Angelo Maria RIPELLINO (Palermo 1923 – Roma 1978)


Da: Notizie dal diluvio (1968-69)

28.
Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei
che tu non conoscessi il cane nero della sventura,
quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.
Vorrei che tu non debba portare bazooka,
che tu non debba tremare nel folto di un bombardamento,
che tu non debba pagare per le mie colpe
né vergognarti di me, del mio cicaleggio
e dei miei vani versi e della mia professura.
Vorrei che tu non fossi mai gramo o malato
o maldestro come Scardanelli,
vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi,
anche quando mi avrai dimenticato.

*

47.
Un uomo crepa per il troppo ridere.
Il suo naso staccato cadrà dalla ribalta,
piomberà nel terriccio l’ingombro abominevole.
Queste morti in allegria, questi tranelli tramati
dalle spie del Diluvio.
Dalle spie, dalle talpe appannate, dalla colluvie
di ciechi arnesi e di orribili referendari.

Un uomo crepa per troppa gaiezza,
perché si sentiva immortale, perché la sua vita
era un armadio a sorpresa, una vedova in festa,
un branco di giorni gioviali, una storia marcita
nella salute, nell’asinità, nel benessere.
Dietro al suo catafalco un’abbecedaria
folla di bianchi musi andrà singhiozzando.
Perché continua la falsità inevitabile, la mercenaria
ipocrisia del bianco.

*

60.
Tra due-trecento anni la vita sarà migliore.
Ma intanto noi siamo ormai alla frontiera,
senza gli angeli di Elohim precipita la scala nel Novecento,
e il Duemila già sventola la sua bandiera
per coloro che sono sicuri di entrarvi.
Io resterò da questa parte, in questo buio,
in questo viluppo di meschinità e di bisogno,
senza conoscere il terso luccichìo del futuro.
A me sarà bastato visitarlo nel sogno,
come uno sciamàno che scenda con piatti e sonagli
nel reame dei morti a conversare coi lèmuri.
Resterò sulla soglia come un réprobo, come uno spergiuro.
Perché scusatemi, posteri, che freddo,
che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli
soffiano da quel futuro.

*

68.
Voi camminate lassù nella luce, geni beati, ma in terra:

se un dittatore impugna le rèdini
e scàrdina e schianta le schiene,
che ne sarà di Scardanelli?

Totgeschwiegen.

Se un dittatore, un barsabucco, un facanappa
con la sua banda sbilenca di referendari e buffoni
calpesta la libertà, che ne sarà di K.?

Totgeschwiegen.

Se come bruchi dall’aceto vecchio
spuntano torme di zaffi e di boia e di marrani,
che ne sarà del Sempre-in-dissidio, del poeta?

Totgeschwiegen.
Totgeschwiegen.

*

Da: Sinfonietta (1970-71)

30.
Chi dice che io sia insincero, quando sono più sincero?
Se fossi tutto sincero, distruggerei la mia sostanza,
come un automa che si offre alle fiamme e deflagra.
Mi inebria la routine degli ipòcriti, è vero,
ma è solo un modo per reggere in questa torbida sagra,
per dissimulare il deserto, l’intolleranza.
Chi dice che io ami le maschere di orrida calce, i pierrots lunari, le cere,
i violini di Krespel avvolti di nero crespo,
io, scrittore faceto e motteggévole,
negato al pianto, non saltimbanco, non mesto?
Io così goffo nel frigido frac da pinguino,
io che ormai guardo come uno sciamàno il mio scheletro
dai rami sempre più storti e più deboli,
l’albero gramo della mia vita, il mio manichino,
io che ero una volta superbo come il principe di Eboli.

*

49.
Dopo l’età dei Lulloni venne l’età degli Zinnen.
E ormai manca poco al momento in cui il sole
scioglierà tutta la cera che teneva incollate
le piume delle mie ali, le mie compatte parole.
Ma splendono come limoni le cose passate,
tu cresci ed io mi allontano, io che sono già ieri.
Presto ti vergognerai di baciarmi, cominceranno
ad assediarti ragazze dagli occhi neri.
Com’è fuggita la vita. Sarà già un anno
che non manovri più i Piko né i Dinky Toys.
Il signor Philips ti manda valvole e fili,
dìodi e rocchetti e fusibili e condensatori
e altri insetti di rame e di tungsteno.
Dopo l’età dei Lulloni venne l’età degli Zinnen.
Tu non ami le immagini, la carta scritta ti stanca,
sorridi delle parole che vanamente tintinnano,
pulci di latta spaurite, ciòndoli di arcobaleno,
sorridi del mio delirio, della mia poesia saltibanca.

*

51.
Paese di occulti forami e mostruose spelonche,
in cui si inselvano enormi cotali,
di ventrute colline e tettazze-loggiati,
di piazze con monumenti a Messer Batacchio.
Giorno di fiera: rubicondi giovinastri,
cercando la tana, conducono mani bavose
lungo flaccide chiappe dipinte da un Bouguereau di villaggio.

Giuocano al sorecillo, a baciacunno,
a quattro spinte, a tiremmolla, a gamba al collo.
Mercato di menchie smargiasse e di vulve che bruciano,
di gallinacci dementi dai bargigli di fuoco,
tòrbido odore di sèdano e di colatura.
Dinanzi alle porticine di mille occhi cisposi
Balla in banco, la faccia stibiata, una nuda
Salomé saltatrice fra zanni e trastulli.
Si aggira triste il rimbambito Pantalone,
con le calze slabbrate sulle gambe stecchite.

