L’abito (Scuola di poesia 3:6, di Massimo Sannelli)

 

1

«…una donna mi chiamò da parte. Mi portò in una stanzetta della sua favela. Terra battuta. Non c’erano mobili. La povertà era completa, canina perché gridava e ululava. Eravamo da soli. Come in un sussurro, mi disse: “Ho conosciuto solo uomini brutti, ammalati e magri”. Sollevò il vestito. Mi mostrò le parti intime. Disse, speranzosa e con gli occhi pieni di splendore: “Sono ancora giovane. Ho 35 anni. Per un momento, posso farla felice. Lei è un uomo ben alimentato, bello, forte e attraente. Io ho conosciuto solo uomini brutti, ammalati e magri. Mi dia questa felicità. Faccia l’amore con me! Solo una volta”. Rimasi in silenzio. […] Poi, cercando scuse: “Sono un religioso. Sono già impegnato. Per questo non posso…. non devo… non voglio…”.I suoi occhi si incupirono di delusione. Più tardi, a casa, meditando, provai vergogna di me stessa. Un’immensa vergogna. Come sono egoista. Sono stato educato alla castità come astinenza. E non come espressione di un amore maggiore. Quell’amore non conosce limiti. È al di là del bene e del male. Quella donna era più pura di me. Era capace di darsi e di amare. […] Se fossi così casto, avrei fatto l’amore con quella donna. Non per pena, ma per libera decisione e dandomi totalmente. La castità sarebbe stata sovrabbondanza e non carenza di amore. Se fossi casto, di questa castità essenziale, chissà, se fossi santo… avrei peccato. E in questo peccato avrei incontrato quel Dio che fa del “peccato” grazia e della “grazia” peccato» (Leonardo Boff, *Il bidone della spazzatura che Dio non ha e altri racconti*, trad. di C.M. Valentinetti, Sperling & Kupfer, Milano 1996, pp. 13-14)
2

Gli uomini leggono e vanno [dove? a fare che cosa?], le donne *ci sono* e leggono. Ora hai letto una pagina che dice *tutto*. Avevi mai pensato che la povertà è *canina*? Io no. Ma la povertà *urla*… urla come *un cane*… forse come *Cerbero*… [l’abitudine umanistica scatena i paragoni: il più dotato inventa; ma questo è un giogo, di cui si liberarsi presto]. E poi la poesia, sempre, insieme alle domande normali: che cosa ho fatto? che cosa avrei fatto? che cosa rappresenta il mio abito? Leonardo conosceva il vincolo [in poesia: l’esistenza di una tradizione, di scuole, di maestri e di leggi, scritte e non scritte]; e la donna «ancora giovane» gli dà l’unica cosa che *possiede* [dove «la povertà è completa», il poco che si ha è indossato o è nel corpo], in cambio della salute «ben alimentata», che unge il sesso e la memoria, «per un momento». La mancanza può essere soddisfatta dall’abbandono del vincolo, «per un momento». Allora la donna «si espone», non si impone: è la poesia, come la vede Celan – in una forma insospettabile per gli umanisti.

3

Il prete si appella al voto. Non posso e Non devo e Non voglio. Così muore la carità, per salvare una castità esteriore o un’appartenenza; e nel rapporto con l’Esposta significa: quello che ho fatto, basta appena a mantenere rapporti e requisiti *minimi*; ed è il poco che mi rende *poeta* per i pochi che lo sanno e *lo dicono*, freddamente [anche la poesia è fredda, ora: ambientata in case e stanze, circondata da oggetti: moltissimi, comprati, inutili. Questi oggetti sono il nostro inferno e il paradiso impossibile dei *cani* poveri]. Così c’è altro – che aspetta di essere detto e fatto, con urgenza [i cani non aspettano]; e non sarà fatto.

Padre Leonardo avrebbe *anche* goduto, insieme all’Esposta. Perché «le cose buone non ci sono soltanto per i bricconi»: parole di un gesuita, riferite dal gesuita Karl Rahner (*La fatica di credere*, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1986, p. 94). Su queste cose – grazia e mancanza di grazia – avrei molto altro da dire, e non lo dico, ora: troppo strazio, nessuna pace. Per esempio, la frustrazione di dieci, che non avranno gloria, produce satira contro venti, che non avranno gloria – e a chi ha FAME [non è una metafora; e ha anche FEBBRE] non può bastare [non ha occhi per la gloria: ama e invidia solo ciò che è «ben alimentato»]. Allora penso che manchi la grazia; così crolla tutto: anche in poesia, è certo, anche in poesia [e perché la scrittura che scriviamo dovrebbe essere più resistente degli uomini-cani? ma quella non è scrittura, in genere; e i cani-uomini sono certamente uomini e donne, vivi *nella realtà*; e l’Esposta – che indossa se stessa, e questo è il suo abito – aspetta e chiede, aspetta e chiede, aspetta e chiede]

[5 settembre 2008, Beata Teresa di Calcutta]

58 pensieri su “L’abito (Scuola di poesia 3:6, di Massimo Sannelli)

  1. Poveri cattolici, quanto stress per una stupidata come il sesso! Io dalla mia posizione di cane fuori di testa propongo il giro a 360 gradi: il sesso non è niente PERCHE’ NON E’ NIENTE, non perché mi reprimo! Bau.

    "Mi piace"

  2. io credo che più del sesso in senso stretto qui si voglia parlare di Corpo. di come lo usiamo in maniera bulimica, trattandolo come un contenitore vuoto –scisso– dalla mente: la questione non è l’oggetto in sé: il cibo, la scopata,etc. ma LA relazione che si stabilisce tra noi e l’oggetto in questione*.

    cosa vuole dire essere liberi: usare e usarsi a piacimento?

    io a questa FALSA-libertà, da non-cattolica ma laica, do il nome di cleptomania! il bambino dice IO/MIO per differenziarsi dal mondo…

    e inoltre, si reprime chi usa, insieme, mens e soma o chi solo una parte di esso?

    * lo dico senza nessuna retorica ma per esperienza diretta: ho vissuto sulla mia pelle cosa comporta questa scissione, le cause sono profonde e radicate, e non sempre le si vuole vedere.
    la cicatrice che resta serve a ricordare. ora petite fleur.

    "Mi piace"

  3. io credo che qui non si parli *solo* di sesso. il problema non è neanche essere “cattolici” – quanto essere “consacrati”. in quel momento, Leonardo lo era. la sua parola era data. e la parola *conta.

    si parla di una condizione estrema. di un voto vincolante. di un abito. della povertà. della poesia. dei “piccoli fatti veri”. della povertà di spirito. e della domanda “chi siamo noi e dove andiamo noi” – non tutto è la Torino o l’Alessandria di Paolo Conte (grandissimo) (ma il mondo è più grande). ieri parlavo – anche scrivere è parlare – con un amico. ci siamo chiesti che cosa avrebbe fatto Cristo al posto di frate Leonardo (ora non è più frate – non visibilmente: ma è padre di 6 figli. vedere http://www.leonardoboff.com). forse Cristo avrebbe amato la donna – in un modo così totale e così sacro che nessuno immagina. da noi è sempre un sì sì, no no; ed è giusto, perché questa è la terra. in cielo, no. e per chi viene dal cielo, no.

    anche i nostri stili sono cosmetici. meglio se sono cronache fedeli. la carità non è un’opera *d’arte*. ma se l’arte diventa carità – allora le meraviglie!

    "Mi piace"

  4. @massimo

    “Filthy tight the dress is filthy
    I’m Falling flat and my arms are empty
    Clear the way better get it out of ths room
    A fallen woman in dancing costume”

    pj, dress

    "Mi piace"

  5. la provocazione – “in forma di apologo” – riguarda i ruoli. chi deve tutto o moltissimo ad un nido sperimentale e anarchico, che lo nutre – potrà fare ciò che il nido non ama? [il nido non ama PPP perché era “ricco”, non ama la performance, perché è cosa “pop”, non ama la giacca – anche se è presa dalla boutique/bidone]. sembra niente, ma nel piccolo mondo è tanto e grave. arriverà il maestro e dirà: ti devo redarguire. oppure scrivi una prefazione per l’ex amico di un’amica: l’amica scrive sùbito: “non meriti la mia amicizia”. sono cose nulle e piccole – ma feriscono il cuore. oppure quel cuore ha *mancato al voto*? [lo dico e lo chiedo *sul serio*]. il cuore non lo sa.

    e la grazia? vive fuori. il vestito – l’abito del prete e frate e la nudità esposta dell’Esposta – ci corrispondono. e parlavo anche di altri *abiti*:

    la percezione di un Oggetto costa
    la perdita precisa dell’oggetto:

    Emily divinamente sempre.

    "Mi piace"

  6. il sesso non è niente… il sesso può non essere niente, solo un gesto, pelvi che si muovono e godono; comunque qualcosa di sacro si nasconde dietro, e non si tratta di tabù, resti di una cultura che ha in uggia il sesso. l’antropologia ne parla: ogni popolo, da che mondo è mondo, “sa” che il sesso è qualcosa, che va per giunta portato su binari socialmente accettati in quel luogo e tra quella gente. perché l’incesto, solo tra gli esseri umani, è fonte di orrori sacri? – secondo Strauss, la vera ragione sta nel mutuo e tacito accordo fra gli uomini, i quali rinunciano a femmine facilmente “usabili”; è logico che la mia femmina diverrà la tua, e viceversa. ma è tutto qui, veramente?

