Cristo è maggiore di Gesù, di Vito Mancuso

Critica evoluzionista all’ultimo libro di Augias&Cacitti, con postilla sulla verità che è maggiore della storia

Non sarebbe difficile opporre un sostenuto fuoco di sbarramento all’ultimo libro di Corrado Augias, scritto insieme allo storico Remo Cacitti. Partiamo dall’incipit di Augias: “Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione”. Come spiegare allora il suo ripetuto contrapporre in Matteo 5 “avete inteso che fu detto… ma io vi dico”, laddove il fu detto si riferisce alla religione ebraica e l’io vi dico al suo nuovo insegnamento? Ancora Augias: “Gesù non ha mai detto di voler fondare una Chiesa”. Come spiegare allora il “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Matteo 16,18)? Ancora: “Mai ha detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva”. Come spiegare allora quando dice di “essere venuto per dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45) e quando nell’ultima cena pronuncia sul calice le note parole “questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Matteo 26,28)? Ancora: “Mai ha detto di essere unica e indistinta sostanza con suo padre, Dio in persona”. Come spiegare allora “io e il Padre siamo una sola cosa” (Giovanni 10,30) o anche “io sono nel Padre e il Padre è in me” (Giovanni 14,10)? Ancora: “Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore”. Come spiegare allora “se uno non è generato da acqua e da spirito non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3,5)? Ancora: “Non ha mai istituito una gerarchia ecclesiastica finché fu in vita”. Come spiegare allora la vera e propria struttura piramidale data da folla, 72 discepoli, 12 apostoli, 3 apostoli più vicini (Pietro, Giacomo, Giovanni), infine il solo Pietro (“a te darò le chiavi del regno dei cieli”, da cui la popolare immagine di san Pietro portinaio del paradiso)? Ancora: “Mai ha parlato di precetti, norme”. Come spiegare allora il testo menzionato dallo stesso Augias “non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto ad abolire ma a dare compimento”, che poi continua: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, sarà considerato minimo nel regno dei cieli” (Matteo 5,17 e 19)?

Un tale fuoco di sbarramento, prodotto qui per le prime dieci righe di Augias (a parte l’affermazione “non ha mai detto di essere nato da una vergine che lo aveva concepito per intervento di un dio”, cui è obiettivamente impossibile contrapporre una frase di Gesù o a lui attribuita), potrebbe continuare per i testi di Cacitti. Due esempi al riguardo: 1) non è vero quanto affermato a pag. 213, cioè che “nei lezionari il testo dell’Apocalisse di Giovanni non compare mai”, si veda come esempio del contrario la prima lettura della messa di Tutti i Santi; 2) è altrettanto inesatto dire che il documento del Vaticano II che apre alla libertà religiosa sia la Nostra aetate, come si legge a pag. 246, perché il documento conciliare al proposito è la Dignitatis humanae (la Nostra aetate si occupa delle religioni non cristiane, come mostra di sapere bene Augias nell’intervento successivo). Sono due piccole inesattezze che a mio avviso svelano una determinata impostazione concettuale, quale si riflette sia nella valutazione dell’apocalittica (la cui scomparsa per Cacitti è un male da attribuire alla Chiesa post-costantiniana) sia nella valutazione dell’attuale pontificato, interpretato come “restaurazione confessionale” che minaccia la libertà religiosa (si può essere d’accordo su qualche aspetto di restaurazione, ma non si può onestamente negare a Benedetto XVI una continua e decisa azione a favore della libertà religiosa).

Tale fuoco di sbarramento però lo ritengo un’operazione sostanzialmente inutile, che non farebbe che riproporre uno scontro che dura da tempo senza che il pensiero proceda anche solo di un po’. Dietro le affermazioni di Augias riportate sopra vi sono infatti decenni di studi e di pubblicazioni specialistiche nel campo biblico, che Augias divulga con l’efficacia a tutti nota. Non è lui, sono autorevoli esegeti e teologi a sostenere che Gesù non volle fondare una nuova religione, né una Chiesa, né una morale, né una liturgia, e a separare nettamente sulla base di accurati studi il “Gesù della storia” (Yehoshua ben Yosef) dal “Cristo della fede” (la seconda persona della Trinità), ritenendo quest’ultimo una costruzione successiva, e illegittima, della Chiesa. È la medesima prospettiva sostenuta da Remo Cacitti: “Condivido la tesi che Gesù non avesse intenzione di fondare una Chiesa, tanto meno una religione diversa dal giudaismo da lui professato” (pag. 152), sicché “Paolo può essere considerato il vero fondatore del cristianesimo” (pag. 46). Il che significa che ovviamente non sarebbe difficile, per Augias, Cacitti e in genere i sostenitori della prospettiva che io chiamo “separazionista”, contrapporre ai testi da me citati sopra (ritenuti tardive aggiunte della comunità) altri testi evangelici considerati ben più originari, i soli autentici ipsissima verba Jesu. Questo è lo stato dell’arte, e non c’è nessuna possibilità di chiarirsi veramente le idee se si rimane al livello della critica storica e letteraria: tra le migliaia di versetti biblici ciascuno si sceglie quelli che più gli fanno comodo e li interpreta in conformità alle sue tesi. La frammentazione odierna del mondo protestante, di quel cristianesimo che a partire da Lutero ha voluto basarsi sulla sola Scrittura, è sotto gli occhi di tutti a palese dimostrazione dell’incapacità della Bibbia di produrre interpretazioni unitarie e unificanti.

