Il Bardo continua 5 e Dialoghi d’amore 2: un vero archetipo: Giulietta e Romeo

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani

a lato: il famoso balcone: in realtà ovviamente rifatto in epoca moderna, ma buono per la fantasia di tutti noi.

[il precedente bardo sta qui e il precedente dialogo d’amore qui]

Non c’è davvero bisogno di presentazione per questo parlare d’amore tra i più famosi al mondo. È appena il caso di ricordare che nel primo atto della tragedia shakespeariana i due giovani, durante un banchetto in casa Capuleti, al quale Romeo interviene mascherato, si conoscono, senza quasi prender coscienza l’uno del casato dell’altro, e si scambiano sguardi e parole trasognate. Presto appare l’orrore che la sorte ha loro riservato: le due rispettive famiglie sono acerrime nemiche, Juliet Capuleti e Romeo Montague, così nell’originale, non possono amarsi.

Dopo la fine del banchetto Romeo resta a sognare e a ricantarsi l’amore appena nato e già così forte nel giardino di casa Capuleti, proprio in vista del balcone della camera di Giulietta. E così si apre la scena II del II atto:

[Orto dei Capuleti, entra Romeo]

Romeo: Si ride delle cicatrici altrui
chi non ebbe a soffrir giammai ferita…

[Giulietta appare a una finestra]

Oh, quale luce vedo sprigionarsi
lassù, dal vano di quella finestra?
È l’oriente, lassù, e Giulietta è il sole!
Sorgi, bel sole, e l’invidiosa luna
già pallida di rabbia ed ammalata
uccidi, perché tu, che sei sua ancella,
sei di gran lunga di lei più splendente.
Non restare sua ancella, se invidiosa
essa è di te; la verginal sua veste
s’è fatta ormai d’un color verde scialbo
e non l’indossano altre che le sciocche.
Gettala via!… Oh, sì, è la mia donna,
l’amore mio. Ah, s’ella lo sapesse!
Ella mi parla, senza dir parola.
Come mai?… È il suo occhio
che mi discorre, ed io risponderò.
Oh, ma che sto dicendo… Presuntuoso
ch’io sono! Non è a me, ch’ella discorre.
Due luminose stelle,
tra le più fulgide del firmamento
avendo da sbrigar qualcosa altrove,
si son partite dalle loro sfere
e han pregato i suoi occhi di brillarvi
fino al loro ritorno… E se quegli occhi
fossero invece al posto delle stelle,
e quelle stelle infisse alla sua fronte?
Allora sì, la luce del suo viso
farebbe impallidire quelle stelle,
come il sole la luce d’una lampada;
e tanto brillerebbero i suoi occhi
su pei campi del cielo, che gli uccelli
si metterebbero tutti a cantare
credendo fosse finita la notte.
Guarda com’ella poggia la sua gota
a quella mano… Un guanto vorrei essere,
su quella mano, e toccar quella guancia!

Giulietta: [Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando]
Ahimè!…

R.: [tra sé] Dice qualcosa… Parla ancora,
angelo luminoso, sei sì bella,
e da lassù tu spandi sul mio capo
tanta luce stanotte
quanta più non potrebbe riversare
sulle pupille volte verso il cielo
degli sguardi stupiti di mortali
un alato celeste messaggero
che, cavalcando sopra pigre nuvole,
veleggiasse per l’infinito azzurro!

G.: Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo?
Ah, rinnega tuo padre!…
Ricusa il tuo casato!…
O, se proprio non vuoi, giurami amore,
ed io non sarò più una Capuleti!

R.: [sempre tra sé] Che faccio, resto zitto ad ascoltarla,
oppure le rispondo?…

G.: Il tuo nome soltanto m’è nemico;
ma tu saresti tu, sempre Romeo
per me, quand’anche non fosti un Montecchi.
Che è infatti Montecchi?…
Non è una mano, né un piede, né un braccio,
né una faccia, né nessun’altra parte
che possa dirsi appartenere a un uomo.
Ah, perché tu non porti un altro nome!
Ma poi, che cos’è un nome?…
Forse che quella che chiamiamo rosa
cesserebbe d’avere il suo profumo
se la chiamassimo con altro nome?
Così s’anche Romeo
non si dovesse più chiamar Romeo,
chi può dire che non conserverebbe
la cara perfezione ch’è la sua?
Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome,
che non è parte della tua persona,
e in cambio prenditi tutta la mia.

R.: [forte] Io ti prendo in parola!
D’ora in avanti tu chiamami “Amore”,
ed io sarò per te non più Romeo,
perché m’avrai così ribattezzato.

G.: Oh, qual uomo sei tu,
che protetto dal buio della notte,
vieni a inciampar così sui miei pensieri?

R.: Dirtelo con un nome,
non saprei; il mio nome, cara santa,
è odioso a me perché è nemico a te.
Lo straccerei, se lo portassi scritto.

G.: L’orecchio mio non ha bevuto ancora
cento parole dalla voce tua,
che ne conosco il suono:
non sei Romeo tu, ed un Montecchi?

R.: No, nessuno dei due, bella fanciulla,
se nessuno dei due è a te gradito.

G.: Ma come hai fatto a penetrar qui dentro?
Dimmi come, e perché. Erti e scoscesi
sono i muri dell’orto da scalare,
e se alcuno dei miei ti sorprendesse,
sapendo chi sei, t’ucciderebbe.

R.: Ho scavalcato il muro
sovra l’ali leggere dell’amore;
amor non teme ostacoli di pietra,
e tutto quello che amore può fare
trova sempre l’ardire di tentare.
Perciò i parenti tuoi
non rappresentano per me un ostacolo.

G.: Ma se ti trovan qui, ti uccideranno!