    "Mi piace"

  7. e in quel “se fossi”
    non si è vissuto…

    ‘la percezione di un Oggetto costa
    la perdita precisa dell’oggetto’

    giusto!

    ma è vero anche il contrario.

    "Mi piace"

  8. santa molteplicità [cose persone mondo], orrore della doppiezza [la doppiezza è parodia della molteplicità].

    il sesso è *qualcosa*, sì – ma soprattutto è QUALCUNO (non ho detto io, ma è colonna saperlo e *viverlo* – che “la relazione tra due persone è un demone”: Hoffmansthal, credo). così come l’Amore tra Padre e Figlio è una TERZA PERSONA: lafigura della colomba che si insinua tra il meno del Padre e la testa del Figlio. che l’amore non sia una pulsione – buon appetito – ma una persona: mi sembra bello.

    è vano parlare di poesia come *vocazione*? questa vocazione consente deviazioni?

    e se la visibilità, grande o piccola [è piccola] dipende da RAPPORTI, che *giustamente* chiedono la lealtà (altrimenti non sono rapporti) – è giusto sciogliere i rapporti per essere molteplici? e sleali? è giusto fare quello che gli amici – e poi ex amici – non amano? perderai gli amici, per cose piccolissime – per te grandi, o valide, o non banali.

    la percezione dell’Oggetto ora mi fa pensare ad un bellissimo tristissimo Forrest Gump (3 stelle sul Morandini) – visto ieri di nuovo: “io non sono intelligente, ma so che cosa significa amare”. Jenny – JENNY – dice “sarò sempre la tua ragazza” – e poi parte.

    "Mi piace"

  9. ABITO è – nell’etimo/intimo: modo di essere, disposizione dell’animo. E’, nel fisico: complessione, figura, apparenza. E poi: vestimento, tutto ciò che SIAMO DESTINATI o SOLITI avere con noi, a traghettarci di continuo.

    E sempre CAMBI D’ABITO [sulle scene], abito da sposa/sposo, abito talare, abito da sera,… Lo stile, la parola sono abiti[di/da Baudelaire: la grammatica, la stessa arida grammatica, diventa qualcosa come una stregoneria evocativa; le parole risuscitano rivestite di carne e d’ossa, il sostantivo, nella sua maestà sostanziale, l’aggettivo, abito trasparente che lo veste e lo colora come una vernice, e il verbo, angelo del movimento che dà l’impulso alla frase].
    E soprattutto: ABITI MENTALI e MORBI come abiti… La “veste” CANINA della povertà – e del CORPO, dell’esposta è “strazio di denti” e Rosa – la lingua del ventaglio.

    E la percezione dell’Oggetto è nello stesso [ri]pensare al soggetto Jenny – la ragazza che BATTEZZA [e – il tenente Dan rileva l’importanza di battezzare] la barca. La prima. In primis: IL NOME. Con tutti gli “abiti” che il nome [ogni nome] – evoca.

    Prima di partire. E rimanere.
    Magica De Spell [Amelia]

    "Mi piace"

  10. che triste quel passaggio di forrest gump, “sarò sempre la tua ragazza” però se ne va su un furgoncino hippy, ricordo con un groppo in gola quelle scene.
    Magari sarebbe stata sempre davvero la sua ragazza, però lei stava con gli altri.
    Un po’ quello che fa la poesia, ti dice sempre sarò tua, però poi fa la puttana con tutti.
    Come si fa a essere “vocati” per una cosa che t’abbandona? Che ti promette il cuore ma il corpo lo da a tutti gli altri? Ho fatto confusione?

    "Mi piace"

  11. “come si fa ad essere vocati per una cosa che t’abbandona?” è una domanda terribile, e che riguarda anche la poesia, e la vita stessa… anche se non ne siamo quasi mai all’altezza. Certa teologia sostiene che è proprio nell’abbandono di Dio che nasce la libertà di un rapporto vero: quell’abbandono che è uno stile della distanza, uno spazio che lascia essere le singolarità; e noi a riempirlo di “Dio”… quale Dio è morto? proprio il Dio come sistema chiuso e totalizzante, il Dio puro (lo sostiene un grande teologo come Jungel): ma forse, a ben vedere le radici del cristianesimo, quel Dio è sempre stato morto. Lo spazio della liturgia, infatti, è il luogo di questa distanza libera, in cui tutto è sempre ed ogni volta da fare, come in poesia: è una stretta di mano, come direbbe Celan, ma che presuppone per forza di cose una distanza, una singolarità, altrimenti, se ci fosse una fusione totalizzante non sarebbe possibile alcun incontro… In una sua recente conferenza ho sentito il teologo Salmann sostenere un po’ stizzito il suo fastidio per parlare a Dio dandogli del tu: un po’ di distanza e di rispetto reciproco, diceva, scherzando, ma non troppo. Ecco, mi pare che valga anche per quel rapporto particolare ma in fin dei conti umanissimo che è la poesia stessa: a cosa servirebbe continuare a scriverla, continuare a praticare atti rituali e liturgici, se già possedessimo come un oggetto la persona, l’amore, il corpo, Dio…? A niente, solo a confermare che siamo pesanti di un fardello, di una proprietà che ci piega le ginocchia e le gambe non per la grazia rinnovata ad ogni momento ma per il peso di una proprietà da portare in giro come una valigia piena di cose che, in realtà, non ci servono a niente.

    andrea ponso

    "Mi piace"

  12. mmm. questo passo Andrea.
    “a cosa servirebbe continuare a scriverla, continuare a praticare atti rituali e liturgici, se già possedessimo come un oggetto la persona, l’amore, il corpo, Dio…? A niente, solo a confermare che siamo pesanti di un fardello…”
    Io non sono credente, ahimè, questo fardello me lo prendo tutti i giorni, e vivendo l’inferno del corpo, umanamente, vorrei possedere la donna che mi dice “sarò sempre la tua ragazza”, perché per me c’è concessa questa vita in terra, e se lei passa il tempo con gli altri hai voglia a spiegarmi che mi ami, se stai con gli altri.
    La frase risolutiva va bene in un film, nella realtà io vorrei lei.
    Idem, per me, dicasi per la poesia, ed è per questo che non ci si puo’ sentire “poeti”, né dirlo, perchè la tua ragazza va a letto con tutti. 🙂

    "Mi piace"

  13. grazie a tuttI – che comprende TUTTE. non ho risposte. anche Prometeo sa tutto, ma è sempre incatenato (e non meno superbo di prima, anche se è buono). a queste domande poi – ancora meno posso rispondere.

    sì, battezzare la nave, ovviamente con “il nome più dolce” o “più bello del mondo” (mi pare che Forrest dica così). non il tenente, ma un altro pescatore dice: porta male non battezzare la barca. ma solo dopo il battesimo arriva il Tenente (amo quel Tenente). lacrime sul tenente. [mi riconosco: la rabbia, i segni, l’amore, “non dire che il mio amico è stupido!!!”]. ecco solo appunti – l’intelligenza (che non ho e non mi appartiene, e non lo dico per posa, so di NON avere) è di Andrea, che è grande. Alessandro è Pinocchio e Lucignolo e ispirato, e anche lui è grande. Jenny si sa – corri, però sta’ attenta al mondo (sai come la penso: non mi piace come il mondo si atteggia intorno a te; ma finché il mondo è Italia; però sta’ attenta: astuta come il serpente e semplice come una colomba). e senza int. scrivo pagine come queste, il diario:

    ***

    da un diario [interno alla futura Scuola di poesia come *libro*; mancano tutti i corsivi, che nel libro non sono marchiati dagli * *]

    §§§

    8. il trentenne corregge se stesso ventenne. i suoi primi libri erano troppo duri per essere veri: ora cade la lama [la lima]. viene la mano e toglie uno strato, un altro, un altro ancora.

    9. il centro di Via Prè è un ventre caldo [non calmo], di madre o di balena [vi sta Giona, per volontà di altri], senza metafora. non voglio essere né bandiera né ombra, per il successo o l’insuccesso di altri [letteratura parla di letteratura].

    11. Dante, Purgatorio. la «femmina balba» è quasi Matelda al contrario (entrambe cantano: una per distruggere e l’altra «come donna innamorata»). le parole cantate sono poesie: dunque Matelda e Sirena sono voci della poesia. una rovina, l’altra no.

    12. un poeta non scrive singole poesie, ma LIBRI. i libri sono percorsi. i sono come corpi. i libri HANNO una personalità. eppure: i singoli testi esistono ancora [come membra del corpo], le parole esistono [come cellule del corpo], e i sintagmi esistono, ed esiste la forma [la pelle porta l’identità. il testo porta altra identità: un tatuaggio? forse]

    13. ciò che consola il cuore, quando si capisce che i bei vincoli, gli antichi vincoli, cambiano segno, e chi fu vincolato va oltre. non deve essere odiato l’amore umano; tutt’altro; ma voglio riconoscere il mio. senza emozione, nulla. senza cultura, nulla. senza passione, nulla. senza corpo, nulla. senza voglia di morire su due parole, nulla. senza un luogo in cui andare, nulla.

