Uomo, natura, testamento biologico, di Vito Mancuso

Il testamento biologico rimanda al rapporto tra l’uomo e la sua natura, tra la volontà umana e la biologia umana. Che tipo di rapporto è? Qual è il criterio che lo norma? Per rispondere a questa domanda è necessario chiarire il più complessivo rapporto tra uomo e natura, ed è questo l’obiettivo del mio intervento. La mia tesi consiste nel sostenere che oggi la nostra società è dominata da due idee di natura contrapposte e parziali, che richiedono di essere entrambe superate, e che sono da un lato la visione cattolica tradizionale della natura (non la creazione) e dall’altro l’evoluzionismo (non l’evoluzione); la tesi continua col sostenere che proprio il superamento di queste due visioni parziali conduce a cogliere nella libertà consapevole e matura il senso dell’evoluzione naturale, traendone infine delle conseguenze per il dibattito odierno sul testamento biologico, o comunque si voglia chiamare la possibilità concessa al paziente di dare in anticipo delle direttive per quelle circostanze in cui non fosse più in grado di esercitare questo suo fondamentale diritto.

Parto da un dato di fatto: la maggior parte dei medici occidentali (non parliamo neppure dei biologi) sono atei o agnostici. Proprio quelle persone che dedicano la vita alla cura delle sofferenze altrui, per la maggior parte, nel foro interiore della loro coscienza, fanno a meno di Dio. Come spiegarlo?

La teologia deve cercare il motivo di questo fatto non fuori di sé, dando la colpa al relativismo del mondo, ma esaminando attentamente se stessa. Io penso che il motivo consista nella teologia tradizionale della natura, la quale ha smesso da tempo di risultare convincente per la coscienza contemporanea, come hanno riconosciuto alcuni grandi teologi del ‘900 tra cui Dietrich Bonhoeffer e Pierre Teilhard de Chardin. La visione teologica tradizionale sostiene che Dio governa direttamente la natura e che pensa ogni uomo singolarmente, ragion per cui la vita umana è sacra essendo dono diretto di Dio. Questa visione si scontra con la realtà quotidiana delle malattie, fatalità, sofferenze che si abbattono sugli uomini senza alcuna logica. Le teorie del passato che rintracciavano una logica alle sofferenze umane mediante il nesso malattia-colpa, ovvero pensando la malattia come punizione di Dio, oggi (almeno qui da noi in occidente) sono per fortuna scomparse. Anche l’altra risposta tradizionale, cioè che la sofferenza è voluta da Dio per espiare i peccati del mondo e così salvare gli uomini, ha cessato di risultare credibile: come si fa a sostenere che Dio è onnipotente ed è amore, e poi che ha bisogno di far soffrire gli innocenti per attuare la sua salvezza? Neppure ha senso alcuno sostenere che Dio non vuole la sofferenza (né direttamente né indirettamente, dice il Catechismo) ma solo la permette in vista di un bene maggiore: infatti come si fa a permettere una cosa, se non almeno indirettamente volendola? Senza calcolare che attribuire questa logica a Dio significa farlo agire secondo la logica moralmente deprecabile del fine che giustifica i mezzi. Occorre prendere atto che i due paradigmi teologici del passato, dolore colpevole e dolore necessario, non reggono più.

Il quadro che emerge è che la natura risulta abitata da un inspiegabile carico di dolore, il quale porta chi ogni giorno lo deve fronteggiare, cioè per l’appunto i medici, a rifiutare l’idea di un Creatore che si prende cura di ogni suo singolo figlio, e quindi all’ateismo o all’agnosticismo. Il cattolicesimo sostiene la sacralità della vita, ma non si può fare a meno di prendere atto con costernazione che il primo che non se ne cura sembra esserne proprio l’Autore.