In questa prospettiva il mio vero disaccordo con Augias, per stare sempre alla prima efficacissima pagina del libro, consiste nel fatto che ha presentato le sue affermazioni su Gesù come “incontestabili verità”, mentre si tratta solo di tesi certamente documentate ma quanto mai contestabili, e in effetti contestate da parte di esegeti e teologi autorevoli tanto quanto lo sono quelli sui quali Augias basa le sue argomentazioni. E sempre a proposito di forzature, mi sembra che siano definibili come tali anche le parole che Cacitti riserva al libro su Gesù di Joseph Ratzinger, dove si sostiene ovviamente la piena corrispondenza tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. Di tale libro infatti Cacitti afferma che “basta leggerne l’introduzione” per capire che “l’obiettivo dichiarato del saggio è di tornare molto indietro, a prima degli studi storico-critici su Gesù”, per poi liquidarlo come “un esercizio mistico o forse spiritualistico” (pag. 39). Mi permetto di osservare, per amore di verità e senza il minimo desiderio di far parte della folta schiera degli apologeti di palazzo, due cose: 1) che l’obiettivo del testo papale non è tornare indietro ma procedere oltre gli studi storico-critici, avendo preso atto dell’impasse a cui ha condotto l’analitica ricerca storico-critica, cioè a quella “discussione continua e senza fine della storia delle tradizioni e delle redazioni” di cui parla uno dei più importanti esegeti del ‘900, Rudolf Schnackenburg, e di cui il conflitto di testi biblici presentato sopra è un piccolissimo saggio; 2) che come la storiografia ha un suo statuto epistemologico che va capito e rispettato, allo stesso modo ce l’ha la teologia cui il lavoro di Joseph Ratzinger appartiene, che non è serio definire “esercizio mistico o forse spiritualistico”. Sono cose del resto che lo stesso Cacitti dimostra di sapere bene, come quando a pag. 33 riconosce che vi sono esperienze non misurabili storicamente senza che ciò significhi “che esse non abbiano consistenza” perché “ce l’hanno su un altro piano”. Ma allora perché denigrare questo “altro piano” come “spiritualistico” qualche pagina dopo? Solo perché si tratta del libro di un papa che Cacitti dimostra di non amare particolarmente?

Ma al di là di questi dettagli, a mio avviso riconducibili alle passioni umane sempre comunque all’opera, io ritengo la lettura di questo libro quanto mai utile e consigliabile, sia a chi crede sia a chi no, perché mostra un’indubbia verità, ovvero che, per riprendere l’efficace sottotitolo, una religione “si costruisce”. Che il cristianesimo infatti lungo la storia si sia “costruito” è un dato di fatto, e del resto si tratta di una dinamica che vale per ogni altra realtà che abbia continuità storica, si consideri per esempio che “già due secoli dopo la morte del Buddha si contavano 18 versioni della Dottrina” (Giangiorgio Pasqualotto, Dieci lezioni sul buddhismo, Marsilio 2008, pag. 32). Molte cose tra i dogmi, la liturgia, i sacramenti, le norme morali, la struttura ecclesiale, che oggi sono parte del patrimonio cattolico, nel Nuovo Testamento non ci sono: il dogma della Trinità, la transustanziazione, il numero dei Sacramenti, il peccato originale originato, l’immacolata concezione di Maria, la sua assunzione in corpo e anima al cielo, l’origine dell’anima umana, il Purgatorio, per non parlare di gran parte dell’etica individuale e sociale. E viceversa nel Nuovo Testamento vi sono cose che nella Chiesa cattolica oggi non ci sono più: i presbiteri e i vescovi sposati, le diaconesse, la possibilità di opporsi apertamente al papa senza essere scomunicati o giù di lì, il velo che le donne devono portare in chiesa. È esattamente segno della vitalità di una dottrina il fatto di essere in continua evoluzione, perché l’evoluzione è la legge della vita, e ciò che non evolve, muore.

Il punto vero, piuttosto, è come valutare tale evoluzione che si trova alla base della costruzione del cristianesimo. Si tratta di un movimento legittimo o di un tradimento? Qui a mio parere si scontrano due valutazioni, entrambe parziali. La prima è quella del cattolicesimo tradizionale che legge l’evoluzione della dottrina e della morale in perfetta continuità con la fondazione originaria, una continuità così accentuata da aver negato per secoli ogni tipo di evoluzione. Ovvero: Gesù della storia = Cristo della fede = dottrina e prassi della Chiesa. Il che si traduce nell’assunto: seguire Gesù significa obbedire al papa e alla gerarchia che lo rispecchiano fedelmente, fin nei minimi dettagli.

Il secondo atteggiamento, direttamente contrapposto al primo, legge l’evoluzione della dottrina e della morale come inequivocabile tradimento della fondazione originaria, nel senso che tutto ciò che è assente nella lettera biblica è considerato venire solo dagli uomini e quindi come tale è impuro. Ovvero: Gesù della storia ≠ Cristo della fede ≠ dottrina e prassi della Chiesa. Il che si traduce nell’assunto, che può sembrare paradossale ma che opera inconsciamente più spesso di quanto si pensi: seguire davvero Gesù significa disobbedire al papa e alla gerarchia, che sono l’espressione del tradimento del messaggio originario.

Il punto di vista cattolico tradizionale, che io definisco “unitarista” in quanto sostiene l’unità perfetta tra Gesù-Cristo-Chiesa, è costretto a essere quasi costantemente sulla difensiva rispetto agli studi biblici e storici che evidenziano salti e discontinuità. Tipica è stata l’autoritaria repressione antimodernista di cento anni fa, condotta spesso in modo antievangelico e all’insegna dell’ignoranza, e bene ha fatto Cacitti a stigmatizzare l’enciclica Pascendi di Pio X e a tributare un doveroso omaggio a Ernesto Buonaiuti, anche perché il metodo storico-critico sostenuto dai modernisti e condannato cento anni fa dalle gerarchie vaticane è oggi insegnato in tutte le facoltà teologiche del mondo cattolico (la verità, alla fine, vince sempre). Tale forma mentis tradizionalista è ancora oggi molto ben rappresentata nella compagine cattolica, anzi concordo con Cacitti nel dire che è in ascesa.

Viceversa il punto di vista opposto, che io definisco “separazionista” in quanto separa Gesù dal Cristo e dalla Chiesa, non si capisce bene su che cosa voglia ultimamente basarsi. La “sola Scriptura” non porta da nessuna parte, perché tale mentalità letteralista giunge infine a separare tra loro gli stessi libri biblici, anzi, i versetti di uno stesso libro: iniziò Lutero separando Paolo da Giacomo (i quali effettivamente non andavano molto d’accordo visto che Giacomo dava dello “stolto” a Paolo, e Paolo rispondeva chiamando “cani” i seguaci di Giacomo) e ai nostri giorni si è finito per frammentare i vangeli distinguendovi detti di Gesù, detti della prima comunità, detti del redattore finale, ovviamente in modo diverso da interprete a interprete a seconda della teologia che governa la mente. A questo riguardo è curioso notare, per ritornare sempre al poderoso incipit del libro, che l’unico detto che Augias attribuisce a Gesù dopo averne negato una serie, cioè Matteo 5,17 (“non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti”) per Rudolf Bultmann “si rivela inautentico, una creazione della comunità” (Teologia del Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 1985, pag. 26). Si tratta di una situazione che affligge la teologia biblica da tempo, se duecento anni fa Hegel diceva: “In base alla Scrittura sono dimostrate esegeticamente opinioni opposte e la cosiddetta Sacra Scrittura è diventata un vaso di cera. Tutte le eresie hanno questo in comune con la Chiesa: l’appellarsi alla Sacra Scrittura” (Lezioni sulla filosofia della religione, vol. I, pag. 37).