    15. rimangono i testi. i testi sono osceni, a modo loro [turbano molto; nudi]. possiamo interpretarli all’infinito oggi scrive un amico. dice: parli con forza, ma si sente che hai un peso. dico: è anche la gabbia virile. e lo dico nel momento in cui per me cambiano molte cose, in cui imparo (come un bambino) a parlare, a «vomitare» e «masticare» le parole, perché lo chiede un’esperienza teatrale che sta venendo.

    16. è tutto qui, tutto è quello che è, tutto è stato (Nietzsche ne ride e piange, nella voce di Zarathustra), gli alberi sono alberi le donne sono donne le case sono case – Sbarbaro, il buddismo triste, ecc.

    17. uomini parlano a uomini, vir vivit viriliter, no? – eppure qualcosa stona. più li leggi più ti sembrano giochi di parole: in realtà, di quell’albero e di quella donna non sai niente che li riguardi. fai ideologia con il verde e la sua diversità dall’uomo [e della donna dall’uomo] – ecc.; allora il filosofo delle creature appare violento.

    18. l’intelligenza è un debito alto. l’intelligenza è cara [costa], come l’ironia (di Rorty) e la critica (di Feyerabend). ma qui si parla di versi e strofe, oh che sarà! che sussurriamo nelle alcove. sussurriamo di cose, interpretate come idee. ma non sono solo idee. quale appagamento dà un testo?

    19. aggiungere la peste. aggiungere il fuoco. contro ciò che resiste rigido, come la gola dura – che non voleva piegarsi e dire bene. che viva (e vive) il teatro, dunque – «di parola» e no. che viva la fiamma. [e viva il cinema]. Flecte quod est rigidum, / Fove quod est frigidum – sia così. se è morto il canone, che l’ironia viva.

    20. la casa sul porto, la casa tutta bianca – non è un impedimento. c’è chi l’ha detto o creduto. mai stato. una casa antica appartiene solo a sé. non è un vincolo, ma una porta, spalancata su un’altra porta. Ianua è davanti a ianua: sia così.

    21. la tolleranza è in uno che sopporta la furia. la furia viene dai più giovani. il maestro oscilla, potrebbe cedere.

    22. dalla bocca della brava ragazza usciranno perle, dalla bocca della sorella cattiva i serpenti. dalla nostra bocca può uscire tutto, e di tutto – e una suora devota dice «frena la tua lingua, che è un seminario di mali»; oppure un poeta italiano dice: «le parole sono il nostro unico strumento». della stessa cosa, si dicono e diranno due tre cinque cose, o parallele o contrarie – normalmente, e con la stessa convinzione.
    e poi: il giovane (uomo), che non era vivo, che voleva scomparire (convinto), e che ha detto (convinto, coinvolto) «io non voglio né essere né apparire» (convinto, troppo) – ora si vede ed è visto. Patrizia gli dice: tu sei lo stesso, ma prima non eri con noi, tu non vivevi [il gioco del bambino che non respira, per due minuti – conta anche i secondi, ché i timidi sono precisi, anche nel disintegrarsi – per non disturbare: chi non si muove è quasi senza odore, forse già invisibile a tutti]. e l’amica dice: ora hai scelto il contrario, hai scelto di vivere – ecco perché ti guardi, ecco perché sei guardato.

    23. vi è un Cuore [perenne] e parla a me. e ancora corse e rumore. quello che sembrava stabilito, ora non lo è più. il corpo – e come si atteggia si veste si tiene dritto e non curvo – cambia. è da tempo che non scrivo poesie nel senso stretto, ma testi che devono essere letti: un’Antigone, una Saffo, una Jinny (da Woolf), una Lady Anne (da Scuoti-lancia), e ora Amleto, ma per voce di donna. dunque: scrivo (o traduco) ciò che non avevo mai pensato di scrivere (o di tradurre); scrivo, o traduco, per voci di donne [tacciono gli uomini].

    24. notte. i nodi vengono al pettine. tra poco salirò a casa – in cui nessuna finzione reggerebbe, perché sono solo. ho scritto libri, in diversi campi; molti sono stati scritti troppo presto, e li ricomporrò parola per parola. allora scenderà la censura che li renderà meno graziosi, forse; ma – spero – più adatti al mondo. Patrizia Vicinelli ha scritto:

    non c’è stendardo che possa
    realmente fermarmi, né chiusura di spazio,
    né circolo di tempo: la mia vita e la mia morte sono la stessa avventura.

    25. che un amore guidi – è ovvio [guida dove vuole]. che un amore dia e tolga, anche. la vita è soprattutto affidarsi ai figli – fidarsi di altri, adesso. chi ha creato una famiglia lo sa. a voi – grazie. e poi questi appunti, in due tempi, scritti all’alba:
    dove una cultura, anche selvatica, accetta di lasciar parlare gli altri (i bambini le cartelle cliniche i documenti) i risultati sono validi. e perché non occuparsene? per non scandalizzare Cortellessa o Bettini?

    26. non voglio più avere un cuore segreto, che scrive [pubblica] biglietti per eternare le Ninfe. ora il mio lavoro si esaurisce, rispetto alle persone che ho aiutato o amato [è la stessa cosa] [in fondo, ho aiutato – volendo morire – chi vive in case calde, non sotto i grandi archi della strada a Quarto, vicino al Monumento. ai miei allievi ho dato la mia voglia di andare [provvisoria; contraddetta da molta voglia di continuare o di agire]. questa voglia si è trasformata in loro opere. ad altri fratelli, non umanisti – non sono migliori dei primi amici, ma sono realmente più poveri: più Cristo – darò la mia voglia di vivere. ora il mondo si spacca, veramente]

    27. non ho né moglie né figli, tra i miei ragazzi. il noi che viene detto da uno o una di loro mi coinvolge, è sensibile, ma l’amore che porta a «vivere insieme» non c’è.Massimo si allunga e deforma come la gomma – tra scuole di teatro e diaframmi e Macbeth da tradurre (forse) e diffrazioni e infrazioni [le regole sono fatte per essere spese] – ci sono esperienze acerbe e sicure; sulle quali il mondo deve aprire gli occhi. gli conviene, tra l’altro. così: mentre Massimo tira fuori la lingua e fa esercizi attoriali [contrappunto bestiale] –

    28. abbiamo detto tutto e tutto è in tutto. le piccole cose si addicono ad una piccola lingua: la liquida forma in libero stato.

    29. io scrivevo in volgare, per tutti, con l’intenzione di chi scrive in latino, per pochi. così offrivo un convivio a cui invitavo uno o due o tre – ora basta. tutto torna alla Vita Nova di Dante: Amore è il centro del cerchio, equidistante da tutti i punti; tu autem non sic, tu non sei così! ego autem, con molti: nemmeno io ero «come il centro del cerchio».

    31
    l’apparenza inganna. oppure la superficie è ricca, non uniforme. altrimenti ogni cosa che si diffonde è buona, ogni pettegolezzo è légge, ogni luogo comune semplifica e uccide. le forme senza effetto non hanno neanche senso. chi associa forme vane al desiderio di un’azione perfetta si contraddice: sia oggettivamente, ora, sia agli occhi del popolo futuro.

    "Mi piace"

  14. Massimo, sempre molto interessanti le cose che pubblichi e, per un ignorante assoluto come me, da gustare lentamente e masticandole senza fretta. Prima di sparare le 4 pirlate che mi passano per la testa dopo aver letto e riletto questi pezzi, una piccola nota. Nel passaggio “Più tardi, a casa, meditando, provai vergogna di me STESSA. Un’immensa vergogna. Come sono egoista. Sono stato educato alla castità come astinenza.” compare una stessa che mi pare un errore di battitura. Ho indovinato?

    Le altre osservazioni che mi passano per la testa, e con la prima in parte riprendo una tua risposta, sono:
    1) in questi testi il sesso è un elemento di sottofondo, forse il meno importante, per come io interpreto questi scritti
    2) anche la religione non c’entra molto e anche la religione la vedo come un elemento (quasi casuale), per altri potrebbe essere la morale, per altri l’abitudine, etc…
    3) riprendendo una frase di Woody Allen, sono completamente d’accordo sul fatto che “Il sesso senza amore e’ un’esperienza vuota, ma fra le esperienze vuote e’ una delle migliori”; beh certo, ci fosse anche l’amore sarebbe tutta un’altra faccenda…

    Scusate le banalità.

    Blackjack.

    "Mi piace"

  15. Ci sarebbe da leggere, ma come spesso succede, si fa come si può.
    Nel testo pubblicato (come nella realtà) si sovvertono le categorie. O meglio, le nostre specchiate e collaudate convinzioni collettive, non riflettono quasi mai la “vera realtà” delle cose.
    Mi piace l’affermazione: “IL SESSO E’ NIENTE”, anche a costo di non farci una bella figura. Il sesso “diventa” nella relazione…e lì sente e risente di ogni possibile sviluppo, come avviene per tutti gli altri aspetti della vita.
    Anch’io come altri non ho saputo resistere.

