da “Plettro di compieta”, 2008, #4, di Marina Pizzi

102.

impegno di focaccia

per discapito la rotta

questa smodata corsa

di scalini biologici

dati in pasto alle redini

del boia all’aguzzino del palio

in grado di girandola

dolo del vitto il dondolio

del coma. a manciate di marette

il tuo ristagno, il far di marionetta

il rio del sangue la guerra senza

enfasi di fato. tu del cielo

dove sei a far angolo?

103.

pozzanghera d’aurora il tuo rapace

che ti divora l’inguine di voragine

ogni gregario d’alba il giorno.

impero al volo il salto con l’asta

questa febbrile animula di mulo

tutta la soma logica d’illogico.

in mente all’alfabeto delle stasi

questa bravura ebete di fango

vocata nelle trottole del vuoto

molo d’attracco tutta la voglia

al tuffo.

104.

cardine di chiodi

lo sguardo in discesa.

il mitra del dotto

rarità sciorina

la vendemmia emigra.

monello gramo il sale

lega la corsia all’agonia

della spalliera in sparo

di singulto agguato il

rantolo. tuo lo spasmo

nel petto di rovina.

melassa del grano

di ogni altare il lutto

villania del fato di soqquadro.

105.

commercio di resine e misfatti

questo adagiato sfratto lentamente

astorico. curva di scatto questa

mansuetudine badata dalle camere

di morti. il tonfo al volo ti scurì

la fola del volo. lo smacco delle

pomici alla nuca. tu sola avvieni

ondina delle fosse senza luce

cerchio di falena spezzato enigma.

106.

aspettami all’archivio della notte

dentro le spoglie che lambiscono

le sabbie. il pagliaccio delle resine

fa morire in testa alle faccende

di non via. perizia del tempo che sale

lo spettro mutante la tema del nesso

apolide pur sempre secco. eccomi

nello scantinato di una donna

imposta. stazione nera del mito

alla bisaccia. scaccia dal perno

questo spogliarello nullo, paglia

del sangue truciolato senza falegname.

107.

manca il mirino sono senza gioia

dentro il permesso del rasoterra

nonostante librerie e biblioteche

colme. archivio di gran pena

il divo d’ozio, il calvario che spazza

le miniere. nunzio devoto il vuoto

ammesso a corte per un cancello

in ruggine dove la stramba barba

del muro finge il filosofo. forse

la rocca gravida di sonno calca

la corda per domandare voci

al manico di scopa al parapetto fuso.

108.

spoglie delle rotte specola di ardire

elemosina maligna far di scafo

l’energia dell’alba e la minaccia.

a bordo della lepre presa-preda

dormicchio sulle linee del nodo

mi mordo l’occhio di convulsa.

verso la crepa della vanga vuota

gareggio con i pargoli del vero

sotto la rena delle gole sfingee.

perpetuità al fotogramma la pena

di bestemmia. mia la giacca con

gli alamari ciechi, mari di ripulsa.

109.

attore della meta perdere risacca

scompiglio in terra di alluvione.

la casa sul ponte della giovinezza

non esiliò ma sgretolò

la tunica dell’angelo.

la prova in gesso della statua

è la riprova ennesima è il

morire nel riso delle toppe

senza chiavi di volta senza mirino

né rima con le nuvole artefatte.

fatuità del sale non il tuo amore

sale.

110.

attorno al conversare del dio

sasso pieno. potenze di elemosine

le storie di morti. peripezia del perno

non illudere nessuno nel patto

di perimetri di zolla. la corsa a ventola

non rincuora il modo di metterci

respiro né spiraglio il foglio

del nascituro. appena in remo

la statica del taglio senza diga

al panico. serrata e fremito

il rintocco di rimaner qui sotto

al lapidario ritmo farfallino.

111.

sa che pratica la sabbia per un pugno di errori

un’effigie d’impiccagione con rumori

di passi sfatti. a monte rotto le gelosie

del sale. questa presunta sala per

liberare gli urli. le traversie dell’osso

nelle metamorfosi del foro in grandine

di petto. le maestrie del muro

per scollegare angoli e ricavarne

un dono di diorama. l’ora di zinco

s’impadronisce della betulla

con la cantica sulla scalea.

112.

il tempo nuoce e la fede offende

di sera la cometa va in stanca

pattuglia di corrente smisurar la foce,

le muse le smette all’occhio in coro

per l’indice che niente dimentica

nella moria della memoria

il tempo nuoce e la fede offende.

nel senso del morente da qua si emula

la lapide con i segni degli altari

(tare resticciole religione tacca)

sotto la pensilina la china strutturale

fardello neonatale la carne mentale

solitudine assoluta basto del lutto

frutto con furto.

113.

aggiustami nel calice del vento

moria dello starsene

colonnati di offese

nel sole nazista dell’estate

nelle stazioni assassine di pendolari

Lari di doglie. emigra da me questo

rattoppo poliglotta delle rimembranze

battello senza enfasi di scia.

il ventaglio lo uso nello squilibrio

(il brio lo lascio all’illogica fortuna

forgiata dalla genia della spora)

sbriciola carcasse d’eremi e vulcani

da sotto la sedia che mi regge.

impero e vettovaglia non aprire

la scorta di tanto diamante e sterco

sopra gli stemmi di vuotissimi miracoli.

114.

sei carne di un perno

senza nome nella sostanza

della palude. lutto e canestro

stempiano lo strazio

avanzo di tempo

di sterminio. le spalle mitiche

del cane abbandonato nella

canicola. coma di autunno

il tatto di scovarti intento

a farti un’ulteriore maschera

oltre la persona per scampare

al palio del cavallo azzoppato.

oh fato ìmpari prenditi per mano

nella sconnessa balìa chi sei.