Sia come sia, il concetto-cardine di tale linea storiografica, cui appartiene Cacitti e particolarmente gradita ad Augias, è all’insegna del tradimento: l’idea originaria di Gesù e dei primi cristiani era l’escatologia apocalittica come contrapposizione a questo mondo e attesa del regno di Dio, ma tale idea a partire dal quarto secolo è stata rinnegata dal cristianesimo che si è adattato al mondo vendendo la sua anima in cambio del potere. Così Cacitti sintetizza efficacemente il suo pensiero: “Non è stato Costantino a convertirsi al cristianesimo, quanto il cristianesimo a convertirsi a Costantino” (pag. 173). Visione che ha in Dante uno dei suoi più illustri sostenitori: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre!” (Inferno, XIX, 115-117).

Io non appartengo a nessuna delle due scuole, né a quella unitarista né a quella separazionista, ma sostengo una visione che definisco evoluzionista. Penso di poterne sintetizzare le linee essenziali con questa piccola formula: Cristo > Gesù, il cui testo evangelico di riferimento è il seguente: “Quando verrà lo spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera… prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Giovanni 16,13-14). Cristo è l’idea originaria dell’unità Dio-Uomo (“io e il Padre siamo una cosa sola”), idea sussistente ed eterna, e in quanto tale origine (arché), fine (telos) e governo (logos) del mondo, la quale si è manifestata nel suo vertice terrestre nella carne in Gesù di Nazaret, ma che Gesù di Nazaret con la sua concreta esistenza storica non esaurisce, e che ogni uomo è chiamato a realizzare in se stesso giungendo egli pure a dire “io e il Padre siamo una cosa sola”, compiendo così il senso della creazione che è la theiosis, la divinizzazione, prefigurata da san Paolo in 1 Corinzi 15,28 (“Dio tutto in tutti”). Sostenere che Cristo è maggiore di Gesù equivale a sostenere che la Verità è maggiore della storia. Ovvero: senza la storia non si giunge alla verità, ma la verità è sempre maggiore della storia, di ogni storia, necessariamente particolare, mentre la verità è, per definizione, universale.

Tale prospettiva evoluzionista permette, a differenza della scuola separazionista, di guardare alla storia del cristianesimo accettandone lo sviluppo storico, certamente non tutto positivo ma neppure tutto negativo, anzi sostanzialmente teso a un sempre maggiore arricchimento (io non sono per nulla sicuro che i primi cristiani, papi compresi, siano migliori degli attuali). Inoltre essa permette, a differenza della scuola unitarista, di non essere costretti a negare che lo sviluppo storico della dottrina e della prassi ecclesiale sia talora effettivamente discontinuo rispetto al Gesù storico e alla lettera dei libri biblici. Anzi la prospettiva evoluzionista giunge a poter riconoscere nello sviluppo storico, oltre a sanguinosi tradimenti del messaggio originario, anche dei reali progressi rispetto ad esso, come per esempio riguardo alla schiavitù, la condizione della donna, l’omosessualità, la guerra. Anche il fatto che, salvo eccezioni, i cristiani oggi non siano più in attesa della tromba del giudizio finale, non mi sembra, a differenza di Cacitti così affascinato dal dualismo escatologico (vedi pag. 268), costituire una perdita, ma solo, per riprendere il celebre titolo del saggio che François Furet dedicò al comunismo, “il passato di un’illusione”.

Pubblicato su Il Foglio, 14 settembre 2008

29 pensieri su “Cristo è maggiore di Gesù, di Vito Mancuso

  1. nei miei pochi anni di università ebbi la fortuna di incontrare un professore che mi disse poche semplici cose. una, molto importante, era riferita alle varie traduzioni della bibbia nel corso dei secoli, e non dimostrando nulla evidenziava semplicemente che nel salto da una lingua all’altra vi furono vari aggiustamenti, non sempre dettati dalla malafede, sia ben chiaro, ma a volte dall’impossibilità di accordarsi sui significati delle parole. basti pensare che solo la prima riga del qoelet, vanità delle vanità, tutto è vanità, sono quanto mai un approssimazione del significato della parole che pare non abbia una traduzione letterale nella nostra lingua ma sia qualcosa a metà fra il soffio, il fumo, il vuoto. un’altra cosa che mi disse questo professore fu il modo in cui la bibbia fu assemblata, che anche qui, malafede o no, è evidente a tutti risulti essere parziale (vedi vangeli apocrifi e altri scritti che vengono tirati fuori a tutt’oggi dalle grotte del mar rosso). un’ultima cosa era che gesù non ha mai scritto una parola. nemmeno una.
    preso atto di queste tre considerazioni mi si scuserà se ritengo una dissertazione sul significato delle parole della bibbia qualcosa simile alla chiacchiera da bar sul calcio rispetto all’accaduto realmente nelle sedi appropriate. Voglio specificare che non scrivo queste parole per indottrinare né convincere nessuno ma, dotato di semplicissimo buon senso mi viene da pensare che se uno avesse voluto fondare una religione si sarebbe preoccupato di annotare due o tre cosette, e non lasciare al “ho sentito dire” la costruzione di quel business fondato sulla paura che si chiama chiesa cattolica. non meraviglia a questo punto il vedere quella scena agghiacciante, passata in televisione qualche tempo fa, che mostrava benedetto sedicesimo sgranare gli occhi dal terrore accortosi che si era perso un anello durante una funzione. ah, quando si dice la distanza dai beni materiali. gli occhi sono lo specchio dell’anima.
    mia opinione personale, è che gesù, povero cristo, sempre che sia realmente esistito parlava di rivoluzione personale e duratura, impossibile da insegnare.
    altro che 5 per mille.
    E se c’è una cosa che ha mostrato e non doveva esser mostrata, mi viene da dire dalla distanza di un paio di millenni, è proprio la disubbidienza.
    ma sia ben chiaro, questa è una mia personalissima opinione che non vuole offendere chi crede. non saranno certo queste mie parole a scalfire una fede.

