Connettivismo 1: intervista a Giovanni De Matteo su “Sezione Π²”

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Giovanni De Matteo è l’autore del romanzo connettivista “Sezione Π²”, Premio Urania 2006, che, dopo l’edizione cartacea Mondadori, sta per essere nuovamente pubblicato sul sito http://www.fantascienza.com (lo troverete lì intorno alla metà di settembre). Oggi vi propongo un’intervista all’autore, che è anche intervenuto alla manifestazione letteraria fiorentina LA PENNA DEL MAGNIFICO, per l’appuntamento del 14 giugno, dedicato a “Letteratura e Internet”.
In quell’occasione, il movimento fantascientifico connettivista, derivazione italiana del Cyberpunk americano, è stato illustrato nella sua genesi (e si può dire che De Matteo ne sia il teorico, nonché co-fondatore, insieme a Sandro Battisti e Marco Milani) e nella sua poetica. Il filmato di quella presentazione è oggi scaricabile da http://www.lapennadelmagnifico.com, cercando sotto APPUNTAMENTI e cliccando sulla riga dedicata, appunto, all’evento del 14 giugno. Lo si trova anche anche su Youtube.
L’occasione è dunque quanto mai propizia per dare inizio a una serie di interviste sul Connettivismo e la fantascienza in genere, che avranno per protagonisti, oltre a Giovanni, Sandro Battisti e Marco Milani.

Ambientato in una Napoli della metà del XXI secolo, ancora semi-distrutta da un’eruzione del Vesuvio, da varie guerre e lotte intestine della criminalità, “Sezione Π²” ci mostra uno spaccato di Italia proiettata in un futuro non lontano, ma profondamente segnato dall’evoluzione tecnologica. La trama del romanzo lo dimostra chiaramente: il protagonista, Vincenzo Briganti, è un membro di spicco di una sezione investigativa speciale della polizia, che, mediante l’impiego di particolari reagenti chimici, riesce a entrare nel cervello dei morti (vittime di omicidio) per leggere, nell’impronta rimasta nei loro ricordi, indizi utili all’individuazione dell’assassino.
Nel caso in questione, la vittima è il capo e ideatore della stessa Sezione Π², addentratosi fin troppo in indagini riguardanti una pericolosa setta, ispiratasi a un movimento eretico. Le ricerche del detective Briganti si sovrappongono al suo continuo confrontarsi con la sua tragedia personale: la morte della figlia, rimasta vittima di uno dei rituali di sangue celebrati dai membri della sinistra congregazione.
Sullo sfondo, un mondo di solitudine e tecnologia, dove il Kipple, una sorta di massa putrescente composta da tutti gli scarti metropolitani (spazzatura e quant’altro), si autoriproduce ed espande entropicamente, finendo per inglobare parti sempre più ampie della città – una citazione letteraria di Philip Dick, uno degli ispiratori del cyberpunk americano. L’universo che De Matteo descrive risente, come tutto l’immaginario connettivista, di questa matrice, di cui condivide le atmosfere povere ariosità e speranza. Riesce però ancora a emergere un senso di ‘oltre’, una dimensione ideale individuabile, in parte, nella nostalgia del passato (spesso rivissuto attraverso una sorta di ‘illusione mentale’ indotta da una droga, il Blue K), e in parte nell’illusione residuale di un futuro possibile. È in questa eco di vita che risiede gran parte della poesia di quest’opera, che – mia opinione personale, su cui vi invito al confronto – evidenzia come il Connettivismo, ‘figlio’ anche dell’esperienza poetica crepuscolare, attinga a un patrimonio ideale, estetico e filosofico che comprende in sé un nucleo di ‘anima’. Un’anima che traspare dal paesaggio, dal ricordo e dagli interstizi di un mondo saturato dalla tecnologia.

Antepongo all’intervista proprio una citazione dal romanzo che sottolinea proprio questi aspetti:

“Frammenti di conversazioni dispersi negli abissi della percettività. Profumi dissolti nel vento dei decenni. Istantanee denaturate di un mondo perduto. Si entra in sintonia con l’anima della Città, nelle sue carni. Si condivide con Lei la freccia di un tempo interiore.
Diventare Lei. Guardare le sue strade con gli occhi elettronici dei droidi della Polizia, insetti di metallo in volo sulla decadenza monumentale che si estende dalle onde putride del Tirreno fino alle macerie ombrose del Kipple. Lo sguardo robotico sorveglia la scena con precisione meccanica. Monitora istante dopo istante l’evolversi della situazione climatica, sociale, ambientale. Il Centro di Garanzia della Vivibilità, arroccato nei palazzi di vetro del Distretto Corporativo, tiene ogni fattore sotto controllo e ci tiene a farlo sapere a tutti i cittadini.
E lui è lì, anima e corpo di Napoli. Che guarda. Che conosce ogni cosa.”

