Quattro poesie inedite


Erbe divorano corpi ormai ciechi
chinati commossi carnosi nei prati
i nuovi coi vecchi.

Non c’è aria che non sia stata respirata
anguria dai molti semi che credevamo di sputare
noi i loro ignari locatari.

Ti accarezzi le mani e s’affaccia qualcuno
dall’altro emisfero in altro giorno o secolo
s’avverte una corrente fluviale un vento di rame.

*

Ne rompono il sigillo di lumaca da ogni dove
ma l’occhio come il mondo è franto in pixel acini
pigiati per vino non bevuto per sangue non buono.

C’è un diritto nel rovescio a cui non giova
l’inverabile contrario. Si distruggono case negando il cemento
in cui fuma e s’invagina una pozza d’acqua lurida.

Il sole per facce di bronzo ha un solo occhio
chiuso, sorride ai belli ai figli di cani che rispondono,
Giani, mentre guaiscono alla luna.

Una riga bianca in mezzo segna il senso
di marcia finché un bue non la cavalca tra urla
e sangue di passanti sbattuti gli uni contro gli altri.

Una Pasqua verrà e s’apriranno uova
vuote di sorprese senza fiocchi
ne usciremo nuovi o forse più sciocchi ed assenti per sempre.

*

Sapere che sei e che resisti sul limo dei giorni
nell’abbraccio d’aria scommesso
in una santa partita senza punti e spareggio.

Nato freddo monolite o porcospino
nella distanza che non figge la carne che bacia
assetato una tazza rovente sciogliendo.

Quell’Uno che eravamo dici l’istinto
alla fusione. Cronaca fitta di sogni assassini
di ingressi a quell’uno impediti con pietra tombale.

Tenia del bicchiere mezzo vuoto
contendi l’altro mezzo con la sete
di un angelo invisibile e coppiere.

*

Se non scoglio e muro non vedremo la festa
è notte di futuro sconosciuto, il sole dietro.
Quanti eravamo e quanti adesso siamo.

Resistono i polsi a profili che mutano
schianta un paraurti nel vagito di un tegame. Leoni
di carta ruggiscono, il cuore pompato d’inchiostro.

Ci risvegliamo sauri la coda i denti freschi
a custodire chiavi e documenti. O borse o scarpe
per mani e occhi mariuoli per piedi scattanti.

Acque potabili: una cesoia modella la sete
minutissimo fogliame ingurgitato cascame
nel sogno di polla già tronco.

GN

19 pensieri su “Quattro poesie inedite

  1. …è notte di futuro sconosciuto, il sole dietro.
    Quanti eravamo e quanti adesso siamo.

    grazie Giovanni, questi due versi mi hanno particolarmente colpita.

    jolanda

    Mi piace

  2. “Sapere che sei e che resisti sul limo dei giorni
    nell’abbraccio d’aria scommesso
    in una santa partita senza punti e spareggio.”

    non è la “ricetta” per una felicità terrena ma la realtà di chi vive in attesa che suoni la campana.

    sei grande Giò
    un abbraccio romano
    Stella

    Mi piace

  3. Ha ragionissima Fabrizio, con persino quella “anguria dai molti semi”, frutto di barriera anche letteraria, che pare sostituire la melagrana dei quartieri alti.
    E “Sapere che sei e che resisti ” ecc.
    ha movenze montaliane.
    Chi sono infine quei “Leoni
    di carta ruggiscono, il cuore pompato d’inchiostro”, saranno per caso mica ***?
    Grazie, un abbraccio a te e a tutti gli amici,
    Roberto

    Mi piace

  4. Grazie Fabrizio, Nadia, Jolanda, Stella Maria e Roberto per le parole di apprezzamento.
    Vi abbraccio.
    Giovanni

    Mi piace

  5. La resa estetica dei testi è il corrispettivo esemplare della sostanza etica di cui ogni verso è imbevuto. Nobiltà e umanità del dire: al di là di ogni possibile etichettatura del dettato.Il secondo testo è splendido: sintesi necessitante di tutti gli elementi che contiene.

    Grazie, Giovanni.

    fm

    Mi piace

  6. Mi sembra di leggere questi versi,mentalmente,con la stessa scansione timbrica, la stessa voce, quella di Giovanni Nuscis, sommessa ma che continua a percuotere,
    implacabilmente.Non lo sento e non lo vedo da tempo, ma ecco che affiora dalla sua scrittura che è un “intero” di cifra, voce,e presenza.
    Grazie Giovanni.

