L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura

di Stefania Podda

«L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura». La frase è di Franklin D.Roosevelt, la pronunciò nel 1932, era il suo primo discorso da presidente. Arrivava alla Casa Bianca dopo la crisi del ’29, dopo la Grande Depressione, parlava ad un paese mai così povero e disperato, scosso nelle sue certezze più radicate.
Oltre settant’anni dopo, quella frase – e quel clima pur nelle mutate coordinate storiche ed economiche – fa da filo conduttore all’ultimo libro di Loretta Napoleoni e Ronald J.Bee, I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura. Napoleoni è un’esperta di terrorismo internazionale, sull’argomento ha già pubblicato Terrorismo spa , Al Zarqawi. Storia e mito di un proletario giordano ed Economia canaglia. Un retroterra di studi che le serve ora per sostenere come la psicosi da attentato che è diventata una costante del mondo post 11 settembre, sia in realtà sproporzionata rispetto alle concrete possibilità che ciò accada.


Per dimostrarlo, Napoleoni e Bee ricorrono alla forza dei numeri che solo se ignorati possono essere piegati alle esigenze della propaganda politica. Al netto della vulgata che passa dai discorsi dei leader politici ai media, i dati sugli attentati internazionali, e sulle loro vittime, dicono infatti una cosa diversa. Ossia che – con l’eccezione dell’11 settembre che continua a fungere da spartiacque – il numero di vittime per mano del terrorismo internazionale e interno non è in crescita, anzi è in calo rispetto agli anni Settanta e Ottanta. «Se ci si basa sulle statistiche e non sulla paura – spiega Loretta Napoleoni,che ieri al Festival della letteratura di Mantova ha parlato di “Politica delle illusioni” -, il rischio oggi di morire in un attentato non è quello che ci viene raccontato o che viene percepito comunemente. Per non parlare della minaccia di un attacco nucleare. Nonostante gli allarmismi, i moniti all’Iran, i titoli dei giornali, è un pericolo meno reale oggi di quanto non lo fosse negli anni della Guerra Fredda. Ed è paradossale quello che sta succedendo nelle ultime settimane con la Russia e gli Stati Uniti che mettono indietro l’orologio della storia, e ci riportano a quel clima e a quei pericoli».

Resta il fatto che l’11 settembre ha cambiato radicalmente l’immaginario collettivo. Gli aerei lanciati contro le Torri, il World Trade Center che si sbriciola, la spettacolarizzazione del terrore, insomma, ha un impatto diverso sull’opinione pubblica rispetto alla freddezza delle statistiche.
Certo, e questo i governi lo sanno bene, e dunque hanno gioco facile nell’alimentare la paura. A patto però di tenere nascoste, come succede oggi, le vere cifre di questo scenario da incubo. E’ chiaro che con i suoi quasi 3mila morti, l’attacco al World Trade Center è spaventoso, e però quella cifra è comunque molto piccola rispetto, ad esempio, alle 100mila persone che ogni anno muoiono per il morso di un serpente o, ancora, rispetto ai 100mila bambini vittime della fame e della malaria. Per non parlare dei morti negli incidenti stradali. Dal 2001 ad oggi, sono oltre 230mila i decessi per questa causa. Secondo il National Center for Statistics and Analysis, nel solo 2004 i morti sulle strade americane sono stati 38.253, cioè il 15 per cento in più del totale delle vittime mondiali in attentati terroristici dal 1998 al 2005. Non solo, ma sempre dopo il 2001, ciò che è andato aumentando negli Usa – lo dice l’Fbi – è il tasso di omicidi, rapine e aggressioni a mano armata. Fare un raffronto e stabilire una proporzione è a questo punto piuttosto semplice.

Sempre a guardare i numeri, però, gli attentati sono invece aumentati nel mondo musulmano. Basti pensare alle notizie che arrivano ogni giorno dall’Iraq. Un paradosso o la logica conseguenza di scelte politiche?
Questo è un dato interessante. E’ vero che dopo l’11 settembre, l’incidenza dell’attività terroristica – interna e internazionale – nella regione Medio Oriente-Golfo Persico è cresciuta, passando da 50 attacchi prima dell’11 settembre a quasi 4.800 nel 2006, mentre le vittime sono passate da un centinaio a 9.800. Questo significa, e si guardi all’Iraq e all’Afghanistan, che la guerra al terrorismo è un colossale fiasco, ha seminato instabilità in una regione cruciale per gli equilibri mondiali. A questo punto appare chiaro come la teoria dello scontro di civiltà, che è stata usata per costruire tutto lo scenario post 11 settembre, sia in realtà un risultato, una conseguenza, di quella politica piuttosto che la sua causa.