    "Mi piace"

  16. Caro Alessandro,

    il “fardello” che portiamo tutti i giorni, credenti o no, è lo stesso: la religione (io non ho detto di essere credente, ho solo usato termini che di solito vengono attribuiti a presunti credenti) non risolve la vita, non ci libera dal “fardello”, anzi è un tentativo di conciliarci con la finitezza… e questo significa che si vorrebbe tutto quello che tu dici, ma che non è sempre tutto possibile… soprattutto per la poesia, che va a letto con chi vuole, giustamente, come dici tu, e per questo non ci possiamo dire poeti… cioè non dipende mai totalmente da noi, non è una nostra proprietà… come la grazia (sia in senso religioso che estetico, se vuoi) che non è altro che la ferita aperta, lo spiffero d’aria che ci fa respirare per un attimo o anche il ladro che ci deruba in pieno giorno e ci lascia senza fiato. Se pensiamo a Dio e alla poesia come ad una ragazza che non DEVE tradirci sbagliamo, se ne abbiamo la speranza siamo davvero umani.

    andrea ponso

    "Mi piace"

  17. Grazie ad Andrea, per aver portato… o riportato il discorso sui binari.
    Ma davvero la “donna che va a letto con chi vuole” è da intendersi come metafora della “poesia”? Un’astrazione, una creazione dotata di vita propria che si dona a chi vuole? Francamente mi sembra una immagine non più attuale e meno che mai adatta a chi “poesia” cerca di scrivere e trovare tra le pieghe più o meno contorte della vita quotidiana, propria compresa.

    "Mi piace"

  18. la polisemia delle parole accresce nuove varianti: abito come veste, abito come collocazione fisica e MENTALE: ricerca continua del baricentro del proprio essere, nella sua completezza e astrattezza*:

    Io abito nella Possibilità-
    Una casa più bella della Prosa-
    Più ricca di finestre-
    Superba- per le porte-
    Di stanze come cedri-
    impenetrabile all’occhio-
    E per tetto infinito
    la volta del cielo-

    Emily D., 657

    *intesa come continua di-mostrazione del divenire intraducibile in una forma determinata.

    Perciò la veste/arte -abita- nel sacro in quanto “l’oggetto si dilata al di là del proprio fenomeno, dal momento che noi sappiamo che la cosa è più di ciò che la sua apparenza dà a vedere”

    Paul Klee, Confessione creatrice

    "Mi piace"

  19. E’ chiaro che la poesia “si dona” nel momento in cui ci si mette in ascolto e cioè, molto praticamente, non solo si rimane fermi immobili ad aspettarla, ma si lavora, si lavora molto (pensiamo a Baudelaire…), si entra in una pratica e nei suoi meccanismi intellettuali, di studio, di lettura, ecc. (non c’è in me nessuna idea dell’ispirazione come un qualcosa di romantico, che arriva e crea il poeta: occorre essere dotati dell’armamentario, di tutto, si, anche dell’intellettualismo, della tecnica, ecc. e anche con il rischio di rimanerne irretiti e impigliati per sempre…): questo è l’ascolto, almeno come lo intendo io… e questa è anche la grazia rettamente intesa in senso religioso: le pratiche rituali e liturgiche servono a creare questo spazio d’ascolto, non a prenderne proprietà una volta per tutte e nemmeno a ricoprire con belle forme un significato già dato una volta per tutte… e in questo, sicuramente, c’è una similitudine molto forte, forse spesso dimenticata sia dai poeti che dai religiosi. Dobbiamo avere la forza di “lavorare” in questo senso, io credo, altrimenti perchè scrivere, altrimenti perchè praticare la liturgia? se il tutto si riducesse ad un contenitore da riempire con dei significati immobili basterebbe una volta e non ci sarebbe il senso della ripetizione rituale, del continuare a scrivere, poichè sarebbe disonestà intellettuale e spirituale, fare finta di scrivere quello che non si sa, giocare con il mistero, ecc. ecc. Quello che troppo spesso succede! Oppure fare della liturgia e della poesia una sorta di assicurazione sulla vita, una sicurezza insomma, da gestire come ci pare, per specchiarci e tranquillizzarci (a volte, è chiaro, è anche questo, è inevitabile, siamo umani e nell’accettazione dell’umano e della creaturalità c’è anche questo, ma se diventa abitudine e regola allora si perde la purezza paradossale di questa incarnazione positivamente impura… “i frutti puri impazziscono”).

    andrea ponso

    "Mi piace"

  20. Caro Massimo,
    il “provocatore” e “apologista” (più che “apologeta”) stavolta è convinto.
    La fatica e la pena prima e dopo, il durante è (invisibile) luce. Durasse!
    Un abbraccio,
    Roberto

    "Mi piace"

  21. @ Blackjack
    sì, errore di battuta. vedi che nulla è definitivo, tutto è da riscrivere SEMPRE (all’alba ho anche riscritto il Diario). e poi non è una banalità: il fatto è che l’amore è raro, raro, raro…
    beato chi lo ha. beato chi lo E’.

    e quella donna – quella Signora – per me è l’esposta. non lo è *in realtà*, forse. ma non mi importa questo, non ora. è evidentemente posta in quella pagina per essere simbolica, per essere provocazione e apologo. quella di Leonardo non è una pagina di cronaca sul Brasile. c’è di più e di meglio, in quel senso.

    quella donna (secondo me) non va a letto con chi vuole (in quella casa non c’è neanche il letto); ma con chi può. tutti brutti e malati e magri. un giorno sceglie più in alto, e lo scelto dice: no, ho fatto voto. a me questa sembra la contraddizione che innerva tutto. poi sì – per me la poesia non è l’abito che si mette e toglie, e non è lo hobby per cui una persona attacca mia madre e dice “lo fai vivere come un sessantenne” (mia madre ne soffrì; e mia madre non c’entra nulla nel mio *modo* di vivere). la poesia rimane come un HABITUS. però è una contraddizione vivente. la poesia cerca compagni, e trova quello che può: forse sbaglio, ma sento così…

    @Roberto
    minuti contati da webpoint: hai il cuore. è la cosa che conta di più. e senti l’erba che cresce (favola; ma anche il grande Klee)

    "Mi piace"

  22. Voglio chiarire meglio il mio pensiero, con l’aiuto degli ultimi
    importanti contributi. Vero… per l’onestà intellettuale e per la necessità di non improvvisarsi poeti, se la poesia è un “habitus” e non un vestito di moda. Ma c’è il rischio, per chi possiede al massimo grado la necessaria competenza culturale e tecnica, di rimanere ancorato a una concezione aristocratica del far poesia. In questo caso il destino della nostra “esposta” potrebbe essere davvero segnato o riservare poche sorprese.

    "Mi piace"

  23. Aggiungo che una concezione elitaria del far poesia o alienata dal reale, può sussistere anche in chi ha pochi strumenti per esercitarla. E qui si arriva davvero all’inutile o al dannoso.
    Mi fermo, sperando di poter approfondire.

    "Mi piace"

  24. buon giorno Paola… hai ragione. è proprio per questo che l’Esposta chiede di ESPORSI (non è la solita metafora; è ciò che viene chiesto *in modo implicito*: Orfeo non doveva girarsi? e come poteva, se *amava*? l’ordine dice: “non voltarti”, come se tu ne avessi fatto il voto; l’amore – che è una persona tra le persone, un dáimon tra Orfeo ed Euridice – si volta, e perde: la Percezione di un Oggetto costa, ecc.).

    i modi ci sono. ci sono – ma tutto procede per tentativi e compromessi, come se i modi non ci fossero (la poesia è un vestito perenne, ma non è un codice)

    "Mi piace"

  25. ma cosa si può fare di più che esser coerenti con se stessi? cosa esiste al di fuori di questo? Si può discutere di organizzazioni poetiche o di quanta cultura alta o di quanto praticantato di strada bisogna fare per proporre qualcosa, cosa cambia?
    Quando Andrea scrive questo:

    “Dobbiamo avere la forza di “lavorare” in questo senso, io credo, altrimenti perchè scrivere, altrimenti perchè praticare la liturgia? se il tutto si riducesse ad un contenitore da riempire con dei significati immobili basterebbe una volta e non ci sarebbe il senso della ripetizione rituale, del continuare a scrivere, poichè sarebbe disonestà intellettuale e spirituale”