In diretta contrapposizione all’idea di una natura governata dall’alto si è sviluppata la filosofia darwinista dell’evoluzionismo. Essa è da distinguere attentamente dal dato scientifico dell’evoluzione, grande contributo del Darwin scienziato che ogni uomo onesto deve fare proprio. L’evoluzionismo è l’interpretazione filosofica del dato dell’evoluzione, una possibile interpretazione filosofia, per quanto oggi sia quella maggioritaria. L’evoluzionismo legge l’evoluzione come un processo il cui motore (per lo meno il principale) è il caso, e la cui logica è la selezione naturale, con il predominio del più forte nel senso del più adatto. Al progetto perfettamente finalizzato sostenuto dalla tradizione si contrappone specularmente la totale assenza di finalità e di senso che l’evoluzionismo individua nella natura, considerandola solo come vita che genera altra vita, senza ordine e senza direzione, un polemos ininterrotto di miliardi di geni egoisti la cui sigla finale non può che condurre (quando dal piano naturale si passa al piano etico) alla violenza e alla furbizia. Infatti anche noi siamo natura, e la considerazione della natura parla anche di noi, e quindi non può non condurre, come di fatto fa, allo sgretolamento di ogni fondamento oggettivo su cui fondare l’etica, il diritto, la politica. Il tasso di litigiosità dei nostri giorni è altissimo proprio perché manca un punto di riferimento, valido per tutti, di fronte a cui finalmente tacere e ascoltare.

Dalla concezione cattolica tradizionale discende un rapporto dell’uomo con la natura all’insegna della legge: la natura si impone all’uomo come normativa, come voce della necessità divina a cui l’uomo deve obbedire. Tipica al riguardo è la dottrina che proibisce la contraccezione, la quale sostiene che alla natura e ai suoi cicli l’uomo deve uniformare la sua libertà.

Dalla filosofia della natura darwinista discende un rapporto dell’uomo con la natura all’insegna dell’arbitrio: della natura l’uomo può fare ciò che vuole, essendone, mediante la tecnica, più forte. Tipica al riguardo è l’accettazione della liceità morale dell’aborto: anche di fronte a una vita naturale diversa dalla propria, la signoria rimane quella dell’Io e della sua libertà. Penso sia significativo considerare che alcuni grandi pensatori laici alla ricerca di un fondamento oggettivo dell’essere erano contrari all’aborto, mi riferisco a Giordano Bruno con la sua filosofia della natura quale “optima deitas” (traggo il dato da Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Mondadori 2007, pag. 59), e a quell’insigne cultore della filosofia del diritto che fu Norberto Bobbio.

Così noi oggi ci ritroviamo con le due prospettive dominanti nella società che istituiscono un rapporto di estraneità tra uomo e natura, un vero e proprio dualismo, perché per la dottrina cattolica tradizionale l’uomo riceve la vita naturale in dono ma il suo vero io prescinde da essa essendo l’anima infusa da Dio senza alcun contributo dei genitori (cioè della natura), mentre per la filosofia darwinista la natura non conosce finalità alcuna e quindi l’uomo, che pur essendo natura vive ogni giorno mosso da precise finalità, non può che muoversi in modo del tutto svincolato da ogni criterio naturale, giungendo all’impossibilità di fondare l’idea di giustizia (se ne veda la teorizzazione da parte di Gustavo Zagrebelsky nel suo dialogo proprio sulla giustizia con il cardinal Martini pubblicato nel 2003 da Einaudi col titolo La domanda di giustizia). Perché, per esempio, negare la più radicale sperimentazione genetica? D’istinto gli uomini sentono che vi si devono opporre, ma se si chiede loro perché, sanno, al di là del sentimento di paura verso l’ignoto, motivare il rifiuto? Privi di una visione che riscontra ordine e direzione nella natura, gli uomini non sanno giustificare il sentimento che la stessa logica della natura suscita in loro.