Lei sostiene nel libro che, a dispetto del sentire comune, l’Occidente è molto più sicuro oggi di quanto non lo fosse negli anni della Guerra Fredda. Allora l’idea di un esercito di jihadisti in continua crescita e in grado di colpire ovunque, e con effetti devastanti, è falsa?
La verità è molto più semplice: da anni quel fenomeno è in declino nell’Occidente, e lo è perché la nuova generazione di jihadisti è sostanzialmente una generazione di incompetenti. Non sono professionisti preparati o gente con un background culturale o ideologico, il che li renderebbe davvero pericolosi.

Ma l’idea che chiunque possa inventarsi terrorista e farsi saltare in aria da qualche parte, non è questa una componente essenziale delle paure e delle insicurezze di oggi? Quella a cui è più difficile rispondere con lucidità?
Sì, ma bisogna adeguare l’immagine alla realtà. Di tutti i terroristi uccisi o catturati in questi anni, non se ne trova uno che abbia il peso e l’importanza che gli attribuiscono i media. In questo, politici e analisti scontano la sostanziale ignoranza di quel fenomeno prima che fossero costretti ad occuparsene. Prendiamo al Zarqawi. Oggi sappiamo che non era l’ufficiale di collegamento tra Saddam Hussein e Bin Laden, così come il governo statunitense ha sostenuto per invadere l’Iraq. La generazione che ha concepito e eseguito l’attacco al Pentagono e alle Torri gemelle è stata spazzata via dall’invasione dell’Afghanistan. A parte gli uccisi e i catturati, o quelli fuggiti all’estero, il resto si è rifugiato in Waziristan rimettendo in piedi l’organizzazione in una delle regioni più arretrate e meno alfabetizzate del mondo. Il che non depone a favore della forza delle future generazioni d jihadisti. Ora in giro ci sono, per lo più, terroristi autodidatti che studiano su internet come procurarsi e maneggiare gli esplosivi. Nulla a che vedere, ad esempio, con le capacità dell’Ira negli anni Settanta-Ottanta.

Passiamo alla questione dell’Iran e del nucleare. Quanto di vero e quanto di propagandistico c’è nello scenario apocalittico che ci viene rappresentato?
C’è molta propaganda. Solo in due passaggi storici siamo stati realmente vicini ad un conflitto nucleare: Berlino e la crisi dei missili a Cuba. Allora c’erano due superpotenze che si fronteggiavano, dicendosi pronte a usare la bomba. Oggi invece l’atomica è per l’Iran uno strumento di potere e orgoglio nazionale, mentre per la Corea del Nord è stato una via per ottenere soldi dagli Usa. Ahmadinejad alza la voce e la posta, e così facendo detta le condizioni e condiziona le trattative, ma l’idea che davvero voglia annientare Israele è fantapolitica. Anche perché in Iran c’è un sistema politico strutturato, non un regime dittatoriale e fuori controllo. Dire il contrario è propaganda, così come è una palese bugia dire che i terroristi possono farsi l’atomica in casa e che in giro per il mondo ci siano decine di cosiddette mini-bombe.

La politica della paura e l’ossessione della sicurezza hanno anche una concreta traduzione economica. Un’economia modellata sull’incubo indotto del terrorismo è in attivo o in perdita?
In perdita, in netta perdita. Per andare dietro a fantasmi creati ad hoc, l’Occidente si sta suicidando dietro ad una politica economica folle. La guerra al terrorismo sta paralizzando le economie occidentali e sta facendo crescere a dismisura il prezzo del dollaro – fattore che indebolisce le nostre classi medie e aumenta il benessere dei paesi esportatori di greggio. Non dimentichiamo che prima dell’11 settembre, un barile di petrolio costava solo 18 dollari. Inoltre le leggi antiterrorismo del Patriot Act e simili – che hanno compresso le nostre libertà e i diritti civili – non sono riuscite a frenare i finanziamenti ai gruppi e i loro movimenti di capitali. Questi gruppi hanno dimostrato grande capacità di adattamento, sfuggono a controlli comunque inefficaci e prosperano. Così, mentre in Iraq tra furti di petrolio, sequestri di persona e contrabbando d’armi, la guerriglia è oramai capace di autofinanziarsi, in Europa e negli Usa il potere d’acquisto del cittadino medio e la sua qualità di vita è precipitata. Senza che comunque questo sia servito a renderci più sicuri.

