Per costringere la morte tra due accenti

max hansen
(Max Hansen, On the edge II)

                   [Leonard Cohen – Dance me to the end of love]

Per costringere la morte tra due accenti
(Chansons d’amour)

un altro giorno di sabbia senza impronte
scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile
che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –
la notte non ha più segreti
e i suoi doni rivelano al corpo
l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre
in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo
come il mattino le rose cresciute sulla lingua –
il tempo che credevi privo di esistenza
compone la sua opera, conserva nel palmo
neve che profuma al tocco dell’aurora,
e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo
aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi
fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza
come una vela inquieta in uno stagno immobile,
cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro
e la voce brucia, raggelata, come una stella
nei sogni del vento –
a casa, perdute nel lontano,
le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,
si affidano all’angelo amaro degli assenti
perché ancora un’eco rimanga – una lenta
nostalgia del mondo
mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

 

*

 

insondabile come un respiro
che si tiene alle sue radici – il ricordo
il tuo nome di donna vi trascorre
esala profumi d’oasi nel dolore del presente –
tra sonno e veglia, il papavero che mi brucia nelle vene
schiude immagini di un dolce morire
nel pensiero – e io avverto
la stretta delle tue mani docili tra le pieghe del vento
e sulle palpebre un frammento di terra,
reliquia di un rito dove tra polvere e passi
corre paziente verso l’esilio l’eco affollata del mio fiume

(un fiotto di sangue più greve, mentre un alito di brina
matura in pieno sole
il miraggio delle tue labbra al fondo delle ore,
dice che niente mi aspetta oltre il silenzio
e la cenere, che appassirà nel gelo di una fiamma sopita
il tempo strappato alla vertigine
per incantare l’alba col chiarore del tuo corpo –
eppure basta il battito di un’ala dietro i vetri
la carità di un ramo che si protende sopra fiumi vuoti
per credere ancora che oltre il confine estremo
canta una luce che non ha crepuscolo
una stagione senza nascere e morire –
e allora penso, al di là di ogni certezza, che niente ha fine
anche se il corpo sciama in gocce d’ombra,
che non si perderà nella memoria muta delle sabbie
la bellezza dei tuoi fianchi dilatati, il frutto del tuo ventre
che lievita al richiamo paterno della voce,
l’onda sottile che dolcemente ti attraversa
e fluttuando in lenti voli tra il seno e l’inguine
disegna il suo cammino verso il giorno,
esplora le lune e gli astri
che danno occhi e respiro alla sua carne,
sospinge a riva i primi albori di una nuova vita,
rovescia il nulla in fioriture d’alba)

 

*

 

mia madre – tu le assomigli, la riconosci
nel lampo assolato di ginestra
che invita la tua mano alla carezza, al gesto
fraterno del ricordo –
è stata lei che ti ha voluta al mondo,
mi afferrava i capelli quando ancora non ti cercavo
e li scuoteva forte
fino a farli sanguinare neve, come sanguina
il desiderio più grande sulle labbra di una donna –
è stata lei che ti ha inventata
in una notte di vento passata a riordinare storie echi passi
l’ultima voce e il bianco albeggiante
di una figlia morente
nel breviario dei suoi dispersi anni –
e già la tua presenza mi gonfiava il ventre
sentivo il tuo respiro salirmi fino in gola
fermare il battito del cuore
per ascoltare l’aurora che ti preme, ti chiama all’attesa
tra le pagine del mondo –
io piscio fumo bevo eiaculo bestemmio, a volte
in silenzio
piango diamanti d’oasi
sul leggìo migrante delle sabbie,
semino versi nei giorni
per costringere la morte tra due accenti –
e tu sei qui, tra le mie braccia –
ignara
dell’eternità trascorsa nel mio petto

 

*

 

ho il mio nome – ed è quanto mi lega alla vita
ho solo acqua per cancellare la sua esilità
dalle mie ossa, le sue radici inquiete
e il lento naufragare di inchiostri sul mio ciglio –
ho solo te, che mi salvi gridando
parole che diventano chiare a lume di assenza –
non rimarrà ricordo
dell’ora che ci vede al bivio dei nostri cammini
tra pause di luce e carezze tenaci, i piedi
immersi nel gelo di un lento mutare
e il tuo volto notturno
che si distende fino all’ombra estrema – accorato
un transito di stelle sul verde amaro del tuo corpo – trasparente

spighe fiorite da quel lume – un’acerba distesa di venti
fra i tuoi capelli e la mia mano,
parole che annottano nel respiro
come fondali d’infanzia, nient’altro che acque di un fiume
a ritroso nel transito aurale dei sogni –
la sorgente riposa in canti distesi d’esilio
illuminata a tratti dagli echi che dischiude,
nomade è lo sguardo che l’amore appena consumato
ha impresso sulla sabbia del foglio
come un sentiero – il tempo che trascorriamo
uno dentro l’altra
vicini
lontani
per sempre