    Ecco, uno dei passaggi è pensare che forse basterebbe una volta, che forse, una volta detto quello che si presumeva fosse così importante da esser sancito in versi, si potrebbe anche SMETTERE. Non si è poeti per perseveranza o lavoro, secondo me. E una poesia di Montale non vale meno che una di pincopallo. Chi sancisce che montale è montale, un critico? uno a cui è piaciuta la poesia? molti a cui è piaciuta la poesia? Chi scrive scrive per sè, sempre. il resto, le relazioni, le pubblicazioni, le esposizioni, ha tutto a che fare con la vanità, con il sociale. Puoi partecipare a mille reading e diventare uno CHE CONTA anche senza scriverle, le poesie. Chi chiede sincerità, o onestà o esposizione? La chiediamo qui, certo. Poi quando si incontrano le persone partono le liturgie, quelle sono liturgie. Li si parla di qualcosa che non c’è, ognuno legge i suoi versi, gli altri ascoltano, ma cos’è? A chi serve? Io credo che davvero la poesia sia un’entità a se stante, fuori dal poeta. che si compone, o avviene, in rari momenti in cui il poeta legge, o il poeta scrive. rari momenti. tra l’altro nemmeno verificabili. percezioni personali. Il resto è convincere gli altri, farsi vedere, partecipare. Se c’è un poeta in alaska che scrive nel suo igloo versi immortali chi lo sa? capite l’eschimese? qualcuno lo traduce? Sono solo codici, quello di cui parliamo, relazioni sociali in cui infiliamo la poesia, ma lei non c’entra niente. sono io che incontro te e come scusa abbiamo quattro parole per uno che abbiamo scritto su un foglietto. cominciamo a misurare chi ce l’ha più lungo e finisce lì. Quando ti esponi lo fai per te, mica per me. Dov’è la poesia in tutto questo?
    Emily dickinson era una poetessa? quante emily dickinson ci sono che alla fine magari hanno bruciato i loro versi? Era contenta emily dickinson di essere una poetessa? O era una matta? Lo sapeva lei. Noi ci cibiamo del suo cadavere, seguendo i canoni, i codici, tutte cazzate. E dunque cosa si può fare oltre essere coerenti con se stessi? Ditemelo, vi ascolto.

    "Mi piace"

  26. ciao Alessandro…

    ho detto e scritto e ripetuto, non una volta, che i grandi tra noi sono Marco Giovenale ed Elisa Biagini. e ne sono convinto. MA: so ANCHE che Mario Corticelli – di cui credo di aver letto 10 poesie in 10 anni – è grande *quanto* Giovenale, se il suo livello è sempre all’altezza delle 10 poesie uscite su “Versodove”. la differenza è che Mario vive a Bologna come se vivesse in Alaska: non appare. e Alessandra Greco, che vive in silenzio a Firenze [il tai-chi è una disciplina lenta lenta lenta] non è meno grande di Biagini, e forse è più grande – ma non si sa. c’è di più: Biagini non ha inventato una lingua, Greco sì. a Bologna (credo) opera Giovanni Bollini: *ritornàti al magma* è un’opera alta. probabilmente la poesia di Bollini è superiore a quella di Massari [ad esempio]: ma Bollini è [mi sembra] in silenzio.

    coerenti con se stessi. sì – ma vi è un rapporto con il famigerato *apparire*. per coerenza, Alessandra tace (ma ha pubblicato due libri con Cantarena, in 100 copie, e si possono chiedere a Mario Fancello: mariofancello@libero.it, oppure ad Alessandra: algreco@interfree.it). di Mario non so nulla. di Bollini nemmeno.

    quando parliamo di poeti, noi parliamo *in realtà* dei poeti che *pubblicano*. e perché pubblicare? per vanità (si può), per amore (si può), oppure perché *la pubblicazione è qualcosa di essenziale*? non lo so. credo che le 3 cose siano presenti nella stessa carne – me compreso.

    MA: un cembalo che tintinna non attira nessuno. pubblicare è carità, allora? pubblicare è uno SPETTACOLO? (ho detto la parola terribile, che gli umanisti temono, e ne tremano…)

    "Mi piace"

  27. Mah, grandi, piccoli. bisognerebbe capire con quale metro di misura analizziamo la faccenda, bisognerebbe LEGGERE TUTTI. io non vedo nessun grande, nemmeno eliot, mi fa pena, con quell’epilettica nel letto, nemmeno rimbaud, mi fa pena, un ragazzino frocio che scrive di getto e poi va a fare l’esploratore. giudico dal mio ago, posso dire che le illuminazioni e una stagione all’inferno sono GRANDI, il resto merda. parlo dal mio minuscolo codice, tu dal tuo. è tutto un gran NOISE attorno al nulla, a minuscoli io che si vogliono infilare in categorie sociali, venir riconosciuti.
    pubblicare non serve a un cazzo, se scrivi poesie per pubblicare stai facendo un’altra cosa, che non è onesta. poi sì, abbiamo studiato, siamo andati tutti a scuola, ci analizziamo, ci annusiamo, ma sono tutte cazzate, enormi cazzate figlie della vanità e della voglia di farsi accettare, di venir ricordati. cose minuscole da uomini, insomma. una volta ti scrissi che la terra desolata non vale un cazzo confronto di un maglione fatto a mano da una madre per un figlio. e lo penso ancora. non mi sognerei di dire che un poeta è più grande di un altro, ma che un netturbino è più utile sì.
    non è un caso che se alla parola poeti togli la O resta quel qualcosa che puzza e dopo cinque minuti svanisce per l’aria. 🙂

    "Mi piace"

  28. Affascina l’incontro con il mito, perche ci parla di ciò che ci costituisce. E’ veramente la nostra storia…e l’amore diventa una persona tra le persone, perchè determina morte e rinascita, perchè ci “muove”.
    E’ convincente pensare alla poesia, come a un’entità a se stante, un “oggetto” nuovo e dotato di vita autonoma, impensabile prima e anche dopo. Quando credo di averlo conosciuto e afferrato… è già oltre.
    Grazie per le indicazioni.

    "Mi piace"

  29. l’anagramma di MADRE è MERDA – ma non sono la stessa cosa. MA le opere – diciamo le opere, non le persone – hanno grandezza, fanno tremare. e rimangono. se non parlo più con Mesa (è vero) – che importanza ha? nessuna. ma nessuno mi toglie – nemmeno Giuliano – il ricordo GRANDISSIMO della sua lettura di *Passaggio di Santiago* e della poesia di Cepollaro che lui lesse, Cepollaro assente. se non parlo più con Cagnone (è vero) – che importanza ha? nessuna. ma c’è una differenza: non ho nessun ricordo di Cagnone che *mi abbellisca la vita*, come dice una fiaba dei Grimm.

    dal bidone, anche oggi, TESORI: tre libri, tre libri belli. io so solo questo: il confine tra il tesoro e il rifiuto è nella mano che getta. viene un’altra mano e raccoglie.

    ma io chiedevo, appunto: PUBBLICARE fa parte dell’essenza di un’opera? o no? e indossare il maglione o gettarlo fanno parte dell’essenza del maglione? farlo va bene, ed è poesia (sono figlio di sarta, so che lavoro *è*). ma se il fatto non diventa abito? e chi indossa il maglione lo usa o lo adempie? lo pubblica o lo sfrutta?

    "Mi piace"

  30. PUBBLICARE è mettere a dispozione, no Massimo? puoi mettere in pdf tutti gli scritti, per dire. poi se qualcuno li leggerà o meno, se li indosserà o meno, non è affare di chi ha fatto il maglione. la madre l’ha fatto per amore, è stata coerente con se stessa, se il figlio non vuole mettere il maglione non inficia l’amore. ma se la madre ha fatto il maglione perchè vuole che quando vengono tutti i parenti a natale possano vedere che il figlio ha un bellissimo maglione fatto da lei, e quindi lei è una buona madre, non ha fatto il maglione per il figlio, ma per sè.
    rimane sempre la coerenza e l’intenzione con cui si fa una cosa. pubblicare con la bianca einaudi, avere quest’ambizione, ti allontana dalla poesia, secondo me. è cosa altra. poi oh, io non ho nessuna verità in tasca, ci tengo a dirlo. parlo da un buco, e quello che dico so che vale solo per me.

    "Mi piace"

  31. forse quella madre è nata a marzo (per esempio), e tutti i parenti l’hanno considerata “la marzaiola”, e dunque la pazza di casa (è molto bella, dunque è scema, secondo l’opinione del padre della madre del marito della sorella) (*perciò* ha insegnato al figlio a fidarsi *solo dell’intuito* – perché sa che nessuna autorità è tale, se *non ha cuore per capire*).

    allora quella madre fa il maglione per se stessa: sì, perché no? le ragioni sono molte. e se i parenti diranno, per una volta, il “meritato brava” di cui parla Patrizia B. – perché no? in ogni caso, il primo “brava” le è stato detto dal figlio.

    la carta non è meglio del pdf. il pdf non è meglio della carta. in ogni caso, la maggior parte della memoria attuale – si perderà. (chi conserva un blog? si conserveranno alcune parti, stampate come fogli sciolti) (e i libri – non dureranno: stampati in 200 copie, esclusi dal commercio, esclusi dall’Accademia, esclusi dalle bilioteche – la maggior parte si perderà).

    sapendo tutto questo [tu lo sai] – il problema torna all’ESSENZA. cioè: IL DIRITTO DI FARE LE COSE FELICEMENTE. ecco, io non vorrei che la sapienza portasse all’infelicità (Leopardi mangiava confetti – e non era il solo). e non voglio che tu sia infelice in quello che chiami “buco”. mi dirai: che te ne importa? me ne importa. me ne importa molto.

