Alitalia

La città s’allontana sempre più, i miei pensieri si staccano da terra, volano, ora hanno la consistenza delle nuvole, nessuno può inibirli o deviarli. Sono io che guido, nella libertà dei diecimila metri, nel silenzio rotto solo dalle rade parole del secondo o dall’incursione rapida della capocabina. Penso, dunque sono, e qui nessuno può venirmi a dire in che direzione orientare le mie idee, sono io che ho in mano le leve dei comandi. Dei comandi, non del comando, in cui non ho mai creduto. Perché il pensiero è vero solo se è dialogo, disponibile a incontrare, a trasformarsi. Mi sento unito a chi lotta con me perché non siano sempre gli stessi a decidere per tutti, perché la voce abbia un’eco, e non solo a quest’altezza irraggiungibile. La città è un punto nero che svanisce, là in fondo, con le energie distruttive o liberanti, con il potere che calpesta i sogni e si accampa all’origine di pensieri e desideri. Questa volta non dirò di sì, a costo di perdere tutto, di trascinare le persone care in un volo folle e senza meta, in una corsa senza più pilota. Laggiù nessuno comprende la mia testarda decisione. Pensano che sia condizionato da poteri occulti. Ma dentro di me so bene che è il volo decisivo, e se lascio la presa il mondo che ho sognato si allontanerà come il punto nero in cui è ridotta la città, le energie contrarie formeranno un vuoto d’aria in cui saremo tutti risucchiati. Guardo il mio secondo: chissà cosa pensa. Ha tre bambini che gli chiederanno, forse, di comprargli l’ultimo modello di giocattolo. Il mio si è rotto, e non si trova nessuno che possa ripararlo.

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14 pensieri su “Alitalia

  1. la più bella citazione di uno sguardo dagli oblò di un aereoplano, sebbene non aldilà del cockpit, è di Raymond Carver. Osserva, dall’alto, le case, ne guarda le finestre illuminate, prova ad intuirne l’affanno dietro quei vetri, e cala la digressione in non ricordo più quale considerazione. Chiamarlo “sguardo relativo”, o un effetto collaterale della sindrome da narratore onnisciente, ma eguaglia in poesia, il tuo tentativo. Quanto all’aspetto economico del ragionamento, di sicuro i piloti connazionali, con le loro fantastiche liquidazioni, possono, certo non solo loro, a buon diritto, iscriversi fra coloro cui dire grazie per l’attuale situazione.

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  2. da quell’oblò si vede sempre più un mondo oscurato, Fabrizio, dobbiamo tornare a giocare con i soldatini, l’unico modello di giocattolo che funziona sempre.

    Marco

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  3. non sempre funzionano, Marco. da piccolo avevo dei soldatini bellissimi. Michelino, il mio cugino-incubo, volle scambiarli con i suoi del dofocrem. poi ci ripensò, litigammo e mi beccai le botte da mio padre. fu una scena western, in aperta campagna, che accentuò le mie tendenze pacifiste e la mia allergia a soldati e soldatini.

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  4. Mi viene in mente un De Andrè profetico: “Com’è che non riesci più a volare?”.

    La domanda andrebbe rivolta agli amministratori precedenti: in questo gran parlare, non mi sembra che siano molto chiamati in causa.

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  5. #6

    “con quel dobbiamo tornare…”intendevo,Fabrizio, che quella sembra la direzione che il “sistema prima o poi prenderà per rimettere a posto l’ordine delle cose. corsi e ricorsi, non cambieranno mai, quelli o quelle (alla faccia dell’emancipazione) che sono disposte a far guerra alla Russia come se si giocasse a Risiko, alla fine i giochi sono sempre quelli.

    Marco

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  6. Caro Fabrizio,
    come sovente ti capita hai capito tutto. Questione di caput (e cor, capoccia e core).
    Un caro saluto,
    Roberto

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  7. Da svariati, tanti anni faccio con orgoglio parte della nostra compagnia di bandiera!! Forse mi ostino a NON voler capire che l’orgoglio è solo di quelli, come me, che non contano, ma danno quotidianamente e costantemente il meglio di loro stessi; e lo stesso vale per il sentirla mia!! Nostra!! Siamo, tutti quelli come me, per l’ennesima volta in un altro momento molto duro della nostra vita lavorativa!!
    Questa volta, però, per la prima volta in tanti anni, dopo aver sempre incrociato le dita perchè il tricolore restasse a solcare i cieli e fendere le nuvole, questa volta non riesco più ad essere un medico pietoso per un paziente a cui urge un trapianto di CUORE!!!
    E, con tutta onestà, visto che non credo che quelli che hanno sempre deciso le regole dei giochi se lo meritino o gliene sia mai importato qualcosa…oggi credo fermamente che sia meglio un cuore trapiantato che un paziente morto!!! Certo che, come in tutti i trapianti che possono dirsi riusciti, bisogna che il cuore compatibile si trovi finchè il paziente è ancora in vita..!!!Ed il nostro paziente forse non ne ha più tanta…!!!
    Perdonate lo sfogo e, se potete, incrociate le dita con me per tutti coloro che questa situazione non l’hanno determinata, non l’hanno cercata, non ‘hanno voluta, ma da anni la vivono!!
    Grazie

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