Per parlare della paura e dell’uso strumentale che di questo comune sentire fanno i governi, lei cita Roosevelt. All’insicurezza e alla paura di allora, Roosevelt rispose lanciando il New Deal, ossia un programma di spesa pubblica che sostenesse la ripresa economica. E oggi quale dovrebbe essere la risposta?
La soluzione passa per la presa di coscienza che stiamo buttando via risorse ed energie ad affrontare lo scenario sbagliato. Cominciamo a smitizzare questa paura, a dire che è strumentale, che il vero problema non è che l’Iran costruisca o meno l’atomica. Il nostro nemico è l’economia impazzita, non quella forma di criminalità organizzata che risponde al nome di terrorismo.

04/09/2008

Pubblicato su Liberazione, del 4 settembre 2008

12 pensieri su “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura

  1. Pingback: L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura (La poesia e lo spirito)

  2. Sono d’accordo solo parzialmente sia sull’analisi, sia nell’uso parzialmente strumentale, che anche l’autrice fa dei numeri.
    Concordo quando afferma che la lotta al terrorismo sta paralizzando psicologicamente, ma non così tanto, l’economica occidentale: basta pensare ai voli aerei, ai controlli, al tempo che si perde e ai maggiori costi che questo sistema di controlli comporta. Sabato prenderò un volo intercontinentale, a Malpensa, alle 7 di mattina, e mi toccherà alzarmi alle 4: miseria trota schifittosa.

    Sono meno d’accordo quando prende i 3000 morti delle Twin Towers e li confronta con le cifre gigantesche dei morti per incidenti stradali, morsi di serpente, etc… Non è possibile un simile confronto e non ha senso: è come se dicessimo che, siccome si muore molto meno di AIDS che di alcolismo, allora l’AIDS non è importante. Mi comparano mele con pere e l’unico paragone che mi pare corretto potrebbe essere l’analisi comparativa dei morti per terrorismo nei paesi occidentali, prima e dopo l’11 Settembre.

    Anche andare a confrontare i jihadisti (concordo sul fatto che, in parte, la loro preparazione sia molto inferiore rispetto a quella ad esempio, dei Gruppi Palestinesi storici), con l’ETA o le BR o la RAF non ha alcun senso, perché quelli erano gruppi terroristici che avevano tutt’altra matrice e sono scomparsi sia perché non avevano appeal sulla popolazione, sia perché, a un certo punto, sono stati tagliati i cordoni della borsa e, senza denaro, non è possibile fare i terroristi; in barba a tutte le ideologie di questo mondo.

    Idem per l’andamento del prezzo del petrolio: l’anomalia era avere un barile a 18$, e l’altra ‘anomalia’ era che, prima del 2001,le richieste di petrolio da parte di Cina e India erano notevolmente inferiori rispetto a quelle attuali. Questa è la variabile che, assieme a una importante componente speculativa comparsa negli ultimi 16 mesi, ha portato il petrolio a lievitare. L’invasione dell’Iraq non ha spostato il quantitativo di petrolio presente sul mercato nemmeno di un barile perché l’Iraq era sotto embargo e, a parte alcune partite in nero (pare negoziate da società Francesi e Russe, anche se non sono mai state portate prove effettive), erano anni che il petrolio Iraqeno era insignificante rispetto al totale esportato. Basta andare a guardare le tabelle produttive sul sito dell’OPEC o sul sito della CIA: sono pubbliche. La controprova che la guerra in Iraq poco ha influito sono le recenti fluttuazioni del prezzo: in calo nonostante l’OPEC (proprio ieri) abbia dichiarato di voler diminuire la produzione di mezzo milione di barili al giorno per cercare di tenere alto il prezzo. Nemmeno loro, con solo mezzo milione di barili in meno al giorno, sono in grado di contrastare la discesa della bolla speculativa che ha realizzato i guadagni che voleva, e sta cercando altre aree meno rischiose (il calo della produzione e dei consumi sta colpendo anche Cina e India che sembravano intoccabili) sulle quali investire. La prossima, così a naso, sarà la scommessa della rivalutazione del $ sull’Euro; mi aspetto che entro i primi sei mesi del 2009 tornino quasi in pareggio, a meno di strane rinascite della UE o di un abbassamento improvviso dei tassi di sconto da parte della Banca Centrale Europea.