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  2. meno male che chi si occupa di studi biblici non si accontenta di poche semplici nozioni e non va in crisi per una difficoltà filologica ma umilmente cerca, studia,e ancora cerca e ancora studia

    per carità senza voler offendere nessuno ma abel abalim aqqol abel

    per certi commenti è il caso di dirlo 🙂

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  3. Invece a me, una volta tanto, l’articolo di Mancuso è piaciuto. Perché affronta un tenace pregiudizio, modernistico, nei confronti della teologia e del magistero ecclesiastico. È vero, i testi dell’auctoritas non offrono un quadro dottrinale coerente. È vero, ci sono ardui problemi di filologia. Speriamo che ci siano sempre persone disposte ad affrontarli con serietà. E che non taglino i fondi per le cattedre (l’hano già fatto).
    Fare di Gesù una specie di idiot savant è fare propria, quando va bene, l’iconografia di Jesus Christ Superstar. A ognuno il suo background. Gesù di Nazareth (lo storico Gesù) sapeva leggere, e bene, a quanto è stato testimoniato (e la testimonianza personale ha un alto valore tra le prove storiche accettate per il mondo antico). Quanto a saper scrivere, semplicemente non si sa.
    Alessandro Ansuini dipinge papa benedetto come se fosse davanti a un quadro di George Grosz. Magari si potrebbe usare un filino di equanimità, a cui ogni essere umano dovrebbe avere diritto, no?

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  4. Ciao Roberto, io non ho parlato dell’articolo di mancuso in termini negativi, anzi, la corrente separatista di cui parla, quella che dice: “”seguire davvero Gesù significa disobbedire al papa e alla gerarchia, che sono l’espressione del tradimento del messaggio originario.” mi trova anche abbastanza d’accordo. anche lui stesso sostanzialmente non si sbilancia. ho solo fatto delle osservazioni che certo, forse mi potevo risparmiare visto che onestamente non mi fido di quello che è tradotto nella bibbia e quindi posso rimanermene beato nella mia indifferenza nei confronti della chiesa. quanto ho espresso sul papa ti assicuro nasce da un mio reale stupore, non so se hai visto la scena, manco fosse caduto un bambino dal terzo piano, il papa mi è sembrato “tremendamente preoccupato” di aver perso un anello. poi certamente il mio esempio può sembrare eccessivo, ma onestamente non mi va di venire qui a enunciare mille ragioni per cui la chiesa mi pare più devota al dio danaro che a quello nell’alto dei cieli. non mi va perché non voglio battagliare su una cosa che a me, da ateo, appare grottesca, mentre per altri così non è, lecitgamente. d’altronde d’indole non ho neanche mai la rpesunzione di aver ragione quindi ho solo cercato di riportare emotivamente quello che un atteggiamento del papa mi aveva trasmesso. magari sono in fallo, mi sbaglio. per carità. ma ti assicuro che guardando gli occhi di quell’uomo, io, da uomo, non traggo sensazioni positive. tutto qui, e mi scuso se posso aver offeso la sensibilità di qualcuno, davvero non era e non è mia intenzione.

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  5. Ciao Alessandro. Non ho visto la scena perché non possiedo un televisore. È vero, è così. Per un pregiudizio anti-modernista. Tutti noi non-possessori di televisori dovremmo ritrovarci in un blog stile Grillo e fare massa critica. Divago.
    La Chiesa (quella che Mancuso chiama la Chiesa Universale, che non è soltanto la comunità dei credenti ma anche la gerarchia) ha commesso nefandezze inenarrabili (e anche narrate, Dante, Boccaccio, Guicciardini etc.) nel corso della storia. Nessuno mette in dubbio questo. Embé? Tutte le istituzioni umane hanno commesso nefandezze inenarrabili (e narrate) nel corso della storia; stati, partiti, famiglie, banche, città. Siamo uomini, mica angeli: di molte specie l’uomo è il più inquietante (Sofocle, Antigone). Si può empiricamente constatare che la chiesa ha espresso talvolta anche una singolare capacità di autocritica e rinnovamento. Insomma, è un mondo molto complesso.
    Su benedetto, sarebbe stato forse meglio se avesse continuato a insegnare in qualche scuola: mi ricorda un maestro elementare, un buon maestro. Ma ho cresciuto un’ammirazione postuma per Wojtyla.

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  6. la questione riguardante le reali intenzioni di Gesù è tra le più affascinanti e si pone già nel periodo immediatamente successivo alla sua morte. un’ipotesi sostiene che il Nazareno condividesse l’idea apocalittica della venuta subitanea del regno di Dio, rintracciabile in certi passi del vangelo e dell’epistolario paolino (ad esempio nella prima lettera ai Tessalonicesi). in questo caso il problema della comunità non si porrebbe nemmeno: bisogna solo pensare a prepararsi al grande momento, che di certo non si farà attendere. un’altra ipotesi è che Gesù non abbia mai pensato a una realtà istituzionale, ma che immaginasse piuttosto missionari poveri e itineranti che facessero da lievito nella società, senza mai attaccarsi a nulla: senza bastone nè bisaccia nè monete di rame (che erano quelle che valevano meno). la sussistenza sarebbe stata assicurata da una dinamica provvidenziale: se ne sarebbero incaricate le famiglie ospitanti. Paolo di Tarso decide per un’ altra via: quella del lavoro autonomo (era fabbricante di tende). l’idea di una gerarchia è quella che ricorda Mancuso nell’articolo: in una prospettiva di fraternità, naturalmente, visto che Gesù aveva ripetutamente raccomandato di non chiamare nessuno maestro, essendoci un solo maestro per tutti. l’idea del capo è sempre legata a un servizio: nel vangelo di Giovanni, Pietro deve confermare (nella fede) i suoi fratelli; è la sua attività prioritaria. d’altra parte, sin dall’inizio si manifesta una complementarità fra carisma e istituzione, che potremmo sintetizzare nelle due figure cardine del quarto vangelo: Simon bar Iona, detto Kefa (pietra) e il discepolo definito come colui che Gesù amava. in Gv il primato di Pietro è definito solo in un’appendice al vangelo; in tutto il resto del libro il discepolo che Gesù ama appare sempre migliore di Pietro. come dire: quello che prevale è il carisma. ma l’aggiunta finale indica che anche l’istituzione ha una sua funzione imprescindibile, sempre legata al servizio e all’amore: “Simone, mi ami tu? […] pasci le mie pecorelle“. con l’andar del tempo l’istituzione prende sempre più spazio, soprattutto a partire dal riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero. sui pericoli di questa istituzionalizzazione della fede ha detto cose importanti Ivan Illich, attraverso il suo intervistatore, David Cayley. a tutt’oggi è impossibile raggiungere una certezza su quello che realmente volesse Gesù, il quale, però, come ricorda Mancuso, ha assicurato la sua assistenza attraverso il suo spirito. è lo spirito di Cristo, dunque, il vero decifratore del discrimine da ricercare. in questo aveva ragione il quarto vangelo: senza il carisma, l’istituzione non sarebbe che una goffa caricatura. se lo spirito è il punto di riferimento, l’istituzione è in una posizione critica, messa continuamente in discussione dall’unico maestro. perché non liberarsi del peso dell’istituzione? perché Gesù, probabilmente, non ha avuto pregiudizi nei suoi confronti: finchè glielo hanno consentito, ha frequentato il tempio e rispettato le leggi (a meno che non andassero contro l’uomo: vedi la spinosa questione sul sabato). Gesù vedeva nell’istituzione una realtà da plasmare con il soffio dello spirito. finchè una comunità è aperta allo spirito, corrisponde all’energia vitale che l’ha generata. qualsiasi istituzione rinchiusa in sè è destinata all’insignificanza, come tutto ciò che rifiuta di trasformarsi. cosa voleva, probabilmente, Gesù? una comunità capace di trasformarsi ogni giorno al fuoco dell’amore e del servizio. è quello che cerca di fare ogni cristiano. ma credo sia quello che cerca di fare ogni uomo degno di questo nome.