L’anima contemporanea è quindi dibattuta tra questi due estremi: la natura come progetto senza libertà, e la natura come libertà senza progetto, il primo dei quali non sa rendere ragione del male, il secondo non sa rendere ragione del bene. È una guerra che dura da tempo, molto prima di Darwin e anche del cristianesimo: quando Epicuro nel 306 a. C. fondò la sua scuola insegnando che è il caso il motore della natura, sei anni dopo Zenone fondò la Stoa per insegnare l’esatto contrario, cioè la provvidenza e la totale assenza del caso. Il fatto che si tratta di un conflitto antico significa che entrambe le tesi contengono una parte di verità: è vero che nella natura c’è un progetto, ma è altrettanto vero che esso non si realizza a prescindere dalla libertà e quindi dalla casualità che la libertà necessariamente presuppone. La libertà è la conditio sine qua non del progetto, il quale non cala dall’alto ma sale dal basso, non senza un carico doloroso di tentativi andati a vuoto, e che giustamente viene chiamato dalla scienza evoluzione, termine che (se hanno un senso le parole) indica un processo orientato alla crescita dell’ordine e della complessità. Mi permetto, by the way, di consigliare ai darwinisti puri e duri che negano ogni progresso e direzione all’evoluzione di provare a trovare un altro termine per nominare questo processo, visto che il termine “evoluzione”, come dice il Vocabolario della Lingua Italiana dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani alla voce omonima, indica (cito testualmente) “nel sign. proprio, svolgimento, sviluppo, spiegamento; quindi, movimento ordinato a un fine”. Telmo Pievani, nel suo libro Creazione senza Dio (Einaudi 2006, pag. 119), ha provato a proporre un altro termine: “cambiamento”. Va meglio? Dovremmo parlare di teoria del cambiamento? In realtà io penso che, fino a quando si assume la sola vita biologica per leggere il fenomeno dell’evoluzione, non si viene a capo del problema. Se la vita biologica è l’unico criterio con cui leggere l’evoluzione, è più che legittimo non cogliere in essa nessun progresso, perché non è detto che il passaggio dai batteri all’uomo sia stato un progresso, vi sono elementi in tal senso, ma anche altri in senso contrario (i batteri, per esempio, sono molto più resistenti di noi). Ma il fenomeno uomo nella sua integralità è maggiore della vita biologica che lo rende possibile. Il bios è importante, ma l’intero del fenomeno uomo va oltre il bios. Per questo il pensiero per parlare di noi ha sentito la necessità di altri termini oltre bios, perché si tratta di indicare altre nostre dimensioni oltre la vita biologica. E così, mi riferisco alla filosofia greca ma altre grandi civiltà presentano la stessa progressione, dopo bios (la vita che appartiene anche alle piante) si è parlato di zoé (la vita animale), poi di psyché (la vita psichica), poi di pneuma (la vita spirituale), infine di nous (la vita spirituale nella sua purezza intellettiva). Tutto questo è il fenomeno umano, che va interpretato nella sua integralità, senza tagliare le sue radici biologiche come fa lo spiritualismo, e senza tagliare i suoi vertici spirituali come fa il materialismo. In questa prospettiva veramente evolutiva, ascensionale, emerge lo specifico umano che è la libertà, fenomeno a cui sia il termine psyché sia il termine pneuma rimandano, visto che entrambi designano in prima battuta il soffiare del vento, il simbolo più efficace per esprimere il fenomeno della libertà.

Io sono alla ricerca di una nuova visione della natura che, senza perdere nulla dei risultati eccezionali della scienza moderna, li sappia però pensare in unione con il sapere che della natura hanno le grandi tradizioni spirituali dell’umanità. Occorre cioè una visione più completa della natura, recuperando ciò che gli ebrei chiamavano hokmà, i cinesi tao, i giapponesi to, gli indiani dharma, gli egizi maat, i greci logos. Quando parliamo della natura non dobbiamo riferirci al Dio personale che nella natura non c’è (perché se ci fosse le cose sarebbero nettamente diverse, nessuno nascerebbe con qualche forma di handicap né un fulmine ucciderebbe un bambino di dieci anni come invece è avvenuto in Piemonte il 15 agosto scorso), ma neppure dobbiamo considerare la natura come priva di ordine e di finalità, perché un ordine e una finalità intrinseca alla natura vi sono, altrimenti dal puntino cosmico primordiale esploso 13, 7 miliardi di anni fa non sarebbe scaturito quel fenomeno altamente improbabile che è la vita, e per di più la vita intelligente. Persino un autore come David Hume, al quale Kant attribuì il merito di averlo risvegliato dal sonno dogmatico, persino il padre dell’empirismo, ha scritto nella Natural History of Religion del 1751: “Una finalità, un piano, un disegno, sono evidenti in tutte le cose, e quando la nostra mente si mette a contemplare la prima origine del sistema, dobbiamo accogliere con salda convinzione l’idea di un suo autore o di una sua causa intelligente… Anche i contrasti della natura, rivelandosi ovunque, dimostrano la presenza di un piano e rinviano a un fine unitario, anche se inesplicabile e incomprensibile” (ed. it. Storia naturale della religione, Laterza 2007, pag. 145). Che poi qualcuno dietro l’ordine naturale veda il riflesso di una mente personale, e qualcun altro invece no, non ha in questo contesto molta importanza. Ciò che conta è riconoscere che la nostra libertà esiste e va esercitata, ma lo deve essere secondo le leggi dell’armonia e della relazione ordinata che presiedono il mondo fisico e che, nel mondo umano, si chiamano giustizia e altruismo.