*

Da: Lo splendido violino verde

2.
Guai a chi costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickerìa.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra i neri ceffi di lupi digrignanti.

*

21.
Oh, se invece di tanta minutaglia,
nei miei versi torpidi e sbandati,
si spiegasse l’intera carta del mondo.
Ma che fare se agli occhi si stagliano
solo frastagli di foglie, cavallini malati,
cionche reliquie, congedi con brividi,
e quindi lividi autunni che piangono?
La memoria fallisce e non sa dirvi
dove si trovino il Brahmaputra e Rio Branco,
gli affluenti dell’Orinoco, lo stretto della Sonda.
Conosceva tutto a menadito,
e ora invece è un trombone arrugginito,
una navicella che affonda.

*

50.
Pian piano anche tu ti sfilerai dalla stretta
cruna della rivolta,
per diventare un vecchietto benpensante che sgretola
croste di massime ottuse, la stolta
avena del fastidioso Buon Senso.
Pian piano diverrai anche tu un oggidiano,
un arcisapiente melenso,
che fruga perdute felicità fra i detriti,
getterai gli spallacci dorati dell’arroganza,
tutte le obese spoglie dei miti,
sarai buffo sul làstrico verde,
sarai raggricchiato, minuscolo, nano
nella luce palustre della tua notte che avanza,
avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.

*

Angelo Maria Ripellino
Notizie dal diluvio
Sinfonietta
Lo splendido violino
Einaudi 2007
A cura di Alessandro Fo, Federico Lenzi, Antonio Pane e Claudio Vela

*
Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 – Roma 1978) dal ’37 si trasferisce a Roma dove sempre vive fino alla morte. A Praga nel ’46 conosce Ela Hlochová, che sposa l’anno seguente. Docente di Letteratura russa alla “Sapienza” di Roma, e cronista teatrale dell'”Espresso”, Ripellino è stato poeta appassionato (il suo corpus in versi è stato di recente restaurato in due volumi, rispettivamente pubblicati da Aragno ed Einaudi), nonché fra i maggiori saggisti del nostro Novecento (fra i suoi titoli Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento, Einaudi 1965; Letteratura come itinerario nel meraviglioso, ivi 1968; Saggi in forma di ballate, ivi 1978; L’arte della fuga, a cura di Rita Giuliani, Guida 1987; Nel giallo dello schedario, a cura di Antonio Pane, Cronopio 2000); innumerevoli anche le sue traduzioni (da Blok a Pasternak, da Belyi a Majakovskij e Chlebnikov). Altre sue opere, Praga magica, 1973, Storie del bosco boemo, 1975 e I sogni dell’orologiaio, 2003.

7 pensieri su “Angelo Maria RIPELLINO (Palermo 1923 – Roma 1978)

  1. Una scrittura dalle vesti barocche su corpi umanissimi del dire, un’erudizione profonda e incontenibile. Angelo Maria Ripellino poeta è stata una grande scoperta, un autore che merita a pieno il nutrito e autorevole apparato critico che gli ha riservato Einaudi.
    Grazie Giovanni
    Antonio

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  2. Dell’edizione Aragno ricordo l’appendice, che raggruppa un manipolo di poesie pubblicate dall’autore nelle sedi più disparate, sempre escluse però dalle raccolte: e quindi tanto più necessarie per la conoscenza completa di un “poeta” finalmente non più (soltanto) “per poeti”.
    Grazie, Giovanni, per questa scelta che dimostra ancora una volta la tua sensibilità.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. Bella scelta, Giovanni, e giusta proposta, visto il silenzio che circonda la poesia di Ripellino. Restituiscono la maestria e la sapienza che derivano dall’aver frequentato grandi poeti e vissuto momenti decisivi del 900, non da osservatore, ma fortemente implicato nelle cose.

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  4. Grazie, Antonio, Roberto e Giorgio.
    Difficile non entusiasmarsi per letture come queste.
    Poesia intrisa di erudizione, certo, attraversata da un’epoca resa, qui, con sprazzi di sorprendente lucidità, ma dove l’uomo c’è tutto, senza veli, a tu per tu coi misteri e i drammi della condizone umana.

    Un caro saluto

    Giovanni

    Piace a 1 persona

  5. A mio parere la Musa non si è mai accostata al prof. Ripellino.Lo diremo con le parole dell’Achmatova: “Scrivere versi è facile, se la musa li detta, altrimenti è del tutto impossibile”

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  6. Se i poeti sono, gli unici, legittimati a rendere intellegibile, attraverso la parola, l’essenza dell’essere, (vedi Martin Heidegger) Angelo M. Ripellino è un poeta nel senso più eccelso del termine, nel rispetto di quella definizione e anche oltre.
    Profonda voragine di tristezza illuminata dalla immensa luce della poesia.
    Alberto

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  7. Perché, in “2”, c’è “inchinarti di fronte al volere del cielo.” al posto di
    “inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
    come Abramo dinanzi al volere del cielo.” come risulta in ogni altro sito dove il testo è presente?
    Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
    guai a chi resta solo come un re disperato
    fra neri ceffi di lupi digrignanti.

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