Dal ponte sconfinato della poesia

Dal ponte sconfinato della poesia

I testi dei sette autori che di qui a poco vi troverete a conoscere, sono il risultato di un’agile selezione della ricca antologia poetica sul ponte sconfinato di Limey e altre poesie, edita recentemente da Lampi di stampa. Diverse le proposte di questi, chi più chi meno qui esorditi, scrittori – eppure stranamente coese: come fossero gli elementi di un improvvisato ensemble alle prese coll’accordatura. La curatela è di Valentino Ronchi, già vincitore del Premio Baghetta (prima edizione, 2007) con il suo prezioso Canzoni di bella vita (Lampi di stampa, Milano 2007), ora fresco di ristampa (riveduto e ampliato). Sua è anche la direzione della giovane collana di poesia “Festival” di Lampi di stampa, figlia di un fine e importante lavoro di ricerca di testi e autori: contraddistinta – diciamolo – da una rara qualità nelle proposte (fin qui i volumi di Raimondo Iemma, Lorenzo Carlucci, Silvia Monti e Federico Zuliani).
sul ponte sconfinato di Limey è il quarto tassello di questo “Festival”, che ci auguriamo possa avere un lungo e altrettanto felice futuro.

aditus

 

RAFFAELE CASTELLI CORNACCHIA
            [da sul ponte sconfinato di Limey / (di ritorno dalla Val Calepio)]

     L’alba ha poco da volere
e lei è vestita con un semplice lenzuolo
usato il mattino
e per ornamento solo la luce
frullante d’api
proveniente dal mercato di sotto,
il piede fisso sulla soglia
ove non fuggire se non per volgere
occhi rapidi,
rapiti dal sussurro
che come vento la richiama
ancora in grembo al piacere
dicendo e inchinandosi alla stessa parola
in tutte le lingue del nord: c’è tempo.
C’è tempo
per scuotere ogni capello del capo
e non raccoglierne i persi
ma disperderli, giù, dal lucernario
senza suono nell’aria della piazza
giù, dove prima vociava senza disturbare
il mercato degli odori divini di sotto
con le sue spezie destanti
gli amuleti di perla e la guardia regale a noi due.

*

     Oggi tutte le notizie del mondo
riguardano soltanto noi,
qualcosa è cambiato nell’aspetto
meno che nell’espressione
nelle idee meno che negli intenti
e non so se non lo volevamo.
Qualcosa di più grande di noi
s’è sostituito ai vestiti
alle tende delle finestre, ai tappeti
agli asciugamani e alle tovaglie
e filtra una luce sempre accesa
che non ci lascia dormire mai;
Come il neon azzurro
di una sala d’aspetto piena di veglia
e non stiamo aspettando
insieme nello stesso posto eppure,
eppure sì, tutte le notizie del mondo
riguardano soltanto noi.

 

ANDREA CIROLLA
            [dalla prima antologia poetica di Via delle case belle (estratti)]

Avvertenza al lettore

In questo paese mancano i falegnami, gli imbianchini, gli affittacamere; si può dire di tutto, ma non che manchino i poeti. Solo nella mia strada ne conosco da non farceli stare sulle dita di una mano. Poi ci sarebbe la strada retrostante, quanti poeti pure lì. E più le strade sono lontane da casa mia, più la mia frequentazione si fa meno frequentata dalla memoria, per giocare con le parole. È un accadere inversamente proporzionale alla legge della nostalgia: più io mi allontano da casa e più smarrisco le tracce di quei grandi narratori che sono i poeti di questo paesello ai confini dell’acqua, del nostro grande fiume. Sarà per il limine a cui s’accostano: l’acqua giunge e se ne va, ridefinisce giornalmente le distanze, cambia il paesaggio, ruba il riconoscimento. Eppure io quei poeti li ho incontrati, abbiamo pure cenato insieme. Mangiare insieme alle persone: con questo le conosci.
Ma non c’è niente da fare, io devo, anzi io posso limitarmi alla sola via di casa mia. E capirete pure che basterà così, da dirne ce ne saranno, e ce ne sarebbero tante ancora. Così mi convinco, augurandomi che il gentile lettore apprezzerà la scelta, a licenziare il presente volume, che costituisce la Prima antologia poetica di Via delle case belle.
Ha poco senso che mi dilunghi ancora un poco sul fermento letterario che colse nell’anno di grazia duemila–e–sette Via delle case belle, il lettore avrà modo di capire o vedere di persona. Questo libro è un incentivo, ma la rete di trasporti pubblici ancor di più, è solo fuori casa, certo un po’ disastrata, eppure basta che vi affacciate come ho fatto io.
E ora chiudo l’avvertenza, perché avvertiti lo siete stati. A me sembra di aver detto tutto, o almeno di aver detto abbastanza.

Il curatore

*

Dalla IIa Sezione, “Il caso di Romolo Saliente” […] Parte I, Fr. 1

Ho vissuto a lungo fingendomi morto

Io e quel mio amico siamo andati nella casa dei vecchi papponi. I vecchi papponi vestono vestaglie rosse lisce di sera. Ci hanno lasciato nel salone. Un tavolo lungo e, sopra, una tovaglia corta ai quattro vertici. I vecchi papponi sono papponi di amiche lesbiche ammiccanti, alcune di nero vestite. Qualche vecchio pappone s’intrattiene con altri vecchi papponi e poi arriva e ammicca a me e al mio amico. Solo dopo porta un vassoio coperto di bicchieri, di cristallo perché luccicano così. Ma alcuni non sono bicchieri, hanno forme più nobili. Non ci dicono niente, a me e al mio amico, i vecchi papponi. Non ci è rimasto neanche il tempo di ammiccare verso qualche amica intrattenitrice nostra e delle sue amiche lesbiche. Ci sembra giusto principiare il pasto. E allora mangiamo i bicchieri perché il cristallo è zucchero lucente, fragrante e trasparente.