    Sulla questione Iran e nucleare non mi metto: solo pochi sanno come stiano realmente le cose, sicuramente non lo raccontano in giro e quindi prendo le dichiarazioni come opinioni e nulla più.

    Leggendo questa intervista pare che tutta l’economia mondiale ruoti attorno alle guerre di Iraq e Afghanistan, bah, a me pare una posizione più politica che reale e, da quel punto di vista, fece molti più danni la vicenda delle Twin Towers, di cui oggi, nonostante l’anniversario, nessuno parla.

    Blackjack.

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  3. Fabrizio: sono COMPLETAMENTE d’accordo e senza alcuna remora! ma c’è modo e modo per esprimere un concetto. Tu lo fai in modo lineare e, trovare numeri per una simile linearità e sostenerli, è semplice. Nell’articolo che hai postato questa linearità non esiste e i numeri, che dovrebbero rafforzare il concetto, ad un’analisi appena sotto la superficie, lo smantellano rendendo, in questo modo, un’idea inizialmente corretta, marcatamente falsa. Si cerca di piegare i numeri a tesi di parte.

    Se ripercorri ciò che ho scritto, non troverai nessuna traccia che contesta ciò che hai scritto nel tuo breve commento, e che mi trova d’accordo, ma solo una ‘visione diversa’ dei numeri artificiosamente rimaneggiati e presentati in quell’articolo. C’è una domanda che mi sono sempre posto ed è questa: perché per descrivere un concetto semplicissimo, troppo spesso si ricorre alla lente ideologica e si cerca di piegare i fenomeni a proprio uso e consumo? A chi giova? Non sarebbe più semplice e molto più comprensibile per chi legge, se chi ha rilasciato questa intervista, si presume un esperto, avesse marcato direttamente il punto focale senza vestirlo con artifizi sociologici e statistici?

    In questo articolo invece, mescolando in modo scorretto due idee corrette (l’economia che richiede sempre un tributo troppo alto di molti a vantaggio di pochi e la stronzata della guerra in Iraq), il risultato che ottengono è quello di fornire un’informazione falsa e facilmente attaccabile: lo sanno anche i bambini che il petrolio, a parte i primi due mesi durante i quali subì leggere variazioni, è aumentato per altri fattori. Perché raccontare una balla per giustificare due motivazioni corrette?

    A me preoccupa molto di più una comunicazione di questo tipo, pseudotecnica e pseudoscientifica, che un’opinionista che spara cazzate. L’opinionista, agli occhi di chi legge, gioca a carte scoperte e si sa in partenza che ciò che stiamo leggendo sono opinioni; lo pseudosceintifico invece, ti inchiappetta in modo subdolo e fa passare tesi errate rimestando numeri che la maggior parte delle persone non sono in grado o non possono controllare. Si chiama disinformazione, per me.

    Ciò non sposta di una virgola ciò che affermi e che mi trova più che d’accordo, ma l’argomento dovrebbe essere presentato in tutta la sua crudeltà e durezza e non piegato e forgiato all’uopo per sostenere tesi sbilenche e marcatamente politiche.

    Lo sostengo da decenni che la prossima grande guerra sarà fra chi muore di fame e chi ha la popolazione con il 60% di obesi: di solito mi prendevano in giro.

    Blackjack.

    PS: ora tutti litigano per il petrolio, ma il vero petrolio del futuro sarà (lo è già!) l’acqua. Perché nessuno ne parla seriamente andando a fare i conti in tasca, senza lenti ideologiche, alle multinazionali e ai vari governi? Perché è scomodo? Perché è un business che ci si deve accparrare prima che sia troppo evidente? Perché è pericoloso? Lo sai che il precedente governo Prodi ha tentato di privatizzare più fonti d’acqua di tutti gli altri messi assieme? Per fortuna è durato poco…

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  4. un dato può essere considerato da molti punti di vista, Black.
    prendiamo due casi eclatanti: Alitalia e il problema dei rifiuti. si può dire tranquillamente: il caso è risolto; oppure: il caso è irrisolvibile. e ci sarebbero buone ragioni per sostenere una tesi e quella contraria. l’importante è andare alla sostanza. e la sostanza è che alla fine ci rimettono i deboli, per un’intrinseca tendenza del sistema. inutile dire che se per la questione Alitalia, ad esempio, sostengo che il caso è risolto, qualche manipolazione della questione la sto facendo di sicuro.
    se sta nascendo un giornalismo partecipativo è perché ormai si sa che bisogna fare la tara di quello che si vede e si sente. il guaio è quando quello che si vede e si sente è a senso unico. bisogna almeno bilanciare le fonti informative.