    "Mi piace"

  32. amico mio la mia infelicità non nasce dal buco dove mi piazzo, si chiama diventare grandi, forse, per tornare all’essenza, e tocca a tutti, mica sono speciale.
    ero felice quando a sette anni mi affacciavo al balcone, alla garbatella, e vedevo che i miei amici stavano per cominciare a giocare a pallone.
    poi è stato tutto una merda, ma mica per colpa della poesia, anzi, avere un foglio davanti mi ha sempre “salvato”. non sono masi stato ambizioso, ho sempre detestato i “bravo” come detestavo la “pietà” per la mia condizione di orfano, vedo tutte le cose estremamente semplici che divengono complicate quando la scimmia uomo ci mette le sue “sovrastrutture”.
    posso dirti che sono sereno in questo periodo, mi sembra già una bella conquista, no?
    speriamo che duri.

    "Mi piace"

  33. Bellissimo lo scambio (mi veniva da chiamarlo carteggio, ma non c’è carta) fra Massimo e Alessandro! Fra i poeti io ricordo Neruda e Prevert; gli altri mi annoiano – e me ne scuso – e in alto, sulla torre dei prigionieri, lontano: Majakovskij.

    Pubblicare, non pubblicare. Non lo so, non ne ho idea. Solo constato che, in questo mondo, la figura del Mentore è scomparsa; non esiste più e allora come fai, da poeta, ad avere il tempo e il denaro e il cibo, per pensare e campare e scrivere e sperimentare? Mi racconti le pene della tua vita? Grazie, ma mi bastano le mie e quelle di un ‘qualunque poeta’ non mi interessano.

    Scomparsi i Mentore, scomparso il sostentamento, troppa gente che incolonna e riempie qualunque angolo bianco. Torno alle mie carte.

    Blackjack.

    "Mi piace"

  34. Bellissimo l’incipit dove viene citato quel passo di Leonardo Boff. E anche il resto non è da meno, inclusi i commenti, soprattutto quelli di Sannelli e Ansuini. Fanno riflettere. Non a caso questa “scuola di poesia” è tra le più seguite della blogosfera poetica.

    "Mi piace"

  35. Ognuno ha i suoi preferiti tra i poeti e sono sempre pochi, pochissimi. Ma questo significa anche desiderare l’incontro con molti altri e poi abbandonarli, dimenticarli. Tutti i poeti incuriosiscono, o almeno così è per me. Rimangono però quei pochi “intimi”, chissà perchè. Pubblicare, non pubblicare: credo sia abbastanza secondario e contingente. Certo la poesia grande o meno, dovrebbe essere più divulgata, in ogni forma possibile.
    Poesia non è esprimere i propri guai, è aprire un percorso di lettura del mondo e della vita. Apre a tutti i grandi significati e offre uno specchio in cui guardarsi e ritrovarsi.
    Ogni ragazza/o dovrebbe avere la possibilità di imbattersi nella “sua poesia” e nel “suo poeta”. Diciamo che le arti in genere e le opere letterarie dovrebbero essere più fruibili nella pratica e contribuire alla formazione culturale e umana di tutti (masse comprese).
    Grandi sono stati quelli che hanno saputo trasmetterne la “passione”.

    "Mi piace"

  36. Caro Alessandro,

    la “ripetizione rituale” a cui alludevo non ha niente a che fare con le apparizioni nei festival o con l’iterazione a scrivere per dire che ci siamo; ed è giusto, se vuoi, che se uno sente di avere detto tutto si possa fermare e non scrivere più. Ma quello che intendevo io era il fatto che la poesia “non riempie” (a volte, hai ragione, non riempie la nostra vanità di esserci e di presenziare, di rappresentarci e di farci belli ai festival, ecc. … ma quando ti accorgi che proprio quelli, quasi sempre, sono i luoghi in cui il vuoto è ancora più grande, ed è un vuoto piccolo, spesso anche meschino, seppure umano…), non sazia, non ci rende possessori di niente ma continua a scavare i visi e i corpi, nostri, prima di tutto, che non ti può dare indietro tuo padre che muore, allora ti rendi conto che l’unico rapporto con la poesia è quello del rispetto reciproco, del rispetto per il fatto di non essere mai autosufficienti, di avere bisogno di altro, altri, anche Altro, che in ogni caso la poesia è un rapporto, anche se mancato, quindi il tentativo di un rapporto e che solo a quello si può forse rimanere fedeli. Del resto, se parliamo dei grandi che ad un certo punto hanno scelto il silenzio, io penso che non lo abbiano fatto perchè erano paghi di quello che avevano scritto, ma forse proprio per rispettare quel vuoto, quella distanza incolmabile… detto questo, spero di non passare per quella scimmia che riempie tutto di sovrastrutture, come dici tu… sono convinto che sia un atteggiamento elitario anche quello di disprezzare quello che potremmo chiamare “intellettualismo”, cioè la necessaria mediazione all’immediato dell’ispirazione o della stessa vita; è lo stesso errore che si fa quando si disprezza l’immediatezza, insomma. Occorre tenere insieme questi due ambiti, senza cadere preda della purezza dell’uno o dell’altro, perchè è proprio questa purezza, alla fine, il pregiudizio che uccide, l’unilateralità dello sguardo che si fa ideologia o contro-ideologia che è la stessa cosa. Vedi, io non disprezzo ne l’uno ne l’altro, o almeno cerco di farlo… certo entrambi possono essere maschere o tentativi di autogiustificazione, ma la vita è troppo complicata, a tutti i “livelli”, proprio perchè questi presunti “livelli” gerarchici o come li vuoi chiamare non esistono. La “ripetizione” o il continuare a scrivere possono essere sia il bieco tentativo di una sicurezza che non si vuole mollare, sia il segnale e il sintomo che questa sicurezza non viene, e forse non verrà mai: ognuno di noi lo sa e lo sente per quello che scrive (e a volte lo percepisce anche in quello che scrivono gli altri): l’onestà sta tutta qui. E occorre quindi essere inflessibili soprattutto contro (e a favore, in fin dei conti) se stessi.

    andrea ponso

    "Mi piace"

  37. cari tutti (tutte), oggi è il compleanno di Cesare “perduto nella pioggia”. grazie, Alessandro. sono anch’io orfano (a metà) – ma la *diversità* non deriva da quello (non si tratta di una diversità sessuale). ricordo bene gli sguardi pietosi (che non ricambiavo). per questo ho cercato un mentore – appunto – o un padre o un fratello maggiore (forse Sanguineti, che ha l’età del mio padre carnale; poi Mesa). per questo si cerca – per questo ho cercato. non posso dire di averlo trovato *del tutto* – ma qualcosa [cioè QUALCUNO] sì, ho trovato. e questo basta. e Prometeo continua a lasciarsi scrivere, nei metri classici che si addicono al parlare *quotidiano* (non lo credevo, ma è così). così si contrasta anche la voglia di scomparire – che non è letteratura, ma un verme.

    "Mi piace"

  38. Dio o la madre. “La madre”. Nel bellissimo racconto breve di Grazia Deledda che Lawrence accostò a Cime Tempestose, il suo Paulo (il sacerdote Paulo di un piccolo paesino isolato e battuto dal vento) non poteva amare.
    Tutti potevano amare, anche i servi e i mandriani, anche i ciechi e condannati, solo la sua creatura non poteva. La madre nera/giudice/punitiva lo risucchierà in un istinto devozionale di obbedienza in un’ansia crescente che sfocerà alla fine in una segreta immolazione alla morte.

    (ecco, la tua prima partitura, mi ha richiamato alla memoria, le trame di questo piccolo e straordinario racconto letto tanti anni fa)

    un abbraccio Massimo (e buona creazione)

    Mapi

    "Mi piace"

  39. un passo, da p. 89 Tascabili BIT – 2000 lire

    “Agnese era là, al suo posto, piegata a leggere la pagina che non volgeva mai (…) Ed egli mosse il libro e riprese le sue orazioni e i suoi gesti lenti: e quasi un senso di tenerezza lo vinceva, nella sua disperazione, pensando che Agnese lo accompagnava al suo calvario come Maria Gesù: che sarebbe fra pochi istanti salita all’altare, che si sarebbero incontrati una volta, in cima al loro errore, per espiare assieme come avevano peccato assieme.

    Come poteva odiarla se ella portava con sè il suo castigo, se l’odio di lei era ancora amore?”

