I flagellanti

Ricordate i “dietrologi” e i “disguidati”? Un’altra categoria, che fin dai tempi di Savonarola non ha fatto che danni e ancora oggi non perde occasione per avvelenare la vita al mondo intero, è quella dei flagellanti. Gente assolutamente incapace di gustare i piccoli piaceri della vita senza provare rimorso. La scopata è stata grandiosa? Vergogna: era peccato! Non è stata niente di che? Ti sta bene, così impari a cedere alla concupiscenza! La parmigiana di melanzane era superba e non ho neanche fatto fatica a digerirla? Sta’ in guardia, perché sicuramente c’è in arrivo una punizione tremenda.
E avanti di questo passo, fra terrori e tremori, mortificandosi e compiacendosi della propria mortificazione.
I rimedi che i flagellanti mettono in campo per gestire i loro sensi di colpa sono puerili e ipocriti.
Primo rimedio: quello che oggi si chiama politically correct (ma c’è sempre stato) e, stringi stringi, consiste nel chiamare le cose con un nome diverso. Non cambia niente? Sì, ma per un attimo la coscienza smette di rimordere.
Secondo rimedio: costringere gli altri a piangere e far penitenza insieme a te. Anche così non cambia niente? Chi se ne frega. L’importante è battere il petto, umiliarsi, recitare il mea culpa. Non serve a nulla, ma per un attimo ci sentiamo “buoni”.
Il brano che segue è un estratto del solito romanzo in fieri. Chi racconta è sempre Giorgio, il protagonista, che ricupera un episodio dalle nebbie della sua amnesia.

Sandro? Un altro amico. Il creativo di punta in una grande agenzia di pubblicità, richiesto e coccolato da giornalisti, industriali, uomini politici. Ma il successo gli era piovuto fra capo e collo e gli sembrava una rapina. La società gli pareva fondata sull’inganno, sul raggiro, e quando ci pensava si macerava nel senso di colpa. Il suo ritornello era questo: mi danno un’automobile o una lavatrice, io la accoppio a un’immagine desiderabile e scelgo il mezzo più adatto per diffondere il messaggio. Cosa aggiungo al lavoro di chi stringe i bulloni?
Io gli facevo notare che oggi i bulloni li stringono i robot, e lui ribatteva: e i bulloni dei robot chi li ha stretti? Una volta gli risposi: altri robot. E per poco non finì a cazzotti.
Fa male al cuore vedere una persona in gamba comportarsi da imbecille. Lui si faceva un punto d’onore di chiamare etnie le razze, operatori scolastici i bidelli, bioparco lo zoo. Sapeva bene che le parole non risolvono i problemi, ma voleva sentirsi giusto, umano e sensibile, e credeva di cavarsela così, a buon mercato. Quando capì che la coerenza esigeva comportamenti, mica chiacchiere, ebbe una crisi profonda. Piantò tutto. Comperò un casale in Provenza e si mise a coltivare uva, ortaggi e lavanda. Se la cavò né meglio né peggio di tanti altri. Commise errori e li riparò. Ebbe i suoi guai e qualche annata buona.
Ciò che non aveva previsto era la monotonia, e fu quella a provocare la seconda crisi. In quel casale fuori dal mondo gli amici arrivavano, ripartivano e non tornavano più. Con i vicini si poteva solo litigare. I ritmi di lavoro erano imposti dalla stagione e i raccolti dipendevano dalla fortuna. Non c’erano ispirazioni da sviluppare. Non c’era spazio per colpi di genio. Scoprì che l’agricoltura non è un’arcadia, ma un concentrato di fatica, furbizie e meschinità. Scoprì che in campagna il mal di denti viene sempre nei giorni in cui la farmacia è chiusa.
Quando arrivai davanti al muro di pietra grigia in cima alla collina rigata dai filari di vite, Sandro aprì la porta e sbiancò in faccia. Disse che sembravo un fantasma. Dovevo avere l’aria stravolta. Non sapevo neanche perché ero capitato lì, come conoscevo quell’indirizzo, cosa ero venuto a cercare. Ero sfinito. Credo di aver riposato un po’, in una stanza in penombra. Forse ho fatto una doccia. Non so. Poi cominciai a riavermi, a poco a poco. Scesi una scala che non ricordavo di aver salito. Uscii nel cortile e poi nei campi. Le nubi salivano dall’orizzonte e nel vento c’era una specie di richiamo occidentale, un presentimento di oceano. Fu allora che vidi il falco per la prima volta. Saliva in cielo descrivendo una spirale e lanciava un fischio leggero.
Sandro mi venne incontro. Mi porse una pesca appena colta. La morsi come se fosse un frutto sconosciuto ed entrai in una nuova realtà senza scosse, senza discontinuità. Non fu come ritrovare un profumo o un sapore associato a un ricordo. Niente di così letterario. Sbattei le ciglia. Ero lì. Ecco tutto.
***
“E tua moglie?”
“Mah. Credo che sia a Milano.”
“Quando torna?”
“Non torna. Mi ha lasciato.”
Avrei dovuto saperlo? L’avevo dimenticato? Sandro non mi guardava in viso. Teneva gli occhi a terra e parlava con se stesso.
“Ha fatto tutto in un giorno. Chissà da quanto tempo ci pensava. Sei un bambino viziato, mi ha detto. Fai l’elemosina a ogni accattone che incontri e chiami assassino chi non è vegetariano, ma a te non interessano gli animali e nemmeno gli esseri umani. Tu non sei preoccupato per chi sta peggio: semplicemente, paghi per sentirti buono, per far tacere la tua maledetta coscienza. Fra te e un avaro, mi ha detto, il più egoista sei tu.”
“Ma dai… Sarà stato un momento di esasperazione… Una sfuriata… Sono cose che capitano.”
“Era lucidissima. E aveva ragione. Almeno un po’. Più di quanta ne avessi io. Me ne sono reso conto quando ho capito che non sarebbe tornata.”
Il risultato dei suoi ripensamenti ci aspettava a tavola e si chiamava Samiya: una donna magrebina abbandonata dal marito. Con spudorata sincerità, dichiarava che Sandro era la soluzione di tutti i suoi problemi perché cancellava il suo passato e le assicurava un avanzamento sociale. Lui la ascoltava, le sorrideva come se lei gli avesse detto “Ti amo”, e metteva in mostra una specie di allegra disperazione. Recitava la parte del peccatore che sconta con gioia la sua penitenza e aveva negli occhi una aspettativa ansiosa. Voleva sentirsi dire “Ego te absolvo”. Avrebbe fatto altrettanto con chiunque fosse capitato a casa sua: tutti angeli del Signore, mandati lì per comprenderlo e perdonarlo.

2 pensieri su “I flagellanti

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