 

*

 

è lo spazio che occupano – l’anima delle cose
portare alle labbra pazienza e dolore
tracciare solchi sul viso per scrivervi la parola seme
con le sue sillabe di solitudine
e i suoi mancati giorni, l’alfabeto delle stagioni
che, ignari, indossiamo come un vestito di gala –
ed è già tramonto –
in un viola scuro si esplorano gli abiti deposti sul letto
si contano in cifre di vertigine
le ultime flebo consumate, i liquidi miracolosi
che galleggiano nell’aria
come schegge di un mare raccolto in un bicchiere,
mentre ancora si cerca il sesso dell’amata
mezzaluce di domande dimenticate
di risposte disattese

(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti in un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva –
a volte ti strappa i ricordi – il silenzio
seguendo il fuoco di un dio senza tempio, inciampando
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate sul tavolo)

 

*

 

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria
come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona
la mano perde sangue dai pori
tra i tuoi capelli di madre, trascina le tue mammelle alle labbra
perché ancora il corpo bruci
sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura
ignara di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo
l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare
come acqua che si trascina
l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –
io attendo – la pupilla assonnata in ascolto
del prossimo lampo, udibile
levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio
e senza notte,
senza)

 

*

 

smarrire il presente – fisso lo sguardo a un’icona ingrigita
e senza fiato frugare macerie di idoli franati
un frangere di flutti contro l’albero
perso nel suo inudibile smarrimento, cento volte risorto
nudo, ammutolito
a disperazione del diluvio che lo tenta
con mani di gemme, di lava, con fiori incomprensibili –
dicevi così era scritto
sulla pagina dove lacrima l’inchiostro
la cecità dell’oasi costretta fra confini di sabbia,
era questo il volere della pietra, non altro
che tessere luce senza fondo – la pura veste dei sogni

(sugli orli del bicchiere naufraga tutta la mia pena
come sentissi risanate le vertebre frantumate in volo
guarito lo stesso cielo che mi ricaccia ad ogni incontro
estremo –
è questa la stagione di rinascere in ogni luogo
e, silenziosi, trascinare nei sandali
la breve eternità di una foglia,
una carezza)

 

*

 

memoria d’amore – verità che lacera i pensieri
in foglie di abbandono e porta autunno
negli occhi dove si acquietano i bagliori,
dove la sete si avvinghia alle mani come un rampicante
e il desiderio è uno stormo di anime al tramonto
un cielo di neve raccolto in gesti lenti, uguali –
nessuna stella si affaccia dal crepuscolo
se il verso chiede alla pagina echi di un lontano canto
gli anni dove la voce si confondeva al vento
il corpo chiaro il latte dell’attesa
il polline dell’alba nelle pupille cieche della notte
la vela che risveglia l’onda e la trascina
verso orizzonti di isole riemerse

(forse non sai il mattino
che ieri vedevi frangere sul volto
come mi assale oggi, lontano dal tuo sguardo
col suo carico di voci di fiori di relitti – non sai
quanti segreti di lampi ribelli all’aria
si adagiano alle palpebre, rischiarano terre di rimpianto –
io raccolgo sillabe
dagli alfabeti di lingue più profonde, le sgrano
in cifre provvisorie di preghiera
alla sorgente dislagata del tuo sonno –
sto aprendo un varco all’acqua del silenzio
che mi cerca)

 

[I testi sono tratti da L’arte dimenticata di morire, parte I e parte II]

***

15 pensieri su “Per costringere la morte tra due accenti

  1. “canta una luce che non ha crepuscolo
    una stagione senza nascere e morire –
    e allora penso, al di là di ogni certezza, che niente ha fine
    anche se il corpo sciama in gocce d’ombra”,
    decisamente una canzone d’amore alla poesia, con molti risuoni da icone bizantine – Mallarmé e Saint John Perse e i Preraffaeliti – e moltissimo Marotta (sto aprendo un varco all’acqua del silenzio/che mi cerca), un saluto, Viola

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  2. ” io raccolgo sillabe…

    Leggere i tuoi versi, Francesco, tutti i tuoi versi, è come ritrovare ogni volta una dimensione smarrita, è come percorrere con te una via umana dove si sublimano tutte le relazioni ontologiche, dove tu, pescatore di tesori ancestrali, fai riemergere e rivivere la parola in armonici segni e melodie che lasciano senza fiato.

    Ti sono grata per questo
    jolanda

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  3. Chansons d’amour comme l’amour.
    Intense come l’amore e il dolore che spesso l’accompagna.
    Sono senza parole (e senza fiato)
    Sembra quasi di “toccare” questa morte.
    liliana

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  4. Un sincero grazie a tutti.