    "Mi piace"

  40. grazie Mapi… nessun amore dovrebbe creare frustrazione. se accade, è colpa di condizioni umane in cui i limiti *esistono* (e per questo, forse, Gesù spiega che nel Regno la moglie di sette mariti non ha nessun marito: l’amore ha numeri e limiti qui, non *là*). la poesia non si scrive da sola. e ci chiama – a quel punto le possibilità sono il sì, il no, il filisteismo paesano, la ricerca di gloria, la voglia di confinarsi nel buco o nel bunker (e non è una cosa vergognosa, perché è stata la scelta di un grandissimo De Signoribus; segno dei Pesci). chi resta è *lei*, Esposta come una rosa – così come sono esposti gli uomini (davanti alla porta stretta – della storia: vedi PPP).

    quanto al silenzio… penso che esistono *in letteratura* condizioni come quella di Lord Chandos o Martin Eeden o di suor Juana (due sono inventati, l’altra è vera). ma credo che la scelta del silenzio non nasca solo e sempre da condizioni estetiche, come il tavolino freddo su cui opera Sanguineti. non credo. credo che esistano condizioni NON estetiche [esterne, come un Hitler che nel 1933 tiene un discorso contro tutto il *nuovo* in arte]; le condizioni trasformano la vita in non vita, e sono *non scritte*. nella *Messa è finita* Marco Messeri annuncia “‘un uscirò più da hodesta hasa”. e poi si tradisce, esce – “ma andiamo dove diho io”: a vedere suo figlio. per amore si esce e per amore ci si chiude; e tutto il resto [immenso] è letteratura [e per amore o mancanza di amore si smette di farla. Cesare scrisse: “Non parole. Un gesto. Non scriverò più”]

    "Mi piace"

  41. aggiunta: ma non solo per amore che manca *a noi*. più spesso, per amore che manca ad *altri*. altri hanno il potere, anche politico, di dire: “dobbiamo impedire a questo cervello di pensare” (Mussolini su Gramsci); o di appendere un Pasolini di 26 anni alla colonna di un giornale (“colpa di Gide, colpa di Sartre!”). le condizioni esterne sono grandi virus e grandi muri – il silenzio viene anche o soprattutto dai vincoli.

    "Mi piace"

  42. Andrea sono d’accordo col tuo intervento. Non era mia intenzione attribuire a te alcune delle cose che ho detto. estrapolo e trasfiguro, ho questo vizio qui. sono convinto che alla fine il nostro pensiero non sia tanto dissimile.

    "Mi piace"

  43. …mi pare che questo testo di Ashbery possa in qualche modo centrare con la discussione:

    da Shadow Train [Treno ombra], 1981

    Paradoxes and Oxymorons

    This poem is concerned with language on a very plain level.
    Look at it talking to you. You look out a window
    Or pretend to fidget. You have it but you don’t have it.
    You miss it, it misses you. You miss each other.
    The poem is sad because it wants to be yours, and cannot be.
    What’s a plain level? It is that and other things,
    Bringing a system of them into play. Play?
    Well, actually, yes, but I consider play to be
    A deeper outside thing, a dreamed role-pattern,
    As in the division of grace these long August days
    Without proof. Open-ended. And before you know it
    It gets lost in the steam and chatter of typewriters.
    It has been played once more. I think you exist only
    To tease me into doing it, on your level, and then you aren’t there
    Or have adopted a different attitude. And the poem
    Has set me softly down beside you. The poem is you.

    Paradossi e ossimori

    Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
    Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
    o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
    Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
    La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
    Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
    e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
    Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia
    una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
    come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
    senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
    si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.
    È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
    per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
    o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
    mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

    andrea ponso

    "Mi piace"

  44. eh sì. ho trovato una cosa simile Andrea:

    I miei occhi come nuvole svuotate tu nell’aria nei buchetti dell’aria io ti amo a scacchiera un po’ qui e un po’ lì un po’ bianco e un po’ nero tu ti nascondi in ogni interstizio e un attimo dopo occupi tutta la trincea delle gambe, ossequi, ti porgo i miei ossequi è che quando mi piombi davanti arrivando dentro alla stanza sei un inno nazionale cantato a squarciagola da una popolazione in lacrime – dolcissima e feroce sei assolutamente atroce nell’assenza, quando non ci sei, quando dici vado via e muovi un polso e tutto il corpo lo segue, nell’assenza diventi tremenda i buchetti nell’aria si restringono e si allargano e sia dentro che fuori ci sei tu, inservibile e assolutamente necessaria, l’organizzazione delle tue movenze ha una meticolosa perfidia che toglie dove deve mettere e lascia cadere tutto il resto con una scìa di profumo che pare la tua anima voglia lasciare tracce anche dove non è, ma tu non ci sei, io questo lo so, tu non ci sei anche quando mi guardi e dici “ci sono” tu sei una respirazione artificiale il mio collo che cerca a destra e a sinistra quello che desidera perché non c’è altro da fare che desiderare, tu versetto satanico paginetta sepolta nella sabbia del deserto del Gobi, propaggine di bambi impazziti le stelle ti seguono il formicolare elettrico sui capelli e io mi muovo come una chela nei fondali marini che fende l’acqua alla ricerca dell’eternità e trova solo un gamberetto ma tu dove ti trovi, sei distanza, sei un tragitto lunghissimo sei la sensazione di una mano che accarezza una quercia sei sempre tutto quello che non ho ancora visto e tutto ciò che mi manca sei in circolo mi sei addosso così addosso che mi sei dentro tanto che a volte penso che tu sia il mio sangue che si muove e va da una nocca a un ginocchio penso che ti muovi dentro di me ed eri tu che mi uscivi copiosa dal naso sotto alla doccia scendevi e sapevi di metallo e cadevi nell’acqua e diventavi rosa e io mi chiedo dove ti trovi, dove tu trovi te se tu almeno trovi te stessa se riesci a toccarti se sai di esserci se hai una qualche forma di consapevolezza ma la risposta è sempre no, e ancora no, e ancora no e nessuna logica mi soccorre e se per ogni guanto c’è una mano se per ogni cuore c’è una cassa toracica che lo contiene per ogni te non c’è nessuna forma, nessuno spazio nessuna tregua non posso contenerti, non posso trafiggerti non mi basta accoltellarti ancora e ancora con le mie appendici non è sufficiente respirare la tua aria leccarti dalla testa ai piedi soffocarti o lanciarti da un palazzo in fiamme nulla potrebbe farti accadere perché se qualcosa che assomiglia a te o al nome che ti hanno dato è successa è accaduta molto tempo fa oppure quando capiterà in un futuro prossimo io sarò su una stella a carezzarle i capelli cercando di ritrovarti nell’impossibile che tutto

    accoglie.

    "Mi piace"

  45. Il poeta (il termine è logoro, di quelli che infastidiscono), prova a parlare o a scrivere in “lingue” e tutte le possibili forme analogiche e gli accostamenti paradossali non bastano più (ma sono mai bastati?) e la parola pesante rimane, si fugge dall’immagine-àncora essenziale (ad es.”la quercia”,”il deserto”) e rimane il percorso, il viaggio, quello un senso lo troverà.

    "Mi piace"

  46. “Solo una volta” chiude l’implorazione della donna incontrata da Boff – ovvero anche lei
    si pone un limite
    per forzare quell’altro limite che un rifiuto dell’ospite potrebbe imporle

    il darsi della poesia non è infinito – si può accogliere solo nell’unicità
    in un a tu per tu, dicono in molti,
    oppure, proprio in virtù di questa unicità, potrebbe
    essere sfuggita per sempre, come infine l’ospite rimpiange
    : di primo acchito contrappose a quell’unica volta un “io sono per sempre votato”

    quanti la poesia non tocca – e non sempre per colpa delle accademie
    , stare alla larga dalle cose forti per molti è un punto di vanto

    ma c’è anche dell’altro in quel “Solo una volta”: il patto di un amore senza
    patti sovradimensionamenti istituzionalizzazioni baratti ricatti
    che lo deformino dall’esterno

    scindere la pulsione sessuale dall’altrettanto primaria pulsione
    del potere-sopra-qualcuno è possibile solo ai “puri di cuore”
    (a meno che la donna fingesse: ti dico che non ti pretenderò mai più
    ma poi ti incastro, uomo ben pasciuto che potresti darmi un figlio grasso
    e un buon partito di vita – pensare questo è sintomo di vecchie ferite
    , sicuramente, di rimuginate proverbiali diffidenze popolane
    non sta a noi sindacare sulla delusione che si legge negli occhi della donna

    però la poesia non ha secondi fini, è il poeta che, secondo il suo sentire,
    la preserva alla sua unicità; o la sfrutta nella riposta speranza di sedurre

    Mario Bertasa

    un caro saluto a Massimo: mi hai invitato da tempo a “guatare” questa tua scuola di poesia, lo faccio ora

    "Mi piace"

  47. grazie a chi “guata”. chi “guata” è fuori dal periglio, è uscito vivo dal naufragar. è bello. da oggi, fuori due giorni, e torno.la sala d’aspetto della stazione di Bologna non chiude mai – non chiudeva, una volta; il clima, forse, è ancora lo stesso, e non chiude. lì, di notte, c’è il mondo: e il mondo non ha un buon odore, forse – all’alba ci si lava gratis. un’intera notte, tra *compagni massacrati* (Ungaretti non è lontano).

    *

    “solo una volta”. e “per un momento”. non viene chiesto molto, e di certo non si tratta della botta-e-via. in fondo viene chiesto un “giogo leggero”: sembra più un’occasione che una tentazione. e la parola “poeta” pesa, pesa troppo (sempre meglio della variante, oscena, che *fu* “operatore poetico”).

    queste cose mi fanno venire in mente il nobile Montaigne. perde il suo amico – metà di sé (“la poesia sei tu”, io tradurrei così) – e dice che ora gli ruba tutto, perché *prima* DIVIDEVANO TUTTO. ma Etienne muore, e Michel si chiude in un suo buco illustre. scrive. la cella è il cielo, dice Caterina da Siena (e lo sapeva). “mi piacciono le scelte radicali”, come dice Battiato? mi piace che l’amore duri. e che la grazia, la pietà, il voto, il lavoro siano CONTEMPORANEI.