R.: Ahimè, c’è più pericolo per me
negli occhi tuoi che in cento loro spade:
basta che tu mi guardi con dolcezza,
perch’io mi senta come corazzato
contro l’odio di tutti i tuoi parenti.

G.: Io non vorrei però per nulla al mondo
che alcun di loro ti trovasse qui.

R:. La notte mi nasconde col suo manto
alla lor vista; ma se tu non m’ami,
che mi trovino pure e che mi prendano:
assai meglio è per me finir la vita
desiderando invano l’amor tuo.

G.: Come hai fatto a venire fino qui?
Chi t’ha guidato?

R.: Amore per il primo
ha guidato i miei passi. È stato lui
a prestarmi consiglio nel trovarlo;
io gli ho prestato in cambio solo gli occhi.
Io non sono un nocchiero,
ma se tu fossi lontana da qui
quanto la più deserta delle spiagge
bagnata dall’oceano più remoto,
io correrei qualsiasi avventura
per cercar sì preziosa mercanzia.

G.: Sai che la notte copre la mia faccia
della sua nera maschera,
l’avresti vista arrossare, se no,
per ciò che m’hai sentito dir poc’anzi.
Ah, vorrei tanto mantener la forma,
rinnegar quel che ho detto!…
Ma addio ormai inutili riguardi!
Tu m’ami?… So che mi rispondi “Sì”,
ed io ti prenderò sulla parola;
ma non giurare, no, perché se giuri,
potresti poi dimostrarti spergiuro.
Agli spergiuri degli amanti – dicono –
ride anche Giove. O gentile Romeo,
se m’ami, dimmelo con lealtà;
se credi ch’io mi sia lasciata vincere
troppo presto, farò lo sguardo truce
e, incattivita, ti respingerò,
perché tu sia costretto a supplicarmi…
Ma no, non lo farei, per nulla al mondo!…
In verità, leggiadro mio Montecchi,
io di te sono tanto innamorata,
da farti pur giudicar leggerezza
il mio comportamento; però credimi,
mio gentil cavaliere, che, alla prova,
io saprò dimostrarmi più fedele
di quelle che di me sono più esperte
nell’arte di apparire più ritrose.
E più ritrosa – devo confessarlo –
sarei stata, se tu, subitamente,
prima ch’io stessa me ne fossi accorta,
non m’avessi sorpresa
a confessar l’ardente mia passione
a me stessa. Perdonami perciò,
e non voler chiamare leggerezza
la mia condiscendenza,
come t’avrà potuto suggerire
il buio della notte.

R.: Mia signora,
per questa sacra luna che inargenta
le cime di questi alberi, ti giuro…

G.: Ah, Romeo, non giurare sulla luna,
questa incostante che muta di faccia
ogni mese nel suo rotondo andare,
ché l’amor tuo potrebbe al par di lei
dimostrarsi volubile e mutevole.

R.: Su che vuoi tu ch’io giuri?

G.: Non giurare;
o, se ti piace, giura su te stesso,
su codesta graziosa tua persona,
l’idolo della mia venerazione,
e tanto basterà perch’io ti creda.

R.: Se l’amor del mio cuore

G.: Non giurare,
ho detto: benché tu sia la mia gioia,
gioia non mi riesce di trovare
nell’impegno scambiatoci stanotte:
troppo improvviso, troppo irriflessivo,
rapido, come il fulmine, che passa
prima che uno possa dir “Lampeggia!”.
Buona notte, dolcezza.
Questo bocciolo d’amore, schiudendosi
all’alito fecondo dell’estate,
potrà, al nostro prossimo incontrarci,
dimostrarsi un bel fiore profumato.
Buona notte. La pace ed il riposo
discendano soavi sul tuo cuore,
come soave è tutto nel mio petto.

R.: Oh, vuoi lasciarmi così insoddisfatto?

G.: Insoddisfatto? E qual soddisfazione
pensavi tu d’aver da me stasera?

R.: Sentirmi ricambiar dalla tua bocca
il mio voto d’amore.

G.: Te l’ho dato,
ancor prima che tu me lo chiedessi;
se pur vorrei che fosse ancor da dare.

R.: Per potermi mostrare generosa,
e dartelo di nuovo, a piene mani.
Io non desidero che quel che ho.
La mia voglia di dare è come il mare,
sconfinata, e profondo come il mare
è l’amor mio: più ne concedo a te,
più ne possiedo io stessa,
perché infiniti sono l’una e l’altro.

[La voce della Nutrice dall’interno, che chiama: “Giulietta!”]

Sento voci da dentro casa… Addio,
addio, mio caro amore!… Vengo, balia!…
Dolce Montecchi, restami fedele.
Aspetta ancora un po’, ritorno subito.
[Si ritira]

R.: O notte, notte di benedizioni!
Un sogno, temo, nient’altro che un sogno
è questo: troppo dolce e lusinghiero
per essere realtà!

G.: [riappare improvvisamente] Ancora tre parole, Romeo caro,
e poi la buonanotte, per davvero.
Se onesto è l’amoroso tuo proposito
e l’intenzione tua è di sposarmi,
mandami a dir domani, per qualcuno
ch’io manderò da te, il luogo e l’ora
in cui vuoi celebrare il sacro rito
ed io son pronta a mettere ai tuoi piedi,
tutti i miei beni, ed a seguire te
sempre e dovunque, come mio signore…

Il testo originale è reperibile assai facilmente in rete, come tutto Shakespeare, per esempio qui. Per questo motivo scegliamo di non riscriverlo nel post.

Un pensiero su “Il Bardo continua 5 e Dialoghi d’amore 2: un vero archetipo: Giulietta e Romeo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.