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  7. ringrazio chi mi dà la possibilità di leggere qui questa interessante e ficcante recensione del libro di Augias&Cacitti – al di là di tutto quanto si potrebbe scrivere e dire e pensare e dibattere delle differenti tesi messe qui a confronto, da credenti o non credenti, almeno si concorda che questo di Vito Mancuso sia un ottimo esempio di recensione, se tale genere nell’esponenziale bailamme commentaristico odierno può avere ancora una sua nobiltà

    questo articolo mi ha spinto a riprendere in mano, e a rileggere “passim” per un’oretta, un libro di George Steiner (già docente di letterature comparate a Ginevra, Oxford, ecc.) che per più di un verso ha segnato la mia formazione: “Vere presenze. Contro la cultura del commento, una difesa del significato dell’arte e della creazione poetica”, edito da Grazanti nel 1992 (l’originale edizione inglese è del 1989) – in un blog centrato sulla comunicazione poetica mi sembra il minimo scoprire questi richiami…

    in particolare il primo capitolo: “Una città secondaria”, in cui l’autore affronta il concetto di commento, di interpretazione, mettendo ad un certo punto a confronto le tradizioni della Torah ebraica e del tomismo medioevale (ma Steiner si sposta con competenza anche nei territori dell’interpretazione secondo la scuola psicanalitica freudiana), attorno al nodo cruciale della finitezza-infinitezza del commento di un “testo primario” quale può essere appunto un libro dell’Antico e Nuovo Testamento – la risonanza forte è appunto proprio col tema del rapporto fra una tradizione e i testi cui si riconduce, laddove essa trova la propria forza in virtù di una centralità attribuita all’esegesi infinita (i commenti torahici) oppure di risoluzioni univoche di tale catena infinita di interpretazioni in costruzioni mitopoietiche inalterabili (i dogmi) [“mitopoietiche” non è un termine di Steiner, ma di un carissimo amico psicanalista junghiano che così definisce dogmi come la verginità di Maria e altri, che trovo efficacissimo per sintetizzare i movimenti di pensiero di questo geniale scrittore ebreo che si dichiara ateo]

    mi accontento di questa sintesi, già troppo per uno spazio come un commento ad un post (che, guarda caso, o è un esercizio esibizionistico entropico tutto sommato volto più o meno involontariamente ad annebbiare verità stabilite, o è un incremento di luce interiore che, nel suo infimo dimenarsi, è prezioso al pari di una sentenza di qualche massimo poeta o filosofo o teologo…

    Mario Bertasa

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  8. (note sparse)

    Gesù era un rabbino, tutto da dimostrare che non sapesse scrivere…
    scappava da mamma e papà per andare a scuola dai dottori del tempio…

    Luca, 4, 16 (traduz. CEI) “si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere” – più avanti, deposto il rotolo di Isaia, Gesù inizia a chiosare “Quel che avete udito oggi si è avverato…” – è un commento che spacca letteralmente in due una tradizione (e infatti alla fine del suo discorso la gente si indigna e lo aggredisce) – Gesù SCEGLIE, credo, di non scriverla

    … e quanti insegnamenti rabbinici non sono stati tramandati di loro pugno, fino ai giorni nostri!…

    [suggerisco anche “Gesù ebreo” di Riccardo Calimani, edito da Rusconi nel 1995]

    “Ma voi, chi dite che io sia?” – uno dei più grandi trascinatori di folle dell’antichità, un sapiente comunicatore che trasforma siti naturali (la riva di un lago, una montagna) in stadi (senza microfoni! senza mass media!) (Beppe Grillo o Berlusconi impallidiscono al confronto), eppure ai propri intimi confida il dolore lancinante di non riuscire a comunicare poco o nulla della propria identità – qui forse è il nocciolo della “impasse a cui ha condotto”, come dice Mancuso, “l’analitica ricerca storico-critica, cioè a quella ‘discussione continua e senza fine della storia delle tradizioni e delle redazioni’ (…)”