 

MARIANO PALMISANO
            [da narcosi]

Palinsesto

     Natiche belle appaiono dal mare.
Lei sa che può rallegrare molti uomini;
ormai in tanti nuda l’hanno vista
e sparso fama delle sue grazie.
Preceduta dovunque dalla voce,
che soltanto del nudo sia capace,
desidera sorprendere ora tutti:
gli indumenti annuncino misteri

Incontra un uomo stanco delle guerre
e delle solitarie sere amare.
Sorriso tenue e parole tenere,
occhi profondi del color del mare,
desideroso lo rifà d’amare;
così gli mostra seni, glutei e ventre
e al suo furore, che lui stesso aborre –
egli s’illude che sia solo sua – :
furore uguale all’estiva calura,
ché da essa ci ristora il salso mare.
     Ma, prima che sia giorno, ella riparte,
lasciandolo nel sonno: al risveglio
lui troverà soltanto una parte
delle vesti di quella, lì lasciate,
così che, annusandole, ricordi
ancora quella notte e ne parli,
con grande orgoglio, ad amici invidiosi.

     Lei vaga seminuda e insegue specchi

Niente le piace, è presto scontenta
dei nuovi abiti che le si offrono;
ne chiede altri, insoddisfatta e altera:
a sé concentra e brucia novità.
     Ma a tutti quelli che poi sedurrà
splendidamente vestita ogni notte
apparirà. Invano tenteranno
di trattenerla alla propria alcova:
le piacerà cambiare gli uomini
così come succede con le vesti.
     Sarà di nuovo a proprio agio nuda,
quando, il guardare preferito al tatto,
radunerà lei circoli di immagini

*

    Nella penombra si è abbandonata.
È lista tenue sul volto la luce.
Dipinti lievi riappaiono i seni,
torniti i fianchi, brividi imprendibili.
Esplorando, le dita sono fiori.
Scendono negligenti verso il pube.
Incantevoli mani affusolate
scompigliano capelli ondeggianti.
Sono galassie le braccia distese.
Natiche morbide sono misteri.
Riaffiora in piedi contro l’orizzonte.
Svetta la nudità. Un vuoto sorriso.
Si allontana fulminea e silenziosa

 

LAURA FARINA
            [da un godimento perpetuo]

Succo di musica

Dai tasti
solo bianchi
(è troppo presto
per quegli altri)
le mie dita
hanno estratto
un succo di musica
che più che berlo
poi
l’ho ascoltato:
la ninna nanna di Brahms.
Boh!
Mai suonata
La musica è entrata
di nascosto
nel mio letto
di neonata.
Letto?
Macché dici
culla.
Dal collo
di un cucciolo-carillon.
Ho aspettato
sette lustri.
Ora è qui
la musica
che mi culla
la culla
che mi musica
E finalmente ruoto il collo.
E l’uomo che cancella il passato
Eh sì che si proietta nel futuro!

*

Strane sintonie

Chiusi gli occhi su quel notturno di Chopin.
E l’odore
del pollo
quasi pronto
nel forno
dalla cucina
mi giunse
in sol maggiore.

 

ANTONIO PELLEGRINO
            [da poesie dell’autocritica]

Non mi affeziono a niente e a nessuno

perché il tempo impone di procedere svelti,
senza fermarsi a guardare, a gustare
checchessia.

E ogni libro è uguale all’altro
pagina per pagina, ogni nota di canzone
non è che una nota di canzone,
ogni macchia di colore
un pezzo anonimo di dipinto,
senza alcuna sfumatura.

*

Tanto il cerchio gira sempre

Tanto il cerchio gira sempre
e torniamo come prima allegri e vivi
vuoi per un incontro
vuoi per una nuova combinazione
con leggerezza che sembra di volare;
non temiamo la caduta
stiamo pure ad aspettare
tanto il cerchio gira sempre.

 

EMANUELA NIADA
            [da fondali scorrevoli]

Il sonno

Fin qui il reale,
i ritmi scanditi.

Poi nella fascia di confine
s’allenta la tensione,
affiora una zona intima,
densa di probabilità.

Scambi emotivi più sinceri.
Non avvengono.

La pressa della fatica
appiattisce tutto,
qualcosa s’incrina,
cristallizza,
schianta.

Due salme
parallele.

Lui è scivolato,
scende i gradini,
silenzio rimbomba
dei suoi passi.

Giunge un che di attutito,
logoro, sfibrato.

Non vede
lacrime di vetro,
livide vampe.

Lei vorrebbe un cenno,
un arrivederci
a domani, in superficie.

Giunge un che di attutito,
logoro, sfibrato.

Un’eco di
altre mani
che non spegnevano
sete di contatto.

A loro volta,
afferravano
il vuoto.

 

FRANCESCO PELLEGRINO
            [da intersezioni / (sogno breve di un aviatore)]

fuoco di prima guerra,
a tracolla di spalle ossute da ragazzo,
qual fosse un carniere colmo di pernici.

ho lasciato un cane che abbaia.
un amore verde,
aspro di baci e di parole ingenue.

inseguo quelli che hanno già deciso.
da che parte stare,
il primo compagno da tradire.

smetterà di piangere.
prenderò una piccola madre
tra le braccia,
ballo per tutta notte.

*

escono dagli antri di freddo
le miniature senza volto.
prendono una vita
di luce e pensiero,
linea sbrecciata dei vicoli.

ti ho fermato.
ho letto le rughe.

bianche di ferro,
il battito lento
impresso nella carne.

***

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