    Mi piace

  7. Non mi va di unirmi al coro di consensi, anche perché non sarebbe onesto da parte mia. Credo infatti che ci siano troppe scorie in questo dettato che, per quanto umile, consente troppo all’eco e non si sfronda di pesi e carte da parati, non si spoglia di movimenti e gesti troppo ascoltati. La lingua non è affilata, bensì appare leggermente borghese, un dolente che non significa dolore, ma questa è una mia personalissima impressione. Al di là del correlativo oggettivo dell’anguria (che poi, di ‘sto montalianesimo, ce ne vogliamo liberare una buona volta o no?!?), spesso s’inciampa in una “cordialità” ossequiosa di intento poetico, che poi si dilegua in scelte abusate e non più così vitali, poco ossigenanti per ipotetici lettori.
    In certi casi, infatti, m’immagino un lettore giovane che sta formandosi alla consuetudine con la poesia (immagino me stesso, per esempio): difficile delineare con tali testi/testimoni una poesia aggiornata, soprattutto una poesia contemporanea, che vive del proprio tempo e insieme ai propri fruitori…

    mdp

    Mi piace

  8. Grazie, Marco, per il tuo riscontro di lettura. Sono osservazioni importanti, vitali per chi legge e scrive poesia.
    Ti chiedo per ciò di indicarmi i versi dove vedi “scorie”, “troppo eco”, “pesi e carte da parati”, “movimenti e gesti troppo ascoltati”, dove la lingua “appare leggermente borghese”, dove vedi un “dolente che non significa dolore”, ““cordialità” ossequiosa di intento poetico, che poi si dilegua in scelte abusate e non più così vitali””.

    Grazie, ancora, a presto.

    Giovanni

    Mi piace

  9. un’ottima occasione per riflettere su cos’è un testo, e cosa sia meglio o peggio fare quando si tenta un approccio critico. il primo criterio, a mio parere, è evitare qualsiasi tipo di paragone umiliante e standardizzante. un testo va ascoltato con sacro rispetto, considerandolo nella sua irripetibile unicità. farne un ostaggio di categorie astratte è la premessa per non capirlo e ostacolarne la comprensione.

    Mi piace

  10. @ Fabrizio:
    perfettamente d’accordo riguardo la categorizzazione del testo che, però, sacro ed irripetibile non è, almeno per il mio punto di vista, poiché si rischia, pensando questo, di ingabbiarlo in una ieraticità che non giova alla parola poetica. La critica deve essere sempre assaggio di materia tattile, poiché la parola, prima che scritta, è voce che traduce il reale. Senza che venga mai meno il rispetto per l’operato di chi si pone in ascolto di questa voce e tenta di raccontare ciò che ascolta.

    @ Giovanni:
    hai ragione, ieri non sono stato esauriente nella rilevazione puntuale dei nodi non troppo cristallini che avevo sottolineato. I punti che non mi hanno convinto sono:
    “anguria dai molti semi che credevamo di sputare”;
    “Ne rompono il sigillo di lumaca da ogni dove”;
    “C’è un diritto nel rovescio a cui non giova/l’inverabile contrario”;
    “sorride ai belli ai figli di cani che rispondono/Giani, mentre guaiscono alla luna”;
    “ne usciremo nuovi o forse più sciocchi ed assenti per sempre”;
    “che resisti sul limo dei giorni”;
    “nella distanza che non figge la carne”;
    “è notte di futuro sconosciuto”.
    In generale, l’atmosfera ferma dei quattro componimenti non mi è sembrata sospensione tesa e agonica, tensione dell’io che si incendia nella delucidazione della realtà.
    Spero di aver chiarito meglio i punti oscuri del mio intervento precedente, altrimenti sono sempre qui!
    😉

    mdp

    Mi piace

  11. Grazie. Ne traggo però così, comunque, un non gradimento generico, aspecifico, non potendosi – presumo – considerare tutte le obiezioni contenute nel tuo primo commento riferibili a tutti i versi che hai ora citato.
    Non potrei comunque, del resto, da autore, difendere le mie stesse scelte. A mio parere, non va fatto, così come non si può sindacare sul gusto, argomentato o meno, di di chi gli muove obiezioni.

