le arpe sormontano le ombre [quelle dantesche? i morti?], con un senhal che contiene il cognome di Guido-primo amico: come non c’è Dante senza Amore [e senza Firenze], così non c’è Dante senza Cavalcanti [né ci sarebbe la stessa Vita Nova, in mancanza di un editor così perentorio nel chiedere solo poesia volgare]

    4
    Nessuno scrittore di versi, in Italia – se ha gusto, se è accorto – riesce, dopo ottocento anni, a fare a meno di questi rapporti: vi si basa, evidentemente, uno «scontro di sensi». Infatti «verbi di ieri accordano / complementi di oggi» [cioè: le azioni, dolci o concitate, sono ancora e sempre quelle di ieri; sappiamo quali, perché i corpi hanno ancora una mente, quattro arti, un sesso].
    Il poeta italiano è come l’Islandese al cospetto della Natura leopardiana: a chi piace o a chi giova questa vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Perché in Italia anche i sensibili e i credenti [Bo, Betocchi, Testori, Turoldo] sono disperati di fronte alle cose che accadono una volta e naufragano. E la domanda dell’Islandese si trasforma: a chi piace o a chi giova questa letteratura così distinta dal suo popolo, così separata dalla lingua orale che la circonda, e così poco letta, e così violenta? Un giorno capiremo che il dittatore/dettatore Amore è la stessa Lingua scritta, che ci solca e determina i nodi. E che, forse, è un taglio femminile e materno, travestito da istituzione paterna; e che se ne gloria e vergogna [Luigi Valli ipotizzava – nella sua dantologia delirante ma molto en poète – che le «donne gentili» fossero solo e sempre uomini: in eterna ambivalenza, non solo identitaria ma anche sessuale, come sostiene, tra documenti e intuito, Tommaso Giartosio]. Questa ambivalenza si trasforma nella disperazione, un po’ titanica e un po’ psichiatrica, che ci ha presi, tutti: la finzione è troppo vera, la costruzione è troppo bella e troppo solida, e comunque – finzione o no, costruzione o no – la morte è la morte. Intanto, nel Novecento è cambiato un rapporto secolare tra morale e silenzio e tra azione e parola: restando intatta la Ferita di base. Tutto questo riguarda, per statuto antico, anche la poesia.

    *

    [D: donna, danno, dono]
    «mani di donna resistente» non possono chiedere, ma fare. E, alla fine, rendere «grazia / alla perdita»: se non consolarsene, raccontarla. È «troppo breve la vita / per riempirla», e il solco rimane quello che è: il taglio, da cui – se Natura permette – sortirà [altra] vita. Così nel taglio femminile. Così nella poesia stessa, che non aspetta riformatori e padri, ma servi e madri.
    Senza un lavoro sui nostri archetipi (culturali), la poesia rimane quella [Carne] Ferita (quel solco cruento) che non arriva a destinazione: perché non guarisce e non muore, e ci si rivolta contro. Io spero sempre, per ambizione e ingenuità umanistica, che un libro di poesia onesta, con tutti i suoi limiti, possa accentuare questa consapevolezza [si tratta, ancora, del rapporto tra azione e silenzio: una delle cose più pratiche della convivenza umana – cioè retorica]. Una donna lo può meglio di un uomo che si finge o reinventa donna: «dannami e ancora donami / il bosco la corsa il pettirosso» – dove la coppia verbale, bellissima, evoca il Genere e il nome del Genere. Così anche questo scritto è stato – per lo stesso motivo – un omaggio e non un’introduzione: da «fedele d’amore» [!] e non da docente di una scuola che non esiste.

    [Genova, 27 dicembre 2007]

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  53. anche la pagina che sta sopra deve essere riscritta – *dove non respira* [ma l’inizio respira; e poi?]. e a che serve una pagina *senza fiato*? a diffondere idee. e poi? a nient’altro. non è abbastanza musica: salta, ma non vola. deve diventare musica, anche sotto l’apparenza *saggistica*. e a poco a poco, riscrivere tutto, riformulare [che non significa *ripetere*].

    entro ed esco dalla rete. solo per scrivere una cosa che è in cuore e urge: bisogna leggere, assolutamente, con cuore di cane e Cristo e il socialismo [di Pertini e di Peppino Sapienza] dentro il cuore – bisogna leggere GOLIARDA SAPIENZA. e partire da LETTERA APERTA e L’ARTE DELLA GIOIA.

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