Che cosa c’entra tutto ciò col testamento biologico? Il testamento biologico esprime la libertà dell’uomo sulla sua natura biologica, esprime il fatto che noi siamo bios ma anche qualcosa di più, e che anzi propriamente la nostra essenza consiste nella vita libera e consapevole. L’uomo è biologia, certo, ma è anche spirito, anzi la sua essenza consiste proprio nell’essere spirito cioè libertà. La resistenza che il progetto di una legge sul testamento biologico incontra nella gran parte dei settori del cattolicesimo si spiega in base all’idea (sbagliata) che la dottrina tradizionale ha della natura, pensata non come libera ma come governata direttamente dall’alto. Nella Chiesa si è ancora incapaci di pensare la libertà innanzitutto come autonomia, di accettare la libertà dell’uomo autonomo. Il caso Welby lo ha dimostrato. Si fa leva sul fatto che la vita è un dono di Dio per negare l’autodeterminazione, quando invece la libera autodeterminazione della nostra dimensione anche sulla propria vita biologica è proprio il senso dell’evoluzione, della creazione come creatio continua. Proprio il riconoscere una finalità nella natura, la quale ha portato alla nascita della libertà quale suo frutto più prezioso, deve portare alla consapevolezza che non c’è nulla di più sacro dell’esercizio autonomo della libertà. Che quindi vi debba essere una legge che permetta a ogni uomo di decidere come morire è, per chi rifiuta il determinismo di ogni tipo e accetta la libertà, del tutto evidente.

2 pensieri su “Uomo, natura, testamento biologico, di Vito Mancuso

  1. Caro Vito,

    oggi ho letto una frase di Maritain che mi ha fatto pensare a Lei: ” Bisogna avere l’intelligenza rigorosa e il cuore tenero”.

    Grazie

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  2. Sembrano esserci dei progressi verso la metà del testo, un autentico desiderio di superamento del dualismo lamentato nel pensiero moderno, ma ricade verso la fine, inesorabilmente in una posizione squisitamente dualistica, cioè la concezione della libertà come autodeterminazione.
    Secoli di teologia cristiana hanno insegnato il superamento del dualismo razionalista o spiritualista-manicheo attraverso l’esperienza di Dio, invece vedo che Mancuso non riesce a rinunciare ad una ricerca di attribuzione di una funzione a Dio nel mondo, e dove questa funzione non si trovi (o meglio non si veda) si deduce che semplicemente non c’è, come nel caso di malattie, catastrofi o guerre (Il: “Dio, perchè hai taciuto?” di Benedetto XVI ad Auschwitz è paradigmatico in questo senso).

    Mi fa specie anche che consideri con tanta sufficienza l’errore di una “teologia tradizionale” cattolica come un difetto intrinseco al cristianesimo in quanto tale, mentre le idee che cita non hanno nulla di tradizionale, ma sono il frutto di secoli di speculazione razionale in seno alle università europee dal basso medio evo a oggi.
    “Kata Fysis”, secondo natura, nella conoscenza dei padri apostolici non è altro che sinonimo di “secondo la volontà di Dio”, ma questo non sta a significare un’antropomorfizzazione di Dio, ma una partecipazione delle leggi naturali alla natura divina.

    Ma Dio è capace di farsi uomo, e l’uomo di diventare Dio, ma questo non avviene in una dimensione intellettuale, ma unicamente nell’esperienza della conoscenza diretta, mistica, di Dio, cioè attraverso il mistero, l’apparente contraddizione.
    L’esperienza della libertà di Dio può avvenire solo attraverso la conformità alla natura e alle sue leggi, che non differiscono in nulla dalle leggi divine, le quali però, come giustamente sottolinea Mancuso, si estendono anche a sfere non interamente comprese nel mondo naturale propriamente detto

    Ma io parlo di cose scritte in dei libri, libri scritti da chi questa esperienza l’ha fatta, libri oggi facilmente reperibili persino nelle librerie cattoliche.
    Se Mancuso cerca così disperatamente una teologia che non sia così angusta (e possibilmente meno fantascientifica di quella di Teillard d. ch.) non ha che da immergersi nella collana patristica di Città Nuova, (quella con le copertine tutte rosse) o nelle numerose traduzioni dei Padri Cappadoci, o di San Gregorio Palamas, o, preferendo magari i latini, può dedicarsi a San Cassiano o Sant’Ireneo di Lione, mai come oggi le fonti spirituali del cristianesimo sono state attingibili con così tanta facilità, ma mai neanche, tanto disprezzate.

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