(da Giovanni De Matteo, “Sezione Π²”, ed. Mondadori, 2007, pag. 31)

Intervista all’Autore:

Giovanni, tu sei uno dei fondatori del movimento connettivista. Quali sono le caratteristiche di questa corrente letteraria fantascientifica, che nasce fondamentalmente in rete?

Il Connettivismo è un movimento che cerca di scavare sotto la pelle dei nostri tempi, attingendo allo sconfinato immaginario di matrice fantascientifica che giorno dopo giorno si riversa nella nostra attualità. Considerando l’impatto delle tecnologie sul nostro mondo, il movimento non può prescindere da una forte attenzione al progresso e alle sue ricadute collaterali. Partendo da una sensibilità cyberpunk, si sforza quindi di proiettare l’indagine con slancio verso le
frontiere spaziali e temporali del postumano.

Quali sono i valori che hai inteso mettere in luce attraverso questo romanzo, che è una ‘bandiera’ del Connettivismo?

In realtà non era mia intenzione puntare la luce su certi valori, che poi sarebbero stati i ‘miei’ valori e come tali opinabili quanto quelli di chiunque altro. Volevo piuttosto richiamare l’attenzione intorno ad alcuni temi e innescare una riflessione personale e autonoma nel lettore. Tra i vari spunti, quelli a cui tengo maggiormente sono senz’altro il rischio del collasso ecologico, la devastazione dell’ambiente urbano e suburbano, la dissoluzione del tessuto sociale, il degrado morale, la corruzione, il controllo dell’opinione, la tendenza alla sopraffazione di una certa classe politica e il complementare atteggiamento fatalista che spinge sempre più gente ad accettare il modo in cui va il mondo, senza nemmeno rischiare un minimo tentativo di resistenza. Trovo che tutto questo sia incarnato alla perfezione nella metafora del Kipple, presa in prestito da “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (il romanzo ispiratore di “Blade Runner”) di Philip K. Dick.

Qual è il significato di una proiezione del mondo in cui viviamo – e di una città che conosciamo, Napoli – in un futuro lontano poco più di cinquant’anni, sconvolto da disastri naturali non meno che dall’evoluzione tecnologica, eppur ancora capace di somigliare al presente, e di evocarlo?

Volevo portare sulla pagina una città che fosse prima di tutto un simbolo ma anche una vera e propria singolarità, in grado di sintetizzare le proprie peculiarità con un discorso più generale che abbracciasse tutte le grandi città (italiane, europee ed occidentali). Napoli è emblematica e offre da sola una varietà di spunti che basterebbe a reggere l’atmosfera non per un libro, ma per un intero ciclo. Le cattive amministrazioni e una generale indifferenza hanno fatto scempio della sua bellezza così particolare. Oggi è una città che, a differenza delle altre metropoli italiane, grava sulla sua regione esigendo alle zone limitrofe un costo di sostentamento non indifferente. E allo stesso tempo resta un posto estremamente suggestivo, ancora capace di grandi slanci, in cerca solo di una chiave di volta per imboccare il sentiero della redenzione.

Perché indagare nei segreti dei morti? Quali verità ci possono trasmettere? In che misura tutto questo è collegato ai temi del Connettivismo?

L’invenzione della psicografia (la tecnica di recuperare i ricordi dei morti e ricostruire da questi le cause del loro decesso, in caso di morte violenta) mi è servita come idea forte per suggerire quanto radicali potrebbero essere gli effetti delle rivoluzioni tecnologiche prossime venture. Ho voluto situare il romanzo nel 2059, a ridosso di una ipotetica Singolarità Tecnologica prossima ventura. Un futuro che, per definizione, fino alla sua realizzazione resterà impossibile da rappresentare.

Il tema dell’anima, intesa sia come la parte di noi che sopravvive alla morte, sia come il nucleo della nostra autenticità e felicità, è uno dei pilastri portanti del tuo libro. Qual è la valenza che tu gli dai, e in che misura credi che “conti” – o possa tornare a contare – nel mondo di oggi?

