Utrecht al centro dell’Olanda, di Marino Magliani

A volte, mentre aspettava, gli sembrava davvero d’essere al centro dell’Olanda. Ricordava quando glielo avevano insegnato, la lingua nuova, le lezioni di geografia, la terra ai confini del deserto dalla quale proveniva, e la terra dove il padre l’aveva portato con la famiglia.

Questa città, posta con precisione al centro dell’Olanda.

Si alzò di un palmo sul sedile e guardò le posizioni dei colleghi. Era il quinto. Un taxi partiva ora.

Troppi, cinque. Il rischio che gli venisse sonno e poi mal di testa, era grande. Il dottore diceva che era un periodo, la digestione. Che tuttalpiù avrebbe dovuto cambiare lavoro. Ma come si faceva a lasciare il taxi a 45 anni?

Un magazzino, forse, un posto del genere, da poco, ma volevano giovani.

A volte, durante l’attesa, si addormentava, e sognava di lavorare, di portare clienti per la Kanaalstraat piena di luce e di ponti, il bordo dell’acqua e i semafori. Amsterdamseweg e il campanile di Utrecht, il più alto dell’Olanda, 112 metri.

I mattoni delle case, anche nei sogni, lo riportavano ai colori del suo deserto.

Era arrivato in Olanda a 8 anni. Il padre c’era da prima. Era stato un buon padre, uno che tornava al paese ogni estate coi regali. Poi un’estate aveva deciso di portare in Olanda tutta la famiglia. Lui, l’unico figlio maschio, le tre sorelle e la madre. Così era giunto nella piccola casa in periferia da cui si vedevano le fabbriche.

Il padre li aveva portati alla finestra e aveva indicato la nuvola di fumo e lingue di fuoco.

Era là dove lavorava, aveva detto.

Nel giro di 5 anni avevano cambiato tre case. Il padre aveva continuato a faticare di là del canale. Nel frattempo erano nate altre sorelline. Il padre voleva ancora un maschio…

La radio faceva rumore di chiamate. Era il secondo. Fra poco partiva. Era l’ora in cui gli ubriachi di Utrecht uscivano dai bar e si facevano portare a casa.

Magazziniere, ecco. Che altro?

La radio l’aveva chiamato. Tre corse nel giro di un’ora. Poi una mezz’ora di attesa e di nuovo una corsa. Caffè Orca, disse la radio. Accese, tergicristalli.

Lasciò Kanaalstraat. Poco traffico. Qualche collega. E qualche bicicletta senza luce. Una città di studenti. 64.000 ragazzi che non prendevano un taxi.

“ Se non vuoi studiare cominci a lavorare fin da subito. “ Era stato chiaro il padre. Non aveva insistito a dargli un futuro. Il futuro era averlo portato via dal deserto. Saperlo in questa città,

al centro di questa terra. Quando la sera lo vedeva vagare per le strade mattonate sotto il palazzo, coi figli dei suoi connazionali, la pioggerella sui ricci unti di gel, gli sembrava che tutto procedesse

come doveva. Lontano dal deserto. Ma era anche importante che suo figlio non diventasse uno di questa terra. Che non ci si mischiasse.

La radio segnalava altre corse. Altre zone.

Passò Marconistraat, poi Sirius.

Qui ci avevano abitato.

Forse allora il Caffè Orca non c’era.

Lasciò acceso. Andò sotto la pioggia e spinse la porta. Dal banco una donna lo vide e disse taxi.

Due ometti, piccoli per essere olandesi, mandarono giù l’ultimo sorso. Avevano già pagato.

Si sedettero sui sedili posteriori. Uno disse una strada. E poi: “ Può mettere un po’ di musica? “

“ Radio Jazz va bene? “ chiese.

“ Benissimo.”

Nello specchio si accorse che quello che aveva chiesto la musica aveva cercato la mano del compagno. Allora guardò solo la strada davanti a se.

Attraversò un parco, poi un altro, una strada dalle parti dello stadio. Dietro ridevano.

Pensava alla madre. Lei aveva voluto che studiasse. Lo andava a supplicare in camera. A dirgli che non aveva lasciato il suo paese per vederlo sotto la pioggia, appoggiato ai muri.

Radio jazz metteva sonno.

Era morta nonna di 4 nipotini. Il padre era tornato in Marocco. La pensione gli arrivava laggiù. Prima di morire aveva fatto in tempo a vedere un altro nipotino. Tutti maschi.

Anche lui aveva rischiato di dare al padre dei nipotini. Ma con un’olandese, e allora il padre non s’ era entusiasmato. Corse terminate.

