Don Centofanti, diario tra letteratura ed emarginazione

di Alessandro Zaccuri

Di solito sono gli altri, i non consacrati, a tenere il diario dei
preti: l’indimenticabile Bernanos, il dimenticato Lisi, il sempre
riscoperto Bruce Marshall. Questa volta, però, Fabrizio Centofanti –
sacerdote della diocesi di Roma – ha deciso di provvedere
direttamente. La sua Guida pratica all’eternità, che di fatto
costituisce un esordio narrativo, è un journal
come se ne possono scrivere oggi: frammentario, allusivo, alla
continua ricerca di un punto di equilibrio e consistenza che, prima
ancora di essere enunciato con chiarezza, viene percepito dal lettore
quale dimensione interiore, sguardo, attesa. Succede così nella parte
centrale del libro, occupata dai ritratti dei tanti sbandati che, per
vie diverse, intrecciano la loro storia con quella di don Mario, il
parroco impegnato sul fronte della droga e dell’emarginazione al
quale, una notte, vengono appiccate le fiamme. Il ‘prete bruciato’ è
la manifestazione più visibile di quel principio di unità e di
coerenza che Centofanti delinea con maggior precisione, ma senza
rinunciare alle sfumature di una scrittura mai perentoria, nei
‘quadretti’ in cui descrive la vita quotidiana di un sacerdote di
oggi.
Originariamente apparsi in rete su Nazione Indiana, questi ultimi
testi rappresentano fra l’altro una testimonianza del lavoro che lo
stesso Centofanti svolge attraverso il blog collettivo La poesia e lo
spirito
(https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/), punto di
riferimento sui temi legati al dialogo fra letteratura e spiritualità.
Un impegno che nasce da lontano, come suggerisce un altro dei
racconti, nel quale Centofanti ricorda il suo iniziale lavoro come
studioso dell’opera di Clemente Rebora, uno dei massimi poeti del
Novecento, sacerdote a sua volta e autore – non a caso – di versi che
si prestano a essere letti proprio come straordinario diario di
un’esperienza di fede e abbandono in Dio. Rebora, per Centofanti, era
infatti «il poeta che aveva saputo rinunciare persino alla poesia,
vincendo l’ultima partita con uno scacco matto all’Avversario
». È, in
altre parole, un testimone e un modello non meno impegnativo del già
ricordato ‘prete bruciato’, che Centofanti si premura di identificare
in don Mario Torregrossa, il sacerdote romano rimasto invalido dopo il
terribile agguato incendiario subìto nel novembre del 1996. Anche per
questo, come osservano sia Remo Bassini nella prefazione sia Riccardo Ferrazzi nella postfazione, i «racconti fra cielo e terra» lasciano intravedere un disegno più ampio e complesso. In una prospettiva letteraria, certo. Ma anche – e anzitutto – cristiana.

Fabrizio Centofanti
Guida pratica all’eternità
Racconti fra cielo e terra
Effatà. Pagine 96. Euro 9,00

Pubblicato su Avvenire del 2 settembre 2008

16 pensieri su “Don Centofanti, diario tra letteratura ed emarginazione

  1. Esiti/episodi dell’Eternità sono Midollo/medulla, potente pellicola: Fabrizio firma e filma ritratti che [se ne parlava con un altra attenta Mano Scrivente/leggente] sarebbero “resa ideale” – sul “gramde schermo”. Un libro che è: lungometraggio di luce.

    Grazie Alessandro, alla Grazia di Fabrizio.

    Chiara

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  2. una testimonianza che amplifica il suo valore nell’averla vissuta in prima persona, e perciò degna del più alto rispetto e…accoglienza.
    Oltre che rimandi a Bernanos, sono certa che ce ne saranno anche a Calvino…:-)
    C.

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  3. Condivido appieno, un “disegno più ampio e complesso” si coglie da questi racconti, che si disvela ad ogni rilettura. “In una prospettiva letteraria, certo. Ma anche – e anzitutto – cristiana”.
    Grazie

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  4. Confermo: è un libro piccolo (di dimensioni) che provoca una grande eco. Un saluto caro a tutti da un “redattore” attualmente un po’ troppo indaffarato…

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  5. Anch’io sono tra quelli che hanno letto e amato il libro di Fabrizio, anzi leggendolo quasi desideravo poter essere lui: per poter avere un’esperienza come la sua del dolore e degli ultimi.

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  6. Quand’ero un ragazzo pieno di stupidi pregiudizi non riuscivo a perdonare gli artisti che producevano opere di testimonianza esplicita e diretta delle grandi tragedie collettive : mi parevano andare in caccia di facili consensi appropriandosi del comune retaggio della durezza e terribilità della vita.
    Poi la vita stessa mi ha curato come lei sola sa, ed oggi fortunatamente sono in grado di apprezzare persone come Fabrizio sia per le doti umane che per quelle artistiche, senza più alcun dubbio sulla loro sincerità.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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  7. L’ho tenuto chiuso sul comodino per un paio di mesi e poi finalmente l’ho preso in mano e l’ho letto tutto d’un fiato. Il libro di Fabrizio: poetico, assolutamente contemporaneo, tanto lieve quanto ustionante, come quel “Mi hanno bruciato” che è un po’ la trave portante di tutta la storia. Ho apprezzato l’abilità compositiva, dato che sembrano racconti o quadretti ma in realtà si tratta di un romanzo vero e proprio col protagonista non invadente – quell’Io che non compare neanche sempre, quel giovane prete che si rapporta con diversità ed emarginazione, con la grandezza e gli smarrimenti dell’eroismo quotidiano.
    Vabbè, dai basta che son le quattro di notte… Grazie Fabry!

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