    *

    Lift me like an olive branch and be my homeward dove

    Sollevami come un ramoscello d’ulivo /
    e diventa la colomba che mi riporta a casa

    *

    Un giorno, se qualcuno lo desidera, vi rivelo il segreto che si nasconde dietro questo verso…

    fm

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  5. Cara Liliana, devo prima fare una telefonata in Canada, a un mio caro amico, per avere le necessarie e opportune autorizzazioni. Anche se, come sarà facile capire se svelo, con un doppio/triplo outing, il segreto, potrei benissimo farne a meno.

    Vedrò di accontentarti, stanne certa.

    Ti auguro una buona serata.

    fm

    p.s.

    Magari aspetto ancora un po’, il tempo di veder scemare il numero dei clikkatori di questo post, e poi piazzo la “botta”, sicuro di tornare nella “hit”, perché sicuramente in molti verrano a leggere la mia “rivelazione”…

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  6. Ogni scritto/di da Francesco credo sia SE-CRETUM, la messa-a-parte in comunione.Completa.

    La cerniera che è porta: la pupilla in parallelo, lo sguardo che solleva, il ponte che [si] estende.

    Lo “SGRANO” DEL DETTAGLIO, perla dopo parola – scatole cinesi: per sensi infiniti.

    Dentro il GRAZIE [si] dona e [si] destina oltre.

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  7. Grazie a te, Chiara.

    Io sto ancora meditando, estasiato, sui tuoi “esercizi di stile”.

    Un abbraccio.

    fm

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  8. Francesco, credi: i fonemi che infurio per fogli sono [ancora] sorriso da stregatta – metà candido, metà cinico.

    [mi] Manca la mano per commentare – come colgo – ogni tuo singolo svolgere.
    Leggerti, per me, è cercare le parole-pepite-pulsanti in filoni infiniti.

    A partire dal “nastro” che avvolge il detto-dono: PER COSTRINGERE LA MORTE TRA DUE ACCENTI.

    E prima e poi: sono porte aperte [precede un’avversativa? E’una finale? Subordinata? Principale?]. Il “sospeso” suggerito è soggettivo? E se – interpretativo – dove si colloca?

    Nel prima?

    … PER COSTRINGERE LA MORTE TRA DUE ACCENTI.

    Nel poi?

    PER COSTRINGERE LA MORTE TRA DUE ACCENTI…

    In entrabi i lati?

    …, PER COSTRINGERE LA MORTE TRA DUE ACCENTI,…

    E ancora: quale vincolo – costringe? E i “due accenti” sono omografi non omofoni? Sono due note[e quale chiave?]? Sono due nomi [di persona?]? Sono toni/timbri? Sono accenti/accidenti?

    Altro – ancora – [ipereinterpreto?]: avverto dentro

    per coSTRINGERE L’AMOR[te] tra due/accent(u)i!

    Ecco: Marotta per me – sei la METAMATRIOSKA che semina sensi e sprona la ricerca del *seme*.

    Perdona/Perdonate

    il mio delirio pescino…

    Un abbraccio

    Chiara

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  9. C(l)ara Chi(-)ara,

    ne ero *certo* –

    mai avuto dubbi sul fatto che solo un essere che coniuga, naturaliter, nella/con la/ voce del suo *sgu/ardo* (per voc/azione-nome-destino), claritas et profunditas, fosse/sia – i.e.: *è* – capace di ri-velare alla luce il senso/seme (co)stretto nella morsa degli accenti-zolle

    “per coSTRINGERE L’AMOR[te] tra due/accent(u)i!”

    piango diamanti d’oasi
    semino versi nei giorni
    per costringere la morte tra due accenti

    I volti (migranti) – le *figure*? – della “mat(e)r(ioska):

    *ad-cantus* /// adamas (dem) /// oasys (hua) /// semenar (sé-menar?) /// *versus*

    Se il *per* – pre/sumibil/mente – è di derivazione “francescana”, il “sospeso suggerito” si colloca nel *poi* (immagino che il movimento interno al testo sia – è? – di natura discendente: un *post rem* in “pensiero” di volo: le cinque *figure* cercano uno slancio (im)possibile per evadere dalla “dimora (la figura centrale: il *sé-pulc(h)rum*: l’en-claustrum)…

    *

    Un abbraccio grande a te.

    fm

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  10. L’abbraccio che aiuta – a crescere – è “l’atteso” [da te teso] che non si nega: spiega.

    E tu, Francesco, sei sempre FARO e FARSI: portavoce, portaluce. Nel senso più significativo e fondante – la via Maestra, la Mano – il Metro che porta Poesia. E come potremmo crescere, noi caotici pulcini, senza il “GIUSTO GRANO” senza il GRANDE che porta pazienza, che aiuta, ancora, ALIMENTA?

    Per imparare [infinita voglia, bisogno incessante] l’urgenza/emergenza è l’ESSERE che può/vuole insegnare. E tu sei e sai. Rendere felice la non facile impresa: CRESCERE.

    Grazie Francesco,
    Chiara

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