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  5. Fabrizio, anche in questo caso sono d’accordissimo, con l’idea di fondo: conviviamo con un sistema informativo che informa poco e ci “opinionizza” e quindi è necessario reagire e creare un circuito informativo alternativo. Non fa una piega!
    E’ a questo punto che ci separiamo: nella fase realizzativa. Tu, scusami se semplifico, la butti sul: ‘purché le fonti siano diverse’.
    A me non basta e la butto sul: ‘purché siano attendibili e oneste’.

    L’impressione che ho (è solo una mia opinione, quindi considerala come tale) è che la strada del ‘purché le fonti siano diverse’ non ha mai pagato, non pagherà e corre il rischio di diventare un boomerang imbarazzante. Provo a fare un esempio. Fintanto che la discussione è fra me e te, o le persone di LPELS, o quelli che hanno letto questo articolo su Liberazione, va tutto bene: è chiara l’idea di fondo (i deboli!) e, fra una smoccolata e l’altra, ci si capisce. Possiamo persino pensare di riuscire a creare un piccolo movimento d’opinione.
    Ma, e lo sai meglio di me, i cicli decisionali si muovono a livelli diversi e, prima o poi, se vuoi cambiare qualcosa, ti tocca alzare il livello della discussione e uscire dal circolo dei ‘non esperti’ (il lettore classico, anche se istruito, informato, etc…) e andare ad affrontare gli ‘esperti’ (che chi gestisce il potere riesce a pagare, bene, e ad utilizzare).
    Ipotizziamo di aver consolidato, forti della nostra idea, un movimento d’opinione consistente, che non può essere ignorato e che la rappresentanza del nostro movimento di opinione, forte di una ragione di fondo lapalissiana (tutelare i deboli), si trovi a discutere, in una tavola rotonda pubblica, con un esperto del ‘potere’ partendo dai dati di questo articolo. Ammettiamo anche che l’esperto giochi correttamente e non utilizzi trucchi: il risultato del confronto sarebbe comunque una ‘strage’ dialettica e scientifica e la rappresentanza del nostro ipotetico movimento d’opinione farebbe una figura di cacca perché, incoscientemente e fidandosi, andrebbe a sostenere la propria tesi, corretta, utilizzando dati sbagliati e facilmente attaccabili, facendo la figura degli incompetenti ideologizzati. E’ uno scenario che hai già visto? A me è capitato di assistere più di una volta a ‘esecuzioni’ come queste…

    Questo meccanismo, che è molto più perverso dell’opinionizzazione (come la chiamo io) deve essere spezzato e l’unico modo per spezzarlo è fornire al lettore (elettore e cittadino!) che si vuole coinvolgere, anche se a volte non fanno piacere, informazioni e dati reali e non ammaestrati da ‘tendenze politiche’. La strada è sicuramente più ardua e vedo un unico percorso per arrivare a generare un’informazione coerente di questo tipo: creare dei “think thank” alternativi che riescano a padroneggiare i dati reali, e consentano di giungere a un confronto dialettico sulla sostanza, senza perdere la partita ancora prima di iniziare la discussione.

    E’ un percorso duro, che richiede impegno e tempo e dedizione. E’ un percorso che sarà osteggiato non solo dalla parte avversaria, ma anche dall’interno perché, necessariamente, dovrà passare sulla testa dei ‘presunti’ esperti di parte, che non saranno contenti. E’ un percorso duro perché, durante la fase di apprendimento e di crescita, sarà necessario svestirsi delle proprie convinzioni politiche e ideologiche. E’ un percorso duro perché non sarà facile ammettere che gli esperti non sono quelli che pensavi, ma stanno da un’altra parte e, probabilmente, della politica, dei deboli e di tutto il resto, non gliene frega nulla.

    Ma è l’unico percorso che vedo e non riesco a immaginarne altri.