    “Ogni essere umano” dice George Steiner “commosso dalla musica, per cui la musica sia una forza vivificante, può dire soltanto banalità in materia. La musica significa. Brulica di significati che rifiutano la traduzione in strutture logiche o nell’espressione verbale” (Vere presenze, cit., p. 205)

    quest’idea della musica mi può aiutare a tradurre il limite di un’analisi del senso profondo degli insegnamenti tramandati da alcuni discepoli di un certo Yoshua ben Yoseph, vissuto duemila anni fa, che si riduca a mere questioni interpretative di tali detti

    mettere in relazione l’istituzione di una accolita organizzata di fedeli sulla base dei detti di un saggio dal carisma eccezionale, mi sembra come analizzare una drammaturgia senza calarla nella profondità dell’azione teatrale –

    tanto più che la comunità originaria c’è già negli anni di vita pubblica di Gesù, ha addirittura eletto un tesoriere (Giuda!), è armata (Pietro!), ha “agganci” in numerose città e collegamenti con movimenti sovversivi, discute al proprio interno le nomine – finché Gesù non fa cascare a tutti la lingua prendendo bacinella e asciugamano e lavando i piedi ai “capetti”

    in fondo analisi come quelle condotte da Augias, Cacitti e altri, potrebbero portare chissà dove: se Gesù ha detto che chi dà scandalo ai bambini meriterebbe di essere gettato in un pozzo con una pietra al collo, si può davvero con poco dimostrare che intendesse istituire la pena di morte per i pedofili – di questo passo gli orrori del fondamentalismo… nascono proprio da questi modelli di ragionamento…
    modelli che sono un derivato della tendenza culturale dominante nell’orizzonte del personalismo e del visceralismo massmediatico contemporaneo: è legge il capriccio del capo, è legge l’opinione pubblica

    è *reale* e *vero* solo ciò che è nel *frame*: il parlamentare fotografato mentre sbadiglia, come farebbe qualunque animale-uomo un certo numero di volte al giorno, sbattuto in prima pagina sotto un titolo ad effetto diviene simbolo di una preoccupante crisi politica — quanti di noi fanno occhiacci se gli casca molto meno di un anello, però non siamo sotto il tiro di centinaia di obiettivi e non siamo il papa, ma se lo fa il papa è il simbolo del bieco attaccamento al potere temporale della Chiesa — un certo Yoshua ben Yoseph che rovescia i banchetti dei mercanti del tempio è simbolo che scuote le coscienze e fonda rigorismi moralistici e pauperistici, però non sempre viene rammentato che lui vestisse una tunica senza cuciture (Giovanni, 19, 22) capo d’abbigliamento che all’epoca rappresentava un lusso non alla portata di tutte le tasche (ma di quelle dell’erede di un artigiano brianzolo del legno e del mobile sì)

    se la musica-Gesù diventa un gingle

    La tesi evoluzionista di Mancuso, però, mi sembra che finisca per adottare i medesimi presupposti personalistici degli autori che intelligentemente critica; il teorema “Cristo=Verità è maggiore di Gesù=storia” come equazione logica non mi aiuta granché a fare il salto storia<Verità, è fredda, ha un sapore di “more geometrico demonstratum”, non mi porta sul piano di un Gesù che soffre il suo non essere riconosciuto, allora come oggi, per ciò che è (e quanto umana!!! è quest’esperienza per un adolescente, per uno straniero, per un “diverso”…), che non impone la propria missione con la muscolosità dei rapporti di potere e sottomissione e dipendenza, che, nella profondità narrativa e teatrale delle scene evangeliche, scommette la propria identità attraverso azioni e relazioni *umane*, con il buon “politico” Pilato che gli chiede “Ma che cos’è la Verità?” (Gesù non risponde… forse proprio perché la Verità è indicibile, nemmeno giungendovi dalla vastità della storia), con il sommo custode dell’Interpretazione, Caifa, che si straccia le vesti all’udirlo attribuirsi profezie messianiche, con la prostituta innamorata persa che gli spande sul capo una boccetta di essenze pregiate e gli asciuga i piedi coi capelli…

    Mario

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  9. Non mi piace il titolo. Gesù e il Cristo sono la stessa persona. Credo che non sia conforme al messaggio evangelico, accampare superiorità di una denominazione sull’altra.

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  10. Perchè soffermarsi su questa questione, dopo duemila anni di cristianesimo? Il Dio dei Cristiani è nella Storia: non ne prende le distanze, ci sta dentro con tutte le conseguenze.
    C’è bisogno di reclamare evidenza per una Verità, che si è presentata senza fare rumore, in umili circostanze e che spesso ha stravolto i piani e le aspettative dei potenti del tempo?

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  11. Quanta carne al fuoco, troppa francamente, prendiamone un paio di pezzi soltanto che frequentemente sono oggetto di dotte confusioni, (tralasciando quelle più comiche circa la capacità di leggere e scrivere di Gesù, ad esempio); prendiamo la traduzione della Bibbia.
    Il testo più vicino all’originale ebraica antica è certamente, come hanno dimostrato i frammenti del mar morto la versione greca dei Settanta,che fu fino allo scisma l’unico accettato dalla chiesa intera. Il testo ebraico masoretico che continuamente viene sbandierato come la “vera” Bibbia è una versione del primo secolo, (essendo andato perduta l’originale). San Giovanni Crisostomo lamentò poi il fatto che gli ebrei stavano cambiando la Bibbia, evidentemente nel senso di rendere indecifrabili le numerosissime profezie cristiane che infatti nelle versioni moderne fatichiamo molto ad individuare.
    Ma non è solo questo, l’altro aspetto su cui conviene fare chiarezza è quello della “nuova” religione. La corrente farisaica che era solo una delle correnti del giudaismo, rimase praticamente la sola corrente dopo la diaspora, accentuando quello che è l’aspetto legale e moltiplicando, attraverso gli infiniti commentari rabbinici, quelli che Gesù chiamò “precetti di uomini”, al punto che oggi si è giunti ad una differenziazione tale (la chiesa occidentale come è venuta a trasformarsi dopo lo scisma e la riforma da un lato e la religione ebraica ridotta ad uno solo dei suoi aspetti, quello che maggiormente si caratterizzò come anticristiano, dall’altra) che rende impossibile a chi non abbia sufficiente informazione, riconoscerne la continuità pur nelle chiare differenze.
    La liturgia cristiana proseguì, “aggiornandola” la liturgia ebraica, la chiesa cristiana, l’edificio, è evidentemente molto simile e derivato alla sinagoga.
    Gli aspetti di continuità tra giudaismo e cristianesimo tenderebbero infatti a dar ragione ad Augias, infatti Gesù non fondò una religione, ma portò a compimento l’antica alleanza rimanendo nel seno della Promessa fatta ad Abramo, ogni uomo pagano o giudeo che entri nella chiesa di Cristo è infatti “Israele di Dio”.

    Ma per la durezza dei cuori c’è la confusione e la separazione tra noi, perchè nessuno si inorgoglisca, perchè chiunque possa essere smentito quando da ragione a Dio cercando di confermare se stesso. La verità è di Dio soltanto e come diceva Padre Cleopa Ilije; è meglio parlare a Dio che parlare di Dio.

