GLI IMITATORI di Marco Bellotto

Marco Bellotto è nato a Padova nel 1965. Ha giocato a rugby ed é stato avvocato penalista per sette anni.
Con Il diritto di non rispondere (Sironi) è stato finalista al Premio Calvino 2002 (opere prime inedite di narrativa).
Propongo, di seguito, la recensione del nuovo libro Gli imitatori (Marsilio) firmata da Leandro Piantini.
Massimo Maugeri

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Marco Bellotto, Gli imitatori, Venezia, Marsilio, 2008, pp. 215, euro 16.

di Leandro Piantini

A mio parere il romanzo di Marco Bellotto, GLI IMITATORI, è un libro singolare, che merita la massima attenzione, anche e forse soprattutto per motivi extra letterari. L’autore, un avvocato padovano alla seconda prova narrativa, ha costruito una trama suggestiva in cui il destino di un uomo di umili origini contadine, lo scrittore Livio Mantarro, si intreccia con personaggi ed eventi della storia politica e culturale del nostro paese, tra il dopoguerra e gli anni Settanta, che videro l’egemonia del Pci tra gli uomini di cultura e la nascita del mito gramsciano dell’intellettuale organico, che lavora per la rivoluzione.
La vicenda del sequestro dell’industriale di Santamira Caracciolo è raccontata benissimo, e così la lotta armata degli anni Settanta in cui i rapimenti e le uccisioni dei “nemici del popolo” erano all’ordine del giorno.
La trama del romanzo è costruita in modo sapiente, con i pezzi del mosaico che si incastrano perfettamente. Lo stesso avvocato Bellotto ne è un personaggio e la sua storia si intreccia con quella del protagonista Mantarro di cui ha assunto la difesa. La vita di Mantarro è una vita singolare, che passa dal mondo contadino povero al seminario e poi al protagonismo nella cultura milanese degli anni Sessanta, fino al Sessantotto e agli anni di piombo.
La figura di Mantarro è di quelle destinate a rimanere nella memoria dei lettori. Per certi ma limitati aspetti potrebbe ricordare Luigi Meneghello e Ferdinando Camon, ma secondo me Bellotto ha voluto creare una figura originale, unica, che viene raccontata come il caso esemplare di una difficile anzi impossibile fusione tra cristianesimo evangelico e militanza marxista.
Nel libro c’è una netta condanna della lotta armata, vista come figlia illegittima del Sessantotto che era nato da una spinta libertaria, anzi l’esasperata lotta politica che imperversò in Italia nel decennio successivo avvenne in un certo senso proprio in antitesi con la genuina ispirazione che aveva dato origine alla rivolta degli studenti in tutto il mondo.
Il romanzo racconta i nodi cruciale della vita di Mantarro, a cominciare dal suo rapporto con Giulia, la compagna di scuola accompagnata a casa in un fatidico giorno dell’infanzia, e poi l’amore segreto per essa di cui egli prenderà sempre più nitida coscienza con la crisi che lo scuote dopo il sequestro dell’industriale di Santamira.
Ad un certo punto si parla della “ sozzura che si annidava dentro l’idea” e l’idea è il programma della lotta armata che ispira l’azione del gruppo politico che sequestra Caraccioli. L’idea è quella delle Brigate rosse e degli altri gruppi armati, l’idea leninista in base alla quale le avanguardie rivoluzionarie, come avevano fatto tanto tempo prima i bolscevichi e i surrealisti, avevano il dovere di aprire la strada della rivoluzione anche se le masse non li seguivano. Le masse sarebbero venute dopo.
Nel libro c’è una forte ispirazione cristiana, che sembra provenire proprio dall’humus del mondo contadino veneto. C’è una netta condanna delle ideologie rivoluzionarie del ventesimo secolo, che rende molto pertinente, ad esempio, la scena finale in cui compaiono due giovani sorelle rapate a zero perché collaborazioniste del regime di Salò, nell’immediato dopoguerra, anche se questa scena potrebbe suonare un po’ troppo didascalica.
La personalità di Livio Mantarro è resa con vivo senso storico e penetrazione psicologica, viene seguita dalla sua infanzia, con la scuola che per lui diventa subito un’arma di riscatto sociale, fino a quando diventa a Milano uno scrittore di successo, amico di Feltrinelli e di Luciano Bianciardi. La passione rivoluzionaria gli fa fare un cammino conseguente, diventa la guida (un cattivo maestro?) per un gruppo di giovani militanti dell’ultra sinistra disposti a tutto, ma riesce a tirarsi indietro al momento giusto dalle loro azioni eversive.
Il quadro ambientale è raccontato con intelligenza, e così il clima di eversione permanente in cui si viveva a Santamira ( che con tutta evidenza è Padova) in quei terribili anni Settanta. Sono i sentimenti privati, il ricordo dell’antico amore di Livio bambino per Giulia che impediscono al protagonista di avallare l’omicidio.
Bellotto su questo canovaccio ha costruito un romanzo appassionante e ben orchestrato, con tutti gli elementi –storia e destini individuali- messi al posto giusto. Così si arriva all’esito dell’indagine giudiziaria nella quale Mantarro, a distanza di vent’anni dai fatti delittuosi, viene coinvolto da un pentito. Questo secondo romanzo di Bellotto costituisce a mio parere un’insolita novità nella produzione corrente per il suo straordinario impatto narrativo. Il suo plot è costruito con l’abilità e la misura proprie di un narratore di sicuro talento.
Leandro Piantini

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