    Blackjack.

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  6. su questo mi sembra che possiamo essere d’accordo, Black.
    il problema del giornalismo, in genere, è la carenza di tempo. per i giornali meno foraggiati dalle majors c’è anche una carenza di mezzi: redattori che devono farsi in quattro, o in otto, per coprire tutti i ruoli e tappare tutti i buchi.
    anche per questo si sta facendo strada un’attività alternativa (hai visto l’elenco di siti che ho linkato?) che se non altro ha una funzione provocatoria nei confronti degli addetti ai lavori. si tratta infatti di una sorta di volontariato in cui ognuno dei redattori del giornale virtuale può descrivere quello che accade sotto casa sua. come dire: lo vede veramente, non se lo deve inventare perché non ha i soldi per pagare il biglietto aereo.
    i professionisti stanno cercando di reagire, ad esempio con questo.
    aspettiamo di vedere gli sviluppi.
    e magari qualcosa possiamo fare anche noi.

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  7. Fabrizio, va bene, può essere un primo viottolo, potrà diventare una strada, magari un’autostrada, ma rimarrà sempre e comunque un giornalismo descrittivo: non in grado di andare al di là delle opinioni. Può andare bene come ariete, ma poi ci si ferma e, se non si fa il salto di qualità, rimane una forma ‘simpatica’, ma collaterale e funzionale al sistema che pretende di combattere perché fornisce, al sistema, la protezione del: con la rete e pochi soldi puoi tutto e sei libero. Anche questa l’hai già sentita mi sa…

    Sull’eINK, vicenda che ho seguito per altri motivi (che non ti racconto altrimenti ti pieghi in due dalle risate), ho qualche dubbio, accompagnato dall’impressione che sia una tecnologia di transito già sorpassata da altre; in circolazione, ad esempio, ci sono già prototipi funzionanti di LCD molto più sottili e pieghevoli: è solo questione di tempo e, con la messa in produzione su larga scala, costeranno meno dell’eINK. Non credo che sia economicamente conveniente investire un sacco di soldi (in strutture e riorganizzazione dei processi) per una tecnologia che sarà vecchia fra 5 anni. Poi magari mi sbaglio clamorosamente, come sempre quando faccio previsioni, e sarò smentito; poco, male: gli unici che non sbagliano mai sono quelli che non fanno nulla.

    Torno ai giornali ‘piccoli’ con i redattori che si fanno in 96. Il problema dei piccoli giornali è lo stesso che avevano (e scusami il paragone) i piccoli produttori di vino negli anni ’80: pochi mezzi per poter competere con i grandi. Dove hanno trovato la soluzione? In un’unica direzione: qualità estrema del prodotto! E’ l’unica strada che vedo percorribile per i piccoli giornali: selezionare accuratamente le notizie, non cercare lo scoop a tutti i costi e puntare sulla qualità delle informazioni e non sulla tempestività della notizia. Lì c’è la TV che li massacra senza via di scampo e poi ci sarà internet e poi un sacco di altre cose. Loro devono puntare sulla qualità dell’informazione: dati VERI non filtrati dall’ideologia! In giro ci sono quintalate di persone disposte a spendere per un giornale di qualità.

    Perché non lo fanno? Per lo stesso elenco di motivi che servono per far partire un ‘think thank’ serio: è dura e ti rimette in discussione.

    Blackjack.

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  8. Fabrizio, sei lapidario e mirato, come sempre, ma non sempre essere lapidari e mirati è sufficiente per cogliere l’obiettivo.

    Blackjack.

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  9. Sono d’accordo con l’affermazione che molte paure, più che fondate nella realtà quindi spie di pericoli davvero imminenti, sono paure mediatiche, ad arte o incoscientemente “provocate”: a questo tipo di paura, quasi un irrazionale contagio delle masse, mi pare che non dobbiamo cedere. Poi ci sono le paure razionali, o ragionevoli, quelle di cui parla Centofanti, come l’impoverimento – non solo economico – dei più: questo tipo di paure possono metterci in guardia e spronarci ad agire per la giustizia.

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  10. Black, il mio obiettivo è raggiungere i poveri. e vorrei che anche i giornali approdassero a quella meta. altrimenti ce la meniamo inutilmente sugli introiti di chi il prezzo della vita lo fa pagare sempre agli altri.
    grazie, Eleonora.

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