Mi considero ateo e materialista, ma è indiscutibile il fascino che da sempre il concetto di anima esercita sul nostro immaginario, principalmente in virtù della sua stretta correlazione con il sogno dell’immortalità. In realtà l’idea della vita eterna non ha mai fatto presa più di tanto su di me: per questo, più che di anima, parlerei di coscienza in merito all’argomento esplorato nel mio libro. Qual è la prerogativa della natura umana? Cosa distingue un uomo da una macchina, e cosa due persone tra loro? Sono quesiti su cui la fantascienza si cimenta da tempo. Dal mio punto di vista, la memoria – e il modo in cui ci rapportiamo ad essa, e alla realtà attraverso essa – vi gioca un ruolo cruciale. E la memoria collettiva, se vogliamo, può essere vista come un surrogato di eternità, una sorta di immortalità laica.

La fantascienza può dare un contributo speciale alla crescita della letteratura italiana contemporanea?

Sicuramente sì, anche se potrebbe sembrare impossibile, allo stato attuale dei fatti, tenuto conto della posizione subalterna cui è relegata. In realtà credo che tutto il panorama dei generi (giallo, thriller, horror, fantastico) abbia molto da dire, senz’altro di più rispetto al “mainstream”. Ma se già il noir ha dimostrato negli anni trascorsi la sua “idoneità” nell’interpretare il presente, con i tempi che corrono adesso, fatti di un progresso in accelerazione e di mutamenti sempre più rapidi, la fantascienza deve trovare la forza per convincere un pubblico sempre più vasto di avere tutte le carte in regola per fornire strumenti di lettura adatti ai tempi nuovi e sempre più cupi verso cui siamo lanciati. Si tratta solo di riscoprire la convinzione nelle sue potenzialità.

I tuoi prossimi progetti letterari, se ci puoi anticipare qualcosa?

Ce ne sono molti, a dire il vero. Ho appena concluso un saggio che cerca di fare il punto sul
filone postumanista emerso negli ultimi tempi in seno alla fantascienza, che vedrà la luce a giorni sulle pagine elettroniche di Delos Science Fiction, il mensile del portale Fantascienza.com. Negli ultimi tempi ho lavorato molto sulla breve distanza, con racconti e novelle che in parte hanno già visto la luce (in antologie o in rete) e in parte dovrebbero vederla entro il prossimo anno. Attualmente mi ritrovo in cantiere almeno un altro romanzo breve e due cose più lunghe. Non nascondo che mi piacerebbe tornare al personaggio di Briganti. Non so però quando ci riuscirò e quindi è prematuro pensare anche a una eventuale collocazione editoriale. Il primo nemico, come di consueto, è il tempo…

11 pensieri su “Connettivismo 1: intervista a Giovanni De Matteo su “Sezione Π²”

  1. mi sembra un tema fecondo, Giovanni I e II.
    Calvino ne aveva fatto un percorso privilegiato della sua narrativa, soprattutto in Ti con zero e nelle Cosmicomiche. lo straniamento è assicurato e anche i significati e i simboli relativi.

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  2. Grazie, Fabrizio, la scrittura di Giovanni De Matteo è di grande suggestione, e personalmente (come gli ho scritto) mi ha fatto tornare la voglia di dedicarmi a un romanzo d’ispirazione connettivista, che avevo già da tempo.

    A presto,
    Giovanni A.

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  3. interrogativi degni della più alta
    curiosità percettiva insita in noi,
    il potere dell’mmaginario supera ogni resistenza…
    (patti con il tempo permessi!):-)
    C.

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  4. Curiosità percettiva… è un’espressione molto bella e pregnante. La percezione ci insegna molto, perché veicola l’intuito, senza ostacoli frapposti dalla razionalità.

    Giovanni A.

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  5. “Mi considero ateo e materialista, ma è indiscutibile il fascino che da sempre il concetto di anima esercita sul nostro immaginario.”
    Condivido appieno questa affermazione.
    Auguro vivamente che la gloria della fantascienza del passato venga riproiettata nel futuro, che è il posto che le compete, dagli scrittori del presente.
    A parte un Silverberg d’annata e un Sushi Bar Sarajevo di De Iacovo, è dai tempi estremi del cyberpunk che colpevolmente non leggo nulla, del genere che ho amato di più nella gioventù.
    Dalla psicostoria alla psicografia.
    Devo leggere Sezione Π², e leggerò volentieri le prossime interviste.
    Grazie

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  6. Grazie, Plessus, del tuo commento. Fra non molto arriveranno le nuove puntate della serie su Connettivismo e fantascienza in genere.

    Giovanni A.

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  7. Pingback: ∂| Fantascienza.com Blog |uno Strano Attrattore » Blog Archive » Sezione π², tra poesia e fantascienza

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