Quando giunse a destinazione, gli ometti stavano ancora trafficando con le mani. Gli lasciarono la

mancia. Ringraziò.

Spense Radio Jazz e tornó alla postazione in Kanaalstraat.

Ancora due corse in piena notte. Una alla stazione. Un signore con la valigia. Forse tornava da

Amsterdam. E una prostituta che usciva dalla vetrina. Andava in un paesino che era ormai città.

La vide scendere e pensò che forse l’aveva già portata.

Alle tre era di nuovo alla postazione. Era il settimo. Salutò col mento un collega. Si abbassò sul sedile, il bavero alto. Dormì.

Il cliente che era salito verso l’alba era straniero. Non era un turista. Parlava l’olandese, ma molto male. Sembrava italiano o spagnolo. Non glielo chiese.

Bisognava attraversare la città.

Radio jazz.

“ Olandese? “ disse dopo un po’ il cliente.

“ Marocco.”

“ Io sono argentino.”

“ E’ lontano.”

“ Quindicimila chilometri. Sono qui da tre anni. Lei? “

“ Da 37. Ero bambino.”

Passarono dove aveva vissuto dai dieci agli undici anni. Lo disse. Per parlare, per non soffrire più il

sonno.

“ E’ un bel posto.”

“ Ora, allora era un postaccio.”

“ Anch’io sono cresciuto in un postaccio… E il più bel ricordo e il più brutto di questo quartiere? “

Strane richieste che non lo sorprendevano più. I clienti chiedevano sempre, pensano di averne il diritto. Vogliono che tu racconti, per poi maledire il momento in cui ti hanno fatto parlare.

Abbassò Radio Jazz.

“ Il più bel giorno era quando mio padre mi aveva regalato il pallone. Non ne avevo mai posseduto uno. Nel campetto sotto il palazzo non giravano che palloni sgonfi e spellati. Un giorno te lo porto io il pallone, aveva detto. E ha mantenuto la promessa. Era quello che ci giocavano in Messico.”

“ Nel ’70 o nel ’86 ? “

Sorrise. “ Nel ’70… Anche nelle vetrine del centro, non ne avevo mai visti di quelli con lo stemma di Mexico 70… Non so dove l’aveva comprato…”

Sorrise alla strada. Si fermò a un semaforo e riprese a raccontare quando ripartì.

“ Quella sera stessa scesi nel prato sotto il palazzo per farlo vedere a tutti, ma non c’era più nessuno.

Mi sdraiai sull’erba a respirare. Era estate. C’erano tantissime stelle e passavano gli aerei, alti.

Mi sembrava una notte mai vista. Ero così contento. E guardavo le stelle, e col braccio tenevo stretto il pallone al fianco. Vedi le stelle perchè sei contento, ho pensato. Perchè hai il pallone, ecco perchè vedi le stelle. Avrei voluto passare il pallone alle stelle. Non ci pensai molto. Mi alzai e glielo passai davvero. Calciai perfettamente, altissimo, il pallone si allontanò dall’erba, oltre il palazzo, altissimo. Non lo vidi più. Ecco il giorno più bello di quelle stagioni.”

“ E il più brutto? “

“ Fu sempre quello.”

***

Pubblicato su “Avvenire” del 28 agosto 2008

9 pensieri su “Utrecht al centro dell’Olanda, di Marino Magliani

  1. questa è, prima di tutto, la vita. una vita in assoluto e relativamente di migranti. anche il pallone se ne va, non torna più. lascia un vuoto, ma vola, forse fino alle stelle.
    riccardo ferrazzi: il tango non è come la vita. è meno triste di quello che si crede e si è molto meno soli, che nella vita, in quell’abbraccio.
    il racconto è dolce e sereno.

    "Mi piace"

  2. Bello. Mi ha fatto tornare in mente quella volta che scesi in strada con un pallone di cuoio appena regalatomi da mio padre. Siccome ero secco e piccolo e nero, la banda del quartiere non mi fece nemmeno giocare. Si presero la palla e disputarono una partita. Passai tutto il tempo sul bordo del campetto, a consumarmi gli occhi dietro il pallone. Poi, alla fine, il bullo di turno me lo strappò dalle mani e se lo portò a casa. Piansi tutta la notte.

    "Mi piace"

  3. Marino, questo racconto mi ricorda quand’ero solo a girare per Utrecht, in una vacanza di qualche anno fa. Hai reso perfettamente le atmosfere di questa città salotto, che dà, in effetti, la sensazione di essere popolata soprattutto da gente sola. Una piccola perla,l veramente.
    Giovanni A.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.