Il gioco più brutto del mondo

Roba da non credere, dimenticare in fondo alla libreria la raccolta di scritti sul calcio di Gianni Brera, Il gioco più bello del mondo. Scritti di calcio (1949-1982) (BUR, 2007). O forse non è stato un caso, che quello scrivere di calcio, in quel periodo storico, e quello stesso titolo dell’antologia mai come oggi mi sembrano così maledettamente preistorici.
Mai come oggi l’unico titolo che mi viene in mente è la parafrasi di quello scelto per Brera.
Cosa è rimasto del gioco più bello del mondo? Pinturicchi e puponi, ibramoneyvich e figettinho, neobiscardate telebuffonate con sveline e buoi muggenti in sala. E balordi funzionali alla repressione di governo.

Leggendo gli articoli di Brera, mi sento tanto dandy postfutbol, rimpiangendo un calcio già morto prima che nascessi. Ma lo spettacolo dell’oggi mi si ripropone con impulsi vomiterecci.
A controprova le ultime Olimpiadi, dove le pedate degli sgambettapalla, fossero pure superstar come Messi o Ronaldinho, si sono sovrapposte alle immagini di tutte le altre discipline sportive, e in modo sempre perdente. Non c’è storia, nè sotto il profilo tecnico, nè sotto quello agonistico, tantomeno sotto quello atletico: il calciatore per me fa una figura meschina rispetto a qualunque altro campione di qualunque altro sport, fosse pure il tiro al piattello.
E quindi? Perchè le masse si entusiasmano ancora per l’ultimo dei Giovinco, mentre ignorano Usain Bolt?
Brera ai suoi tempi ci ha pure provato a spiegarlo:
“Nessun dubbio che il successo universale del calcio derivi dal suo mistero, che si arricchisce di (o annulla in) aspetti sempre nuovi, dunque sorprendenti.”
Ahimè, questi aspetti sempre nuovi sembrano essere davvero finiti, e pure il mistero, esausto a forza di scoperchiare verminai.
La cosa buffa è che già il Gioann, più di cinquant’anni fa, radiografava prodromicamente i mali attuali, dopo la partita persa dall’Italia con l’Irlanda del Nord e l’eliminazione dai campionati mondiali in Svezia.
“Il calcio diventerà mero spettacolo per folle di bocca buona. Alle folle bisogna pur dare circensi. Molti ricchi in Italia provvederanno. Funzioni educative il calcio ne ha ben poche. E quanto a fonte di prestigio, meglio non parlarne.”

Il curatore dell’antologia, Massimo Raffaeli, critico letterario che scrive anche sul Manifesto, ricorda come parecchi altri scrittori della generazione di Brera si siano confrontati con il calcio, a partire da Pier Paolo Pasolini, che lo decifrava come linguaggio, come grammatica passibile di infiniti sviluppi linguistici, sia in prosa che in poesia. E Brera fu colui che tradusse in pratica questa nuova grammatica, con continue invenzioni di parole e nomignoli, dall’abatino di Rivera in giù, tant’è che Umberto Eco lo definì come “Gadda spiegato al popolo”, cosa che imbufalì oltremodo il Gioann.
“Un bel niente! Carletto Emilio è uscito col Pasticciaccio quando el Gioann scriveva cronacazze muscolari da venti anni. El por Gioann non ha mai preteso di far letteratura. Se ha dovuto inventarsi un linguaggio, non già una lingua (scherzem minga), lo ha fatto perché non esisteva. A scrivere di sport erano letterati minori, senza gran nerbo, o tecnici di sport che non sapevano di letteratura.”

Mi stupisce, però, che non sia stato accostato a un altro grande della sua generazione, che ha scritto spesso di pallone: Giovanni Arpino.
Il confronto tra i due è intrigante, sono talmente agli antipodi da risultare naturalmente complementari. La prosa di Brera è grassa e carnascialesca, da Gran Padano, quando il termine padano aveva ancora una sua dignità. Più umbratile e riflessivo l’approccio di Arpino, ricco di analisi sul fenomeno del calcio piuttosto che sulle singole partite. Ma è commovente che lo scrittore piemontese abbia parlato di calcio nelle sue ultime righe, scritte alle Molinette, il 3 novembre 1987 e dedicate ai suoi “compagni” di reparto.
“Immobili, intubati, bloccati supini nei letti guardano la partita di calcio. Tutta in questi novanta minuti la vita, purchè cada la memoria, purchè si fermi la storia, il dolore al polmone, al naso, al collo forato. E’ la partita- ancora- che li salva, e sono straziati ma felici perché gli unici ad avere ai piedi del letto il televisore, compagno morboso di un presente che è tutto il futuro rimasto. Nella notte i campanelli dell’urgenza suoneranno a lungo, piangeranno le lenzuola, squittiranno scarpe di gomma, ma l’Inter ha vinto e qualcuno si consola.”
Era ancora il gioco più bello del mondo.