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  12. grazie, Mario.
    in questi giorni sto preparando alcune omelie sulle parabole che fanno pensare a una sostituzione del nuovo popolo di Dio al popolo di Israele. è facile smantellare l’equivoco di fondo. quando si parla dei vignaioli che perdono la vigna e vengono uccisi (Mt 21, 33-43) (il che, come si sa, è un’aggiunta posteriore: Gesù si era fermato all’uccisione del figlio del padrone della vigna, denunciando i complotti che si preparavano contro di lui), ci si riferisce ai capi d’Israele, non all’intero popolo. nel clima di dialogo ebraico-cristiano, è paradossale uscirsene ancora fuori con questi travisamenti. il rabbino Gesù ha portato a compimento l’opera dei profeti antichi.
    approfitto per segnalare quello che ritengo il punto debole del sistema di Mancuso. lui ritiene la morte-risurrezione di Gesù solo dimostrativa, mentre per un cristiano è fondativa. qui sta la vera svolta tra prima e seconda alleanza.

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  13. Mancuso si arrampica sui muri. Il suo articolo è una prova evidente di quanto un uomo possa vivere di illusioni cognitivi.
    Se Gesù avesse voluto fondare una Chiesa avrebbe fatto quello che tutti noi avemmo fatto se avessimo voluto fare un partito: avremo detto: “facciamo un partito, che fa ci mettiamo insieme e fondiamo una religione?, oppure: “ho deciso di fondare una setta”.
    Mi sembra che quando si voglia usare l’ermeneutica per tirare fuori dal cilindro qualcosa che risolva le nostre angosce, allora diveniamo bravissimo, come un bravo avvocato, a riuscire a far dire a un morto quello che a noi pare.
    Inoltre la Storia del Cristianesimo delle origini è sebbene ancora lacunoso, abbastanza chiaro. Le guerre di religione mica sono iniziate ieri l’altro. Un po’ più in là. In più, è altrettanto evidente e in gran parte decodificato come tutto il linguaggio di gesù sia fondamentalmente ebraico, allusivo alle dottrine ebraiche.
    E dovrebbe far riflettere sopratutto il fatto che è una grande fortuna che oggi arrivino al grande pubblico una montagna di libri di storici del cristianesimo. Certo, la Santa Chiesa Apostolica Romana non ha fatto granché per mettere a conoscenza le persone dell’immensa letteratura prodotta. La ragione non occorre nemmeno spiegarla

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  14. ciao Fabrizio. Certo mettersi in discussione, in generale è un rimedio che fa sempre bene. Anche Gesù ricorreva a questo metodo per smuovere la stagnazione. Pensavo come il “Gesù dei Vangeli” (tra l’altro credo che sempre lì si possa cercare il Gesù storico e quindi il Cristo) sia sempre quello che continua a creare problemi: scomodo allora per quelli del suo popolo, continua a esserlo anche oggi (scandalo) per molti, Cristiani e non.
    Il Gesù che scrive per terra, di fronte a chi vuole lapidare l’adultera è un provocatore, come quello che nella notte, riesce ad attrarre Nicodemo.

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  15. concordo, Paola. tra i suoi collaboratori più stretti c’erano terroristi (zeloti) e altra gente poco raccomandabile. il Gesù storico si coglie nello scandalo, nel “maledetto chi pende dal legno“. il crocifisso non toccava terra perché così era strappato a ogni tipo di radice. la salvezza viene dallo Sradicato, che ha proposto una patria a tutti gli esclusi del mondo.

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  16. Si Fabrizio, la Resurrezione è il fondamento della nostra fede, senza la risurrezione, dice San Paolo la nostra fede è vana.
    Rileggendo un po’ di commenti mi sono venute in mente alcune cose su cui si può fare ancora un po’ di chiarezza, la prima naturalmente è il titolo del saggio, che è contestabile in due sensi, uno, come dice Paola, per l’assurdità dell’affermazione, due, se si deve proprio approfondire, bisogna almeno tradurre i due termini e capire la reale differenza che può esserci tra chi è “unto dal Signore”, il Cristo e chi è “Dio salva”, Gesù, ma sono giochi accademici che non ci avvicinano di una virgola, anzi secondo me allontanano dal centro focale della questione.
    L’altra è quella del censo sociale di Gesù, quindi, di conseguenza il saper leggere e scrivere; di Giuseppe si dice che era Tekton, costruttore, non propriamente solo falegname, poteva permettersi viaggi impegnativi con una famiglia numerosa, che non constava solo di sua moglie Maria e del figlio Gesù ma anche dei figli avuti nel precedente matrimonio.
    Maria crebbe nel tempio di Gerusalemme fino alla pubertà, quando andò in sposa, e non tutte le famiglie potevano permettersi questo, aveva parenti nella casta sacerdotale, furono invitati di riguardo alle nozze di Cana che sembra essere stato un banchetto di una certa ricchezza, con servitori e tutto, non possiamo quindi pensare a dei poveracci quando pensiamo all’entourage di Gesù.
    Inoltre, leggo, “Gesù scappava da papà e mamma per andare a lezione dai dottori del tempio”, a me sembra che andasse ad insegnare ai dottori del tempio e non è una differenza da poco, non sono dettagli inutili, perchè su questi travisamenti si vanno a formare concezioni distorte, come quella dell’umiltà ad esempio, la famiglia di Gesù era umile per virtù, per obbedienza a Dio, non per condizione sociale e quando i testi si riferiscono alla povertà, spogliazione e servitù di Gesù, si riferiscono al passaggio da Dio a uomo, alla Kenosis e non alla sua condizione economica nel mondo.

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  17. A sentire Pandiani sono abbastanza portato per la comica, dunque ci riprovo. Quando egli dice che il banchetto di Cana era di una certa ricchezza mi vien da pensare che forse così non era, visto che a un certo punto mancò il vino. Le cose sono due: o era un banchetto di poveri diavoli, o bevevano tutti come dannati. Dunque: o Gesù era povero oppure anche le famiglie di un certo ceto erano piene di ubriaconi.
    Nell’ultimo caso non ci fa certo una bella figura il figlio di dio. Ma come, si sono bevuti tutto il disponibile, saranno già tutti sbronzi come spugne, e tu, buon Gesù, gli tramuti l’acqua in vino per farli continuare a bere?
    M’immagino tutta questa gente ciucca tornare a casa la sera e picchiare le loro mogli e i loro bambini. Bel miracolo…

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  18. sembrerebbe che Gesù non fosse particolarmente povero. negli anni di vita pubblica, poi, il gruppo era sostenuto economicamente da un certo numero di donne benestanti. ma la caratteristica del nazareno fu quella di un sovrano distacco dal possesso, su tutti i piani, a cominciare da quello della propria vita.