    "Mi piace"

  48. Complimenti! molto interessante!!! anche io sono un poeta, come faccio per iscrivermi alla scuola di poesia? Anche io voglio dire la mia!!!
    Roberto Savi

    "Mi piace"

  49. Affascinano sempre le scelte radicali, se “radice” significa origine, non solo eccezionalità. In questi giorni, ho letto i testi di un poeta che fa “l’ambulante” di mestiere. Chi scrive dal suo “buco” più o meno illustre, deve uscire (pena l’implosione per i più), ma non troppo (rischio-schizofrenia).Un riscontro-confronto è necessario, per riconoscersi…trovare l’equilibrio delle forze. Il lettore di qualsiasi tipo esso sia (cultura, linguaggio, classe), quella è la medicina.

    "Mi piace"

  50. Le mani, gli occhi cercano substantia: socchiuse ombre che si alimentano di abitudine: per difendesi dal timore della morte.
    roma è la città Perfetta per prendere coscienza: esci per strada e trovi
    l’indifferenza allo stato più puro: gli orrori/perle (dipende dalla purezza dello sguardo)esterni, e quelli intimi: continuamente la nostra mente cancella: si rifiuta di guardare perché questa realtà è troppo cruenta/abbacinante da affrontare a volto scoperto.

    [il folle giro di corsa il nuovo Nome: per scomporre abulici stomachi empi di tremori e certezze.]

    “I nostri occhi devono cantare
    ciò che non si vede
    e scorre sotto alle pietre
    dove sto ancora cercando”

    Gente in Costruzione – Marco Parente

    "Mi piace"

  51. torno e corro: tutti – tutte – possono dire la LORO! (il lavoro ha molte forme,molte bocche e mani). che Forrest Gump e Ungaretti siano mondi separati è vero,in un certo senso; che da entrambi si impari, e che entrambi siano *umanità* – come lo sono i nostri compagni e compagne nella salad’attesa di Bologna,ogni notte che Dio manda – anche questo è vero, e non *in un certo senso*. a volte non c’è bisogno di forzare.

    "Mi piace"

  52. fuori dal “periglio” chi “guata”, ma non fuori per sempre

    un mese fa un’incredibile paura mi ha assalito: in un’ansa di una montagna
    dove il sentiero curva per riprendere il fianco successivo verso la prossima costa
    vedo aprirsi nel fitto della foresta una radura con possenti tronchi d’abeti rossi
    e larici schiantati, come dopo un normale taglio selettivo dei boscaioli
    ma non c’erano tagli netti, ogni tronco al suo pedice mostrava radici divelte
    nere di terre e muschi – una tromba d’aria si era abbattuta in quel luogo

    passeggiavo solo, la paura di un pericolo imminente mi ha assalito
    ho proseguito per poco, poi ho fatto ritorno
    non mi interessa che fine farà il mio corpo, ma è lo strazio di chi non ritrova cadaveri
    che a volte mi trattiene – così due giorni dopo, su uno sperone di roccia che non ho affrontato,
    senza fiato, o nel lago gelido dove l’acqua era nera, e c’era un compagno quella volta!

    guatare è di un animale pre-umano che sopravvive in noi e ci fa sopravvivere
    guardare negli occhi qualcuno è ben diverso che guatare negli occhi qualcuno
    quest’ultimo gesto, così raro, è fonte di grande ristoro
    il primo invece a volte può essere di una pesantezza superiore a quella di alcune parole

    vedi solo “i suoi occhi”, gli occhi della respinta “si incupirono di dedlusione”, come Boff

    "Mi piace"

  53. sul “guatare” la testa inseguiva un discorso dantesco, e poi quello del “naufragio con spettatore”. ora nei Meridiani Mondadori risorge (?) la Scuola Siciliana. il primo volume è dedicato a Giacomo da Lentini. un sonetto si chiede: come fa questa GRANDE donna ad entrare nei miei occhi, che sono così PICCOLI? non è uno scherzo. per lui, *per loro*, era questione di conoscenza: mancava l’idea della proporzione tra oggetto e soggetto. grandezza chiama grandezza uguale. ma l’immagine non è il corpo. però le immagini sono il *tutto* residuo, dopo l’incontro: una memoria, forse dolce. la poesia italiana nasce su questi dubbi, su un amore che *allora* era anche una scienza. amare, innamorarsi, innamorare era, *ai loro occhi*, un FARE (e un subire – violenza).

    *

    di notte si vedono molte cose. la notte bolognese *porta consiglio*. gli uomini-cani (ma molte sono donne) sopportano (tollerati da ferrovieri e poliziotti nella sala d’attesa dove ci *fu* la strage; e la sala viene pulita con discrezione verso le 22: la notte sarà pulita per tutti). fino a quando? Garbo laughs – davvero. ed “egli danza”. ma senza leggerezza (la zavorra è forte)

    "Mi piace"

  54. mi ero dimenticato di quel sonetto, studiato più di vent’anni fa per il primo esame di letteratura italiana in università. Grazie Massimo

    come faccia non lo so, dice Giacomo da Lentini, però entra _ e può *ferire* gli occhi
    – un ragazzo in università notammo che ogni qualvolta entrava una bella ragazza in Istituto (il corridoio strettissimo, non ci si poteva esimere dall’incocciarsi dall’annusarsi) si voltava bruscamente – ci raccontò poi che faceva parte di un movimento religioso e aspirava ai voti

    – un monaco zen rimproverava ad un altro monaco che faceva un viaggio con lui di aver violato un precetto, avendo preso in braccio una donna per aiutarla ad attraversare il fiume ingrossato – amico, rispose questi, io quella donna l’ho lasciata là, tu ce l’hai ancora dentro

    come facevano tutte quelle nostre compagne di corso ad entrare comunque negli occhi di quel ragazzo (che pure si dichiarava aspirante poeta e scrittore) se lui negava lo sguardo? eppure il suo cuore era stipato, costipato, di quelle immagini; ma chi faceva violenza? lui o le immagini?

    "Mi piace"

  55. “La zavorra è FORTE”

    due condizioni-cognizioni del dolore:

    “Ma non c’è magistero per le anime sbagliate: le loro piaghe non conoscono cipria!”

    ci si nasconde dietro strati e strati di cipria senza per questo ottenere il desiderato fine: celare – le piaghe-. la legge del contrappasso? non voglio crederci: non esistono scale di dolore anche un’anima dannata –soffre– e la sua condizione non deve porre la propria angoscia a un inferiore livello.

    ***

    il secondo, il singhiozzo disperato-cancellato, quello verso il quale si prova subito pietas. lo stesso Gadda, in questo contesto, utilizzò l’espressione che diede il titolo al romanzo:

    “Per intervalli sospesi al di là di ogni clàusula, due note venivano dai silenzi, quasi dallo spazio e dal tempo astratti, ritenute e profonde, come la cognizione del dolore: immanenti alla terra, quandoché vi migravano luci ed ombre.”

    da Gadda, La cognizione del dolore

    ***
    proprio l’altro giorno mi sono ritrovata a vedere l’Aurora di Murnau: vi ho ritrovato –una parte– del quesito di natura edipica: colui che, provoca scandalo, determina la degenerazione di un nucleo di persone, di un piccolo paese ( e più in generale della società).
    in questa storia il riscatto c’è (a lieto fine), non a caso con la cacciata della donna-fatale ma rimangono sempre nascosti allo spettatore –i Veri pensieri– della donna maledetta; e, soprattutto, perché cercasse tanto sollievo nella distruzione degli altri.
    lo si può intuire certo, ma non perché lo sguardo del regista penetri a fondo la sua Anima.

    "Mi piace"

  56. tutto ritorna a Leonardo, da cui siamo partiti: l’immagine desiderata, il rimpianto, il desiderio. ma è sempre una cosa di uomini e di io: come posso *io* tenermi in mente la *grande* donna, come posso *io* appagare la donna, come posso *io* non recedere dai voti. io, io, io; e *lei*? ci può essere una letteratura del *tu*? nel cinema si parla di soggettive. in letteratura, si tratta di io gonfi (tumefatti, senza cosmetica) e molteplici (Gadda, Testori, Pasolini, Sapienza, Santacroce) – che contengono tutti (tutto). la tecnica gira la macchina e fa contemplare il campo da un occhio virtuale, che corrisponde all’occhio di un personaggio. la letteratura non può (credo): la letteratura dilata e trova.

    è molto bello il dialogo dei monaci. portare e lasciare – non è (per loro) una fuga dal peccato, ma una *neutralizzazione* del peccato (cioè dell’immagine – e torniamo all’immagine). non c’è nient’altro che amore, alla fine (e per questo è assolutamente presente e assolutamente assente: nello stesso tempo. è *lui* ciò che veramente è *grande*)

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.