    Ciò che invece posso dire è che della grandezza di un autore non ci si può e non ci si deve “liberare” (quell'”anguria dai molti semi che credevamo di sputare”); intendo dire deliberatamente. Le lezioni restano, se devono restare, e i classici l’avevano compreso, teorizzato e praticato. L’intertestualità era ed è il filo che lega il vecchio col nuovo; che fa derivare (almeno per qualche aspetto) una nuova opera dalle precedenti, da cui viene tratto il senechiano miele; che non è né plagio né epigonismo.
    L’originalità, con l’evoluzione della lingua e della società, è d’obbligo, anche se nulla può precludersi o da scartare, a priori, all’interno di un verso: finanche il luogo comune, l’immagine abusata, se sono funzionali ad un discorso complessivo, e anche, se possibile, esteticamente accettabili.

    Anche sul discorso di una poesia contemporanea, “che vive nel proprio tempo”, le cose non sono semplici. I millenni hanno filtrato e conservato la poesia calata nell’oggi (dai lirici greci fino ai poeti moderni)quanto quella più rivolta all’assoluto (Holderlin, Dickinson etc.), dentro un tempo indefinito. Dunque, il valore di un testo non può ritenersi in via esclusiva direttamente proporzionale alla quantità e all’alta definizione della realtà in esso contenuta. Forse, è più il sentimento del tempo, la forza, l’autenticità,l’originalità nel rappresentarlo ad incidersi maggiormente nel lettore di oggi e di domani; per quanto in esso c’è di rappresentativo e paradigmatico, certo, del contesto storico e sociale, ma, non di meno, per quanto vi è di immutabilmente affine ed empatico per le generazioni che si susseguono.

    Impossibile dire con certezza chi sopravviverà e chi no, come autore; cosa di lui, in particolare, resterà; al di delle smanie e velleità narcisistiche e presenzialiste. Il terreno della poesia -come quello della storia – si nutre di tutto, di esperienze positive e negative; si stia dunque sereni, pensando alla propria voce, ascoltandola e assecondandola nella crescita, senza aspettarsi nulla; perdonandola, talvolta, per le stonature e le stecche: vere o presunte.
    Giovanni

    Mi piace

  12. Avete ragione, la ricchezza di stratificazioni e la sacralità che avvolgono e corazzano un testo poetico sono inviolabili, e non era comunque mia intenzione condurre un assalto contro questi baluardi incrollabili.
    Ma non vorrei che il mio richiamo ad un riavvicinamento tra la poesia e la cognizione del dolore che la vita infligge, oppure tra la poesia e la vitalità esplosiva, dalla tenera tristezza che spesso sgorga dalla rabbia, oppure tra la poesia ed ogni coniugazione del fenomeno che noi riusciamo a produrre, non vorrei, dicevo, che tutto questo fosse confuso con le velleità di chi, imponendo alla parola poetica un gergo umiliante ed un parco iconico-simbolico deprimente (cioè che deprime il discorso privandolo di altitudine), crede di essere “al passo coi tempi”. La lezione dei classici deve essere gelosamente custodita nel nostro personale processo percettivo, per poter di conseguenza essere decantato e assaporato, oppure sganciato, se necessario, per salire di quota.
    Tutto questo non vuol dire che ci sia una “via del successo” e della gloria e che tutti dobbiamo percorrerla, pena l’esclusione dalla cerchia laureata. Montale stesso ci insegna che la poesia, meno è laureata, e meglio è.
    Il mio era semplicemente un parere personale, e sono felicissimo che sia stato rispettato, come rispetto il lavoro onesto e appassionato di chi compone versi. E, che non sembri cosa troppo presuntuosa, un’esortazione, forse sfrontata, forse eccessiva, ma che spero non sia stata sgradita.

    mdp

    Mi piace

  13. Calma, Calma.
    Troppe parole (anche se importanti e sincere).
    La critica letteraria non è diventata essa stessa genere letterario?
    La poesia non è governata dal principio dell’universale. La poesia appartiene a chi se ne fa eco, al lettore, ogni singolo lettore, irriducibile e solitario, che si fa tempio per parole che risuonino da lontano. Anche se fosse uno solo.
    L’emozione di questi versi di Giovanni l’ha espressa bene Antonio Pibiri. La voce di Giovanni che risuona nella mia testa, diventa la mia voce. La sua terra diventa la mia. Il suo mondo poetico il mio. Se avviene questo la poesia esiste, vibra.
    Un saluto a Giovanni e ad Antonio.

    Pasquale Vitagliano

    Mi piace

  14. Le tue poesie sono costruite con mano sapiente. “Resistono i polsi a profili che mutano
    schianta un paraurti nel vagito di un tegame. Leoni
    di carta ruggiscono, il cuore pompato d’inchiostro.” Questo pezzo mi ha colpito in modo particolare.

    Gena

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.