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  19. A volte mi manca Binaghi, (in questo caso per rispondere a Cannella) ;-), ma in fondo non siamo musulmani ne integralisti e ci si può anche prendere gioco di queste cose senza rischiare la fatwa.
    Certo ascoltando, leggendo, la moltitudine di idee e teorie che circolano sulla vita di Gesù si direbbe che la fonte non sia la Bibbia ma “Brian di Nazareth”, o qualche altra parodia del Vangelo, mi ricordo che un compagno di liceo scrisse una parafrasi sconcia della vita di Gesù, fu la prima che incontrai e non sono mai finite, e non di rado incontro esegesi con pedigree, ben più scandalose dell’immaginario brufoloso di un adolescente.
    L’ultima occasione è stato un documentario di History channell in cui si azzardava una ricostruzione storica della palestina di quegli anni e il contesto era abbastanza vicino a quello descritto da Carlo, tuguri degradati, un San Gioacchino che quando scopre che sua figlia è incinta prima del matrimonio minaccia di batterla a sangue con urla e sguaiatezze da famiglia talebana.
    Il mondo mediorientale era una civiltà quasi completamente ellenizzata, aramaico e greco erano lingue correnti e la gente vestiva “all’occidentale” per così dire, è sufficiente guardare il mondo descritto dalle tavolette funerarie del Fayum per capire che arabi e semiti non erano beduini ignoranti, ma c’era una classe media colta e dal Caucaso alla Tunisia alle Gallie c’era circolazione di merci e informazioni.
    Probabilmente descrivere un mondo antico così barbaro e pulcioso serve ad allontanarlo e a far pensare a come siamo fortunati a vivere oggi col supermercato a due passi, anche se magari ad un isolato di distanza padre e figlio sprangano a morte uno sporco negro.

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  20. Luca 2, 46-47: “Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.”
    Se mi sono permesso una trascrizione dal sapore comico (deformazione che mi viene dal mio mestiere di guitto), mi si riconosca almeno che non ho travisato maliziosamente il testo originario!
    Il cuore di questo episodio (Luca è l’unico a riferirlo, qui lo spazio per opposte interpretazioni è davvero poco) è un fanciullo in ascolto, curioso, tutto compreso dal bisogno di occuparsi “delle cose del Padre” suo senza altra preoccupazione da “tre giorni” — e anche eccezionalmente *all’altezza della situazione* quando interrogato a sua volta. Pandiani invece interpreta “a me sembra che andasse ad insegnare ai dottori del tempio e non è una differenza da poco”, involontariamente allestendo a sua volta una gustosa scenetta, bonariamente parodistica, con protagonista un prodigioso “maestrino”, e magari con la puzzetta al naso dato il rango del suo lignaggio, “della casa di Davide”, pensa un po’…

    Basta, tagliatemi la lingua!

    però ringrazio Mario Pandiani, oltre che per la sincera passione storiografica, per aver riportato la centralità sulla questione *Resurrezione*…
    Un caro amico dichiara essere Gesù suo “maestro di vita”, ma rifiuta la Resurrezione come fatto, la interpreta come una comprensibile mitizzazione attribuita a posteriori ad uomini dotati di particolare carisma.
    La storia delle prime comunità cristiane è tutta segnata da una vivacissima, e anche sofferta, serie di diatribe attorno a questo snodo fondamentale, che guarda caso, strettamente connesso alla questione della natura umana/divina di Gesù, scatena eresie.
    Già, perché gli apostoli invece…? si veda a titolo di esempio Marco 16: un branco di testoni allo sbando e pieni di pregiudizi verso le donne (invasate! come al solito) e la povera gente delle campagne (i due di Emmaus) che al posto di tornare ai loro doveri dopo il sabato si permettevano di distoglierli dal loro sacrosanto lutto con storie di allucinazioni tipo “ho visto il Maestro! è vivo!” – questa volta, giuro, ho tenuto a bada la vis comica nel “teatralizzare”

    (( io stesso ammiro chi è tranquillo nel sentire la Resurrezione carnale come caldo cuore della propria Fede, accetto il piano teologico di questa argomentazione, ma la mia “comprensione emotiva” della prospettiva apocalittica che tale dato prefigura è un subbuglio continuo…

    Mario

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  21. Conoscendo di persona Remo Cacitti (è mio compaesano, pur insegnando – e quindi vivendo – prevalentemente a Milano, ed è uno degli “eroi” della ricostruzione “filologica” del nostro paese dopo il terremoto del ’76) mi rallegro del successo editoriale dell’opera in questione, anche se non sono in grado di valutarne le conseguenze ultime.

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  22. Sono le defaiilances dell’andare a memoria, dovrei leggere più spesso il vangelo. 😉 anche se resta difficile “figurarsi” la scena.
    Avendo frequentato per tanti anni la letteratura spirituale dell’oriente non solo cristiano, forse per me è meno inconcepibile il ragazzino che tiene testa ai saggi, la tredicenne Santa Caterina che non voleva convertirsi al paganesimo venne messa a confronto con venti o quaranta tra i più ferrati filosofi e sacerdoti perchè la convincessero, finirono tutti come martiri cristiani convertiti dalla fede e dalla sapienza della giovane regina. Non stupisce allora la vignetta come la immagina Mario.

    Ma con così scarsi documenti si rischia sempre di dar la propria forma mentale alle ipotesi, è invece più interessante il fatto della Resurrezione proprio perchè fondante. non mi ricordo di particolari discussioni in seno alla comunità primitiva in cui le questioni erano invece molto pratiche, le discussioni sulla figura di Cristo, le sue due nature o una soltanto, due volontà o una soltanto e via dicendo appaiono quando la chiesa è già formata, ma non è dai libri che si trovano conferme o smentite alla realtà dei misteri, ma dall’esperienza.

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  23. Pingback: VITO MANCUSO CONTRO CORRADO AUGIAS « Mirabilissimo100’s Weblog

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