115.

abbracciami nel marsupio della fossa

quando l’alunno è immemore e la salvia

via di viuzza profumata! partecipami

la lotta delle zolle quando il cipresso

è simile al miraggio. giostrami nel

canestro contro il sole, storto nel

fuoco che non sa bruciare. incendiami

la mina che mi duole, lesa sapienza

atrio di divieto. fracassami la testa

sul selciato senza dolere un eremo

di eclisse. se tu ti svegli e il sudore

t’imbalsama, somma è la quiete

di un comatoso strazio!

116.

salute di scommesse voglio andarmene

fato la meringa della fata

marziano senza cuore di alcun lutto.

guerra di non lutto dammi il cimelio

di acrobata di non crollo anzi di zonzo

verso le mele marce del qui orto.

mantienimi la faccia senza lo zinco

del nitore di bara. stammi l’arbitro

con la giustizia in faccia. stia la nenia

del fatuo a darmi compagnia. latrato

del lupo il pomeriggio in tanica

di cappio senza avvio l’esecuzione.

117.

la discesa è un manovale

che crolla di per sé

il cielo alla radice

contro il cestello d’asilo

quando il simposio in porto

fracassa le catene.

oggi è azzurro fragile il pomo

mesto alla gola, questo stornello

d’aquila impazzita con il becco

elettrico, intrico di robe vecchie

insite alla tavola vuota con la stele

delle attese estreme. a me darai

una ciocca di plauso vermiglio

che mi darà l’arena d’un decoro

d’angolo, un logos di perennità

l’alito del sangue.

118.

intorno al calcinaccio del cerchio

l’addio che azzera la darsena meringa

quella la madre d’ascia e di fionda

senza giammai la data sulla tomba.

in meno di un silenzio la mestizia

prese le mani delle età che stipano

argine ed oceano in un cassetto.

se per dormire amerò le vergini

girami attorno non mi prenderai

né morta né viva ma col gendarme

al petto da dover sopportare!

119.

ho preso una lite col goffo di me

con le stampelle d’adunata

tendenziosa, con l’estro di non

farcela né con la forcella né con

la lapide. sul filo dell’acqua ho

visto mia madre distrarsi felice.

un rattoppo e mi finirà la strada

gerundio inetto quanto un rubacuori

che si creda fortunato. in mano alla

spelonca dell’eclissi mi va di stare

calice di sprechi così come persi

il tempo e la leggenda. stantie del pane

le risacche sorde cattedrali ai crolli.

120.

ma non fu che storpio il mio potere

marchiato sulla fronte con l’arsenico

col senso pietosissimo svanire.

nel crollo delle dita il tuo studente

morto. terra suadente l’epoca del

giorno. ormai si appanna l’ombelico

il lieto evento di starsene

seminudi sul fianco della stufa.

in un cimitero di putti pettegoli

vidi il mio fosso il sonno nero

di spartirmi in pasque.

121.

nel flusso della laguna imparai a piangere

gite sperdute in un filo d’erba,

bestemmie sistemate in un balocco

per la polvere di guardia.

122.

in un muso di ponente

il pane dello strazio,

paesotto con l’ìndice al divieto,

pecca del sogno non poter la storia

vedovile mercato d’incantesimi

senza sismi di gioia.

nell’orto delle resine le sillabe

dettero il bacio all’anemia del mondo.

123.

buttar chi sei in un concorso d’astri

le disperate fanciullaggini delle scale.

124.

appendimi alla cena degli acrobati

al barcollio della neve

quando di guardia la farfalla

libera la dacia per farne coriandoli.

inzuppa il sicario in un carico

di fango, la gola del comandante

ingorga di nodi ingordi. al confine

del tarlo rimandami le voci

di chi fidò un’aureola di mani

ma avvenne il leggio del vuoto

scempio. l’ìmpari festeggi

di non venire al mondo.

125.

chiudimi il cuore allo spavento

dammi il giorno che mi faccia pace

sotto l’arrivo delle suole

con gli agnelli che errano slegati

ginestre le canzoni.

zonzo e comete il tempo

visuale erronea ininfluente

tipica del cappio di chi sa

la posa d’indice del cipresso.

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Informazioni su Marina Pizzi

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55. Ha pubblicato i libri di versi: "Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986), "Gli angioli patrioti" (ivi 1988), "Acquerugiole" (ivi 1990), "Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993), "La devozione di stare" (Anterem 1994), "Le arsure" (LietoColle 2004), "L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La Camera Verde, 2008); ***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: "La passione della fine", "Intimità delle lontananze", "Dissesti per il tramonto", "Una camera di conforto", "Sconforti di consorte", "Brindisi e cipressi", "Sorprese del pane nero", "L’acciuga della sera i fuochi della tara", "La giostra della lingua il suolo d'algebra", "Staffetta irenica", "Il solicello del basto", "Sotto le ghiande delle querce", "Pecca di espianto", "Arsenici", "Rughe d'inserviente", "Un gerundio di venia", "Ricette del sottopiatto", "Dallo stesso altrove", "Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)", "Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”; il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"]; ***** le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. ***** [Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo, Antonella Pizzo, Marina Pizzo, Camilla Miglio]. ***** Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia". E' tra i redattori del litblog collettivo "La poesia e lo spirito". ***** Sue poesie sono state tradotte in persiano, in inglese, in tedesco. Sul Web cura i seguenti blog(s) di poesia: http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero

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