[Nella foto Carlo Parola. E’ il 15 gennaio 1950, in Fiorentina-Juventus il granitico stopper bianconero si produce nella rovesciata che sarà immortalata sulle bustine delle figurine Panini, pubblicata in oltre 200 milioni di copie e puntualmente riproposta ogni anno sugli album “Calciatori”. (Ecco, la Juve, parlare di futbol in Italia non si può senza dire la Juve, metà tifa alla Juve e metà contro, anch’io in un certo senso tifo alla Juve, dicono che è tipo un patrimonio genetico che si trasmette di padre in figlio, fregnacce del genere, che io potrei anche confermare, in fondo mio nonno si pigliava un treno e due tram per portare mio padre a vedere Sivori mentre mio padre si pigliava una centoventotto blu con gli interni in plastichino rosso per portare il vostro scrivente ad assistere ai fasti trapattoniani nel fascistissimo stadio comunale di Torino, me la ricordo ancora l’architettura littoria del vecchio stadio, sovrastato da un parallelepipedo di cemento orribile visu e di sconosciuta funzione, e sarà mica stato un caso questo ricorrere di simboli fasci, magari lì stava l’essenza di quella juventinità, altro che Vecchia Signora e stile sabaudo, forse essere juventino significava soddisfare il piccolo fascista dentro, anche se si votava comunista, credere obbedire combattere ma più che tutto vincere, del resto la Juve l’ha tirata su il principale sponsor industriale di Mussolini e ha sempre giocato con nove picchiatori più un fuoriclasse più un arbitro spesso suddito, che vincere per una “svista” dell’arbitro era ancor più bello, sarà mica un caso che i miei primi vaghi ricordi di Juve dal vivo sono onesti manganellatori come Morini, Cuccureddu e Benetti, poi clonati in quel carrarmato cingolato con i ramponi di Gentile, Cabrini, Furino e Tardelli, blindato dal gentiluomo Scirea e da quel supertanardo di Brio che si presentava in campo con la manichine corte della maglietta arrotolate sopra il deltoide, appena ingentilito dagli arabeschi di Causio prima e Platini poi, l’ultima Juve degna di memoria, passata dal bianconero all’azzurro nella prima estate col televisore a colori, il 1982, chiusa parentesi tonda e quadra)].

5 pensieri su “Il gioco più brutto del mondo

  1. Non seguo il calcio, a parte le partite dei mondiali, e forse questo mio non seguirlo, questo ignorarlo allegramente, deriva anche da ciò che Paolo evidenzia in questo bel pezzo. Perdio, se vedo Galliani senza preavviso inizio subito a tremare, e devo cambiare canale immediatamente –

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  2. Mauro, concordo: ma te l’immagine incontrare il Galliani, di sera, improvvisamente, fra il chiaro e lo scuro e senza preavviso? Roba da infarto!
    Oppure beccarlo in coppia con Moratti? Miiiiiiiiii, riedizione famiglia Adams in chiave calcistica 🙂

    Blackjack.

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  3. bell’articolo, Paolo.
    un dettaglio: ho scoperto che mio padre stava davvero male quando ha cominciato a non guardare più le partite, cui rinunciava sempre a fatica. si stava preparando per la partita decisiva, evidentemente.
    ciao
    fabry

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  4. premetto che sono infettato da febbre tifoidea napoletana ma sono sempre stato dell’idea che la poesia spesso passa anche nelle imprese calcistiche specie del passato
    marzo ottantatre la juve tocca vertici sublimi (prima pagina gazzetta) sottotitolo insegnamo il calcio ai maestri o il silenzio irreale dell’olympiastadion di monaco sul lancio del Dio Diego verso Careca o il tabellone del sarrià che indica paolo rossi l’uomo del match dopo italia brasile
    era bello pensare al calcio come poesia
    è stato almeno allora
    resta come parole importanti
    e le figurine panini
    c.

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